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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA
Porta a Porta in replica - già vista mille volte
16 ottobre 2019
Ho seguito soltanto una parte del confronto di ieri sera fra Matteo Renzi e Matteo Salvini, e non ho gli elementi per commentare tutta l'iniziativa televisiva di Porta a Porta. Mi aggiungo ai commenti, numerosi, soltanto per esprimere un parere generato nell'immediatezza dello sguardo allo schermo, sperando di non scrivere una banalità. La mia impressione - istintiva, personale, ma non di parte - è stata di aver dato un'occhiata al passato. Mi è sembrato di osservare una scena che, più o meno interessante che sia, si colloca fra gli eventi superati della politica italiana, qualcosa che appartiene ad un percorso già visto, e già effettuato. Questa impressione non riguarda perciò i contenuti espressi dai contendenti, ma la collocazione del dibattito sulla linea della strada su cui la politica è transitata finora. L'immagine trasmessa ieri sera si situa in modo del tutto naturale nel cammino già fatto.

Matteo Salvini è leader di una formazione politica che ha visto una grande crescita dei consensi nel corso di anni, è stato Ministro del Governo nazionale, ha fatto cadere quel Governo di cui faceva parte. Ora è iniziato un altro percorso.
Matteo Renzi, a cui va il mio interesse nel caso specifico per aver fatto parte fino a ieri del Partito Democratico, è Senatore, è stato Segretario del PD, è stato Presidente del Consiglio, ha avuto in mano partito e nazione. Ha guidato il maggior partito progressista del Paese ed il Paese stesso. Ora ha inizio anche per lui un nuovo percorso, per sua scelta: ha lasciato il PD e fondato una nuova formazione politica, Italia Viva. Quest'ultima partecipa al Governo attuale con incarichi a suoi esponenti di primo piano.
Il confronto fra leaders va fatto, per l'appunto, fra leaders. Nè il primo nè il secondo attualmente lo sono, se non delle rispettive formazioni politiche. Si è trattato perciò di un'interlocuzione fra dirigenti di partito ed esponenti sicuramente di primo piano della politica nazionale, ma non leaders, che hanno già governato l'Italia ed hanno loro stessi fatto scelte diverse.  Li ringraziamo - al primo andranno i ringraziamenti della destra, io mi limito a ringraziare la sinistra - ma ciò che è stato fatto è passato. A mio modestissimo parere, il passato non ritorna e non sarebbe nemmeno auspicabile che ritornasse.
La trasmissione di ieri sera va bene per i social, benissimo per commentare e scegliere "chi ha vinto" il confronto, ma si è trattato di una passerella con niente di nuovo, nulla che vada oltre. Portate già consumate. Magari con i piatti rimasti da lavare.

2.
Assai più importante è che il nostro Governo prenda posizioni nette nei confronti della Turchia, e che operi in Unione Europea affinchè tale diventi, ossia una vera Unione capace di esprimere una linea di politica estera e di difesa comuni e capace di incidere sulle vicende internazionali. Non so cos'altro debba accadere perchè l'Unione si rafforzi. L'iniziativa di guerra della Turchia è un attacco ai nostri valori fondamentali. Se non siamo capaci di difenderli mettiamo a rischio le basi stesse della civiltà europea.

POLITICA
La prova più difficile
30 agosto 2019
Sono queste le ore della formazione del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, con l'appoggio del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, e di altre forze politiche di minor estensione della rappresentanza. Ore difficili, dove la politica corre sul filo di lana delle possibilità, sfidando gli esiti, rimaneggiando ciò che è stato fatto e detto. Giuseppe Conte, che ha saputo guadagnare consensi personali con il precedente governo, passa da un governo con forte coloritura di destra, ad uno che, presumibilmente, avrà chiari tratti di sinistra (o almeno, tali ce li immaginiamo). Un percorso tutto da costruire, che passa inevitabilmente dai decreti che potremmo classificare di estrema destra voluti da Salvini a qualcosa di diverso. Di qualsiasi cosa si tratti, dovrà essere fondato e credibile. Su questo il PD si gioca la faccia, come si dice, la propria storia, il proprio ruolo nella politica italiana.

Vedremo gli sviluppi, ma partiamo dal primo passo. Il primo fatto certo è l'uscita dal governo dell'ormai ex-Ministro dell'Interno Matteo Salvini. L'autore principale degli ignobili Decreti "Sicurezza", che di sicurezza non hanno nulla mentre sono adeguati ai peggiori attributi morali che si possa pensare, non governa più l'Italia. Questo fatto ci pone al riparo da decisioni ancora peggiori, come un'ipotetica uscita dalla moneta unica Euro, o persino dall'Unione Europea, dunque è estremamente positivo. Anche in un'ottica di destra, la sua capacità politica a lungo enfatizzata emerge in questi giorni fortemente ridimensionata: ha fatto cadere il Governo di cui faceva parte, dopo un'estate finalizzata al raccoglimento di consensi nei modi più plateali, ha tentato di ricostituirlo invano, ed ora esprime reprimende varie su coloro che stanno cercando di formare un governo per il Paese. Una parabola degna di nota. 
Il secondo fatto certo è l'immediato miglioramento della nostra immagine sul piano europeo e internazionale. L'uscita di una forza politica che opera attivamente contro l'Unione Europea, che la snobba quando va bene, che descrive i contesti sovranazionali di cui facciamo parte come deputati a dirigere dall'estero il nostro Paese, non può che essere accolta positivamente. L'Italia ha delle difficoltà oggettive riassumibili nell'elevato debito pubblico, nella condizione economica statica e nella mancanza quasi totale di innovazione: sono questi i punti che vanno aggrediti per creare sviluppo ambientalmente sostenibile, evitando in ogni modo di isolarci per tornare alla svalutazione della lira. Ricerca scientifica, trasferimento alle imprese, innovazione di processo e di prodotto, finalità "green" in ogni campo, infrastrutture viarie e mobilità comprese, costituiscono insieme l'unica chiave capace di aprire le porte del futuro. L'unica chiave: il desiderio dei "sovranisti" di un ritorno al passato ci porterebbe alla miseria, e non basterebbe certo attribuirne la colpa agli immigrati, alle diverse culture, o alla sinistra "spendacciona" (con buona pace anche del capo di tutti i populisti italiani, Silvio Berlusconi).
Il terzo passo positivo sarà il confronto fra un partito tradizionale e una forza politica che è nata sulla critica, a volte anche molto aspra, ai partiti tradizionali. La chiusura e l'autoreferenzialità presenti nel PD, e derivanti in buona parte dai precedenti partiti che l'hanno formato, non sono certo invenzione dei 5 stelle. Sono fatti assodati e criticati più volte, a vari livelli, e sono fra le cause - per fare un esempio eclatante - della mancanza nel PD di temi fondamentali, come quello ambientale. Va detto che ora è stato inserito fra i punti posti dal PD per trovare l'accordo; che sorpresa!  Fino ad oggi nel PD parlare d'ambiente equivaleva a declamare nel deserto, chissà che non si profili un cambiamento all'orizzonte.

Vedremo cosa succederà, ma tre fatti positivi di questa portata sono già un punto di partenza notevole. Il resto bisognerà giocarselo sul campo. Credo sia lecito nutrire dubbi, francamente non avrei visto negativamente un ricorso alle urne, pur con tutte le conseguenze del caso.
Però non capisco Calenda, e mi dispiace. Il 23 maggio scorso mi sono affrettata, a fronte di altri impegni, per partecipare alla manifestazione di chiusura della campagna elettorale per il Parlamento europeo in Piazza San Francesco a Bologna. Capolista era Carlo Calenda, che interveniva dal palco insieme agli altri candidati ed esponenti politici. Esattamente tre mesi dopo, da parlamentare europeo eletto, se ne va. Grazie e arrivederci. Mi sento delusa, e immagino che molti altri lo siano. Mi scuserà Calenda se non mi affretterò più per partecipare alle "sue" iniziative. 
Non so se c'erano patti precedenti, e non voglio immaginare scenari fantapolitici. Ma gli iscritti non possono essere utili soltanto per fare numero alle iniziative e sostenere le Feste dell'Unità. Maggior chiarezza da parte dei dirigenti del partito sarebbe un buon inizio, anche per Nicola Zingaretti che si trova ad affrontare da Segretario questi difficili passaggi.

SOCIETA'
Ed ora anche l'Amazzonia
24 agosto 2019
Si legge sul sito dell'ANSA, all'indirizzo riportato in calce: "Il fumo prodotto dagli incendi che stanno devastando l'Amazzonia in questi giorni è ben visibile dallo spazio e a catturarne le immagini, il 20 e 21 agosto, sono stati il satellite Sentinel 3, del programma europeo Copernicus, e il satellite Suomi della Nasa. 
La foto di Suomi  mostra il fumo e gli incendi che si estendono per diversi stati brasiliani, tra cui quelli di Amazonas, Mato Grosso, e Rondonia. (...) Le colonne di fumo che si alzano dalla foresta sono bene evidenti anche nelle immagini scattate dal satellite Sentinel 3, del programma Copernicus gestito da Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Commissione Europea."

