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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA
Sarà tutta un'altra storia (benvenuti nel PD)
18 novembre 2019
Un breve commento all'iniziativa di tre giorni che il Partito Democratico ha organizzato a Bologna il 15, 16 e 17 novembre "Tutta un'altra storia". Mi è piaciuta molto. Anche il titolo. L'ho trovata diversa dalle solite giornate organizzate dai partiti a cui siamo abituati, schematiche, ridondanti, spesso "passerelle" di esponenti politici noti (così vengono denominate in gergo) e poco altro. 

Dopo l'inaugurazione, sono iniziati i lavori tematici, ed assemblee plenarie con interventi di esponenti di primo piano della cultura, oltre che della politica naturalmente, italiana. Una varietà di temi, argomentazioni, ragionamenti, una pluralità di voci, un buon numero delle quali era esterno al PD, per un confronto collettivo che è risultato interessante, capace di far riflettere, di portare idee nuove o semplicemente a cui non avevi mai pensato, in una parola bello. C'erano le persone che non riuscivano più ad entrare in ambienti enormi già affollati. La location ha contribuito alla riuscita dell'iniziativa: Palazzo Re Enzo a Bologna, cornice splendida, nonostante la pioggia battente che ha imperversato sulla città, e domenica mattina il luogo del cibo per eccellenza, FICO, acronimo di Fabbrica Italiana Contadina, nella prima periferia della città. 
Ho partecipato al laboratorio 3, dove si parlava di ambiente e sostenibilità dalle città al mondo. Non è certo la prima volta che partecipo a riunioni simili negli ultimi trent'anni: la speranza è che questa volta accada qualcosa di nuovo, cioè che la sostenibilità ambientale, e il famoso green new deal, diventino la colonna portante della proposta politica del PD, sulla quale basare la propria proposta di politica energetica (non ne abbiamo mai avuta una), di politica industriale, di politica agricola, etc. Passando dagli alimenti - e la scelta di FICO è stata emblematica - alla cultura - idem per il più antico palazzo pubblico bolognese. Abbiamo i mezzi, molte volte lo abbiamo sottolineato in questo blog, mettiamoli all'opera, superando steccati, barriere, chiusura, autoreferenzialità. Non è troppo tardi.

Purtroppo, a breve distanza e negli stessi minuti si allagavano le campagne di Budrio: il torrente Idice ha rotto gli argini dopo giorni di pioggia intensa. 
Le piogge di questi giorni sono caratteristica del mese di Novembre, e congiutamente del cambiamento climatico. Vale a dire, in termini semplici, che gli eventi che accadevano come proprietà specifica di una stagione, in questo caso l'autunno, ora accadono in estensione e frequenza maggiori. Gli studi scientifici mostrano la tendenza ad un aumento nel corso del tempo, il che significa che gli anni futuri saranno caratterizzati da problemi enormi per il nostro territorio. La più grande opera che va messa in atto in Italia è la messa in sicurezza del territorio. Il suolo è l'infrastruttura principale, non certo le strade, bretelle, varianti, che quel suolo vanno ad aggredire impermeabilizzandolo e minandone la tenuta.

A Gianni Cuperlo si deve l'alta qualità della tre giorni di Bologna, un risultato davvero ottimo. Dico subito che non avevo dubbi, avendo sostenuto fin dalla candidatura del 2013 il suo lavoro e mi fa piacere ricevere conferme di tale livello.
Ora si tratta di andare avanti, il Partito Democratico è ben presente ed attivo. Questa volta davvero uso soltanto parole di encomio. Quando è il momento, è giusto così.


Venezia. 
Quando ragiono su Venezia non riesco a mantenere la calma, e a volta calco la mano sulle parole che scrivo. Ma aver appreso che in Germania esiste una diga simile al Mose completata in cinque anni e costata venti volte di meno, mi porta il sospetto che la situazione sia persino peggiore di quanto ho scritto nel precedente post. Cosa succede in  Italia a questi livelli è un mistero, soprattutto per coloro che si avvicinano ai problemi con mentalità scientifica e tecnica. Una cosa se fattibile, si fa, con i tempi e i costi stabiliti. Pare che non funzioni così, e su questo occorre ragionare, anche nel PD. 
Ma facciamo qualcosa di concreto al più presto per la città più bella al mondo, che ha visto il dimezzamento degli abitanti nel giro di pochi decenni, che rischia di veder collassare lo straordinario patrimonio artistico e storico di cui è costituita. Formiamo un comitato ad hoc, impieghiamo i migliori ricercatori per decidere cosa fare, oltre al Mose che va completato al più presto. Per favore, salviamo Venezia, ora.



