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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di novembre:

 

In questo mese, sciami meteorici e costellazioni bellissime si affacciano all'orizzonte orientale, come Orione e Toro; la prima dalla sagoma inconfondibile brilla con la Cintura in bella evidenza, la seconda più alta nel cielo sembra osservarci con l'"occhio" di Aldebaran, una gigante rossa brillante. Gli splendidi ammassi aperti delle Iadi e delle Pleiadi ci segnalano l'arrivo dell'Inverno. Basta osservare la sera soprattutto verso Est, non fa ancora molto freddo e questo sicuramente aiuta la permanenza all'aperto.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio è osservabile ad occidente dopo il tramonto del Sole, estremamente basso sull'orizzonte.

 

Venere

La stella più brillante del cielo è ben visibile ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso è osservabile a Sud la sera intorno a mezzanotte e per tutta la notte. Il giorno 11 lascia la costellazione del Capricorno ed entra nell'Acquario.
 

Giove

Giove è oramai inosservabile.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli, osservabile la sera guardando a Sud-Ovest, purtroppo per un periodo sempre più breve dopo il tramonto del Sole .

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA
Bioplastiche in grande crescita
14 dicembre 2018
Tra il 2012 e il 2017, vale a dire in soli cinque anni, il settore delle bioplastiche ha registrato un fatturato in aumento del 49%, arrivando a 545 milioni, e un incremento della produzione pari all'86%, a 73 mila tonnellate. Questi sono i dati contenuti nel rapporto annuale di Assobioplastiche, l'associazione della filiera delle bioplastiche compostabili in Italia, presentato a Roma. Il contenuto del rapporto è descritto in breve all'indirizzo in calce.

Il settore offre anche buone prospettive di occupazione: gli addetti che operano nel settore sono 2.450, con una crescita del 92% nello stesso periodo, mentre il numero delle aziende è salito del 69%, raggiungendo le 240 unità. Per il 2018 il settore prevede un'ulteriore crescita dei volumi pari al 15%.
Per quanto riguarda le destinazioni, le 73.000 tonnellate di polimeri lavorati sono diventate shopper monouso per la spesa per il il 68%, sacchi per la raccolta della frazione organica per il 13%, mentre il restante 19% si trova ripartito tra agricoltura, ristorazione, packaging alimentare e igiene della persona.

Nel 2017, e per la prima volta dall’introduzione della legge 28 del 2012, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, con 49.500 rispetto a 42.500 tonnellate.

La bioplastica è un tipo di plastica biodegradabile derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici mediante l’attività di microorganismi; al termine del processo le sostanze organiche di partenza vengono trasformate in molecole semplici. Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio, contro le migliaia di anni richieste dalle materie plastiche sintetiche, che si ottengono dal petrolio.
La compostabilità è la capacità di un materiale organico di essere riciclato organicamente assieme all’umido. Essi si trasformano in compost mediante il compostaggio, un processo di decomposizione della sostanza organica che possiamo attuare in condizioni controllate. 
La possibilità di ricorrere a processi naturali per esigenze che sono sempre state soddisfatte con materiali derivati dal petrolio, generando rifiuti inquinanti ed emissioni di composti climalteranti e dannosi, è un'opportunità eccezionale nella ricerca di vie diverse allo sviluppo che consentano di non rinunciare ai servizi utili mentre si difende la qualità dell'ambiente. La chimica verde è un settore molto promettente, in forte sviluppo, innovativo, capace di aprire strade nuove allo sviluppo sostenibile. Le applicazioni, molto concrete, che realizza consentono il risparmio di migliaia di tonnellate di Co2 che altrimenti sarebbero immesse nell'ambiente. Sono indispensabili strade nuove che ci consentano di lasciare sotto terra quanto resta di petrolio, carbone e metano, che abbiamo utilizzato in moltissimi ambiti, e rispondere adeguatamente alla minaccia di un cambiamento del sistema climatico sempre più pressante.

Vedremo gli esiti della riunione internazionale COP 24, che si sta svolgendo in queste ore in Polonia, a Katowice, per decidere com tradurre nella pratica l'Accordo di Parigi (del dicembre 2015; notare che siamo già nel dicembre 2018). 
Il luogo scelto non potrebbe essere più adatto: la Polonia fa un massiccio uso di carbone per soddisfare le sue esigenze energetiche. Anni fa ho visitato proprio la zona di Cracovia e dintorni, inclusa Katowice, in un periodo primaverile che da quelle parti significava ancora inverno. Non occorrevano i dati tecnici per capire come viene prodotta l'energia per qualsiasi uso: la neve era ovunque, anche nei piccoli paesi e accanto al bosco, ricoperta di una fuliggine nera, una polvere di origine inequivocabile, la combustione di carbone. Molti Paesi nel mondo, come la Polonia, non hanno ancora acquisito la capacità e lo sviluppo necessari a passare alle fonti rinnovabili abbandonando le fonti fossili, un problema che si può risolvere soltanto con un sistema di aiuti e sostegni. Speriamo che la COP 24, indispensabile per attuare l'Accordo di Parigi, trovi risposte adeguate e condivise. 
Anche perché il tempo stringe: qualche giorno fa Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change a Roma, ha avvertito che "tra due generazioni sarà troppo tardi. Effetti devastanti sulla salute. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento» (si veda la pagina del Corriere all'indirizzo in calce). E non è uno scherzo.

Gli indirizzi citati sono i seguenti:

https://www.lanuovaecologia.it/bioplastiche-report-assobioplastiche/

https://www.corriere.it/salute/18_dicembre_03/clima-rimangono-solo-20-anni-salvare-pianeta-bc73cfce-f6e1-11e8-bd62-81aafd946bf7.shtml

POLITICA
Serve un progetto nuovo, questa è la mia scelta
3 dicembre 2018
Serve un progetto nuovo. Serve un Partito Democratico innovativo, aperto alla sfide del mondo di oggi, collocato con chiarezza in un'area di centrosinistra attuale e non nostalgica, capace di guardare alle nuove povertà, diseguaglianze, ingiustizie, che abbia fra le sue direttrici tematiche principali la gigantesca questione ambientale che ci troviamo ad affrontare con un'urgenza come mai prima d'ora, accanto e non da meno degli altri temi storici dei progressisti come il lavoro, i diritti, l'eguaglianza, la democrazia.
La qualità della democrazia interna al partito è fondamentale: se continuiamo con i gruppi di potere, i tavolini, gli scambi di poltrone, sarà la fine del PD e di tutto il centrosinistra nel nostro Paese. La responsabilità che giace sulle spalle di noi iscritti e di coloro che guideranno il partito è gravosa, ma non per questo meno sfidante: ci sono obiettivi alti da raggiungere, la posta in palio è elevata, il dibattito ed il percorso che ci guideranno sono dirimenti.

Non ho la verità in tasca e non conosco il futuro, ma mi piace condividere una scelta pubblicamente e per tempo. Ho trovato le parole che ho scritto sopra negli interventi di Maurizio Martina e di Matteo Richetti, ho intravvisto fra le pieghe del discorso le intenzioni poste sulla strada giusta.
Ieri mattina, domenica 2 dicembre, hanno presentato il loro progetto a Bologna, in una sala del Baraccano (un luogo bellissimo in pieno centro cittadino) gremita, insieme a numerosi altri Democratici. In ciascun intervento che si è succeduto ho potuto cogliere elementi che condivido, e nell'insieme, una proposta chiara e diretta.
Ho apprezzato Maurizio Martina come Segretario del partito, non è sfuggito a nessuno il bellissimo intervento fatto a Roma alla manifestazione in Piazza del Popolo due mesi fa, aggiungo l'intervento bello, aperto, profondo, che ha fatto all'iniziativa di Sinistradem a Milano il 20 ottobre scorso. L'unione come scelta effettuata da Matteo Richetti è davvero apprezzabile, un fatto concreto che parla da sè. Devo dire che mi piace anche lo slogan matematico: "siamo somma, non divisione", una somma speriamo elevata a potenza.
Dunque, scelgo di sostenere Martina e di votarlo alle prossime elezioni primarie del PD. Se l'impegno sarà collettivo e duraturo si apre una nuova strada che può portare lontano.

Al seguente indirizzo di Facebook si trova  il filmato dell'iniziativa di Bologna:

https://www.facebook.com/maumartina/videos/297374230907819/



POLITICA
Ennesimo allarme sul clima (che dovrebbe sortire qualche effetto)
23 novembre 2018
E' uscito il nuovo rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ed è un nuovo allarme: stiamo distruggendo l'ambiente dell'intero pianeta e alterando il clima in modo e con velocità tali che rischia di diventare un processo irreversibile. 

Il tema è gravissimo, ma sembra fuori dal dibattito politico italiano, come al solito. Sui siti dei principali quotidiani si fa fatica a trovare la notizia, su Televideo si trova nella pagina delle "culture", ma soprattutto, nessuna intervista politica inizia con questo enorme, gravissimo, problema. Come se non ci riguardasse. Si tratta di un tema nel tema, ovvero, come fare comunicazione ambientale e comunicazione politica ambientale in modo tale da incidere sugli schemi prevalenti, modificando gli stili più diffusi. 

Il WMO Greenhouse Gas Bulletin ci informa sostanzialmente che i gas serra in atmosfera continuano a crescere, ed anche le ultime misure hanno raggiunto un nuovo record. La concentrazione globale media di biossido di carbonio ha raggiunto 405,5 parti per milione (ppm, unità di misura della concentrazione di un gas in atmosfera; per farsi un'idea, in epoca preindustriale era di circa 280 ppm), in continua crescita negli ultimi anni nonostante le regole introdotte nel corso del tempo e gli accordi a protezione del sistema climatico. Il metano e gli ossidi di azoto fanno lo stesso. I livelli di calore - si legge sul sito all'indirizzo in calce - intrappolati nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e la tendenza non mostra segni di inversione. Questo comporterà un cambiamento climatico a lungo termine, con innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani, fenomeni atmosferici estremi. Il potenziale di riscaldamento sul clima (total radiative forcing) è aumentato del 41% rispetto al 1990. I grafici che il Bulletin riporta sono estremamente eloquenti.