La foto parla da sé. E purtroppo va ad aggiungersi agli incendi che hanno distrutto questa estate  oltre 5 milioni di ettari di foresta in Siberia, agli incendi in Alaska, o alle Canarie dove sono state evacuate 8.000 persone. Temperature più elevate dovute al cambiamento climatico, siccità e aridità dei suoli, favoriscono incendi che sono praticamente sempre intenzionali, causati cioè volutamente da persone che hanno interessi economici in gioco. L'incendio per cause naturali è un evento molto raro, e non avviene mai in più punti contemporaneamente. Alla lista dei disastri si aggiunge ora forse la più preziosa delle foreste rimaste al mondo, l'Amazzonia. Si tratta di un bene prezioso perché insostituibile, una foresta tropicale primaria, cioè mai tagliata dall'uomo, ricca di biodiversità, fonte di ossigeno e "pozzo" di carbonio, come si dice, cioè capace di  assorbire composti inquinanti e climalteranti. La foresta pluviale amazzonica è sempre naturalmente ricca di umidità, e questo le impedisce di bruciare da sola. Gli incendi sono appiccati volutamente.
Ora, bruciando, il carbonio che ospitava viene immesso nell'atmosfera, liberato cioè dalla combustione della vegetazione, mentre l'assenza della vegetazione stessa comporta la mancanza della capacità di assorbimento dei gas nocivi e un depauperamento dei suoli. Proprio all'importanza di una corretta gestione del territorio e del terreno nella lotta al cambiamento climatico è stato dedicato l'ultimo Rapporto IPCC (vedi il post precedente). 
Si stima che la foresta amazzonica sia già stata ridotta del 15% rispetto alla sua estensione originale. Di questo 15%, almeno l'80% è stato causato dalle imprese degli allevatori di bestiame, allo scopo di ricavare territorio utile all'allevamento dei bovini. Una parte significativa dell'offerta globale di carne bovina, compresa buona parte della carne bovina venduta in scatola in Europa, proviene da territori disboscati che un tempo facevano parte della foresta pluviale amazzonica. Questa è una delle ragioni per cui cambiare regime alimentare riducendo il consumo di carne può essere utile alla conservazione dell'ambiente.
Non va dimenticato il fatto che le foreste ospitano popolazioni umane. Oltre al pericolo a cui sono esposte per la perdita del loro ambiente di vita, numerosi studi indicano che le pratiche di gestione indigene sono il metodo migliore per mantenere in salute le foreste pluviali tropicali. Dunque, gli indigeni vanno protetti, e con loro la foresta, mentre sono continuamente a rischio della propria stessa vita. 

Politicamente, l'apertura del Presidente del Brasile Bolsonaro al disboscamento è un danno che rischia di coinvolgere tutti noi. In realtà, andrebbe rivisto lo stato giuridico internazionale di aree così importanti e così delicate: non può essere permesso di distruggerle sulla base del fatto che si tratti di territori interni a Paesi sovrani. Il tema è delicato, ma dovrebbe essere affrontato dalla comunità internazionale. L'Amazzonia, la Groenlandia (che il Presidente USA Trump voleva acquistare dalla Danimarca) così come l'Antartide, o l'Artico, inclusi parte dei territori siberiani e canadesi, sono di noi tutti, sono le ultime grandi aree naturali del pianeta e sono indispensabili al mantenimento di condizioni naturali vivibili per tutta l'umanità, e vanno tutelati in quanto tali.
Il Presidente francese Emmanuel Macron ha fatto bene a porre il problema degli incendi in Amazzonia con chiarezza e chiedere che venga inserito nell'agenda del prossimo G7, e l'Unione Europea ha fatto bene a sostenere l'iniziativa. Non c'è più tempo, le sottigliezze sono superate dai fatti da anni. Gli incendi vanno spenti, ma soprattutto, non vanno sostenuti coloro che li appiccano per i propri interessi economici, contro il bene comune.
  
La foto descritta e il brano riportato si trovano al seguente indirizzo:

politica interna
Gestione dei rifiuti ed economia circolare: dati positivi in Emilia Romagna
26 giugno 2019
Procede bene in Emilia Romagna l'attuazione delle nuove linee di pianificazione del ciclo dei rifiuti e dell'economia circolare messe in campo da alcuni anni dal governo della Regione. I dati più recenti sono molto positivi, e mostrano una tendenza che con grande probabilità porterà al rispetto degli obiettivi fissati. Uno su tutti, in Emilia-Romagna la raccolta differenziata dei rifiuti urbani arriva ormai al 68% rendendo accessibile l'obiettivo del 73% al 2020, che sembrava irraggiungibile a molti quando venne fissato nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR). Segno che le intenzioni ambiziose pagano, se poi vengono perseguite con coerenza. 

In sintesi, 128 Comuni (su 329 totali) hanno già raggiunto il target del 73% di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, in 93 Comuni tale soglia è stata raggiunta o superata, mentre in 14 Comuni è stato superato il 90%. La raccolta differenziata dei rifiuti urbani è arrivata in media in regione al 68%, con un notevole incremento di +3,7%  rispetto all'anno precedente, incremento registrato con valori diversi in tutte le province della regione. Purtroppo, la produzione totale dei rifiuti urbani non è diminuita, restando intorno a 3 milioni di tonnellate, con un leggero aumento rispetto al 2017. I rifiuti indifferenziati sono comunque in calo di un buon 6,8% rispetto al 2017.
Molto positivi anche i dati negli 81 Comuni che hanno applicato la tariffazione puntuale, prevista nel PRGR. La notizia completa si può leggere sul sito della Regione all'indirizzo in calce. Ricordiamo che ai rifiuti urbani si aggiungono i rifiuti speciali, oggetto di procedure specifiche.

La fase di raccolta è indispensabile per avviare a riciclo il materiale selezionato, che da rifiuto diventa risorsa in un processo che deve diventare quanto più possibile, circolare. Il Piano Regionale insieme alla legge sull'Economia Circolare creano un contesto favorevole ad un cambio di prospettiva nella direzione lineare univoca in cui l'Economia classica ci ha sprofondati. Da rette a cerchi, geometricamente infiniti le prime e i secondi, ma i secondi senza spostarsi da dove ci si trova. Se non vogliamo spostarci dalla Terra dobbiamo prediligere i secondi. 

Dunque, una buona normativa regionale, in cui concretamente si intende produrre meno rifiuti, differenziare e riciclare di più, prevenire, preparare per il riutilizzo, il riciclaggio, il recupero di energia e, infine, lo smaltimento. Un sistema tariffario adeguato prevede la tariffa puntuale in cui paghi in relazione a quanta immondizia produci, e premia i comportamenti virtuosi. In buona sostanza, differenziare premia, e non soltanto perché migliora lo stato dell'ambiente.

La norma regionale pone al 2020 il raggiungimento di obiettivi ambiziosi: riduzione del 20-25% della produzione pro-capite di rifiuti urbani, raccolta differenziata al 73%, riciclaggio di materia al 70%. Si tratta di target più performanti rispetto alle stesse richieste dell'Unione Europea, che ha costruito un contesto normativo comunque orientato alla circolarità e alla sostenibilità, a partire dalla ben nota "gerarchia dei rifiuti": nell'ordine, prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero per altri scopi, come l’energia e lo smaltimento. La riduzione degli impatti ambientali e la costruzione di economie sempre più a ciclo chiuso sono gli scopi fondanti.
Il quadro delle normative UE si compone essenzialmente di soglie percentuali e linee di indirizzo strategiche. La direttiva del 2008, che rappresento' una vera e propria svolta, e' stata rafforzata. Con le nuove direttive, per il riciclo dei rifiuti urbani si hanno il  55% nel 2025, il 60% nel 2030 e il 65% nel 2035. Per raggiungerli  sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi a livelli alti, almeno del 75%. La responsabilità riguarda anche il produttore che dovrà assicurare la possibilità del rispetto dei target di riciclo dei propri prodotti, la copertura dei costi di gestione, e dell’informazione. Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Contro gli sprechi alimentari vengono introdotti obiettivi di riduzione del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Di recente, il Parlamento europeo ha votato contro la plastica monouso, vietandone l'utilizzo dal 2021. Per i prodotti in plastica per i quali non esistono alternative gli Stati membri dovranno preparare piani nazionali per ridurre significativamente il loro utilizzo, da tramettere alla Commissione entro due anni dall’entrata in vigore della Direttiva. 
Siamo in estate, ed il periodo e' favorevole a viaggi e vacanze. Al di la' delle regole e delle norme, ciascuno di noi può dare il proprio contributo, innanzitutto evitando di lasciare rifiuti nell'ambiente, in secondo luogo cercando di utilizzare meno plastica possibile. Con le sue mille funzioni, a volte compare anche dove non sospettiamo: una ricerca recente ha mostrato che la maggior quantità delle famigerate microplastiche che finisce nell'ambiente proviene dal lavaggio di indumenti con fibre sintetiche. In altre parole, usiamo meno poliestere e più tessuti naturali, un consiglio che darebbe anche qualsiasi dermatologo. La plastica nell'ambiente non soltanto resta lì per secoli, ma frammentandosi finisce nella catena alimentare, inquinando pesci e causando danni alla salute degli esseri umani. Il percorso verso stili di vita più naturali e' anche un percorso verso stili di vita più sani, e questo dovrebbe invogliarci facilmente a seguirlo.

I siti dove reperire le notizie sui rifiuti in Emilia Romagna sono ai seguenti indirizzi:

https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/notizie/primo-piano/rifiuti-in-emilia-romagna-la-raccolta-differenziata-arriva-al-68-crescita-record-3-7-nel-2018-aumenti-in-tutti-i-territori


https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/rifiuti/temi/piano-rifiuti/piano-rifiuti-approvato



POLITICA
Domenica 26, un voto per l'Europa (matematicamente progressista)
26 maggio 2019
Un voto per l'Europa unita, per un parlamento di rappresentanza nell'unico caso al mondo in cui Stati di storia lunga, antica, consolidata, si sono uniti volontariamente per costituire un'entità sovranazionale a cui cedere parte della propria sovranità, nella prospettiva di politiche comuni, di futuro comune. 

Unire invece di dividere, sommare invece di sottrarre. Sarà un caso, o forse no, che le operazioni tipiche della destra politica siano la divisione e la sottrazione. Matematicamente riducenti. A volte semplificanti, ma sempre orientate al passato. Addizionare e moltiplicare, operazioni progressiste (nonché evangeliche), portano a maggior complessità ma guardano avanti. Nel futuro. Se riuscissimo a fare un elevamento a potenza l'Europa sarebbe ottima in breve tempo. 
L'Unione Europea ha infatti estremo bisogno di guardare avanti, di fare progetti grandiosi per portata e respiro come quelli che si facevano venti, trent'anni fa, di impegnarsi a trovare strade comuni sui temi che contano, dall'ambiente con l'enorme tema del clima, al fisco, dalla democrazia all'istruzione, dalla ricerca scientifica alla difesa, dal fenomeno migratorio al proprio ruolo nel mondo. La necessità è forte perché deriva da un periodo di stasi, durante il quale l'aspirazione ideale all'Unione è retrocessa e i muri sono avanzati (si diceva, appunto, della divisione), steccati reali o immaginari a difesa di un passato che non tornerà e non sarebbe nemmeno auspicabile che tornasse. Ambizione ad un futuro comune resa fossile dalle difficoltà (grandi) attuali a cui spesso non si riesce a trovare risposte, scavalcata dalla pretesa di pietrificare l'Unione Europea in una linea di frazione fra localismi fuori dal tempo, o palesemente reazionari. Destre che avanzano sui vuoti lasciati dalle sinistre. 
L'Europa che vogliono i "sovranisti" è esattamente quella che c'è e che vorremmo cambiare, migliorandola. L'Europa delle Nazioni è passato che più passato non si può, ostaggio di un presente che sembra non finire mai. Ritroviamo il bandolo e sbrogliamo la matassa.
 