POLITICA
Porta a Porta in replica - già vista mille volte
16 ottobre 2019
Ho seguito soltanto una parte del confronto di ieri sera fra Matteo Renzi e Matteo Salvini, e non ho gli elementi per commentare tutta l'iniziativa televisiva di Porta a Porta. Mi aggiungo ai commenti, numerosi, soltanto per esprimere un parere generato nell'immediatezza dello sguardo allo schermo, sperando di non scrivere una banalità. La mia impressione - istintiva, personale, ma non di parte - è stata di aver dato un'occhiata al passato. Mi è sembrato di osservare una scena che, più o meno interessante che sia, si colloca fra gli eventi superati della politica italiana, qualcosa che appartiene ad un percorso già visto, e già effettuato. Questa impressione non riguarda perciò i contenuti espressi dai contendenti, ma la collocazione del dibattito sulla linea della strada su cui la politica è transitata finora. L'immagine trasmessa ieri sera si situa in modo del tutto naturale nel cammino già fatto.

Matteo Salvini è leader di una formazione politica che ha visto una grande crescita dei consensi nel corso di anni, è stato Ministro del Governo nazionale, ha fatto cadere quel Governo di cui faceva parte. Ora è iniziato un altro percorso.
Matteo Renzi, a cui va il mio interesse nel caso specifico per aver fatto parte fino a ieri del Partito Democratico, è Senatore, è stato Segretario del PD, è stato Presidente del Consiglio, ha avuto in mano partito e nazione. Ha guidato il maggior partito progressista del Paese ed il Paese stesso. Ora ha inizio anche per lui un nuovo percorso, per sua scelta: ha lasciato il PD e fondato una nuova formazione politica, Italia Viva. Quest'ultima partecipa al Governo attuale con incarichi a suoi esponenti di primo piano.
Il confronto fra leaders va fatto, per l'appunto, fra leaders. Nè il primo nè il secondo attualmente lo sono, se non delle rispettive formazioni politiche. Si è trattato perciò di un'interlocuzione fra dirigenti di partito ed esponenti sicuramente di primo piano della politica nazionale, ma non leaders, che hanno già governato l'Italia ed hanno loro stessi fatto scelte diverse.  Li ringraziamo - al primo andranno i ringraziamenti della destra, io mi limito a ringraziare la sinistra - ma ciò che è stato fatto è passato. A mio modestissimo parere, il passato non ritorna e non sarebbe nemmeno auspicabile che ritornasse.
La trasmissione di ieri sera va bene per i social, benissimo per commentare e scegliere "chi ha vinto" il confronto, ma si è trattato di una passerella con niente di nuovo, nulla che vada oltre. Portate già consumate. Magari con i piatti rimasti da lavare.

2.
Assai più importante è che il nostro Governo prenda posizioni nette nei confronti della Turchia, e che operi in Unione Europea affinchè tale diventi, ossia una vera Unione capace di esprimere una linea di politica estera e di difesa comuni e capace di incidere sulle vicende internazionali. Non so cos'altro debba accadere perchè l'Unione si rafforzi. L'iniziativa di guerra della Turchia è un attacco ai nostri valori fondamentali. Se non siamo capaci di difenderli mettiamo a rischio le basi stesse della civiltà europea.

POLITICA
Cari divisori, la strada è un'altra
17 settembre 2019
Vorrei comunicare a Matteo Renzi (nel caso, in verità assai remoto, che leggesse questo blog) che non lascerò il Partito Democratico e non lo seguirò nella sua nuova formazione politica - così come in precedenza Calenda, così come Bersani. Resterò nel PD, con nessun apprezzamento per le divisioni e per coloro che le attuano - operazione matematica che lascerei alla destra. C'è bisogno di un partito forte, non certo di un partito debole, a fronte di problemi gravissimi, cambiamento climatico, diseguaglianze in crescita, migrazioni bibliche, sviluppo sostenibile, istruzione, lavoro, diritti. Di questi problemi occorre occuparsi con concretezza, non certo privilegiando la tattica politica finalizzata al predominio personale. Le priorità sono altre, e non hanno tempo da perdere, non aspettano i giochi di palazzo, la spartizione del potere, le caselle da occupare (attività che peraltro hanno stancato tutti). 

Queste poche righe condensano in sé alcune caratteristiche tipiche della destra, su cui suggerirei sommessamente che leaders che si autodefiniscono di sinistra, o di centro sinistra, riflettessero con attenzione. 

POLITICA
Ferragosto con il monito IPCC e la crisi di governo
10 agosto 2019
Scenari sempre più preoccupanti per la cosa più preziosa che abbiamo, la Natura terrestre, delineati dalle tesi scientifiche sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Il Rapporto dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, organismo dell'ONU che grazie al lavoro di migliaia di scienziati in tutto il mondo studia da anni le modifiche a cui è sottoposto il sistema climatico)  uscito pochi giorni fa e denominato "Cambiamento climatico e territorio" descrive un ambiente in cui la nostra stessa sopravvivenza è a rischio. Sì perché va chiarito un punto imprescindibile: le tesi ambientaliste (non molto tempo fa battezzate come ipotesi da "sognatori") riguardano la sopravvivenza dell'uomo sulla Terra, oltre alla conservazione della Natura così come l'abbiamo conosciuta almeno dal Neolitico. Siamo noi ad essere in pericolo, prima ancora della Terra e dei suoi sistemi naturali.