Si tratta di quote elevatissime, su cui occorre intervenire tempestivamente. Un altro parametro fondamentale infatti è il tempo: la riduzione delle emissioni inquinanti deve avvenire nel giro di pochi anni, se vogliamo evitare di oltrepassare il punto di irreversibilità. 
Le emissioni di CO2 devono raggiungere il livello zero al 2050 se intendiamo rispettare l'Accordo di Parigi e restare sotto 1,5 gradi di incremento della temperatura, secondo il rapporto WMO. Zero sul piano mondiale è una quota che richiede un impegno grandissimo. Probabilmente, sarà necessario intervenire con operazioni di rimozione del biossido di carbonio dall'atmosfera come molti studi suggeriscono. 
Dunque, non si tratta più di scegliere se fare lo sviluppo sostenibile, ma di come fare lo sviluppo sostenibile. Il tema è così pregnante che richiede uno sforzo comune, per il benessere umano, per lo stato degli ecosistemi, per l'agricoltura, per il futuro stesso dell'umanità.

Per avere maggiori informazioni, ci si può collegare al sito WMO al seguente indirizzo.

https://public.wmo.int/en

POLITICA
Un Congresso Circolare (se il PD vuole guardare avanti, altrimenti tenterà di camminare con la testa rivolta all'indietro)
9 novembre 2018
A Rimini, questa settimana: è il luogo che dovrebbero visitare innanzitutto gli esponenti politici e coloro che governano o si candidano a governare a vario titolo. Precisamente alla Fiera di Rimini, a Ecomondo, che si conclude oggi. Se non sono andati quest'anno, sarebbe bene programmare una visita per il prossimo appuntamento.
Perché in quella vetrina è possibile farsi un'idea di come dovrebbe essere lo sviluppo futuro nel nostro Paese. La famosa Economia Circolare, che se non vai a vedere cos'è, o non ti informi adeguatamente, rischia di diventare uno dei tanti slogan che affollano un panorama sonoro indistinto e privo di senso compiuto.

L'Italia è un Paese che produce un alto Pil in condizioni che non hanno mai raggiunto le caratteristiche di un Paese avanzato. Abbiamo bisogno di investire in istruzione, in ricerca e sviluppo, di promuovere la cultura scientifica e tecnica, abbiamo bisogno di avviarci verso un modello di sviluppo sostenibile sganciandoci da uno che resta invece fortemente caratterizzato da fattori ancora arretrati o figli delle scelte del dopoguerra. Siamo passati da Paese agricolo a bassissima scolarità a Paese industriale a bassa scolarità: le politiche di sviluppo economico e industriale non sono state seguite da adeguate politiche di promozione dell'istruzione e della ricerca. Questo, insieme ad altri fattori atavici, ci pone usualmente nel fondo delle classifiche internazionali, ma soprattutto non ci permette di liberarci dei fardelli che portiamo e di costruire un percorso di sviluppo avanzato.   Il momento per intervenire è adesso, perché il mondo non aspetta, e perché prima non lo si è fatto (o non lo si è fatto adeguatamente). 

Il Partito Democratico va verso il congresso. Ci sarà un percorso, ci saranno i candidati alla guida del partito. Credo che sia indispensabile un cambiamento profondo che rilanci un progetto politico importante, bello, in cui in tanti abbiamo creduto ed in cui crediamo tuttora. Penso che il PD abbia bisogno di molte cose, ma fra esse in particolare riserverei posti speciali alla necessità di delineare contorni più netti per una formazione politica così importante, un disegno identificabile e chiaramente collocato nell'area di centro-sinistra, e alla necessità di scegliere senza dubbi o reticenze di fare politica ambientalista fondata sui dati e sulle risultanze scientifiche. Il tema ambientale deve diventare parte integrante della caratterizzazione politica del PD, qualificare l'attività di governo locale o nazionale, essere argomento di promozione e diffusione di cultura politica, insieme agli altri.    
I candidati dovranno essere chiari in proposito. Per quanto mi riguarda, e con grandissimo rispetto per tutti coloro che si candidano alla guida di una formazione politica, non sosterrò alcun candidato che non si impegni chiaramente in tal senso.

Si può consultare il sito della fiera Ecomondo a questo indirizzo:

https://www.ecomondo.com

POLITICA
Smettiamola di dare potere a coloro che non credono nella scienza
5 novembre 2018

Caro Ministro Salvini,

il tuo Governo ha rifiutato i soldi BEI, ottocento milioni destinati a opere contro il dissesto idrogeologico, per non ricevere prestiti dall'Unione Europea, ha programmato un condono edilizio ad Ischia, mentre tu e la Lega avete sempre sostenuto una visione superata di sviluppo invasivo del territorio, ed ora ci vieni a parlare con superficialità dell'"alberello" e del "torrentello", magari immortalati da un bel selfie sorridente, mentre il più grave uragano mai visto in Italia fa danni enormi proprio per l'incuria del territorio, per le costruzioni abusive in aree fluviali, per i cambiamenti del clima in atto che porteranno il nostro Paese ad essere sempre più esposto sul piano idrogeologico, della salute e dell'incolumità dei cittadini.

Dal salotto in cui mi trovavo in qualità di ambientalista (per coloro che non lo sanno, parole sue) ho potuto osservare bene la tua insipienza teletrasmessa, certamente più da bar che da salotto, che mostra che sarebbe ora per tutti di seguire una semplice esortazione: "smettiamola di dare potere a coloro che non credono nella scienza" (H. Ford, Global Climate Action Summit 2018). A partire da tutti coloro - includendo anche il PD, eventualmente - che non credono nella prioritaria necessità di promuovere politiche ambientaliste conseguenti le risultanze scientifiche e tecniche sul dissesto idrogeologico, il consumo di suolo, la scomparsa delle aree naturali e della biodiversità, il cambiamento climatico. 

Le chiacchiere al bar vanno benissimo si intende, qualora non ci si prefigga di andare a governare con esse, caro Ministro. 


SCIENZA
Il pianeta vivente ospita sempre meno vita
31 ottobre 2018
Non soltanto i cambiamenti climatici - sotto gli occhi di tutti ormai nel prolungarsi delle stagioni intermedie e l'accentuarsi dei fenomeni estremi - minacciano gli equilibri naturali terrestri, ma le modifiche sempre più estese al territorio alterano gli ambienti naturali con conseguenze altrettanto preoccupanti.
Il WWF ha pubblicato uno studio riguardante lo stato della biodiversità globale sulla Terra, il Living Planet Report. Trattandosi del 20° redatto dalla associazione internazionale è in grado di descrivere l'andamento nel tempo dei fenomeni osservati, ottenendo sostanzialmente l'ennesima conferma del forte peggioramento delle condizioni naturali già più volte denunciato.

Il Living Planet Report è un documento che registra lo stato di biodiversità globale. La biodiversità, si legge sull'Enciclopedia Treccani, è  "la variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Le specie descritte dalla scienza sono in totale circa 1,75 milioni, mentre il valore di quelle stimate oscilla da 3,63 a più di 111 milioni. Peraltro, le stime risultano incomplete, poiché nuove specie vengono scoperte e aggiunte continuamente al totale generale. L’importanza della biodiversità consiste nel ruolo che riveste nel mantenere l’equilibrio dinamico della biosfera, contribuendo anche a governare i cicli biogeochimici e a stabilizzare il clima. La biodiversità di un ecosistema o specie ne determina la capacità di reagire e adattarsi a mutamenti e perturbazioni ambientali, quindi, in ultima analisi, ne determina la sopravvivenza." Sono parole importanti. La biodiversità è un parametro fondamentale per descrivere lo stato di un ecosistema, e uno dei più rilevanti nel determinarne il percorso futuro.

Secondo il Rapporto del WWF, che ha studiato l'abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di vertebrati in tutto il mondo, il numero degli animali vertebrati sulla terra (mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi) è calato del 60% dal 1970 al 2014. Una cifra impressionante.
La fauna si riduce per l'azione dell'uomo, ed la ricerca indica alcune cause rilevanti, come il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, il cambiamento climatico, l'inquinamento, la diffusione di specie invasive non autoctone, dighe, miniere.  Oggi i territori ancora in condizioni naturali occupano meno del 25% della superficie terrestre. Nel 2050, se non si inverte la tendenza, la percentuale si abbasserà al 10%. Stiamo creando un mondo senza spazi di Natura selvaggia, in cui la specie umana non soltanto domina in ossequio ad antichi canoni ma pervade ogni angolo del territorio alterandone l'essenza, gli equilibri, le funzionalità. Non dimentichiamo che lo stato dell'ambiente naturale ci offre servizi indispensabili che vanno dall'aria, all'acqua, al suolo, agli alimenti, fino a sostanze utilizzate nella ricerca e nell'industria farmaceutica.
Secondo il rapporto, il degrado dei suoli mina il benessere di circa 3,2 miliardi di persone nel mondo. In 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell'Amazzonia è scomparsa, mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni.
Ecosistemi più poveri e più esposti ad altri fenomeni di cambiamento, come quelli che riguardano il clima. Un percorso distruttivo che dovremmo avere la forza di invertire. Il documento del WWF chiede un accordo globale (Global Deal) per la Natura, avente lo scopo di intervenire sulla tendenza in atto per modificarne il cammino. Credo che possa essere utile affiancare all'accordo sul clima un accordo internazionale sulla protezione della biodiversità e degli ecosistemi naturali rimasti.