In un tale contesto, la scelta si fa innanzitutto stretta, a due voci, UE sì, UE no, poi si passa all'analisi un po' più profonda. Il sì all'Unione Europea passa immediatamente oltre le formazioni politiche della divisione e della sottrazione. Quale sì all'Unione viene dopo, e richiede un po' di attenzione in più. Voterò per il Partito Democratico, nonostante (anche qui) la frequente incapacità di trovare risposte ai grandi temi - globalizzazione, clima, sviluppo economico, diseguaglianze radici di migrazioni bibliche - nonostante la scarsa inclinazione ambientalista, nonostante gli immarcescibili gruppi di potere che scavalcano i temi impunemente. Nonostante tutto, resta l'unico baluardo alle destre, alle reazioni, alle divisioni. Dubito che sarà in grado di attuare l'elevamento a potenza, ma all'addizione e alla moltiplicazione ci arriviamo. Ed anche all'Azione, contraria, per Principio, alla Reazione. 

Un'Europa grande, deve diventare, capace di rispondere alle crisi interne ed internazionali, capace di stare sul piano delle grandi potenze dell'oggi e dei prossimi anni, Cina, India, Brasile, Stati Uniti,  capace di migliorare la vita dei suoi cittadini, continuando innanzitutto a garantire un bene incommensurabile come ha fatto finora: la pace. Una pace frutto di un'unione volontaria, come non si era mai visto nella Storia. Ereditiamo un passato comune con tutti gli altri Paesi e popoli europei, che va dall'Impero Romano alla comunanza culturale e valoriale costruita nel corso dei secoli, ma questo non ci ha impedito di diventare vittime di guerre fratricide. Perché lì, portano le divisioni.

Gli studenti hanno organizzato un sit-in davanti alle sedi comunitarie a Bruxelles, per ricordare che le politiche per salvare il sistema climatico terrestre sono imprescindibili. Il nuovo Parlamento è l'ultimo che avrà la possibilità di fare scelte politiche che portino verso il rispetto del limite di 1,5 gradi di incremento della temperatura globale media. Questa è la posta in gioco, legata a tutte le altre, numericamente semplice, economicamente complessa, simbolo di noi e del nostro presente.
Solo l'Unione può portare la speranza che ci si riesca, non certo i singoli Stati, non certo regole individuali incapaci di visione sistemica globale. Poi, succede che arriva un Trump del Vecchio Continente che dice che il problema non esiste, e finisce lì. 

Si vota dalle 7 alle 23. Per mandare in Europa rappresentanti di un popolo che in Europa c'è già, da sempre, cioè noi. I nostri rappresentanti nelle istituzioni europee. Basta la carta d'identità e la tessera elettorale. Buon voto. 

POLITICA
1. La deforestazione avanza; 2. Un interessante progetto di riforme per l'Europa
29 aprile 2019
1.
Il Rapporto annuale di Global Forest Watch (organismo dell'Università del Maryland che si occupa di studiare le foreste e l'utilizzo che ne facciamo) fornisce dati terribili nella loro crudezza: ci si sente impotenti riguardo un tema caldissimo da decenni, riguardo il quale sembra non si trovi soluzione. Speriamo che la stessa non arrivi con la deforestazione completa.  
Infatti, ci informa il Rapporto che nel 2018 sono spariti 12 milioni di ettari di foresta tropicale, una superficie grande come l'Inghilterra, l'equivalente di 30 campi da calcio al minuto (la notizia si può leggere sul canale ANSA, e ci si può collegare al sito del GFW per maggiori dettagli; entrambi gli indirizzi sono riportati  in calce). Si tratta della quarta maggiore perdita di foresta tropicale dal 2001, da quando cioè sono disponibili i dati da satellite. La perdita maggiore riguarda il Brasile, circa un quarto del totale. Seguono Repubblica Democratica del Congo e Indonesia. Le cause principali della deforestazione sono gli allevamenti industriali e l'agricoltura intensiva (olio di palma in Asia e Africa, soia e biocarburanti in Sudamerica).
Scienziati ed organizzazioni del Brasile hanno anche rivolto un appello all'Unione Europea, con il quale chiedono che l'Ue usi il negoziato commerciale col Brasile per "proteggere diritti umani e ambiente". Si tratta di un appello firmato da oltre 600 scienziati e organizzazioni indigene brasiliane e pubblicato sulla rivista Science. Sotto accusa sono le importazioni Ue di materie prime associate alla distruzione delle foreste (come metalli e soia) dal Paese, che sta "smantellando le politiche anti-deforestazione" e minacciando "gli indigeni e le aree naturali che proteggono".
Stiamo distruggendo la natura terrestre,  almeno per come l'abbiamo conosciuta durante i millenni della storia umana, con una velocità ed un'estensione mai viste prima. Un problema enorme che è necessario affrontare subito, prima di superare la soglia del non ritorno. Il sito del GFW è molto istruttivo sul tema delle foreste, vale la visita.

2.
Un interessante progetto viene proposto ai cittadini europei, elaborato fra gli altri da Thomas Piketty. Si tratta di un Manifesto con una serie di proposte concrete, un progetto per un Trattato di democratizzazione e un Progetto di budget che può essere adottato e applicato nella sua forma attuale dai paesi dell'Unione che lo desiderino. Esso può essere modificato e migliorato da qualunque movimento politico.
Può essere firmato on-line (all'indirizzo: www.tdem.eu) da tutti i cittadini europei che in esso si riconoscono. Ho sottoscritto, condividendone i contenuti.
Si legge sul sito: "Oggi il nostro continente è preso tra i movimenti politici il cui programma è limitato alla caccia agli stranieri e ai rifugiati, un programma che ora hanno iniziato a mettere in atto, da un lato. Dall’altro, abbiamo partiti che pretendono di essere europei, ma che in realtà continuano a considerare che il duro liberalismo e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) sono sufficienti per definire un progetto politico. In nessun modo riconoscono che è proprio questa mancanza di ambizione sociale che porta alla sensazione di abbandono." E ancora: "Le nostre proposte si basano sulla creazione di un Budget per la democratizzazione che verrebbe discusso e votato da un’Assemblea europea sovrana. Questo consentirà finalmente all’Europa di dotarsi di un’istituzione pubblica in grado di far fronte immediatamente alle crisi in Europa e di produrre un insieme di beni e servizi pubblici e sociali fondamentali nel quadro di un’economia duratura e solidale. In questo modo, la promessa fatta fin dal Trattato di Roma di “armonizzazione delle condizioni di vita e di lavoro” diventerà finalmente significativa."

Il manifesto e il progetto di Trattato, che istituisce l’Assemblea europea “sovrana” con rilevanti poteri legislativi e di bilancio, insieme al progetto di Budget, che prevede quattro grandi imposte europee, costituiscono un'innovazione importante. Le imposte si dovrebbero applicare agli utili delle grandi imprese, ai redditi più alti (oltre 200.000 euro all’anno), ai maggiori possessori di patrimoni (oltre 1 milione di euro) e alle emissioni di anidride carbonica (con un prezzo minimo di 30 euro per tonnellata), interessando il 4% della ricchezza annuale prodotta dall’intera UE (attualmente riguarda circa l’1%). Queste risorse dovrebbero essere utilizzate per finanziare la ricerca, la formazione, le università europee, e un programma di investimenti per trasformare l'attuale modello di crescita economica, il finanziamento dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti e il sostegno a coloro che si occupano di attuare la transizione stessa.
Ricordiamo che, come dice il testo, "la regola dell’unanimità fiscale in vigore nell’Unione europea blocca da anni l’adozione di qualsiasi imposta europea e sostiene l’eterna evasione nel dumping fiscale dei ricchi e dei più mobili, una pratica che continua ancora oggi nonostante tutti gli interventi. Questa situazione si protrarrà nel caso in cui non vengano stabilite altre regole decisionali."
Nell'insieme, la proposta è molto interessante ed i dettagli si trovano sul sito tdem.eu.

Gli indirizzi indicati nel testo:

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2019/04/26/-una-foresta-grande-come-linghilterra-sparita-nel-2018-_b8d5c1db-d22e-4492-993c-203f484972e7.html

https://www.globalforestwatch.org/

http://tdem.eu/


POLITICA
Domenica 3 marzo si vota alle primarie del PD - mentre in Emilia Romagna le amministrazioni indicono una manifestazione a favore di nuove strade
26 febbraio 2019
Il prossimo 3 marzo, domenica, si voterà per le primarie del Partito Democratico. L'invito è rivolto alla partecipazione,  che si può ipotizzare già da ora con numeri positivi vista la costanza dell'inclinazione progressista e democratica di una parte importante dell'elettorato italiano, nonostante tutto e tutti. A loro va buona parte del merito.

Perchè il Partito Democratico non brilla certo per simpatia e capacità di trascinare le folle. Anzi, sembrerebbe un partito che fa di tutto per apparire l'opposto di quanto dovrebbe. Non mancano al suo interno le capacità e le idee, non è mancata la capacità di governare, ne abbiamo parlato più volte, ma mancano la visione, l'apertura, la capacità di interpretare la sinistra del mondo attuale e, se non  l'entusiasmo, almeno il coinvolgimento atto a proporre adeguatamente il proprio progetto politico ai cittadini. Non è certo poco, anche perchè passa il tempo e di cambiamenti non se ne vedono. Mi permetto di dubitare che se ne vedranno a breve, chiunque vinca domenica prossima.
La partita per le europee di maggio conferma questo quadro, con i gruppi di potere interni al partito che competono per strappare posizioni ai propri affiliati, soprattutto se politicamente finiti in patria. Il parlamento europeo come cimitero degli elefanti non è certo un'invenzione mia, ma ora è triste constatare che si insiste nel cercare di portare avanti schemi che i cittadini hanno scoperto e rifiutato da decenni come se l'appartenenza ad un partito garantisse un muro a protezione di pratiche obsolete - che in questo caso sviliscono le stesse elezioni europee. Un partito chiuso nelle proprie stanze rappresenta in questa fase l'unica alternativa a destre e movimenti improvvisati, per questo, anche solo per questo, va sostenuto. Per cambiarlo non so bene cosa occorrerebbe visto che se un segretario ci prova lo fa a rischio della propria posizione.