Il mondo sta cambiando ad una velocità elevata, e qualsiasi intervento concreto deve tener conto del tempo impiegato. Il riscaldamento globale è causato dalle attività umane, dal consumo di combustibili fossili, dagli allevamenti intensivi, dal disboscamento soprattutto delle foreste primarie, dal cambio di uso dei suoli. Il processo, in termini estremamente semplificati, deriva dal notevole aumento della concentrazione di CO2 e di altri composti nell'atmosfera, con la conseguenza che l'atmosfera stessa trattiene calore in misura maggiore di quanto sarebbe necessario. Maggior calore significa maggiore quantità di energia, da cui l'aumento della frequenza di fenomeni estremi, uragani, piogge più intense e concentrate in brevi periodi, venti forti, ondate di calore e lunghi periodi secchi. Nel futuro prossimo ci aspetta un'intensificazione di tali fenomeni, con aumento dell'erosione dei suoli, esposizione di vaste aree alla siccità e al processo di desertificazione, impatti sull'agricoltura tali da mettere a rischio la sicurezza delle forniture alimentari, giorni di caldo estremo a latitudini temperate o artiche, spostamento geografico degli ecosistemi, ampliamento dei deserti dell'Africa, dell'Asia, dell'America. Le popolazioni più colpite saranno gli abitanti poveri dell'Africa e dell'Asia, che tenderanno ad incrementare il fenomeno migratorio (e cos'altro dovrebbero fare?), ma sarà messa a rischio anche la pace in numerose zone del pianeta per guerre causate dalla necessità di risorse. L'area del Mediterraneo, che ci riguarda da vicino, sarà anch'essa esposta a siccità e incendi.
Andiamo alla radice delle ragioni per cui si verificano i fatti, come i migranti dall'Africa? Bene, allora dobbiamo sapere che il Rapporto sul clima scrive nero su bianco che aumenteranno fame e migrazioni per ragioni ambientali. O preferiamo limitarci a fermare le navi nel Mediterraneo, come una politica miope, per non dire di peggio, sta facendo?
Il famoso sviluppo deve essere sostenibile, altrimenti non sarà più sviluppo, ma regressione. Come ormai diversi anni fa ci insegnò il Rapporto Stern.
Ma se ancora non basta, vale la pena di guardare il video del documentario di Caspar Haarlov che mostra lo scioglimento questa estate dei ghiacci della Groenlandia: è semplicemente impressionante. Il suono sembra il rumore dell'Apocalisse. Se ancora qualcuno vuole intendere, lo faccia. Non è più troppo presto. (Il filmato si trova facilmente in rete).

Ma non è finita, perché sta andando a fuoco una fetta rilevante della taiga e della foresta siberiane. Un'area enorme dove un tempo c'era il permafrost, una delle ultime aree naturali che consentivano respiro al pianeta. C'è chi dice che non si interviene, va detto anche che non è facile intervenire. Siamo comunque in presenza di un danno gravissimo, ed era prevedibile nel momento in cui da anni quelle zone si stanno riscaldando di più della media mondiale. 

Ma non tutto è perduto, alla condizione che cambiamo modello di sviluppo, pratichiamo la conservazione della Natura rimasta, e lo facciamo in tempi brevi. 
Produzione sostenibile di cibo, ed in particolare riduzione del consumo di carne, riduzione dello spreco di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione e del degrado, potrebbero, secondo l'IPCC invertire la rotta riguardo la gestione del territorio.
Ad essi vanno aggiunti naturalmente gli impegni dell'Accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra per migliore efficienza e ampia diffusione delle rinnovabili, a cui probabilmente va affiancata la tecnologia migliore per la cattura e lo stoccaggio della CO2 già emessa. Se riusciremo a restare sotto la soglia di un incremento di 1,5°C sarà un risultato ottimo, già avvicinarsi ai 2°C potrebbe essere molto pericoloso. 

Ma chi è che deve prendere queste decisioni? Il governo, la politica, i governi locali. Bene, il governo in Italia è caduto, non certo a causa di questi temi che sono bellamente ignorati, ma per via dell'aspirazione leghista ad avere un maggior numero di deputati in Parlamento, ipotizzando che i sondaggi a loro favorevoli corrispondano al vero. 
A parere di chi scrive, la sinistra non lo ha (quasi) mai fatto, ma la destra è congenitamente impossibilitata ad agire per proteggere l'ambiente. La ragione è semplice: una visione di società in cui persiste la divisione in classi, il favore alla formazione del grande capitale (che poi dovrebbe essere reinvestito per creare lavoro indipendentemente da qualsiasi altra considerazione), l'esaltazione della forza individuale, l'avversità alle regole, la chiusura sul piano internazionale e persino nell'Unione Europea, la bassa considerazione per le altre culture, per non  dire della frequente esplicita negazione dell'esistenza del problema del cambiamento climatico costituiscono parti di una visione in cui non ci sono gli strumenti per un intervento adeguato. Se la sinistra non è mai stata ambientalista per scelta (sbagliata), la destra è per sua natura antiambientalista.  I Trump, I Bolsonaro, gli Orban sono la dimostrazione vivente di questo fatto, e un danno al pianeta enorme, laddove si agisce in favore degli altissimi consumi di fonti fossili statunitensi o del disboscamento dell'Amazzonia. 
Ora l'Italia rischia di accodarsi al gruppo, in presenza di una situazione difficile, produzione industriale in calo, spread che aumenta, debito che aumenta, governo appena caduto che non ha dato alcuna prospettiva al Paese, la questione migranti che non viene affrontata se non nelle modalità che servono a fini elettorali, alimentando la paura. Delle due anime del governo, il Movimento 5 Stelle è stato il più mite, aprendo le porte della "scatoletta di tonno" alla Lega senza infierire in altro modo sul famigerato "sistema", con buona pace di Grillo e dei suoi proclami. 
A partire da questa situazione dovremo cercare di costruire - e il PD dovrà cercare di costruire - una visione di futuro per il nostro Paese che si inserisca nel contesto mondiale, che affronti i problemi alla fonte e non soltanto alla foce, che combatta finalmente con una forma di coerenza da mantenere nel lungo periodo il problema dei problemi, ovvero il riscaldamento globale e le sue conseguenze. Davvero, buon Ferragosto.