La Terra è un pianeta unico, almeno nei paraggi del nostro Sistema Solare: un pianeta blu pieno di vita. Sono passati 72 anni dalle prime foto della Terra dallo spazio: il 24 ottobre 1946 il vettore V2 atterrò nel deserto del New Mexico dopo aver raggiunto i 104 km d’altezza con una macchina fotografica e fotografie del nostro pianeta scattate da quell'altezza. Era la prima volta che gli esseri umani osservavano il proprio pianeta dall'esterno. Ma la fotografia più famosa è senza dubbio quella in basso: la Terra completamente illuminata sospesa nel buio dello spazio. Un'immagine  bellissima, scattata il 7 dicembre 1972 dall’Apollo 17. Un'immagine che ci consente di vedere il nostro pianeta isolato nello spazio, grande ma limitato, circondato da un vuoto oscuro, immenso. Dicono che in quel momento sia nato qualcosa definibile come "coscienza ecologica" nell'umanità. Speriamo bene.





Il sito del WWF con il Living Planet Report è il seguente:

https://www.wwf.it/il_pianeta/sostenibilita/one_planet_economy/living_planet_report_2018/index.cfm


TECNOLOGIE
Trent'anni dopo, sempre meno nucleare e sempre più rinnovabili
18 ottobre 2018
Il Rapporto sullo stato dell'industria nucleare nel mondo ci informa che si ricorre sempre meno a nuove installazioni per l'energia da fissione atomica, e sempre di più a nuova potenza rinnovabile.

Traggo la notizia da Ansa, all'indirizzo in calce. Testualmente "Il nucleare è in declino nel mondo e le rinnovabili sono in crescita. Nel 2017 e nella prima metà del 2018 sono stati installati solo 7 nuovi gigawatt di energia nucleare sui 257 gigawatt di nuova potenza complessiva installata. La nuova potenza in rinnovabili è stata di 157 gigawatt. Lo sostiene il rapporto del think tank internazionale World Nuclear Industry Status Report."
Nello specifico, "Nel 2017 la potenza nucleare installata è cresciuta a livello globale solo dell'1%, mentre quella solare del 35% e quella eolica del 17%. Le nuove centrali nucleari si trovano quasi tutte in Cina (6), poi in Russia (2) e in Pakistan (1)."

Dopo tanti anni fa piacere leggere di una tendenza che non è più un auspicio, ma è fondata su dati concreti. L'andamento in calo del nucleare è in atto da anni, ed i nuovi dati sono una conferma che delinea un trend ormai consolidato. Soltanto dieci, o quindici, anni fa sembrava che l'opzione nucleare si riaffacciasse nel panorama dell'energia in Italia, mentre venivano troppo facilmente attribuite le cause dei nostri problemi alla scelta di rinunciare al nucleare seguente il referendum di trent'anni fa. Sono passati trent'anni: l'8 novembre 1987 si svolsero nel nostro Paese tre referendum riguardanti il nucleare nei quali la maggioranza degli italiani che andò alle urne votò orientando le scelte dell' Italia in ambito energetico verso una direzione di uscita dal nucleare. Nel 1990 il programma nucleare italiano venne definitivamente sospeso, ed i tentativi successivi di riavviarlo non hanno avuto esito.
Abbiamo sostenuto per anni che la tecnologia atomica fosse troppo rischiosa, troppo costosa, troppo invasiva, generatrice di rifiuti estremamente pericolosi, e spesso legata ai sistemi di armi atomiche militari. Questo Rapporto lo conferma ancora una volta:  la tecnologia atomica col tempo diventa sempre più costosa, per le misure di sicurezza e per la manutenzione dei vecchi impianti e lo smaltimento delle scorie, mentre le rinnovabili al contrario costano sempre di meno. I paesi che continuano ad investire sul nucleare, secondo il Rapporto, lo fanno per i collegamenti che il medesimo ha col settore militare.

La direzione è tracciata verso una quota sempre maggiore di fonti energetiche rinnovabili, verso tecnologie di utilizzo sempre più efficienti quindi richiedenti minori quantità di energia a parità di servizio reso, verso tecnologie di produzione sempre più performanti, verso un mondo avanzato ma sostenibile. La ricerca tecnico-scientifica è indispensabile per alimentare il processo avviato.
C'è un'ultima opzione: la fusione nucleare. La ricerca in questo campo va sostenuta perchè si tratta di una possibile fonte pulita di grande potenza. Se diventerà possibile e sfruttabile commercialmente sarà in grado di superare le maggiori criticità delle rinnovabili, ovvero la loro diffusione nello spazio e la dipendenza dai fenomeni naturali.

La notizia riportata da Ansa si trova al seguente indirizzo:

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/energia/2018/10/16/nucleare-in-declino-nel-mondo-in-crescita-le-rinnovabili_f63bfa76-4bf4-490b-9733-4e8a85c5ba78.html

POLITICA
Questione di DNA
14 ottobre 2018
Nell'Amaca di Michele Serra pubblicata oggi (domenica 14 ottobre) su Repubblica viene proposta una visione netta, e per certi versi sorprendente, della struttura genetica del Movimento 5 Stelle: un movimento che possiede nel suo DNA l'ambientalismo. 
Serra parte infatti da un problema reale - l'incremento del livello consentito di sversamento di idrocarburi nei campi - per argomentare che "la sola qualità pentastellata sulla quale pareva si potesse confidare" fosse la cura ambientale, seppur ora minacciata dall'attività di governo, non così ambientalmente sostenibile. Dunque, l'ambientalismo, che "era nel DNA" del movimento, pare ora fuoriuscito dalla finestra aperta da una mutazione genetica - nè più nè meno che la stessa che hanno subito tutte le formazioni politiche che hanno governato il nostro Paese.

Possiamo affermare che non c'è stato nessun partito in Italia che abbia portato e perseguito al governo del Paese una politica coerente di decarbonizzazione dell'economia, senza apparire ingiusti se non ricordiamo diverse scelte positive in materia che pure sono state fatte. Conosco molti che, a seguito di questo fatto, hanno sostenuto i 5 Stelle riponendo la propria fiducia, a mio modo di vedere, su qualcosa che assomiglia molto all'ultima spiaggia. Conoscendo bene il PD, in cui sono entrata all'origine come socio fondatore, e la sua fatica a far propria una chiara politica ambientalista non sono sorpresa da una scelta di tal genere. 
Ma da qui ad affermare che il Movimento 5 Stelle abbia l'ambientalismo nel DNA ce ne corre. 
Averlo nel proprio patrimonio genetico significa innanzitutto averlo praticato nel corso del tempo, con tutto ciò che questo comporta, e senza togliere nulla a nessuno, credo che questa pratica appartenga in Italia soltanto alle associazioni ambientaliste - oltre agli organismi tecnico-scientifici, naturalmente, ma ci si riferisce qui al contesto politico. Così, sgombriamo immediatamente il campo. Con questo non intendo certo affermare che le stesse abbiano sempre ragione, ma che siano rappresentative del tema e di chi lo segue. Gli altri non lo sono. Punto. 
In secondo luogo, il legame fra un movimento che si fonda su una forma di democrazia diretta e l'ecologia politica semplicemente non c'è. Non esiste in nessun modo una consequenzialità fra una forma di scelta degli eletti e uno stile di formazione del consenso e una linea politica, ambientalista o altro. Credo che l'azione del governo sia la dimostrazione plastica di questo: l'assenza totale di una linea politica identificabile. Ho scritto spesso della carenza identitaria del PD e dell'azione altrettanto scarsamente identificabile, ma ciò a cui assistiamo in questo periodo supera ogni livello. 

L'ambientalismo non si inventa dall'oggi al domani, non è una spilla da apporre sul bavero, non è nemmeno una qualifica identitaria. Per quanto mi riguarda deve essere scientificamente fondato, pur rispettando ogni forma di sensibilità verso l'ambiente naturale e i suoi equilibri. Collocarlo nel contesto politico non è facile. Ci hanno provato spesso, a sinistra, a destra, trasversale, in una formazione politica specifica. Norberto Bobbio, nel suo classico "Destra e Sinistra" richiama i concetti fondamentali per la sinistra di libertà, eguaglianza, pace, diritti, e ci invita alla fine "ad alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".  Ad "estendere i principi di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano". Se abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura e delle altre specie che abitano la Terra, essa si colloca in una visione progressista del mondo, mentre una visione di destra porta allo sfruttamento a cui stiamo purtroppo assistendo. Eguaglianza e diritti non esisteranno mai senza un mondo abitabile per tutti, ambiente e lavoro non possono essere in contrasto se non in un ambito produttivo vecchio stile orientato esclusivamente al profitto, la libertà di respirare aria pulita o vivere in centri urbani sostenibili non può essere privilegio di pochi, il cambiamento climatico è una sfida per tutti e non soltanto per gli abitanti delle periferie del terzo mondo.

L'estrema limitatezza, si può dire l'esiguità, del contributo della sinistra italiana da quando il tema ambientale è diventato prioritario nei fatti in contrasto spesso con le parole spese fa sembrare la posizione descritta sopra puramente retorica. Ma i limiti e gli errori fatti nel ricamo non possono cambiare la tela: una sinistra vera e degna di tale nome non può che essere anche ambientalista. Non c'è bisogno di inventarsi movimenti ad hoc, c'è piuttosto bisogno di impegnarsi, forse anche per recuperare il tempo perduto. 

Ringrazio Michele Serra per le sue Amache sempre capaci di suscitare riflessioni. Questa proprio non poteva sfuggirmi.