Resta comunque l'affetto di una parte rilevante dell'elettrorato, che ha evidentemente capito qual è la posta in gioco e non vuole lasciare il Paese alle destre o a movimenti improvvisati che non sanno trasformare in capacità di governo forme di protesta che avevano alcune bassi comprensibili e a volte condivisibili. Le recenti elezioni in Sardegna ed in Abruzzo lo confermano nonostante siano state perse entrambe. Una quota corrispondente a circa un terzo dei voti si associa ad un'area progressista vasta, oltre il PD e al di là del suo specifico risultato. Il messaggio è chiarissimo: cambiate, apritevi, abbattete il muro, ed uscite negli enormi spazi che vi attendono. Andrebbe raccolto al più presto.

Per quanto riguarda la mia città e la mia regione, sembra di non poter dire che le buone capacità di governo procedano accanto alle capacità necessarie per costruire una linea politica almeno inserita nello spirito del tempo.
Scrive Repubblica che "Il 9 marzo Comune e Regione manifesteranno "per l'Emilia-Romagna, le sue infrastrutture, gli investimenti e lo sviluppo". Virginio Merola e Stefano Bonaccini (Sindaco di Bologna, e presidente della Regione) danno appuntamento dalle 10 alle 12 al palazzo dei Congressi di piazza della Costituzione, con le associazioni d'impresa e le organizzazioni sindacali. Un'iniziativa pubblica rivolta al Governo per smuovere le sabbie mobili in cui sono finiti i principali progetti infrastrutturali del territorio, il Passante di Bologna, la bretella Campogalliano-Sassuolo e l'autostrada regionale Cispadana."
Risponde Legambiente regionale con una lettera invitando a disertare la manifestazione a favore di autostrade e infrastrutture dedicate alla mobilità privata su gomma.

Per parte mia, aderisco all'appello dell'associazione ambientalista e diserterò la manifestazione, invitando tutti a fare altrettanto. Spero nel frattempo che Merola e Bonaccini cambino idea.
Si tratterebbe infatti di un errore strategico lampante. Nel momento in cui la politica ha iniziato, con gran ritardo, ad occuparsi del tema del cambiamento climatico, in una zona in cui l'inquinamento dell'aria è a livelli altissimi come la Pianura Padana, una delle aree più inquinate del mondo, mentre le industrie stesse si stanno (con complessiva lentezza) orientando verso attività e prodotti di minori impatti ambientali, una manifestazione a favore di una serie di strade ed autostrade rappresenta un messaggio sbagliato, anche se le medesime sono inserite in un quadro di sviluppo infrastrutturale coerente, che ha superato piani ben più impattanti (un cenno nel post precedente). Un messaggio fuorviante che appare inviato da persone che non hanno contatto con il mondo esterno ad assessorati e partiti scarsamente ambientalisti come il PD. Un messaggio che arriva dall'interno di un mondo chiuso, mentre fuori si parla d'altro.

Non parteciperò alla manifestazione ed invito tutti a fare altrettanto, nell'auspicio che venga annullata. Se fosse confermata, sarebbe il manifesto bolognese di una drammatica involuzione, del resto in linea con la partecipazione alle manifestazione pro-Tav di cui abbiamo parlato nel precedente post.



POLITICA
Inquinamento e reddito: facce di una stessa medaglia, lo sviluppo iniquo
5 febbraio 2019
Una relazione interessante dell'AEA (Agenzia Europea per l'Ambiente, o EEA European Environment Agency) dal titolo «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa, l'indirizzo è riportato in calce) appensa uscita, punta il dito sugli stretti legami tra problemi sociali e problemi ambientali in Europa.

L'Agenzia dell'Unione Europea afferma che "è necessaria un’azione mirata per proteggere maggiormente i poveri, gli anziani e i bambini dai rischi ambientali quali l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali dell’Europa". Un tema di notevole importanza, soprattutto se paragonato alla sua sottovalutazione. Si tratta di prendere atto che il problema dell'inquinamento dell'ambiente è anche un tema sociale in cui le fasce più deboli della popolazione sono le più colpite, sia all'interno delle società sviluppate sia nel contesto delle diseguaglianze mondiali. Differenze di reddito, di istruzione, di occupazione si traducono in modi diversi di esposizione agli agenti inquinanti, di capacità di rispondere al problema, di consapevolezza dello stesso, esattamente come differenze geografiche, economiche e politiche sul piano internazionale corrispondono a diversi impatti degli inquinamenti locali o del cambiamento climatico. Insomma, la questione sociale si intreccia alla questione ambientale ed il legame è stretto e fatto di maglie intrecciate in modo complesso. Sul piano politico, abbiamo già scritto qui più volte di come la sinistra - che dovrebbe cogliere questi aspetti, almeno nel loro risvolto sociale - non lo abbia mai fatto, in particolare in Italia, commettendo un errore storico che ancora oggi, con i tempi tipicamente dilatati della cultura politica, diffonde le sue ombre. Per troppo tempo si è pensato che bastassero i documenti, gli accordi, i rapporti tecnici per affrontare una materia che invece è pienamente politica, rinunciando ad essa come se un trattato filosofico sul tempo fosse sostituibile con un orologio, o un minimo di conoscenza scientifica fosse rimpiazzabile con la lettura dell'indice dell'ultimo rapporto pubblicato.

Lo studio dell'AEA presenta delle carte geografiche tematiche che con l'uso di diversi colori forniscono informazioni che hanno il dono dell'immediatezza. L'Italia emerge per quantità e qualità dei problemi.  La Pianura Padana e le aree di Roma e di Napoli sono fra le zone più inquinate d'Europa per particolato fine (PM2,5). Il nostro Paese spicca anche per l'alto numero di disoccupati e di anziani (ovviamente, quest'ultimo dato è positivo e riguarda l'elevata vita media della popolazione italiana).
A livello europeo, scrive il Rapporto che "L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3)". Le differenze di reddito si fanno sentire anche all'interno delle zone maggiormente benestanti: secondo lo studio "Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche. Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2". L'inquinamento  acustico poi si differenzia notevolmente fra zone di diverso reddito, risultando che "L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati".
Infine, le aree del Sud dell'Europa, dove si colloca anche l'Italia, "sono caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute".

Si legge nello studio che è necessario un contesto di politiche attive per favorire azioni mirate e considerare le conseguenze dei rischi sanitari causati dai danni ambientali soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Non si può dire che manchino del tutto le politiche adeguate, ma quelle che ci sono non sono sufficienti e soprattutto non formano ancora un insieme capace di trovare risposte e cambiare una tendenza. Questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti: una periferia senza verde, attraversata da strade trafficate, vicina ad insediamenti produttivi magari pesantemente inquinanti è luogo di vita di coloro che non possono permettersi niente di meglio. Abbiamo esempi persino più gravi, nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania, dove la maggior incidenza di malattie gravi e' probabilmente legata agli smaltimenti illeciti dei rifiuti, inclusi i rifiuti tossici. Questioni sociali ed ambientali che si intrecciano, lasciando scie di degrado a volte inestricabili. 

Lo studio dell'AEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.eea.europa.eu/it/highlights/inquinamento-atmosferico-rumore-e-temperature


POLITICA
A grandi problemi occorrono grandi risposte
11 gennaio 2019
In questo clima davvero si fatica a portare avanti un discorso che sia alternativo al pensiero dominante. Il pensiero unico in cui siamo immersi ormai da oltre due decenni sta diventando sempre più inclinato a destra, sempre più chiaro nelle sue intenzioni, sempre più esplicito. Non occorre più nascondersi dietro ragionamenti capaci di salvare la facciata, basta farsi vedere alla luce del sole per ciò che si è. La vicenda di 49 - dicasi quarantanove - persone lasciate per due settimane a vagare per mare senza trovare un approdo che consentisse loro di sbarcare in Europa, e in Italia, resterà ad emblema del periodo storico che stiamo vivendo. E resterà, per fortuna, anche come primo grande errore del Salvini di Governo, incapace, anche da destra, di trovare una soluzione perlomeno accettabile. Salvini ha perso, sconfessato dal suo stesso Governo, una partita che aveva un unico sbocco, quello che ha avuto. A grandi problemi occorrono grandi risposte, non inerzia e propaganda.

Purtroppo, si fatica a trovare nella triste ed enorme vicenda dell'immigrazione una linea europea che si fondi sui valori che l'Europa esprime, e magari anche sui numeri che sono sempre molto utili  per capire i problemi. La maggior parte dei flussi migratori non riguarda infatti le barche che arrivano dall'Africa, nonostante queste siano sicuramente un impatto notevole per le comunità che vivono sulle coste meridionali dove avvengono gli sbarchi. Nel complesso, si sta comunque parlando di numeri in forte calo, mentre è in forte aumento l'emigrazione dall'Italia, un tema che dovrebbe far riflettere e ricevere maggior attenzione.
Un mondo diseguale in preda al cambiamento climatico che abbiamo provocato, questo è in sintesi il destino che ci stiamo costruendo con le nostre mani se non interverremo per tempo a modificare le cose. Le migrazioni saranno sempre più consistenti. Verso dove? Naturalmente, verso la parte ricca del mondo, se non si interverrà per creare condizioni adeguate anche altrove, dove la miseria, l'aridità, i cambiamenti del clima, l'assenza di un minimo di organizzazione preventiva non consentono di vivere una vita degna di tale nome.