Il Rapporto dell'IPCC dell'ONU si scarica qui:

https://www.ipcc.ch/report/srccl/

POLITICA
Cambiare si può
1 agosto 2019
Sta cambiando qualcosa, con il nuovo governo, in Italia? Sì e no. L'economia è ferma, l'occupazione lo è quasi, le promesse ambientaliste dei 5 stelle restano in attesa, nulla di veramente nuovo sulle politiche legate al grande tema del cambiamento climatico, nelle città del nostro Paese interi quartieri sono fatti propri dalla malavita in particolare legata allo spaccio di droga, come mostrano le cronache, la questione migranti - che sul piano numerico mostrava già un forte calo degli arrivi in precedenza - resta una questione ben lontana dall'essere risolta, la nostra posizione nel contesto europeo e nel quadro internazionale è più che mai marginale. 
Ma qualcosa sta cambiando. Sta prendendo il sopravvento una cultura politica di destra (chi ne sa più di me in proposito deciderà se si tratta invece di una forma di sottocultura) chiusa, individualista, verbalmente aggressiva, di facile o quasi immediata comprensione, superficiale, nemmeno troppo riferibile ai canoni della destra classica se non nelle sue inevitabili radici. Le radici però sono meno esposte e perciò meno riconoscibili. Fra un selfie e l'altro, fra una chiacchierata social e l'altra, fra una moto d'acqua e l'altra, un passo alla volta, ci si appropria del Paese. 
Del Paese e del suo modo di essere. Una cosa che non è mai riuscita alla sinistra, che è stata sempre abilmente attaccata in via preventiva di tenere in mano una presunta fetta prevalente della cultura del Paese - che non era vero - ed ora perde anche la quota che aveva - il che è vero. Il mantenimento delle diseguaglianze nel mondo peraltro richiede un appoggio della pubblica opinione, e se un tempo si trattava di settori della popolazione all'interno del Paese, ora si tratta di popolazioni altre, straniere, che vivono nel Sud del mondo. Non sono certo sparite le iniquità interne, ma sono assai minori di un tempo e soprattutto sono facilmente indirizzabili verso presunte responsabilità straniere, genti di culture diverse e aspetto diverso. Si sposta l'obiettivo per mantenere un sistema.
I campi da arare provengono direttamente dai vent'anni, o più, precedenti, e Salvini ringrazia coloro che hanno provveduto a spalancare le porte delle possibilità. Opportunità politiche da cogliere.
Il Partito Democratico - ora davvero l'unico baluardo alla deriva - dovrebbe al più presto operare per definire una linea politica chiara, posizioni che lo siano altrettanto su temi centrali, che consentano di recuperare almeno una forma di identità riconoscibile e una forza di affermazione delle proprie idee che da (troppo) tempo mostra di non avere. 
Se i massimi sistemi richiedono tempo e impegno non comuni, una modalità semplice e diretta, una linea propositiva, una chiarezza d'intenti sono invece alla portata. I prossimi appuntamenti saranno focali, fra cui le elezioni regionali in un territorio da sempre importante per la sinistra, l'Emilia Romagna. Fra pochi mesi si decide la data precisa. Si tratta di una regione ben governata, ma governare bene non basta se altri stanno costruendo la cultura politica di un Paese basandola su pilastri totalmente diversi. L'incapacità di comunicare chi sei, perché tu sei "altro", e da dove deriva la tua alterità può fare affondare la migliore delle navi, un Titanic imprevisto quanto invece prevedibile. 
Un tempo si diceva che la sinistra non sa comunicare, e non sa usare la rete, ora appare non molto distante da quelle posizioni con i messaggi troppo spesso carenti di spontaneità o fissati sulle difficoltà interne al governo attuale. Credo che vada ripreso il filo della tessitura con altre modalità che non la costruzione di brevi trame critiche. Credo che vadano date risposte politiche chiare alle migliaia di giovani che manifestano per la tutela del clima e contro il riscaldamento globale, chiedendo interventi concreti ed efficaci. Credo che vada costruita una posizione sul fenomeno migranti che arrivi ad interpretarne le cause e non soltanto a cercare metodi di gestione, pure indispensabili. Per non parlare della precarietà in cui troppi sono immersi a causa del lavoro che svolgono o della necessità urgente di orientare lo sviluppo economico verso criteri di sostenibilità ambientale. Da troppo tempo stiamo aspettando, ed il tempo è una variabile in gioco.