SCIENZA
Caldo artico
4 ottobre 2018
Se pensavate che la scorsa estate fosse stata più fresca, e che in fondo il riscaldamento globale che affligge la Terra fosse in realtà nelle descrizioni un po' esagerato, guardate questa grafica per ricredervi. Essa rappresenta l'Europa, ed i colori descrivono gli scarti delle temperature dalla media del periodo.
Dalle nostre parti in effetti gli scostamenti sono stati piuttosto bassi, ma questo è accaduto perchè il Nord Europa ha ricevuto più calore che mai. Un'estate caldissima sopra il Circolo Polare Artico, con picchi sopra i 30°C, siccità nei campi, incendi nei boschi. L'ondata di calore che quest'anno ha colpito il Nord è impressionante (e preoccupante).
Gli scostamenti dalla media nelle varie zone sono espressi in gradi Fahrenheit, più piccoli dei Celsius (la scala dal punto di congelamento dell'acqua al punto di ebollizione è divisa in 180 parti invece che in 100). Il grafico è stato infatti elaborato dal NOAA statunitense, e maggiori informazioni si possono trovare all'indirizzo in calce.




https://www.climate.gov/news-features/event-tracker/hot-dry-summer-has-led-drought-europe-2018


POLITICA
Una lunga estate calda (di fuoco)
24 settembre 2018
Gli incendi hanno devastato la Grecia in modo drammatico quest'anno. In una zona non lontana da Atene, nell'Attica orientale, il fuoco ha devastato il territorio come una piaga biblica, lasciando vittime e dolore, cenere e macerie. Il bilancio è quello di una catastrofe enorme e drammatica, con 94 vittime e una ventina di dispersi, danni ingenti ai paesi, boschi, coltivazioni.  
In Svezia, un'estate calda e secca ha favorito incendi che hanno devastato le foreste. Le cronache ci dicono che oltre 80mila ettari di foreste sono bruciate in Siberia. 
Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Scientific Reports, nei prossimi decenni il rischio di incendi boschivi nell'area Mediterranea potrebbe aumentare a causa di condizioni climatiche più aride. La ricerca, condotta dall’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Igg-Cnr), l'Università di Barcellona, di Lisbona e della California a Irvine, ha sviluppato dei modelli matematici che prevedono con buona affidabilità la frequenza e l'estensione degli incendi boschivi.

I picchi di calore, per parte loro, non scherzano ed hanno colpito l'intero pianeta. Il Giappone ha classificato un'ondata di calore nell'estate appena trascorsa come disastro naturale. Nella notte del 7 luglio la temperatura a Los Angeles non è scesa sotto i 26,1 gradi.  A Quriyat, una località dell'Oman, in un giorno di luglio la temperatura minima è stata di 42,6 gradi.   Nella Lapponia finlandese il 18 luglio scorso il termometro ha toccato i 32,1 gradi, circa 12 gradi in più della media che caratterizza il mese da quelle parti. Senza fare confronti estremi, nel nostro piccolo siamo nella terza decade di settembre e fa ancora 30 gradi, in Italia, mentre in queste ore un enorme rogo sta distruggendo colline e minacciando abitazioni vicino a Pisa.

In effetti non fa piacere redigere questa specie di bollettino di guerra, ma in fondo è il destino degli ambientalisti e di tutti coloro che di ambiente in un modo o nell'altro si occupano. Va detto subito che praticamente tutti gli incendi sono dolosi, l'elevata temperatura può favorirli ma non innescarli. La combustione naturale è un fenomeno estremamente raro, di solito stimato in meno dell'1% dei casi, che può accadere per tre ragioni: i fulmini, le eruzioni vulcaniche, l'autocombustione. Eccettuato i primi due casi che hanno carattere specifico, l'autocombustione è quasi impossibile che si verifichi viste le alte temperature richieste, dell'ordine di 200-300 gradi o più. Dunque gli incendi sono appiccati dall'uomo, per varie ragioni che vanno dalla disattenzione al vero e proprio disegno criminale. Su questo aspetto occorre puntare l'attenzione innanzitutto con interventi di prevenzione, poi con interventi diretti, e con sanzioni severe agli incendiari accertati.

La situazione descritta, ora è aggravata dal riscaldamento globale che ha generato ormai da tempo un cambiamento del clima che può favorire il persistere degli incendi, anche nelle zone in cui le condizioni naturali locali portavano ad un rapido spegnimento. Diminuzione della frequenza delle piogge, allungamento dei periodi siccitosi, suoli più aridi, estati più lunghe, temperature più alte, innalzamento della temperatura che per complesse ragioni interessa particolarmente le regioni artiche e la Siberia sono cambiamenti dell'ambiente che alimentano l'incendio invece di concorrere ad arrestarlo. 
Se in Scandinavia un tempo scoppiava un incendio non passavano molte ore prima che arrivasse la pioggia a spegnerlo. Ora può diffondersi liberamente per giorni e giorni. Gli arbusti e il sottobosco densi di umidità difficilmente venivano aggrediti dal fuoco, mentre accade il contrario alla vegetazione secca. 
Alla base, ritroviamo sempre il cambiamento climatico innescato dalle attività umane, che va arrestato con un impegno collettivo globale. Nulla è più globale, nulla è più collettivo di questo problema. L'accordo di Parigi va concretizzato in tempi brevi, reso effettivo e capace di discriminare ed emarginare tutte le pratiche non sostenibili, più dannose che utili. Restare al di sotto dei 2 °C di incremento di temperatura globale media - o di 1,5°, come auspicato - non è molto, è già il minimo per le conseguenze che avrà. Ci consente probabilmente soltanto di evitare il peggio. Speriamo di riuscirci.
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Il prossimo 28 settembre si terrà a Bologna la 1^ Conferenza Nazionale della Green City. 
Le "città verdi" possono dare un contributo importante al raggiungimento dell'obiettivo della sostenibilità ambientale, alleggerendo il proprio carico sull'ambiente e diventando veicolo di buone pratiche.  
La conferenza è organizzata dal Green City Network, promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.  Come si legge sulla pagina web all'indirizzo in calce  "L’iniziativa nasce dall’idea che alle città italiane serva un rinnovato e più incisivo approccio, integrato e multisettoriale al benessere, all’inclusione sociale e allo sviluppo locale durevole delle città, basato su aspetti ormai decisivi quali l’elevata qualità ambientale, l’efficienza e la circolarità delle risorse, la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico."

Per maggiori informazioni, l'indirizzo è il seguente: 

http://territorio.regione.emilia-romagna.it/notizie/notizie-2018/1deg-conferenza-nazionale-delle-green-city

POLITICA
L'Europa che vogliamo
17 settembre 2018
Mercoledì scorso, 12 settembre, l'Unione Europea ha mostrato ciò che vorremmo sempre vedere: l'orgoglio di essere un'istituzione fondata su valori e principi forti, delimitata dalla loro condivisione, a cui si può appartenere soltanto su tale base, e non su altre come potrebbero essere l'etnia, il territorio, la religione, o caratteristiche diverse non conformi alla struttura etica e politica su cui si fonda l'Unione.

Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.

La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese, nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi:  un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.

Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban -  forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre. 

L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale. 

Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo.  Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante. 

CULTURA
Matematica - e scienza - democratica
5 settembre 2018
Tra pochi giorni inizia il nuovo anno scolastico, e trovandomi ad essere una docente di matematica e fisica al liceo, vorrei questa volta spendere qualche parola sulla scuola, esulando parzialmente e per una volta dai temi portanti di questo blog.

Secondo un'indagine dell'Ocse, è "analfabeta matematico" un ragazzo italiano su quattro, mentre il 24,7% degli alunni di 15 anni non supera il livello minimo di competenze in matematica.
Si legge sul sito di Save The Children (all'indirizzo indicato in calce) che secondo i test PISA "In Italia una percentuale non indifferente di adolescenti non è in grado di ragionare in modo matematico, utilizzare formule, procedure e dati, per descrivere, spiegare e prevedere fenomeni, in contesti diversi. L’Italia si colloca, nella speciale classifica dei ‘low achievers’ in matematica, al 24° posto su 34 paesi OCSE." E ancora: "In ambito europeo, l’Italia si posiziona prima soltanto del Portogallo, della Svezia e della Grecia, che presentano rispettivamente le seguenti percentuali di ‘low achievers’: 25%, 27% e 36%."
Pisa in questo caso è l'acronimo di Programma per la valutazione internazionale dello studente, su cui si possono avere maggiori informazioni all'indirizzo indicato più sotto. Sulla home page del sito si trovano alcune figure interattive dalle quali si può facilmente capire a quale livello si trovi l'Italia nel quadro internazionale in vari aspetti della preparazione scolastica ed in quella scientifica in particolare: nella media o sotto la media.