Il Partito Democratico deve rappresentare in questo contesto l'alternativa politica, di pensiero, culturale. Il 2019 sarà un anno importante per varie ragioni, una delle quali sono le elezioni europee programmate proprio quest'anno. L'Unione Europea irrisa da coloro che detengono l'attuale maggioranza politica, in nome di una nuova versione del passato, il "sovranismo". Altrimenti detto chiusura, autoreferenzialità, campo recintato, nostalgia di un passato assai peggiore, rifiuto delle esperienze che possono portare ad un futuro migliore. Se le si sa costruire. Perché se le si mina per decenni si può effettivamente infine ottenere il risultato voluto, e sottotraccia, del disfacimento dell'Unione Europea. Questo sì, che sarebbe il risultato delle forze "sovrane", un bel ritorno indietro con annessi e connessi. Quello che stanno sperimentando più o meno in Gran Bretagna, dove probabilmente se rifacessero il referendum il "remain" vincerebbe con il 90%.

Dunque, buon anno. Come dicevo, in fondo inizia bene, con un sovranista sconfitto. Speriamo bene. E auguri a tutti.

POLITICA
L'Europa che vogliamo
17 settembre 2018
Mercoledì scorso, 12 settembre, l'Unione Europea ha mostrato ciò che vorremmo sempre vedere: l'orgoglio di essere un'istituzione fondata su valori e principi forti, delimitata dalla loro condivisione, a cui si può appartenere soltanto su tale base, e non su altre come potrebbero essere l'etnia, il territorio, la religione, o caratteristiche diverse non conformi alla struttura etica e politica su cui si fonda l'Unione.

Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.

La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese, nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi:  un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.

Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban -  forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre. 

L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale. 

Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo.  Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante. 

Novità in campo energetico dall'UE: rinnovabili al 32% (e dobbiamo rivedere la SEN)
16 giugno 2018
Ci sono novità dall'UE in campo energetico. E' stato raggiunto un accordo fra le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo, in cui sono state approvate due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti, che era stato adottato dalla Commissione europea nel novembre 2016. Un mese fa era stata adottata la prima, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia. La decisione aggiorna il quadro normativo Ue in materia.

In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.

Ancora non sono noti i dettagli, il testo deve essere approvato dal parlamento e dal consiglio europei, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo. 
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori.  Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023. 

Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno. 
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.


POLITICA
1. Basta con la plastica usa e getta 2. 1 giugno con la Costituzione
30 maggio 2018
1.

Basta con i cotton fioc, con le cannucce, i piatti e le posate di plastica usa e getta, che prima o poi finiscono nei mari, nei fiumi, nell'ambiente in genere, spezzettandosi in frammenti sempre più piccoli e sempre più invasivi, onnipresenti, inquinanti.

La Commissione europea ha presentato infatti un provvedimento per limitare l’uso della plastica monouso, con il quale vengono banditi alcuni oggetti comuni in plastica come le cannucce, i piatti e le posate, i bastoncini per palloncini. Tali oggetti dovranno essere realizzati con materiali ecosostenibili.
I contenitori di bevande saranno invece consentiti solo se i tappi rimarranno attaccati al contenitore. L'iniziativa della Commissione europea si inserisce nel quadro della European Plastics Strategy per combattere l’inquinamento causato dalla plastica, a dire il vero per ora alquanto blanda.

Si stima che in Europa oggetti vari di plastica costituiscano il 70% dei rifiuti marini. L'intervento prevede un trattamento differenziato dei prodotti inquinanti individuati, che va dalla riduzione di consumi, a specifiche etichettature, fino agli obblighi nella gestione dei rifiuti. Queste regole dovrebbero evitare l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti e portare un risparmio complessivo di 22 miliardi di euro entro il 2030 a seguito della riduzione dei danni ambientali, ed un risparmio per i consumatori di 6,5 miliardi di euro.

Gli Stati membri dell’Unione dovranno poi fissare obiettivi di riduzione dei contenitori in plastica per cibo e bevande, sostituendoli con prodotti alternativi, e dovranno provvedere a raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica per bevande entro il 2025. I produttori di plastica dal canto loro dovranno contribuire alle spese per la gestione e il recupero dei rifiuti, e trovare modalità di sensibilizzazione rivolte agli aquirenti, grazie anche all'aiuto di incentivi per studiare e sviluppare alternative meno inquinanti.

E' un provvedimento interessante che si spera sia in grado di avviare un diverso modo di gestire gli oggetti di plastica. Un contributo potrà venire naturalmente anche dai consumatori e cittadini che dovrebbero evitare di lasciare rifiuti inquinanti nell'ambiente a prescindere da qualsiasi normativa che ne disponga l'obbligo.


2.

Sul piano politico viene da chiedersi se il provvedimento descritto sopra rientri fra le imposizioni degli euroburocrati in oppressione alla libertà o non sia invece uno dei numerosi interventi comunitari degni di approvazione. Se Lega e Movimento 5 stelle puntano il dito verso l'Unione Europea va rimarcato che a fronte di ciò che va cambiato c'è, e resiste, ciò che va conservato. Inclusa la moneta unica denominata Euro, se non vogliamo precipitare l'Italia nell'arretratezza, rinunciando ad uno dei più interessanti esperimenti unitari che si siano mai visti.

Le vicende politiche degli ultimi giorni, tanto sguaiate quanto inconsistenti, sono preoccupanti. Sono tre mesi che le forze politiche che hanno prevalso alle elezioni (che non sono state "vinte" da nessuno, contrariamente a quanto viene detto e ripetuto) non riescono a dare un governo al Paese, e questo è un fatto. Attaccare il Presidente della Repubblica per questo è la rappresentazione plastica della situazione e del suo contenuto.

Di seguito, il comunicato del PD in proposito:

"Venerdì 1 giugno il Partito Democratico manifesterà per difendere le istituzioni nazionali e la Costituzione italiana.
Il Partito Democratico si mobilita a difesa della Costituzione, del Presidente della Repubblica e delle Istituzioni e lo fa promuovendo in tante piazze italiane iniziative aperte a tutte le realtà democratiche, presidi e manifestazioni.
 
Venerdì 1 Giugno 2018, alle ore 17:00, sarà la volta di due grandi manifestazioni a Roma in Piazza Santo Apostoli e a Milano in Piazza della Scala. Già in queste ore in diversi centri, tra cui Torino, tanti cittadini stanno manifestando la loro indignazione per ciò che Lega e M5S hanno fatto e stanno facendo.
Per la loro pericolosa propaganda ai danni degli italiani. Per avere mentito sui reali obiettivi della loro iniziativa in questi ultimi 84 giorni.
Solidarietà al Presidente Mattarella. 
"Il Partito Democratico ha già espresso ieri tutta la solidarietà al Presidente Sergio Mattarella. Per avere messo a rischio un Paese intero. Perché cittadini, famiglie, imprese e lavoratori non si difendono scassando la democrazia italiana. 
Andremo in piazza con la Costituzione in mano. Perché nessuno può pensare che ci sia futuro senza il rispetto della nostra Carta fondamentale”.
Così il segretario reggente del Pd Maurizio Martina annuncia la mobilitazione nazionale del Partito Democratico di venerdì 1 giugno 2018."

www.partitodemocratico.it

 
ECONOMIA
La Cina apre al mercato del carbonio - e l'UE lo riforma
28 febbraio 2018
Il mercato di carbonio nasce in Cina, in uno dei Paesi che generano più emissioni climalteranti del mondo. Si tratta di una buona notizia, accolta con favore dall'Unione Europea.
La Cina ha infatti dato il via a quello che sarà il più grande mercato del carbonio del mondo, superando di gran lunga il meccanismo di scambio delle emissioni europeo EU ETS (Emission Trading System). Il grande Paese asiatico mostra di essere sempre più conscio del proprio ruolo nel contesto del più grande problema del secolo - o forse di sempre - vale a dire l'inquinamento globale che arriva a modificare sistemi naturali planetari come il clima. La decisione infatti fa parte di un quadro di politiche intraprese per ridurre le emissioni entro pochi anni.
Per ora, il sistema di scambio delle emissioni cinese riguarderà soltanto il settore energetico. Quest'ultimo rappresenta il 46% del totale delle emissioni di un Paese che è all'origine di un quarto delle emissioni totali: ne risulta il 12% circa delle emissioni globali del mondo, una quota di grande rilevanza. Il mercato del carbonio cinese riguarderà una quota quasi doppia di quella coperta dal mercato europeo, nonostante l'Ets UE interessi già comparti diversi.
L'Unione Europea si è espressa favorevolmente, apprezzando l'atteggiamento della Cina in contrapposizione a quello degli Stati Uniti (altro grande Paese fortemente inquinante). Si può immaginare un futuro in cui i mercati di carbonio siano collegati, creando un meccanismo virtuoso a livello mondiale.

Nostante le premesse positive, va ricordato che l'Ets UE presenta dalla sua nascita numerose difficoltà, per risolvere le quali è stata ora avviata una riforma. Secondo la notizia trasmessa da Ansa, il nuovo Ets prevede di tagliare le emissioni in misura maggiore rispetto al passato, con la riduzione del tetto massimo di emissioni del 2,2% l'anno invece dell'attuale 1,74%. Per evitare l'eccesso di quote, che ha impedito all'Ets di funzionare correttamente negli anni scorsi, il 24% delle quote eccedenti ogni anno dal 2019 al 2023 andranno in riserva. Dal 2023 le quote in eccesso nella riserva potranno essere cancellate. Prosegue, ma viene limitata, l'assegnazione di quote gratuite per evitare la delocalizzazione delle imprese in altre parti del mondo con costi inferiori legati alle diverse, o del tutto assenti, politiche climatiche. La percentuale di quote da mettere all'asta è fissata al 57%, con una flessibilità del 3% attivabile in caso fossero necessarie più quote gratuite.
Se è vero che il prezzo reale del carbonio sarebbe almeno 10 volte più alto di quello attuale, si spera che il nuovo Ets europeo riesca a corrispondere alle necessità e a migliorare un percorso sin qui abbastanza deludente.

E' auspicabile che le politiche messe in atto funzionino e lo facciano in tempi brevi: dall’Istituto di Potsdam sui cambiamenti climatici ci informano che in tutto il mondo dovranno avvenire cambiamenti radicali in ogni ambito nei prossimi 20 anni, se vogliamo raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’accordo sul clima di Parigi. Abbiamo poco tempo per restare in un mondo almeno simile a quello che la nostra civiltà ha conosciuto; non si tratta soltanto di un ostacolo, ma di un'opportunità per guardare al futuro.