POLITICA
Domenica 26, un voto per l'Europa (matematicamente progressista)
26 maggio 2019
Un voto per l'Europa unita, per un parlamento di rappresentanza nell'unico caso al mondo in cui Stati di storia lunga, antica, consolidata, si sono uniti volontariamente per costituire un'entità sovranazionale a cui cedere parte della propria sovranità, nella prospettiva di politiche comuni, di futuro comune. 

Unire invece di dividere, sommare invece di sottrarre. Sarà un caso, o forse no, che le operazioni tipiche della destra politica siano la divisione e la sottrazione. Matematicamente riducenti. A volte semplificanti, ma sempre orientate al passato. Addizionare e moltiplicare, operazioni progressiste (nonché evangeliche), portano a maggior complessità ma guardano avanti. Nel futuro. Se riuscissimo a fare un elevamento a potenza l'Europa sarebbe ottima in breve tempo. 
L'Unione Europea ha infatti estremo bisogno di guardare avanti, di fare progetti grandiosi per portata e respiro come quelli che si facevano venti, trent'anni fa, di impegnarsi a trovare strade comuni sui temi che contano, dall'ambiente con l'enorme tema del clima, al fisco, dalla democrazia all'istruzione, dalla ricerca scientifica alla difesa, dal fenomeno migratorio al proprio ruolo nel mondo. La necessità è forte perché deriva da un periodo di stasi, durante il quale l'aspirazione ideale all'Unione è retrocessa e i muri sono avanzati (si diceva, appunto, della divisione), steccati reali o immaginari a difesa di un passato che non tornerà e non sarebbe nemmeno auspicabile che tornasse. Ambizione ad un futuro comune resa fossile dalle difficoltà (grandi) attuali a cui spesso non si riesce a trovare risposte, scavalcata dalla pretesa di pietrificare l'Unione Europea in una linea di frazione fra localismi fuori dal tempo, o palesemente reazionari. Destre che avanzano sui vuoti lasciati dalle sinistre. 
L'Europa che vogliono i "sovranisti" è esattamente quella che c'è e che vorremmo cambiare, migliorandola. L'Europa delle Nazioni è passato che più passato non si può, ostaggio di un presente che sembra non finire mai. Ritroviamo il bandolo e sbrogliamo la matassa.
 
In un tale contesto, la scelta si fa innanzitutto stretta, a due voci, UE sì, UE no, poi si passa all'analisi un po' più profonda. Il sì all'Unione Europea passa immediatamente oltre le formazioni politiche della divisione e della sottrazione. Quale sì all'Unione viene dopo, e richiede un po' di attenzione in più. Voterò per il Partito Democratico, nonostante (anche qui) la frequente incapacità di trovare risposte ai grandi temi - globalizzazione, clima, sviluppo economico, diseguaglianze radici di migrazioni bibliche - nonostante la scarsa inclinazione ambientalista, nonostante gli immarcescibili gruppi di potere che scavalcano i temi impunemente. Nonostante tutto, resta l'unico baluardo alle destre, alle reazioni, alle divisioni. Dubito che sarà in grado di attuare l'elevamento a potenza, ma all'addizione e alla moltiplicazione ci arriviamo. Ed anche all'Azione, contraria, per Principio, alla Reazione. 

Un'Europa grande, deve diventare, capace di rispondere alle crisi interne ed internazionali, capace di stare sul piano delle grandi potenze dell'oggi e dei prossimi anni, Cina, India, Brasile, Stati Uniti,  capace di migliorare la vita dei suoi cittadini, continuando innanzitutto a garantire un bene incommensurabile come ha fatto finora: la pace. Una pace frutto di un'unione volontaria, come non si era mai visto nella Storia. Ereditiamo un passato comune con tutti gli altri Paesi e popoli europei, che va dall'Impero Romano alla comunanza culturale e valoriale costruita nel corso dei secoli, ma questo non ci ha impedito di diventare vittime di guerre fratricide. Perché lì, portano le divisioni.

Gli studenti hanno organizzato un sit-in davanti alle sedi comunitarie a Bruxelles, per ricordare che le politiche per salvare il sistema climatico terrestre sono imprescindibili. Il nuovo Parlamento è l'ultimo che avrà la possibilità di fare scelte politiche che portino verso il rispetto del limite di 1,5 gradi di incremento della temperatura globale media. Questa è la posta in gioco, legata a tutte le altre, numericamente semplice, economicamente complessa, simbolo di noi e del nostro presente.
Solo l'Unione può portare la speranza che ci si riesca, non certo i singoli Stati, non certo regole individuali incapaci di visione sistemica globale. Poi, succede che arriva un Trump del Vecchio Continente che dice che il problema non esiste, e finisce lì. 