Siamo un popolo di ignoranti matematici, e più in generale, di ignoranti scientifici, e a dirla tutta, non occorrevano le statistiche a ricordarlo: di solito lo sappiamo da soli. Certo non tutti possono essere scienziati o ingegneri; si sta affrontando qui il problema da un punto di vista che di solito viene indicato come cultura generale. Una scarsa cultura matematica e scientifica caratterizza il nostro Paese da tempi immemori, e la scuola fatica a modificare quello che è principalmente un atteggiamento collettivo, ben radicato, e collocato fra le altre qualità che caratterizzano il nostro Paese.
L'idea che la matematica non serva nella vita a meno che non si affronti uno specifico indirizzo di studi è pervasiva, e di solito viene affiancata all'idea che la stessa sia troppo difficile rispetto alla norma. Lo stesso accade più o meno per tutte le discipline scientifiche, mentre non ho mai sentito nessuno mettere in discussione l'utilità dei Promessi Sposi - detto, sia chiaro, con tutto il dovuto rispetto al Manzoni. 
Sulle cause di questa tendenza anti-scientifica nazionale sonno state scritte molte pagine, non ne ripeteremo i concetti principali qui, perchè il punto ora importante è un altro: come uscirne. Come allargare le competenze tecniche e scientifiche in Italia, tenendo presente che il nostro Paese ha, ed ha sempre avuto, livelli di eccellenza nei settori scientifici.
Ma forse è bene spiegare prima perchè occorre farlo. 
Abbiamo costruito una civiltà tecnologica e scientifica. In essa viviamo la nostra vita, lavoriamo, ci relazioniamo con le altre persone, studiamo, curiamo le malattie, organizziamo la comunità, elaboriamo nuovi concetti, inventiamo nuovi strumenti e nuove modalità in ogni campo. Tutto ciò lo facciamo con motori, elettricità, apparecchi radiotelevisivi, radiografie, strumenti vari per la medicina, telefoni cellulari, computer, collegamenti ferroviari e stradali, pompe per l'acqua, dighe, macchine agricole, sensori, laser, radar, sonar, microchip, nuovi materiali, e molto altro ancora. A parte coloro che vivono ancora nella Natura, popoli che si trovano ai margini del villaggio globale e che ci restituiscono almeno l'dea di ciò che eravamo, tutti noi viviamo immersi nella tecnologia e di essa ci nutriamo ogni giorno. E di cosa sono fatti gli strumenti della tecnologia? Di materiali specifici, di onde elettromagnetiche, di elettroni, di campi magnetici, di campi elettrici, di onde sonore, di fotoni, delle leggi della Fisica. Queste ultime espresse (Galileo docet) in linguaggio matematico. 
Il linguaggio matematico si usa poi in molti altri campi, come l'economia. In generale le conoscenze scientifiche riguardano la biologia, la chimica, la geologia. E' poco? Certo no. Eppure nella scuola italiana vige ancora ampiamente l'anacronistica distinzione fra materie umanistiche e materie scientifiche, con precedenza e privilegi vari alle prime, eccettuato (forse) i casi in cui le seconde siano materie di indirizzo del corso di studi.

Questo stato di cose comporta la cronica mancanza di personale con competenze tecniche nell'industria, e negli altri ambiti in cui sono richieste. Ma la carente cultura matematica e scientifica italiana ha una conseguenza ben più grave: il fatto di vivere in una civiltà tecnologica avanzata senza conoscerne le proprietà di base, anzi spesso senza saperne proprio nulla. Al contrario, per prendere decisioni occorrerebbe un minimo di conoscenze specifiche: per decidere se ricorrere all'energia nucleare oppure no, o per decidere se essere a favore delle vaccinazioni obbligatorie oppure no, o per affrontare il tema del cambiamento climatico, tanto per fare esempi clamorosi. Dato che la cultura scientifica non si forma navigando su internet, ma andando a scuola e studiando, ecco dove nasce il problema. 
La questione può avere evidentemente conseguenze anche sulla qualità della democrazia in Italia, visto che se nessuno, o almeno non una parte adeguata della popolazione, sa effettuare scelte in ambiti così importanti, finisce poi che qualcun altro arriva a farle al posto nostro. Sarebbe uno scippo di una fetta importante di democrazia, con conseguenze imprevedibili. 
Un livello così elevato di progresso tecnologico e scientifico quale quello attuale, se non può essere certo raggiunto da tutti, richiede però che i saperi diffusi non si fermino alle quattro operazioni o alla rotondità della Terra. Non intendo affrontare qui il tema più ampio del rapporto fra tecnica e democrazia, e fra tecnica e politica, ma semplicemente porre l'accento sul divario fra i traguardi specifici scientifici e tecnologici e il minimo comun denominatore della cultura collettiva in materia, e le sue possibili conseguenze. Si tratta di un gap enorme che richiede di essere colmato, e non sarà facile, ma la scuola italiana deve imprimere una svolta capace di cambiare una direzione ormai obsoleta.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi lettori di questo blog, e un pensiero particolare ai colleghi delle materie scientifiche. Il futuro si forma a partire da oggi, e la qualità dell'istruzione media sarà elemento determinante dell'Italia nei prossimi anni. 

I link ai siti citati nell'articolo:

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/i-ragazzi-italiani-non-sanno-usare-la-matematica

http://www.repubblica.it/scuola/2016/12/05/news/matematica_e_scienze_gli_alunni_italiani_restano_indietro-153486884/

https://www.oecd.org/pisa/

POLITICA
Un obbrobrio di ponte
24 agosto 2018
Il ponte Morandi è (era) situato fra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano a cavallo del letto del torrente Polcevera e di buona parte della città di Genova. Venne costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua SpA su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi. Lungo 1.182 metri con una campata massima di 210 metri, un’altezza media del piano stradale intorno ai 45 metri, e i tre piloni alti circa 90 metri. Venne inaugurato il 4 settembre 1967 alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Fin dall'inizio presentò problemi strutturali, nel corso degli anni fu oggetto di diversi interventi di manutenzione e di rinforzo.

In questi giorni si possono trovare molte informazioni al suo riguardo in rete, sui quotidiani, altre se ne possono ascoltare in televisione o in radio. Dettagli riguardanti la struttura, la storia della sua progettazione e costruzione, tutti gli interventi effettuati nel corso del tempo. 
Perché quel ponte è crollato. 
Il viadotto che attraversa e sovrasta la città di Genova si è letteralmente smembrato, è crollato su ciò che c'era sotto, trascinando nel baratro - perché tale è un'altezza di circa cinquanta metri - coloro che stavano sopra, che lo stavano percorrendo in auto, in camion, ignari del pericolo. Un volo improvviso di chi non riesce a fermare in tempo il proprio veicolo vedendo mancare la struttura, un salto nel vuoto fisico, e nel vuoto di valori, di coesione, di sicurezza che questo Paese sta presentando in misura sempre più drammatica. Per anni ci hanno riempito le orecchie - da destra - della necessità di sicurezza contro qualche forma di delinquenza, magari dal volto straniero, mentre - da sinistra - ci si accodava senza uno straccio di analisi alternativa; ora possiamo tristemente osservare da dove arriva l'insicurezza, precisamente dall'interno del nostro Paese, con modalità che nessuna "ronda" di notte potrà mai evitare. 

Quel crollo ha causato, ad oggi, 43 morti, e un buon numero di feriti. Ci siamo stretti attorno alle famiglie delle vittime, abbiamo sofferto con loro, ci auguriamo tutti che non vengano lasciate sole. 
Ma ogni tempo ha il suo momento di riflessione, la necessità del cordoglio, e quella del pensiero, dell'analisi. 
Le persone che si trovavano sopra il ponte e quelle che si trovavano sotto, la città di Genova e tutta l'Italia dovevano avere la certezza che il viadotto fosse sicuro. La magistratura accerterà se ci sono colpevoli o meno. Ma è un fatto che la collettività ha il diritto della sicurezza delle infrastrutture dedicate al trasporto. Questa è venuta a mancare, nel modo più tragico. Si legge sui giornali delle polemiche che da sempre hanno caratterizzato la vita del viadotto, a dimostrazione che si sapeva del pericolo, ed il pericolo ha potuto tranquillamente procedere fino a diventare realtà, a trasformare in tragedia la torre di Babele che ci siamo costruiti. Sempre più alta: che meraviglia, quasi due chilometri sopraelevati su un'intera città, sostegni da novanta metri, campate da duecento, che sviluppo, che futuro. Mancano solo il ponte sullo Stretto, i trafori, le funivie che hanno trasformato le Alpi in un Luna Park, e magari una rampa di lancio per lo Space Shuttle. Come ricordavo nel post precedente, avremmo dovuto inoltre costruire oltre venti centrali nucleari, pena il ritorno alla candela, negli spazi rimasti del Bel Paese, sperando che non fossero sismici.

Ma c'è ancora qualcuno che, a tragedia avvenuta, ci descrive in tv la bellezza del ponte Morandi di Genova. Ingegneri che ne magnificano le sorti, se non fosse crollato naturalmente. Un ponte "ardito", da fare visitare agli studenti, un simbolo dello sviluppo dell'Italia nel dopoguerra. Non fa male ricordare che all'epoca si trattava di un Paese dove i laureati in materie scientifiche e tecniche era una sparuta minoranza, dunque priva di confronto con linee di pensiero diverse, magari capaci di mettere in discussione la linea prevalente portando avanti un dialogo che sempre in questi casi si rivela costruttivo. Questo è accaduto in tempi recenti, sicuramente dopo il '67, nonostante anche oggi le conoscenze tecniche in Italia siano poco diffuse in generale. 

Ma è proprio sulla presunta bellezza del ponte Morandi che vorrei porre l'attenzione. Cominciando dal fatto che sin da quando visitai Genova la prima volta lo trovai orribile, un vero obbrobrio, un elemento fortemente deturpante l'armonia della città. Penso ancora esattamente questo: che quel viadotto fosse un obbrobrio. Non soltanto insicuro - e basterebbe già questo - ma brutto. Così brutto da influire pesantemente sulla percezione della bellezza della città. Siamo i pronipoti di coloro che hanno inventato e fatto il Rinascimento: sicuramente pronipoti degeneri.
Che dire poi del fatto che tutti tacessero? Dove sono quelli che si scagliano contro gli impianti eolici? Se deturpano il paesaggio, i viadotti come questo invece no?
Chiarisco subito che non tutti gli impianti eolici vanno bene, così come non tutti i viadotti sono da cancellare. Occorrerebbe una diffusa competenza tecnica, a partire dagli uffici comunali, e una diffusa competenza paesaggistica, capaci di contaminare anche la politica.
Ma ci accontenteremmo anche di una sana manutenzione di ciò che abbiamo già costruito, e del bene più prezioso che abbiamo, il nostro territorio. La più grande opera pubblica da fare in Italia riguarda la manutenzione dell'esistente, da farsi nei modi corretti secondo le tecniche migliori sul piano strutturale e ambientale. Per non correre il rischio di ritrovarci con un paio di linee ferroviarie Alta Velocità mentre tutto il Paese procede a manovella, con le lavagne multimediali dentro scuole che cadono a pezzi, o con "arditi" viadotti per aiutare lo spostamento dei giovani che scelgono di andare all'estero a vivere la propria vita.