Scendendo al livello locale con le varie iniziative utili allo scopo di ridurre l'inquinamento e promuovere nuove forme produttive ed economiche, segnalo che la Regione Emilia Romagna riapre il Fondo Energia: dal 1° marzo 2018 al 31 maggio 2018 (salvo chiusura anticipata per esaurimento delle risorse) sarà possibile presentare domanda per accedere. Il Fondo Energia mette a disposizione nuove risorse per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica delle imprese e per incrementare l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili,  finanziando fino a 500.000 euro in 96 mesi a tasso 0 per il 70% dell'importo ammesso e per il 30% a un tasso convenzionato con gli istituti di credito.

Per maggiori informazioni:

http://energia.regione.emilia-romagna.it/in-evidenza/2018/riapre-il-fondo-energia-domande-dal-1-marzo-al-7-maggio-2018

Politica:
Domenica 4 marzo si vota alle elezioni nazionali. E' possibile reperire ogni informazione utile sul sito del Comune di Bologna al seguente indirizzo:

http://www.comune.bologna.it/node/3519

POLITICA
Le scelte in materia di energia, fra gas e carbone (e il TAP)
31 marzo 2017
In questo periodo, alcuni fatti riguardanti l'energia e l'ambiente si offrono alla nostra riflessione. I dati sulla riduzione della superficie ghiacciata del Mare Artico confermano l'andamento degli anni scorsi, ad una velocità preoccupante a causa del riscaldamento globale causato a sua volta dalle emissioni da fonte energetica fossile, gli scienziati che studiano la Grande Barriera Corallina australiana, sede di un'enorme quota di biodiversità, ci informano che è da ritenersi praticamente morta, sempre a causa del riscaldamento globale, avendo superato il limite a cui si ritiene che possa rigenerarsi, il Presidente degli USA Donald Trump prevede di ritornare al carbone, creando nuovi posti di lavoro nelle miniere, e cancella le norme che Obama aveva voluto per contenere le emissioni nocive e climalteranti dell'industria e della trasformazione di energia statunitense (peraltro mai entrate in vigore), in Puglia si verificano manifestazioni e scontri a seguito dei lavori per realizzare la tratta italiana del TAP, il gasdotto Trans Adriatic Pipeline.

Alcuni leaders dell'Unione Europea hanno praticamente detto a Trump che se il mondo finirà sarà causa sua (nientemeno), e ancora una volta l'UE mostra di essere l'avanguardia mondiale delle politiche ambientali - in un contesto, ovviamente, industrializzato e di elevati consumi.
L'idea di tornare al carbone è la peggiore che potesse venire in mente ad un Presidente di un Paese altamente inquinante come gli Stati Uniti, un ritorno al passato del diciottesimo e diciannovesimo secolo con i minatori, il grisù, e le polveri di carbone, e al suo cospetto brilla di luce propria l'importanza delle scelte dell'UE, che dovrebbe trovare il modo di tirare fuori un po' di orgoglio per sè stessa, come sicuramente merita.

Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato principalmente per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.

Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 

La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.


il sito del Ministero dello Sviluppo Economico con le infrastrutture di importazione del gas naturale:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/energia/gas-naturale-e-petrolio/gas-naturale/importazione


SOCIETA'
La Dichiarazione di Roma
27 marzo 2017

All’indirizzo in calce si trova il testo della dichiarazione firmata a Roma sabato 25 marzo scorso dai leaders europei. Vale la pena di leggerlo, si tratta di un evento di grande importanza sul piano politico e  sul piano  sociale.

Le caratteristiche che ricorrono a delineare i contorni della prospettiva che si vuole dare all’Unione Europea sono: sicura, prospera e sostenibile, sociale e forte. Sono tratti che da sempre qualificano l’Europa, ed alcuni in particolare le sono propri: la sostenibilità e l’attitudine al sociale. Nessun altro luogo al mondo ha chiaramente scelto da anni la qualità ambientale e la qualità della vita dei cittadini fra i propri obiettivi primari in un contesto democratico, o ha posto condizioni basate su diritti umani (si pensi alla rinuncia alla pena di morte per i Paesi aderenti). Per non parlare del fatto che nessun altro insieme di Paesi al mondo ha liberamente scelto di aderire ad un'Unione a cui cedere parte della propria sovranità in vista di un futuro che offra migliori prospettive.

Questo non significa certo che tutti i problemi siano stati risolti, al contrario, stiamo attraversando una fase di crisi che colpisce e lo fa con forza, ma significa che gli obiettivi che ci si pone sono inseriti in un contesto di principi concepiti come si è detto e ritenuti irrinunciabili.   Il futuro dell’Unione può di conseguenza essere inserito soltanto in tale prospettiva.

Non è poco. Si può obiettare che il testo è troppo generico, ma è la norma in casi come questo, quando è in gioco la stessa sopravvivenza dell'Unione. La prospettiva di operare “congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione” come recita il testo, è la via per andare avanti. E' lo stabilire che indietro non si torna.

Questo passo compiuto a Roma sabato scorso dimostra che l’UE c’è,  è attiva e vitale, e vuole continuare la strada intrapresa.

Si può leggere la dichiarazione di Roma al seguente link:

http://www.lastampa.it/2017/03/25/esteri/il-testo-della-dichiarazione-dei-leader-dei-stati-membri-e-del-consiglio-europeo-del-parlamento-europeo-e-della-commissione-europea-tUZIaH4InNVz1VMQmrNRIN/pagina.html

 

POLITICA
60 anni fa nasceva un progetto straordinario. Nonostante tutto.
21 marzo 2017
Viviamo una fase di difficoltà di quello che era, e resta senza mezzi termini, un progetto grandioso: l'Unione Europea. 
Il fatto che nel realizzare un progetto grandioso si incontrino ostacoli, si suscitino critiche, spesso non si trovi la strada giusta per anni, rientra nella grandiosità del progetto stesso, non ne altera le caratteristiche, non ne riduce la portata, non ne limita le potenzialità. Queste ultime sono enormi, ma strettamente vincolate alla volontà politica dei membri di quell'Unione, di coloro che hanno la responsabilità di portare avanti il progetto, e alla fine di tutti noi che ne siamo gli attori principali, i cittadini europei. Se il progetto viene sabotato al fine di circoscriverlo e contenerlo poi non si venga a dire che non funziona e perciò ne stiamo fuori. Se, per contro, per anni viene acriticamente ed entusiasticamente sostenuto poi risulta difficile prendere posizione sugli errori anche evidenti o sulle scelte che non si condividono. 

Il 25 marzo 1957 vengono firmati i Trattati di Roma, considerati in pratica la nascita della comunità europea; il 25 marzo 2017 ricorre il 60° anniversario. Si tratta di date importantissime. I primi Trattati furono due, il primo istituisce la Comunità economica europea (CEE), il secondo la Comunità europea dell'energia atomica, meglio conosciuta come Euratom. I Paesi che firmarono, e quindi fondarono quella che oggi è l'Unione Europea, furono la Francia, la Germania (allora Germania Ovest), l'Italia, il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo. La prima Comunità aveva lo scopo di creare un mercato comune e favorire la trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione nella Comunità (art. 2), ma la volontà lo oltrepassava visto che c'era la determinazione "a porre le fondamenta di un'unione sempre più stretta fra i popoli europei" (nel preambolo). Oggi, non è difficile scorgere tale congiungimento aggirandosi nelle vie di un qualsiasi Paese UE, osservando il fondersi di modi di vivere, la somiglianza di atteggiamenti, la comunanza di vedute che, se non sono proprio uguali, si assomigliano molto, quel tanto che basta da farti percepire di essere in Europa. E, perché no, pagando con la stessa moneta, avendo archiviato definitivamente tassi di cambio e travellers chèque. Un'Europa vera, e che lo è, e lo sarà sempre più, per decisione ponderata o istintiva dei suoi abitanti, in un processo veloce che a volte scavalca le decisioni politiche. Non si tornerà indietro, questo è certo. Si può fin d'ora cambiare, modificare, intervenire, ma non invertire la rotta. L'obiezione è che qualcuno lo ha fatto (la Brexit), ma quel qualcuno era già, da sempre, con un piede fuori, per scelta.

In un libro di qualche anno fa, dall'America Jeremy Rifkin (economista, noto divulgatore) descriveva in termini entusiastici quello da lui battezzato il "sogno europeo" (Rifkin "Il Sogno Europeo", Mondadori, 2004). Fa piacere rileggerlo oggi, ad alcuni anni di distanza. L'Introduzione si conclude con le seguenti parole: "C'è una cosa, però, di cui sono relativamente sicuro. Il nascente Sogno europeo rappresenta le più alte aspirazioni dell'umanità a un futuro migliore. Una nuova generazione di europei porta su di sè le speranze del mondo e ciò conferisce ai popoli d'Europa una responsabilità molto speciale, come quella che i nostri Padri fondatori devono aver avvertito duecento anni fa, quando da ogni angolo del pianeta si guardava all'America come a un faro di speranza. Mi auguro che la nostra fiducia non vada delusa."
Nel volgere di pochi anni, la situazione è cambiata. In un intervento (Repubblica, 11 marzo 2010) uno dei pilastri della costruzione comunitaria, Jacques Delors, esprime la sua preoccupazione: "I mass media ogni giorno rincorrono una nuova emergenza come se quella del giorno prima fosse risolta. I cittadini sono persi tra la dimensione locale e quella mondiale e per molti di loro la risposta identitaria è quella del localismo e del populismo. E i governi li assecondano e li inseguono. Nessuno più ha la capacità culturale di indicare l'Europa come un modello a cui rifarsi.  Abbiamo perso la memoria di dove veniamo. Come possiamo avere la visione di dove vogliamo andare?"

Vale la pena riflettere su queste parole. Senza facili entusiasmi, ma senza altrettanto facile cinismo. L'Unione Europea è un cantiere con luci ed ombre, con programmi di altissimo livello e scelte da valutare obiettivamente. Ma si tratta del più grande progetto che si sia visto nella Storia. Certo non perfetto al primo sguardo. Piuttosto, degno di ogni sforzo di miglioramento. 