Si vota dalle 7 alle 23. Per mandare in Europa rappresentanti di un popolo che in Europa c'è già, da sempre, cioè noi. I nostri rappresentanti nelle istituzioni europee. Basta la carta d'identità e la tessera elettorale. Buon voto. 

POLITICA
Inquinamento e reddito: facce di una stessa medaglia, lo sviluppo iniquo
5 febbraio 2019
Una relazione interessante dell'AEA (Agenzia Europea per l'Ambiente, o EEA European Environment Agency) dal titolo «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa, l'indirizzo è riportato in calce) appensa uscita, punta il dito sugli stretti legami tra problemi sociali e problemi ambientali in Europa.

L'Agenzia dell'Unione Europea afferma che "è necessaria un’azione mirata per proteggere maggiormente i poveri, gli anziani e i bambini dai rischi ambientali quali l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali dell’Europa". Un tema di notevole importanza, soprattutto se paragonato alla sua sottovalutazione. Si tratta di prendere atto che il problema dell'inquinamento dell'ambiente è anche un tema sociale in cui le fasce più deboli della popolazione sono le più colpite, sia all'interno delle società sviluppate sia nel contesto delle diseguaglianze mondiali. Differenze di reddito, di istruzione, di occupazione si traducono in modi diversi di esposizione agli agenti inquinanti, di capacità di rispondere al problema, di consapevolezza dello stesso, esattamente come differenze geografiche, economiche e politiche sul piano internazionale corrispondono a diversi impatti degli inquinamenti locali o del cambiamento climatico. Insomma, la questione sociale si intreccia alla questione ambientale ed il legame è stretto e fatto di maglie intrecciate in modo complesso. Sul piano politico, abbiamo già scritto qui più volte di come la sinistra - che dovrebbe cogliere questi aspetti, almeno nel loro risvolto sociale - non lo abbia mai fatto, in particolare in Italia, commettendo un errore storico che ancora oggi, con i tempi tipicamente dilatati della cultura politica, diffonde le sue ombre. Per troppo tempo si è pensato che bastassero i documenti, gli accordi, i rapporti tecnici per affrontare una materia che invece è pienamente politica, rinunciando ad essa come se un trattato filosofico sul tempo fosse sostituibile con un orologio, o un minimo di conoscenza scientifica fosse rimpiazzabile con la lettura dell'indice dell'ultimo rapporto pubblicato.

Lo studio dell'AEA presenta delle carte geografiche tematiche che con l'uso di diversi colori forniscono informazioni che hanno il dono dell'immediatezza. L'Italia emerge per quantità e qualità dei problemi.  La Pianura Padana e le aree di Roma e di Napoli sono fra le zone più inquinate d'Europa per particolato fine (PM2,5). Il nostro Paese spicca anche per l'alto numero di disoccupati e di anziani (ovviamente, quest'ultimo dato è positivo e riguarda l'elevata vita media della popolazione italiana).
A livello europeo, scrive il Rapporto che "L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3)". Le differenze di reddito si fanno sentire anche all'interno delle zone maggiormente benestanti: secondo lo studio "Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche. Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2". L'inquinamento  acustico poi si differenzia notevolmente fra zone di diverso reddito, risultando che "L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati".
Infine, le aree del Sud dell'Europa, dove si colloca anche l'Italia, "sono caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute".

Si legge nello studio che è necessario un contesto di politiche attive per favorire azioni mirate e considerare le conseguenze dei rischi sanitari causati dai danni ambientali soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Non si può dire che manchino del tutto le politiche adeguate, ma quelle che ci sono non sono sufficienti e soprattutto non formano ancora un insieme capace di trovare risposte e cambiare una tendenza. Questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti: una periferia senza verde, attraversata da strade trafficate, vicina ad insediamenti produttivi magari pesantemente inquinanti è luogo di vita di coloro che non possono permettersi niente di meglio. Abbiamo esempi persino più gravi, nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania, dove la maggior incidenza di malattie gravi e' probabilmente legata agli smaltimenti illeciti dei rifiuti, inclusi i rifiuti tossici. Questioni sociali ed ambientali che si intrecciano, lasciando scie di degrado a volte inestricabili. 

Lo studio dell'AEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.eea.europa.eu/it/highlights/inquinamento-atmosferico-rumore-e-temperature


POLITICA
Questione di DNA
14 ottobre 2018
Nell'Amaca di Michele Serra pubblicata oggi (domenica 14 ottobre) su Repubblica viene proposta una visione netta, e per certi versi sorprendente, della struttura genetica del Movimento 5 Stelle: un movimento che possiede nel suo DNA l'ambientalismo. 
Serra parte infatti da un problema reale - l'incremento del livello consentito di sversamento di idrocarburi nei campi - per argomentare che "la sola qualità pentastellata sulla quale pareva si potesse confidare" fosse la cura ambientale, seppur ora minacciata dall'attività di governo, non così ambientalmente sostenibile. Dunque, l'ambientalismo, che "era nel DNA" del movimento, pare ora fuoriuscito dalla finestra aperta da una mutazione genetica - nè più nè meno che la stessa che hanno subito tutte le formazioni politiche che hanno governato il nostro Paese.