Aggiungo soltanto che, sul piano politico, credo che la sinistra in generale, e il PD in particolare debba decidere da che parte stare: se continuare a sostenere un modello di sviluppo invasivo, affiancati in questo alla destra, o promuovere un tipo di sviluppo diverso, che oggi esiste ed è noto da tempo grazie soprattutto ad una parte della cultura ambientalista. In questi giorni, ed ancora una volta, non è emersa alcuna distinzione, alcuna analisi nel merito che ponesse le basi per una proposta politica autonoma e identificabile, diversa dalla destra. Speriamo nei tempi futuri, come sempre.

POLITICA
Su TAV e su TAP - e sulla politica
6 agosto 2018
In questo periodo sono tornati all'attenzione dei media due temi centrali da molto tempo, associati per la qualifica comune di "grandi opere": il TAV, il treno ad alta velocità Torino-Lione, e il TAP, il gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, di cui abbiamo già parlato in questo blog.
Vorrei affrontare il primo, riportando invece quanto già scritto nell'aprile dello scorso anno sul secondo.

In breve, il progetto di alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione nasce nei primi anni '90, con un primo studio di fattibilità e con il successivo inserimento della nuova linea fra i progetti europei prioritari nel settore dei trasporti. L'accordo fra Francia e Italia per la realizzazione dell'infrastruttura venne siglato una decina d'anni dopo, nel 2001. In seguito, fra progetti preliminari, osservatori tecnici, modifiche al progetto, e proteste degli abitanti delle località attraversate dalla linea, i lavori non partiranno mai, eccettuate alcune opere preparatorie. Attualmente è stato scavato poco più di un decimo di tutte le gallerie previste in totale per l'opera fra tunnel principale e gallerie accessorie. Nel complesso, il progetto definitivo approvato mostra un'opera rilevante: la tratta è lunga 65 chilometri, oltre 57 chilometri entro un tunnel da scavare nelle montagne, un costo totale stimato in 8,6 miliardi di euro, cofinanziati per il 40% dall'UE, il 35% dall'Italia, il 25% dalla Francia. La nuova linea connetterebbe Torino a Lione per 235 km affiancandosi alla linea storica.
Come si legge sul Sole24ore "il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti."  E' possibile trovare in rete molti dettagli dell'opera e dei lavori che essa comporta, stime dei costi della sua realizzazione e stime dei costi di un'eventuale rinuncia, quanti posti di lavoro sarebbero creati e quanti sono già attivi. 

Si tratta, come è noto, di una delle opere più contestate in assoluto, e le ragioni per realizzarla, o meno, non possono trovarsi nel prezzo che sarà necessario pagare - a questo punto, qualunque scelta si faccia - per portare avanti la stessa scelta. Certo sono valutazioni importanti ma non decisive: l'argomentazione più diffusa fra i fautori, quella dei due miliardi persi, è un argomento debole se paragonato alla reale utilità dell'opera, al tassello di una strategia, alla visione di futuro, anche industriale, che l'accompagna.
Originariamente, l'alta velocità Torino-Lione è stata concepita come parte integrante delle reti di trasporto europee, dovrebbe contribuire al trasporto di una quota maggiore di merci su ferro e fare parte in generale di una strategia di sviluppo economico che coinvolgerebbe il nostro Paese invece di lasciarlo fuori. Il progetto si basa su stime di flussi di traffico sulla direttrice in forte aumento nel corso dl tempo: si trova facilmente in rete un grafico molto esplicito, per esempio all'indirizzo in calce, che mostra una previsione fuori misura rispetto alla realtà. Far passare decenni per realizzare un progetto consente di osservare le previsioni su cui si fondava nella realtà, e in questo caso erano evidentemente gonfiate. Questa stima palesemente errata costituisce la principale contestazione da parte di coloro che sono contrari alla realizzazione dell'opera. Di recente, nel febbraio 2018, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri in un documento che si può scaricare all'indirizzo indicato sotto, ha riconosciuto che erano previsioni sbagliate e "smentite dai fatti". Può darsi che realizzando il TAV, come sostengono alcuni, poi il traffico aumenterebbe, ma se si intende convogliarlo su ferro invece che su gomma non si vede perchè contemporaneamente si realizzi anche il raddoppio dell'asse autostradale al Frejus, con seconda galleria.

Sul piano ambientale, va ricordato che le gallerie attraverso le montagne sono un danno enorme. Se ne parla poco, di ciò che accade quando si fa un traforo. Si tratta innanzitutto di lavorare in territori che, per fortuna, non sono ancora antropizzati, cementificati, industrializzati come le aree di pianura, territori dove ancora vivono gli animali selvatici, dove l'acqua compie il suo ciclo proprio attraverso i monti generando le sorgenti. La perforazione comporta la costruzione di cantieri, l'uso di macchinari adeguati, la produzione di rumore, l'estrazione di enormi quantità di terra e rocce, la costruzione di un qualsiasi tunnel causa un impatto rilevante sul percorso delle acque attraverso i monti. L'acqua piovana percola attraverso le strutture delle rocce, segue i suoi percorsi fino a "rinascere" nelle sorgenti, e dare luogo ai torrenti, ai fiumi, ai laghi. Una galleria comporta sempre l'interruzione del percorso dell'acqua e la contaminazione con i materiali utilizzati per la struttura. Spesso spariscono le sorgenti o i torrenti. Spesso vengo alterate, inquinate, rese instabili. Nessun progetto di traforo al mondo, per quanto studiato sul piano ambientale, potrà evitare queste conseguenze. 
Nel caso della Valle di Susa si parla di rocce con elevata presenza di amianto, su cui dover lavorare. C'è un sito del Politecnico di Torino che riporta una serie di studi che esaminano la questione in profondità con una visione completa, anche sul piano ambientale, lo indico fra gli indirizzi in calce. La lettura degli studi proposti porta una serie di problemi e aumenta i dubbi riguardo la realizzazione dell'opera.

E poi, c'è il piano politico. Credo che la fermezza e la durata negli anni delle proteste in Val di Susa  certifichino il fallimento della politica in questo frangente. Non si può realizzare una grande opera con la forza, contro gli abitanti delle zone interessate, fossero pure una minoranza ma non certo risicata, come sappiamo. Le frasi "slogan" dette anche in questi giorni, da destra e da sinistra, non fanno che aumentare il divario invece di cercare il confronto. Come si possa poi cercare il confronto ora, dopo decenni di scontro, è difficile a dirsi. Ma una cosa è certa: il metodo è stato sbagliato, fino dal principio. In un caso come questo, dove ci sono ragioni valide a favore, e ragioni altrettanto valide contro la realizzazione dell'opera TAV, arroccarsi su posizioni che sanno di imposizione è il peggior errore che si possa fare. La verità non si trova in tasca a nessuno, si tratta piuttosto di confrontarsi sul tipo di sviluppo con cui si intende governare il Paese.
Il 23 febbraio 2018 un gruppo di personalità ha sottoscritto un appello che mi sento di condividere e a cui aderisco: "La nuova linea ferroviaria Torino-Lione: riaprire il confronto", lo si può leggere al link in calce. Nell'appello si chiede di aprire una nuova fase. Non sarà facile, ma è la strada migliore da seguire.

Riguardo il Tap, riporto di seguito quanto ho scritto qualche tempo fa.
Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.
Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 
La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.

Dunque, sono favorevole al TAP nelle condizioni dette, mentre ho numerosi e profondi dubbi su TAV. Ma di una cosa sono certa: le scelte politiche vanno condivise con la popolazione, non è più tempo di grandi opere a caso, di cattedrali nel deserto, di concezioni dello sviluppo date per scontate come un percorso obbligato. D'altronde, a memoria ricordiamo facilmente le oltre venti centrali nucleari che a metà degli anni '80 avremmo dovuto realizzare pena la mancanza di elettricità ed il ritorno alla candela, le stesse riproposte dopo il black out del 2003 tanto le rinnovabili forniscono lo zerovirgola, o le decine di centrali turbogas autorizzate ben oltre le necessità, etc. Si potrebbe continuare a lungo. Ci fa piacere invece oggi avere un terzo dell'elettricità che consumiamo verde, nonostante i mille ostacoli...

Il grafico con le stime dei flussi di traffico:

http://www.today.it/cronaca/tav-documento-osservatorio-2017.html

Il documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/PDF/20180122_DOC_ME_FINALE_INTEGR_CIPE.pdf

Il sito del Politecnico di Torino:

https://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute

L'Appello citato:

http://controsservatoriovalsusa.org/159-riaprire-il-confronto


POLITICA
Il cambiamento climatico non si trova solo negli studi scientifici, ma nei barconi che attraversano il Mediterraneo
24 luglio 2018
Invece di limitarsi a discutere se i migranti sono "economici" o sono profughi di guerra sarebbe bene allargare lo sguardo al presente - e orami al recente passato - per includere la qualifica di rifugiato ambientale fra le principali cause del fenomeno migratorio.