POLITICA
Le politiche ambientali contano (anche in economia e finanza)
7 febbraio 2017
1. Le politiche ambientali
E' uscito il 6 febbraio il rapporto sull'attuazione delle politiche ambientali nell'UE redatto dalla Commissione Europea "Improving the implementation of European environmental policy" (indirizzo del sito della Commissione Europea in calce). Lo scopo del rapporto, dichiarato sul sito della Commissione, è trovare nuove modalità per aiutare gli Stati membri ad applicare le regole dell'Unione, che vanno a beneficio dei cittadini, delle amministrazioni, dell'economia. Il rapporto mostra, per esempio, che la prevenzione della produzione di rifiuti resta una sfida importante per tutti gli Stati membri, o che il problema della qualità dell'aria affligge 23 Stati su 28, mentre una serie di cause all'origine delle problematiche rilevate accomunano tutti: scarso coordinamento fra i diversi livelli amministrativi, insufficienza di dati, di conoscenze, di capacità.
Risulta dal Rapporto che il nostro Paese presenta tre principali questioni da risolvere per allinearsi agli standard richiesti in sede comunitaria:  gestione delle acque reflue, soprattutto al Sud, inquinamento atmosferico, in questo caso al Nord, e lacune nel processo di designazione dei siti 'Natura 2000'. Si tratta, sottolinea l'esecutivo UE, di problemi la cui soluzione è resa più difficile da "conflitti di sovrapposizione" tra amministrazioni locali e quella centrale.
Nel documento si segnalano anche alcuni punti di eccellenza italiani, come gli approcci innovativi nei progetti Life e gli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes) sviluppati da Istat e Cnel. I problemi però restano e riguardano temi importanti, come rifiuti, acque reflue, smog nei centri urbani e designazione delle Zone Speciali di Conservazione previste dalla Direttiva Habitat, su cui Bruxelles ha aperto diverse procedure di infrazione.
Il rapporto sottolinea anche il significato per l'economia di corrette politiche ambientali: l'attuazione della legislazione comunitaria in materia potrebbe far risparmiare ben 50 miliardi di euro ogni anno, in costi diretti, e indiretti come le spese sanitarie dovute a danni di origine ambientale.

Un riconoscimento delle conseguenze economiche e finanziarie di rilevanti tematiche ambientali come il cambiamento climatico viene anche dalla Banca d'Italia. Si legge su Wall Street Italia che i rischi legati al cambiamento climatico possono avere conseguenze di una certa portata anche sull’economia e i mercati finanziari non ne tengono conto, e a dirlo è il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, aprendo i lavori di un convegno sulla finanza sostenibile. 
“I mercati probabilmente stanno sottoprezzando i rischi legati al clima perché pensano che gli effetti si materializzeranno soltanto nel lungo termine. La crisi finanziaria del 2007 ci ricorda i costi sociali ed economici del sottovalutare e sottoprezzare il rischio”. Signorini ha sottolineato che il mondo si sta riscaldando ed è onere delle autorità di vigilanza finanziaria prendersi cura di tali problemi. “Questo perché gli effetti degli eventi naturali collegati al clima hanno potenzialmente conseguenze di vasta portata per l’economia e il sistema finanziario”.
Si tratta di un tema di vasta portata in cui la questione del rischio, reale e percepito, lega l'andamento dei mercati alle conoscenze scientifiche sui cambiamenti che interessano - e interesseranno in futuro - il sistema climatico. 
Tali cambiamenti influenzano sicuramente l'economia, su scala globale e su scala locale, come da anni ha mostrato il noto Rapporto Stern (Stern Rewiew Report, 2006). In uno dei suoi libri, "Un piano per salvare il pianeta" del 2009, Nicholas Stern (Professore di Economia alla London School of Economics, ed ex vicepresidente della Banca Mondiale - non precisamente un organismo di estremisti ambientalisti) scrive: "Qualcuno penserà che le turbolenze nei mercati finanziari del 2007 e del 2008 e il probabile rallentamento dell'economia mondiale dovrebbero consentire di rimandare l'azione per contenere i cambiamenti climatici, ma si tratta di un errore madornale. La lezione da trarre dall'attuale disastro finanziario dovrebbe essere che il pericolo sta nell'ignorare o nel non riuscire a cogliere l'accumularsi dei fattori di rischio. La crisi economica di oggi si andava preparando da quindici o venti anni. Se rimandassimo ulteriormente l'azione contro i cambiamenti climatici per altri quindici o venti anni, ci troveremmo poi a un punto di partenza molto più difficile e rischioso." 
Tutto ciò è ancora valido. In questi anni, sono stati fatti alcuni passi in avanti, ma non bastano certo. E' indispensabile proseguire nella strada scelta consolidandone le caratteristiche già presenti e sperimentandone di nuove, senza dimenticare che il rischio di un'involuzione è sempre presente.

I siti citati sono:
la Commissione Europea www.ec.europa.eu
Wall Street It. wallstreetitalia.com


2. Il Piano Lupo
Le Regioni, in sede di Conferenza Stato Regioni, hanno chiesto e ottenuto dal Governo il rinvio dell'esame del Piano per la tutela e la gestione del lupo, allo scopo di correggere la parte contestata che prevede la possibilità di avviare piani di abbattimento selettivo. Si tratta di un passo in avanti molto importante, per evitare una linea sbagliata nella gestione, e nella convivenza, con il grande predatore nel nostro Paese. Attendiamo gli sviluppi. Speriamo bene. 

SOCIETA'
1.Troppi spari in Italia alle specie protette (a partire dall'Ibis) 2.Una sfida che diventa aberrante
23 novembre 2016

1.

Sul sito del progetto europeo di reintroduzione dell’Ibis eremita, nell’ambito del programma Life+ Biodiversità dell’Unione Europea – sito internazionale scritto in italiano, inglese, tedesco; l’indirizzo è riportato in calce – c’è un allarme riguardante il nostro Paese: c’è scritto letteralmente “in Italia bracconaggio su larga scala”, e c’è anche una petizione dal titolo “Stop al bracconaggio in Italia”, dove si può firmare per chiedere che cessi l’uccisione della specie protetta. Nel nostro Paese, infatti, sono già cinque gli Ibis colpiti dai bracconieri.

Come si può leggere sul sito, l’Ibis eremita è una specie migratrice che era presente nell’Europa centrale fino al XVII secolo, e poi estinta per la caccia indiscriminata. Oggi l’Ibis eremita è una delle specie più minacciate a livello mondiale, ed un progetto dell’Unione Europea, con partner in Italia, in Austria, ed in Germania, prevede di reintrodurla in Europa.

Obiettivo del progetto è la reintroduzione entro il 2019 di questo uccello migratore, basandosi su uno studio di fattibilità elaborato a seguito di un esperienza decennale sviluppata nell’ambito del progetto di conservazione della specie dal gruppo Waldrappteam. Fra le misure, l’attuazione di interventi contro la caccia illegale a carico dell’Ibis eremita, in particolare in Italia.

Secondo il programma, oltre 120 Ibis eremita migreranno tra le pendici settentrionali delle Alpi e l’area di svernamento in Toscana. Una prima piccola colonia riproduttiva è già stata creata presso Burghausen in Baviera. Altre due colonie riproduttive verranno create presso Kuhl/Salisburgo ed Überlingen/Baden- Württemberg. Dal 2014  in poi sono in programma sei migrazioni guidate dall’uomo che partiranno dalle varie aree riproduttive fino al sito di svernamento comune.

Dunque, si prevede di rivedere l’Ibis eremita in volto nei nostri cieli, come era un tempo, secondo un progetto molto moderno. Non fosse che il progetto rischia di fallire perché nel nostro Paese gli sparano.

Se i bracconieri/cacciatori dell’Italia saranno la causa del fallimento del progetto, perché praticano la caccia illegale a specie protette, allora siamo di fronte ad almeno due problemi: uno, un tema di fondo riguardante la civiltà dell’attività venatoria nel nostro Paese, e due, un evidente problema legato ai controlli. I reati legati all’attività venatoria sono elevati ed in aumento, in un Paese che non ha mai avuto il rispetto della natura nel suo retaggio culturale. Le due cose insieme si completano a vicenda, formando un quadro oscuro che spesso sembra peggiorare invece di migliorare. Per coloro che hanno a cuore questi temi, si può firmare la petizione. Ma non è un’iniziativa che rincuora: viene da pensare che gli organi preposti dovrebbero risolvere il problema, o che la consapevolezza del proprio impatto sull’ambiente naturale dovrebbe agire da sola negli individui, o nelle organizzazioni dei medesimi, a partire dalla politica.  

Il bel sito dedicato all’Ibis si può consultare al seguente indirizzo, dove si trova anche la petizione:

http://waldrapp.eu/index.php/it/it-home


2.

Politica. Riporto una dichiarazione di Giorgio Napolitano che condivido (traggo dal sito del Corriere): «Quella del referendum è diventata una sfida largamente aberrante. Sono convinto della necessità di questa riforma da oltre trent’anni, in cui il problema non trovava soluzione a fronte di necessità sempre più incalzanti». Lo ha detto il Presidente Napolitano a Porta a Porta, aggiungendo «Sono d’accordo su qualsiasi aggettivazione sulla prima parte della Costituzione fino all’art. 54. Quanto alla organizzazione della vita della Repubblica - rileva - troviamo le debolezze, soprattutto nell’equilibrio dei poteri costituzionali dove fu lasciato un posto minore al governo rispetto al Parlamento e alla Costituzione e poi si creò il pasticcio del bicameralismo paritario. Debolezze riconosciute dagli stessi costituenti». 

Si può condividere tutta o soltanto in parte la modifica della Carta Costituzionale contenuta nella riforma su cui saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre, ma la faziosità, la separazione, le opposte tifoserie, i toni ultimativi, che si stanno manifestando in questi giorni sono indice di un pessimo clima politico. Sarebbe opportuno restare nel merito, valutando ciò che è in grado di portare beneficio, o meno, al nostro Paese. Non è detto che le divisioni siano un fatto di per sè negativo se sono in grado di offrire terreno utile per confrontarsi e approfondire gli argomenti, ma lo diventano se implicano gradi di separazione sempre più ampi. Questi ultimi sono da evitare, ancor più se ci si trova nello stesso campo politico. Sta diventando una sfida aberrante, cerchiamo di renderla una competizione ricca e vera ridandole i giusti contorni.