Possiamo affermare che non c'è stato nessun partito in Italia che abbia portato e perseguito al governo del Paese una politica coerente di decarbonizzazione dell'economia, senza apparire ingiusti se non ricordiamo diverse scelte positive in materia che pure sono state fatte. Conosco molti che, a seguito di questo fatto, hanno sostenuto i 5 Stelle riponendo la propria fiducia, a mio modo di vedere, su qualcosa che assomiglia molto all'ultima spiaggia. Conoscendo bene il PD, in cui sono entrata all'origine come socio fondatore, e la sua fatica a far propria una chiara politica ambientalista non sono sorpresa da una scelta di tal genere. 
Ma da qui ad affermare che il Movimento 5 Stelle abbia l'ambientalismo nel DNA ce ne corre. 
Averlo nel proprio patrimonio genetico significa innanzitutto averlo praticato nel corso del tempo, con tutto ciò che questo comporta, e senza togliere nulla a nessuno, credo che questa pratica appartenga in Italia soltanto alle associazioni ambientaliste - oltre agli organismi tecnico-scientifici, naturalmente, ma ci si riferisce qui al contesto politico. Così, sgombriamo immediatamente il campo. Con questo non intendo certo affermare che le stesse abbiano sempre ragione, ma che siano rappresentative del tema e di chi lo segue. Gli altri non lo sono. Punto. 
In secondo luogo, il legame fra un movimento che si fonda su una forma di democrazia diretta e l'ecologia politica semplicemente non c'è. Non esiste in nessun modo una consequenzialità fra una forma di scelta degli eletti e uno stile di formazione del consenso e una linea politica, ambientalista o altro. Credo che l'azione del governo sia la dimostrazione plastica di questo: l'assenza totale di una linea politica identificabile. Ho scritto spesso della carenza identitaria del PD e dell'azione altrettanto scarsamente identificabile, ma ciò a cui assistiamo in questo periodo supera ogni livello. 

L'ambientalismo non si inventa dall'oggi al domani, non è una spilla da apporre sul bavero, non è nemmeno una qualifica identitaria. Per quanto mi riguarda deve essere scientificamente fondato, pur rispettando ogni forma di sensibilità verso l'ambiente naturale e i suoi equilibri. Collocarlo nel contesto politico non è facile. Ci hanno provato spesso, a sinistra, a destra, trasversale, in una formazione politica specifica. Norberto Bobbio, nel suo classico "Destra e Sinistra" richiama i concetti fondamentali per la sinistra di libertà, eguaglianza, pace, diritti, e ci invita alla fine "ad alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".  Ad "estendere i principi di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano". Se abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura e delle altre specie che abitano la Terra, essa si colloca in una visione progressista del mondo, mentre una visione di destra porta allo sfruttamento a cui stiamo purtroppo assistendo. Eguaglianza e diritti non esisteranno mai senza un mondo abitabile per tutti, ambiente e lavoro non possono essere in contrasto se non in un ambito produttivo vecchio stile orientato esclusivamente al profitto, la libertà di respirare aria pulita o vivere in centri urbani sostenibili non può essere privilegio di pochi, il cambiamento climatico è una sfida per tutti e non soltanto per gli abitanti delle periferie del terzo mondo.

L'estrema limitatezza, si può dire l'esiguità, del contributo della sinistra italiana da quando il tema ambientale è diventato prioritario nei fatti in contrasto spesso con le parole spese fa sembrare la posizione descritta sopra puramente retorica. Ma i limiti e gli errori fatti nel ricamo non possono cambiare la tela: una sinistra vera e degna di tale nome non può che essere anche ambientalista. Non c'è bisogno di inventarsi movimenti ad hoc, c'è piuttosto bisogno di impegnarsi, forse anche per recuperare il tempo perduto. 

Ringrazio Michele Serra per le sue Amache sempre capaci di suscitare riflessioni. Questa proprio non poteva sfuggirmi.


POLITICA
Un obbrobrio di ponte
24 agosto 2018
Il ponte Morandi è (era) situato fra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano a cavallo del letto del torrente Polcevera e di buona parte della città di Genova. Venne costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua SpA su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi. Lungo 1.182 metri con una campata massima di 210 metri, un’altezza media del piano stradale intorno ai 45 metri, e i tre piloni alti circa 90 metri. Venne inaugurato il 4 settembre 1967 alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Fin dall'inizio presentò problemi strutturali, nel corso degli anni fu oggetto di diversi interventi di manutenzione e di rinforzo.