I cambiamenti in atto del sistema climatico si collocano all'origine di modifiche all'ambiente che localmente sono in grado di alterare equilibri delicati che sono stati per secoli alla base di economie nelle comunità. Il cambiamento del clima è oltretutto un fenomeno diseguale, per il quale le aree tropicali della Terra sono destinatarie delle maggiori conseguenze rispetto alle altre zone climatiche; le stesse zone sono per lo più abitate da popolazioni che vivono in difficoltà in Paesi poveri. Innalzamento del livello del mare, alluvioni, nubifragi e uragani, siccità e aumento delle aree desertiche, sono già oggi realtà nel Sud-Est asiatico, o in Africa. Lo sono anche in zone meno povere ma molto esposte come tutta l'area del Golfo del Messico, fra Messico appunto e Stati Uniti.

Per guardare al di là del Mediterraneo con un po' più di attenzione, occorre almeno includere la qualità dell'ambiente nell'area intorno al deserto del Sahara. Si tratta di una zona enorme, che va in latitudine dal Mediterraneo ai Paesi del centro dell'Africa, in longitudine dal Marocco all'Egitto. Da quest'area circostante il Sahara partono molti dei migranti che arrivano con mezzi di fortuna alle nostre coste, attraversando il Mediterraneo. Il cambiamento climatico incide già moltissimo sulle condizioni ambientali locali, dove siccità e desertificazione rendono impossibile l'agricoltura, difficoltoso l'allevamento del bestiame, e causano a lungo andare la frantumazione delle comunità locali, la perdita delle culture tradizionali, lo smembramento della società, con la fuga di coloro che possono alla ricerca di un mondo migliore nei Paesi più ricchi e più vicini, i Paesi europei. Non sono viaggi di piacere, quelli verso l'Europa, sono spostamenti con ragioni serissime, in un mondo diseguale dove la povertà e il disgregamento della propria società convivono con Paesi ricchi separati da un braccio di mare. Non che i secondi non soffrano diseguaglianze al loro interno, anzi, ma proprio l'immigrazione viene utilizzata da coloro che intendono conservarle per portare l'attenzione altrove.
Spesso, basterebbe ricostruire un ambiente con le qualità adatte alla vita per risolvere molti problemi, come ad esempio tenta di fare il Green Belt Movement ideato da Wangari Maathai in Kenya (indirizzo web in calce), arginando così il fenomeno della desertificazione e ricreando condizioni ospitali. Sull'efficacia delle barriere di vegetazioni ai margini dei deserti non mancano le perplessità, ma il coinvolgimento delle comunità locali per ripristinare la qualità di un territorio può fare la differenza grazie alla conoscenza del luogo che possiedono.

Due ricerche recenti, dell'FMI (Fondo Monetario Internazionale) dell'Università di Otago in Nuova Zelanda hanno mostrato che le tempeste, le alluvioni, le ondate di caldo e la siccità influenzano pesantemente le migrazioni. I ricercatori del FMI hanno esaminato i legami tra eventi atmosferici estremi e migrazioni in più di 100 Paesi per oltre tre decenni, scoprendo che "un aumento della temperatura e una maggiore incidenza di disastri meteorologici aumentano le percentuali di emigrazione". Per non parlare dell'innalzamento del livello dl mare, in grado di mobilitare milioni di persone e che colpirebbe direttamente anche il nostro Paese, con allagamento di vaste zone costiere, come uno studio recente dell'Enea ha dimostrato.

Se ne parla da anni, ma non si è ancora arrivati a riconoscere giuridicamente lo status di "rifugiato climatico". Al momento non esiste una definizione universalmente accettata per coloro che si spostano a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Spesso si utilizza il termine "rifugiati climatici", ma le Nazioni Unite non ne hanno mai approvato formalmente l’adozione. La Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 non considera i disastri causati dalle condizioni ambientali o climatiche come ragione per il riconoscimento del diritto d’asilo. All'Art. 1 della Convenzione, si chiarisce che la richiesta di protezione può essere fatta da “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti". In sostanza, i rifugiati climatici sono senza protezione giuridica internazionale.
I numeri però sono molto concreti: si parla di decine di milioni di persone, con previsioni in aumento. Lo United Nation High Commissioner for Refugee (UNHCR, Alto Commissariato ONU per i rifugiati, indirizzo in calce) stima che dal 2009 ad oggi una persona al secondo abbia perso la propria casa a causa di disastri naturali, per un totale di oltre 22 milioni di persone all'anno. Si tratta di stime davvero impressionanti nella loro portata, soprattutto se si tiene conto dell'andamento, che viene determinato in forte crescita.

Siamo di fronte ad un mondo che cambia, che lo fa velocemente, ma la direzione del cambiamento può essere almeno in parte determinata da noi, dalle nostre scelte, da quello che la comunità internazionale farà per limitare quanto possibile un cambiamento del sistema climatico che assume contorni sempre più preoccupanti e per ridurre le diseguaglianze.  Sono queste le vere cause di fenomeni migratori di dimensioni epocali e su di esse occorrerebbe agire per ottenere qualche risultato. Oltre, ovviamente, alla gestione del fenomeno a livello nazionale ed europeo, in cui si può fare molto senza chiudere i porti, ma da cui è necessario alzare lo sguardo per vedere il problema nel suo insieme.

Il sito del Green Belt Movement:

 http://www.greenbeltmovement.org

Il sito dell'Alto Commissariato ONU per i rifugiati:

http://www.unhcr.it

SOCIETA'
Fresco estivo, salubre e a basso impatto ambientale
16 luglio 2018
L'estate, con il turismo, è occasione da sempre dimostrare il proprio "grado di civiltà" in diretta all'aria aperta, evitando di lasciare rifiuti nell'ambiente, o al chiuso della propria abitazione, gestendo il raffrescamento in modo consapevole. 
Ormai da anni, uno dei picchi nei consumi energetici nel nostro Paese si verifica d'estate, quando i condizionatori lavorano al massimo. Ebbene, sono stati pubblicati studi in proposito non certo incoraggianti sui benefici dell'aria condizionata.

L’aria condizionata utilizzata per raffrescare appartamenti e uffici causa un incremento di malattie e addirittura decessi nel corso del tempo, secondo una nuova ricerca che conferma i dubbi che molti hanno da sempre, condensati nella frase "l'aria condizionata fa male".
La ricerca è stata condotta dall’Università del Wisconsin-Madison, e pubblicata dalla rivista Public Library of Science Medicine all’interno di uno speciale dedicato ai cambiamenti climatici. L'aria fredda generata dal condizionatore non porta benefici alla salute, tutt'altro, diventando un problema speculare a quello causato dalle ondate di calore, sempre in aumento come conseguenza del cambiamento climatico.

Il tema diviene dunque come fare a difendersi dal caldo nei luoghi chiusi. I metodi ci sono, e coinvolgono la semplice esperienza domestica o metodi costruttivi innovativi che spesso affondano le radici nelle antiche conoscenze sviluppate nei luoghi caldi.
In una pagina web dedicata al tema l'Enea suggerisce alcune pratiche utili (all'indirizzo in calce).
Innanzitutto, i climatizzatori, consumando energia, sono da preferirsi nei modelli ad alta efficienza energetica. Per utilizzarli il minor tempo possibile, o addirittura evitarne l'acquisto, è opportuno ricorrere ad una serie di accorgimenti: avere un buon isolamento termico delle pareti e del sottotetto, favorire il  raffrescamento naturale, generare ventilazione fra gli ambienti, avere vegetazione intorno alla casa per fare ombra e regolare la temperatura, con alberi, pergolati, piante rampicanti sulle pareti esposte al sole, tetti verdi, se non si può evitare l'accensione dei fornelli ridurre al minimo quella delle luci. Sembrano dettagli, ma insieme sono in grado di ridurre di qualche grado la temperatura interna degli ambienti. 
Molto dipende da come è stata costruita la città, o il centro abitato in cui si vive. L'urbanizzazione selvaggia che ha caratterizzato molte zone del nostro Paese soprattutto nei decenni del dopoguerra ha dimenticato gli alberi, spesso anche in zone deputate alla villeggiatura. Teniamo conto che, come si legge sul sito dell'Enea, oltre i due terzi del patrimonio edilizio risale a prima degli anni ottanta, quando ancora non esistevano normative specifiche sul tema dell’efficienza energetica e molte tecnologie non erano ancora mature.

Esistono poi metodi innovativi come il raffrescamento passivo che vorrebbe ispirarsi alla Natura realizzando edifici capaci di gestire al meglio le risorse naturali, inserirsi nel contesto ambientale culturale e storico locale, alleggerire il proprio peso sul sistema ecologico. Il modo migliore consiste nel progettare ogni ambiente insieme al paesaggio circostante, includendo i parametri ambientali che determinano la zona climatica, la storia del territorio, le risorse pulite disponibili. L'energia può provenire solo da fonti pulite e rinnovabili, e viene addirittura tenuto conto l’LCA (Life Cycle Analysis) dei materiali. La bioarchitettura si pone l'obiettivo generale di aderire a criteri di sostenibilità, inserendo il costruito in equilibrio con l'ambiente e l'ecosistema. La qualità della vita, il benessere psicologico e fisico dei residenti, insieme ad elevata qualità dell'ambiente in cui l'edificio viene inserito sono obiettivi molto alti, sicuramente degni di attenzione particolare. Simili criteri potrebbero configurarsi come nuovi indirizzi per l'edilizia, un settore che nella sua veste tradizionale soffre di una crisi che dura da anni. La bioarchitettura è già una disciplina articolata, visto che nasce negli ormai lontani anni '70 in Germania, e può offrire prospettive interessanti.