 
POLITICA
La vera sfida è costruire e portare avanti una strategia di contenimento dei consumi di gas e petrolio, ed una concomitante crescita economica
16 gennaio 2016

Il Ministro Federica Guidi ha chiarito che il Ministero dello Sviluppo economico non ha concesso alcun permesso di effettuare esplorazioni in mare entro il limite delle 12 miglia e che non sono state rilasciate autorizzazioni alla vigilia della presentazione della legge di Stabilità, rispondendo così alle polemiche ormai accese da tempo e acuitesi in questi ultimi giorni.  

Secondo l’agenzia Reuters, il Ministro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic riguarda soltanto, e in una zona oltre le 12 miglia, la prospezione geofisica e non prevede alcuna  perforazione che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. La Legge di Stabilità, venendo incontro alle richieste referendarie, ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste. Il permesso alla Petroceltic non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia. Nessun altro permesso di ricerca, in nessun’altra parte del Paese, è stato rilasciato alla vigilia dell’approvazione della legge di Stabilità.”

Si tratta di un’importante posizione in quanto mira a far chiarezza in un contesto denso di schermaglie e confronti anche accesi – inclusivi di un referendum richiesto da associazioni ed enti locali – sul tema della politica energetica da perseguire. La maggior parte delle polemiche poteva forse essere evitata fin dal principio, assumendo una linea chiara. Ma va detto che, per costruirla, è necessario inserirla nel contesto internazionale che vede il petrolio e il gas protagonisti, nonostante tutto, di uno scenario globale che parte dai consumi, passa per l’Isis e quanto vi sta intorno, incrocia l’accordo di Parigi, finisce in Europa ed in Italia dove si stenta a trovare il bandolo della matassa per costruire la maglia di una politica energetica comune – che poi non è slegata da quella ambientale, su cui l’UE si è mostrata più unita.  Per fare esempi molto vicini a noi, il petrolio sotto l’Adriatico coinvolge anche la Croazia, i gasdotti che portano il gas naturale in Europa riguardano tutti i Paesi dell’Unione. 

Stiamo attraversando una fase di basso prezzo del petrolio (a dir poco: si potrebbe parlare di un vero e proprio crollo), e questo fatto porta con sé alcune conseguenze, non tutte positive come a prima vista si potrebbe pensare. Produrre energia costa sicuramente di meno, ma le minori entrate dei Paesi produttori implicano minori spazi per le esportazioni nostrane. In generale, in un’economia il cui sviluppo è stato fondato, e si è successivamente consolidato, sullo sfruttamento delle risorse energetiche fossili – petrolio, gas, carbone – ogni eccesso provoca squilibri, in un senso o nell’altro. La letteratura dedicata in questi giorni si sbizzarrisce in ipotesi diverse circa gli andamenti futuri, e su basi di solito estremamente ragionevoli può raggiungere conclusioni del tutto diverse (far previsioni sul petrolio è sempre stato difficilissimo, e quasi mai gli esiti reali sono conformi alle stesse). Ma sulle cause del crollo ci sono pochi dubbi a proposito degli effetti di un eccesso di crescita dell’offerta rispetto alla crescita della domanda. In altre parole, negli ultimi anni a livello globale la domanda è aumentata di poco mentre la capacità produttiva mondiale è aumentata di più, e la legge della domanda e dell’offerta ha dato i suoi risultati. Del tutto normali, stando alle leggi del mercato. La situazione più paradossale nasce dal fatto che la maggior parte dell’eccesso di offerta è dovuta allo shale oil statunitense (shale oil, shale gas, idrocarburi estratti dalle rocce del sottosuolo con una tecnica molto invasiva per l’ambiente, oltre alle sabbie bituminose canadesi), che ora va fuori mercato perché le tecniche utilizzate, molto costose, non reggono il basso prezzo di vendita. Si stima che l’estrazione con il fracking non sia più redditizia con un prezzo del petrolio al di sotto dei 65 dollari al barile (ora, gennaio 2016, siamo intorno a 30 $/bbl).

L’OPEC, dal canto suo, non è praticamente intervenuta per modificare la situazione. lasciando invariata la produzione (che, come si è detto, mette fuori gioco gli USA). La Eia – Agenzia per l’Energia statunitense, ha appena pubblicato un Rapporto in cui stima prezzi bassi del barile fino alla fine del prossimo anno (2017).  Forse un ruolo indiretto lo ricopre anche l’Isis, che si trova ad occupare parte del suolo iracheno e siriano dove il petrolio non manca, ed a svolgere un ruolo politico nel quadro mediorientale. Si stima che almeno il 55% delle entrate che sostengono lo Stato islamico provengano dal contrabbando di petrolio a prezzi stracciati, arrivando sui mercati in vari modi, magari non tracciabili.

In questo contesto la bolletta energetica nazionale cala, ma sarà meglio costruire fin da ora una linea da portare avanti che ci ponga ai ripari in futuro.

Innanzitutto, il governo italiano ha assunto da tempo, a mio avviso, una posizione corretta sul piano europeo e internazionale (pur con grande rispetto di Juncker e, ovviamente, della Commissione UE). L’opportunità di un ruolo più influente del nostro Paese in Europa può diventare ora realtà, visto che in varie occasioni ha espresso per primo posizioni corrette, che poi altri hanno sostenuto, in vai ambiti dai temi economici alla politica estera. Una posizione che va sostenuta e portata avanti con convinzione, perché il nostro Paese è sicuramente in grado di giocare un ruolo rilevante negli scenari politici ed energetici internazionali ed interni europei (scenari che ci riguardano molto da vicino, come abbiamo visto).

In secondo luogo, va pensata e potenziata una strategia che ci consenta progressivamente di liberarci dal petrolio acquistato all’estero non soltanto estraendolo dai nostri mari e dalle nostre terre, ma riducendone i consumi senza intaccare la crescita economica. Una strategia che in parte già esiste, fatta di una miriade di imprese green che hanno per lo più mostrato di reggere la crisi meglio delle altre, e di una altrettanta miriade di sindaci e amministratori che sperimentano sul territorio soluzioni nuove per alleggerire gli impatti ambientali, ma che va sostenuta e potenziata con un adeguato impegno in settori ad alto valore aggiunto di innovazione tecnologica a basso impatto ambientale.

Non sarà l’estrazione dell’ultima goccia di petrolio, o di gas, dal sottosuolo, magari spremendo la roccia come un limone con impianti più costosi di ciò che riesci a tirar fuori, a far la fortuna economica di un Paese, ma la capacità di impegnarsi nei settori più adatti alle proprie caratteristiche in un mondo che avrà estremo bisogno di ripulire l’aria, l’acqua, il suolo, e limitare i danni. Un impegno nella fascia dell’innovazione tecnologica, della qualità, della ricerca, legato ad un analogo impegno sul fronte della formazione, dell’istruzione e della successiva collocazione dei giovani, invece di consentire, o addirittura favorire, la loro emigrazione.

 

 

POLITICA
Muri da abbattere
17 settembre 2015
Le tragiche immagini che osserviamo in questi giorni sui circuiti dei media hanno una forza innegabile. La forza della testimonianza diretta e visiva. Forse, si tratta di una potente e primordiale modalità di contatto capace di imprimersi nella mente più di ogni altra, restando più impressa dei solchi di una scritta nel marmo.
I migranti, con il loro bagaglio di difficoltà e sofferenza - perché, va detto, nessuno si muoverebbe in quelle condizioni se non ne avesse estrema necessità - che riescono ad attraversare il mare o i monti e restare vivi, approdano in territorio europeo e vengono accolti a volte bene, a volte con cariche delle forze dell'ordine. Sassaiole, lacrimogeni, grida, bambini che piangono, persone in fuga, all'aperto, di giorno, di notte. Immagini strazianti, ne abbiamo viste molte.
Immagini forti quanto chiarissime. Sono ritornati i fili spinati, i muri, a testimonianza del fatto che si può, anzi che è facile, dimenticare, mentre pare estremamente difficile riconoscere nell'altro un essere umano. Riconoscersi come persone, prima di ogni altra scelta ponderata, e' la base istintiva di ogni successivo rapporto. Mentre i muri dividono, separano, discriminano, senza apertura al dubbio, alla discontinuità della possibilità.
Muri e fili spinati che non devono esistere in Europa, che sono in contrasto con le norme costitutive dell'Unione Europea, ed in spregio alla sua cultura e civiltà. Che devono essere abbattuti al più presto.

Immagini forti di una comunità in difficoltà a livello planetario, dove la soglia dell'impatto ambientale globale e' stata superata e oramai ne fotografiamo gli effetti fino ai Poli, nell'Artico, dove gli orsi bianchi in carenza di cibo diventano drammatico simbolo attuale di quelle che furono per millenni terre incontaminate, faticosamente raggiunte soltanto da pochi arditi esploratori. Ora si raggiunge ogni terra e ogni vetta, ci sono cumuli di pattume lasciati dalle spedizioni sull'Everest, che fu anch'essa cima incontaminata e sacra per millenni, ci sono tracce di ogni tipo di inquinante ai Poli, ci sono isole di rifiuti di materiale plastico nel Pacifico. La sacralità e' scomparsa, e con essa il rispetto, e con loro la ormai mitica Natura incontaminata. 
Le immagini sono estremamente utili, e va un "grazie" al lavoro prezioso dei fotografi. 
Non per vaticinare catastrofi prossime venture, ma per accendere la luce ed illuminare ciò che può essere estremamente utile vedere. Per intervenire, trovare soluzioni, agire concretamente.

Il nostro governo ha operato bene riguardo i migranti, ed in anticipo sugli altri Paesi dell'Unione. Dall'Europa e dalla comunità internazionale ci aspettiamo un impegno a largo raggio per cercare soluzioni umanitarie.
Altrettanto si deve fare riguardo l'impegno per ridurre le emissioni che alterano la composizione atmosferica e modificano il sistema climatico. 
A dicembre ci sarà la possibilità di farlo, quando rappresentanti dei governi di tutto il mondo e naturalmente d'Europa si riuniranno a Parigi, alla Conferenza delle Parti COP 21 della Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici. Intanto, il Partito dei socialisti e democratici europeo lancia una campagna per la partecipazione dei giovani fra i 18 e i 30 anni, denominata Progressives 4 Climate, con la quale si può vincere un viaggio ad una delle conferenze preliminari. 

L'indirizzo è' il seguente:

http://www.socialistsanddemocrats.eu/progressives4climate

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