Il sito dell'Agenzia Nazionale per l'Efficienza Energetica dell'Enea dedicato ai problemi che riguardano da vicino i cittadini si trova al seguente indirizzo:

 http://www.efficienzaenergetica.enea.it/Cittadino

POLITICA
A volte ritornano (le notizie energetiche, poi di solito cadono nel vuoto del dibattito italiano)
2 luglio 2018
Dal prossimo 1° luglio, la bolletta elettrica per una famiglia media italiana in tutela aumenterà del 6,5%  mentre quella del gas crescerà dell’8,2%, secondo quanto riporta l'ARERA (Autorità di regolazione energia reti e ambiente). Le principali cause sono da ricercare nella situazione politica internazionale che ha determinato un aumento del prezzo del petrolio.
Secondo quanto si legge nel comunicato del 28 giugno scorso (scaricabile dal sito all'indirizzo in calce), "Le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio, cresciute del 57% in un anno e del 9% solo nell’ultimo mese di maggio, hanno pesantemente influenzato anche i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che del mercato tutelato. Andamenti che si riflettono sull’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela per il terzo trimestre 2018. Per il settore elettrico, allo scopo di mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura, l’Autorita` e` intervenuta con una modulazione degli oneri generali di sistema, in modo da ridurre l’aumento di spesa per i clienti domestici e non domestici, con pari effetti sia sul mercato tutelato che su quello libero. Di conseguenza, dal prossimo 1° luglio la spesa per l’energia per la famiglia tipo in tutela registrera` un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale, in controtendenza rispetto ai forti ribassi (-8% per l’elettricita` e -5,7% per il gas) del secondo trimestre 2018. Per il gas l’impatto sulla spesa per i clienti domestici risulta meno significativo in considerazione dei bassissimi consumi del periodo estivo."
Il comunicato contiene anche il dettaglio della bolletta, con le ripartizioni delle spese in riferimento alle varie voci.
Inoltre - spiega la nota - "il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il PUN – Prezzo unico nazionale) a maggio ha segnato decisi incrementi rispetto allo stesso mese del 2017 e il pre-consuntivo di giugno risulta in ulteriore aumento; nello stesso periodo, aumenti significativi si registrano anche in numerose borse europee".

Può darsi, come sostiene qualcuno, che non siano argomenti che portano voti alle elezioni, ma riguardano direttamente la vita delle persone, e infatti finiscono sulle prime pagine dei giornali quando c'è un aumento in atto che comporterà un incremento di spesa per le famiglie e i cittadini in genere. Dunque dovrebbero interessare la politica. In questo caso, per l'appunto, la notizia è arrivata sulle prime pagine e nell'apertura dei telegiornali. Poi, finisce lì, di solito. 
Dunque, dove nasce la contraddizione per cui un argomento non porta voti nonostante coinvolga direttamente la vita delle persone?  Nella grande maggioranza dei casi, gli eventuali interventi sul tema si limitano all'affermazione che gli aumenti sono indesiderabili ed è sicuramente colpa di coloro che li hanno decisi o permessi; non capita mai che qualcuno avverta la necessità di ragionare su un tema importante, di cercare e descrivere le cause di ciò che accade in campo energetico. Anche perché, trattandosi di un tema complesso, pochi sono in grado di analizzarlo, soprattutto se seguono i dettami di una modalità di comunicazione spicciola, dove il non sapere fa tanto "comunicazione diretta", e in fondo, simpatia (il caso vaccini docet). Sarebbe opportuno riprendere l'abitudine all'approfondimento, rinunciare allo slogan facile, insistere a voler entrare nel merito. Anche andando controcorrente, anzi soprattutto andando controcorrente.

Siamo riusciti nella prodezza, tutta italiana, di fornire un forte sostegno alle fonti rinnovabili per un certo periodo e poi improvvisamente interromperlo, con la conseguenza di far quasi sparire il mercato. Ai quasi 9.500 MW di fotovoltaico connessi nel 2011 rispondono i circa 300 MW del 2015, dopo lo stop verticale degli incentivi, mentre le imprese del settore hanno chiuso e i fondi sono passati ad altri mercati, perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro. Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati da continui cambi di direzione, normative scollegate dai decreti attuativi, informazioni al cittadino altalenanti e spesso oscure, nell'incapacità assoluta di mantenere una rotta - cuore del problema, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog. E' interessante osservare che l'assenza di una linea condivisa non ha riguardato le fasi di alternanza politica fra destra e sinistra (e già sarebbe deprecabile, in questo ambito) ma anche governi diversi sostenuti da maggioranze analoghe, a conferma della prima conseguenza dell'opinione diffusa fra i candidati che "questi argomenti non portano voti" quindi chi se ne importa. Al contrario, gli stessi costituirebbero un'occasione ampia, articolata e soprattutto molto concreta di arricchimento del dibattito politico.   
Certo, è stata fatta la SEN (Strategia energetica nazionale). Gli obiettivi, ora, della medesima richiedono un impegno a largo raggio, una road map coerente e quantificata, definita nel tempo, per essere raggiunti. Esiste già una bozza di Decreto per le rinnovabili che prevede nuovi incentivi, e si spera, nuovi sistemi di consumo, vedremo. 
E' tuttavia indispensabile una pianificazione che consenta di evitare di guidare a vista, come si è fatto finora. Serve nuovamente un percorso per le fonti rinnovabili elettriche, termiche, per i trasporti, che includa ed integri energia e clima - come previsto dal Piano Integrato che entro fine anno dovremo preparare e presentare nelle sedi dell'Unione Europea - e venga associato ad una adeguata politica industriale. Insomma si tratta dello sviluppo - vorremmo dire sostenibile - dell'Italia. E le cifre in bolletta che tutti noi paghiamo dipendono da questo, dal sistema cioè, da come è strutturato, dalla quota di petrolio e suoi derivati, da quella di gas, dalle rinnovabili e dai vari tipi di rinnovabili, dalle tecnologie utilizzate, dall'efficienza del sistema, dal mercato dell'energia.

Troppo poco per attrarre voti? 
Meglio un paio di slogan sull'immigrazione, magari, nel vuoto cosmico che caratterizza l'espressione politica italiana (fatte alcune, rare, eccezioni), guardandosi bene, anche in questo caso, dall'analizzare cause e cercare rimedi di portata adeguata, oppure un intervento sui vitalizi, orientando l'attenzione di tutti lontano dai fenomeni che stanno plasmando il mondo e verso un dettaglio che, come dice il nome, risulta da un taglio minuto dunque non serve ad inquadrare l'insieme.

Il comunicato dell'ARERA sugli aumenti in bolletta si trova ai seguenti indirizzi:

https://www.arera.it/it/index.htm#

https://www.arera.it/it/com_stampa/18/180628.htm




SOCIETA'
Mare illegale
26 giugno 2018
Sono cifre impressionanti quelle che riguardano le illegalità commesse nei nostri mari, un'enorme mole di reati che ogni anno si ripete, secondo quanto riporta il dossier Mare Monstrum di Legambiente, edizione 2018, realizzato grazie al lavoro delle Forze dell'ordine e delle Capitanerie di porto, e presentato in occasione della partenza di Goletta Verde.
L'imbarcazione dell'associazione percorrerà il litorale italiano per monitorare la qualità delle acque marine, denunciare le illegalità ambientali, la presenza di rifiuti. Le tappe previste sono 22, da Chiavari a Trieste, in un lungo periodo di tempo che terminerà il 12 agosto.

I reati contestati dalle forze dell’ordine sono addirittura in aumento: nel 2017  si contano ben 17.000 infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all’anno precedente dell’8,5%.
Crescono dell'8% rispetto allo scorso anno le persone denunciate e arrestate, per un totale di 19.564. Crescono anche i sequestri per una percentuale del 25,4%, mentre la cifra totale ammonta a 4.776. 
Territorialmente, si rileva che quasi la metà dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), a cui si unisce il Lazio a coprire le prime posizioni di questa poco invidiabile classifica nazionale. 

Quanto al tipo di reato, risulta che quelli legati all'inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori malfunzionanti o assenti, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo sono i più diffusi: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Si legge nel dossier che a seguire con il 27,7% si ha la pesca illegale, poi il cemento abusivo per il 19,5%, e infine le infrazioni al codice della navigazione della nautica da diporto per il 17,1%.

Cattiva depurazione delle acque, cementificazione e rifiuti: questi sono i modi con cui deturpiamo le coste e i mari di uno dei Paesi più belli del mondo - nonché il nostro Paese - a testimonianza di quanto lavoro ci sia ancora da fare per promuovere un'autentica civiltà del territorio e del suo ambiente. Decenni di incuria non si cancellano in un giorno, ma un aiuto da coloro che governano la cosa pubblica - e non so cosa ci sia di più "pubblico" di questo - sarebbe il benvenuto, in sostituzione dell'ignavia italica sull'argomento.
Il dossier sottolinea inoltre che i diritti dei cittadini continuano a non essere garantiti sul fronte dell’informazione e su quello dell’accesso ai tratti di spiaggia liberi. E' un diritto usufruire anche del paesaggio, tutelato dall'articolo 9 della Costituzione, indispensabile ovunque ed in particolar modo in un Paese come il nostro dove la bellezza dei luoghi e la mitezza del clima coprono parte delle mancanze economiche e sociali che lo caratterizzano.

Il Dossier Mare Monstrum di Legambiente si scarica qui:

https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/mare-monstrum-2018

Novità in campo energetico dall'UE: rinnovabili al 32% (e dobbiamo rivedere la SEN)
16 giugno 2018
Ci sono novità dall'UE in campo energetico. E' stato raggiunto un accordo fra le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo, in cui sono state approvate due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti, che era stato adottato dalla Commissione europea nel novembre 2016. Un mese fa era stata adottata la prima, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia. La decisione aggiorna il quadro normativo Ue in materia.

In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.

Ancora non sono noti i dettagli, il testo deve essere approvato dal parlamento e dal consiglio europei, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo. 
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori.  Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023. 

Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno. 
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.


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novembre