In questi giorni si possono trovare molte informazioni al suo riguardo in rete, sui quotidiani, altre se ne possono ascoltare in televisione o in radio. Dettagli riguardanti la struttura, la storia della sua progettazione e costruzione, tutti gli interventi effettuati nel corso del tempo. 
Perché quel ponte è crollato. 
Il viadotto che attraversa e sovrasta la città di Genova si è letteralmente smembrato, è crollato su ciò che c'era sotto, trascinando nel baratro - perché tale è un'altezza di circa cinquanta metri - coloro che stavano sopra, che lo stavano percorrendo in auto, in camion, ignari del pericolo. Un volo improvviso di chi non riesce a fermare in tempo il proprio veicolo vedendo mancare la struttura, un salto nel vuoto fisico, e nel vuoto di valori, di coesione, di sicurezza che questo Paese sta presentando in misura sempre più drammatica. Per anni ci hanno riempito le orecchie - da destra - della necessità di sicurezza contro qualche forma di delinquenza, magari dal volto straniero, mentre - da sinistra - ci si accodava senza uno straccio di analisi alternativa; ora possiamo tristemente osservare da dove arriva l'insicurezza, precisamente dall'interno del nostro Paese, con modalità che nessuna "ronda" di notte potrà mai evitare. 

Quel crollo ha causato, ad oggi, 43 morti, e un buon numero di feriti. Ci siamo stretti attorno alle famiglie delle vittime, abbiamo sofferto con loro, ci auguriamo tutti che non vengano lasciate sole. 
Ma ogni tempo ha il suo momento di riflessione, la necessità del cordoglio, e quella del pensiero, dell'analisi. 
Le persone che si trovavano sopra il ponte e quelle che si trovavano sotto, la città di Genova e tutta l'Italia dovevano avere la certezza che il viadotto fosse sicuro. La magistratura accerterà se ci sono colpevoli o meno. Ma è un fatto che la collettività ha il diritto della sicurezza delle infrastrutture dedicate al trasporto. Questa è venuta a mancare, nel modo più tragico. Si legge sui giornali delle polemiche che da sempre hanno caratterizzato la vita del viadotto, a dimostrazione che si sapeva del pericolo, ed il pericolo ha potuto tranquillamente procedere fino a diventare realtà, a trasformare in tragedia la torre di Babele che ci siamo costruiti. Sempre più alta: che meraviglia, quasi due chilometri sopraelevati su un'intera città, sostegni da novanta metri, campate da duecento, che sviluppo, che futuro. Mancano solo il ponte sullo Stretto, i trafori, le funivie che hanno trasformato le Alpi in un Luna Park, e magari una rampa di lancio per lo Space Shuttle. Come ricordavo nel post precedente, avremmo dovuto inoltre costruire oltre venti centrali nucleari, pena il ritorno alla candela, negli spazi rimasti del Bel Paese, sperando che non fossero sismici.

Ma c'è ancora qualcuno che, a tragedia avvenuta, ci descrive in tv la bellezza del ponte Morandi di Genova. Ingegneri che ne magnificano le sorti, se non fosse crollato naturalmente. Un ponte "ardito", da fare visitare agli studenti, un simbolo dello sviluppo dell'Italia nel dopoguerra. Non fa male ricordare che all'epoca si trattava di un Paese dove i laureati in materie scientifiche e tecniche era una sparuta minoranza, dunque priva di confronto con linee di pensiero diverse, magari capaci di mettere in discussione la linea prevalente portando avanti un dialogo che sempre in questi casi si rivela costruttivo. Questo è accaduto in tempi recenti, sicuramente dopo il '67, nonostante anche oggi le conoscenze tecniche in Italia siano poco diffuse in generale. 

Ma è proprio sulla presunta bellezza del ponte Morandi che vorrei porre l'attenzione. Cominciando dal fatto che sin da quando visitai Genova la prima volta lo trovai orribile, un vero obbrobrio, un elemento fortemente deturpante l'armonia della città. Penso ancora esattamente questo: che quel viadotto fosse un obbrobrio. Non soltanto insicuro - e basterebbe già questo - ma brutto. Così brutto da influire pesantemente sulla percezione della bellezza della città. Siamo i pronipoti di coloro che hanno inventato e fatto il Rinascimento: sicuramente pronipoti degeneri.
Che dire poi del fatto che tutti tacessero? Dove sono quelli che si scagliano contro gli impianti eolici? Se deturpano il paesaggio, i viadotti come questo invece no?
Chiarisco subito che non tutti gli impianti eolici vanno bene, così come non tutti i viadotti sono da cancellare. Occorrerebbe una diffusa competenza tecnica, a partire dagli uffici comunali, e una diffusa competenza paesaggistica, capaci di contaminare anche la politica.
Ma ci accontenteremmo anche di una sana manutenzione di ciò che abbiamo già costruito, e del bene più prezioso che abbiamo, il nostro territorio. La più grande opera pubblica da fare in Italia riguarda la manutenzione dell'esistente, da farsi nei modi corretti secondo le tecniche migliori sul piano strutturale e ambientale. Per non correre il rischio di ritrovarci con un paio di linee ferroviarie Alta Velocità mentre tutto il Paese procede a manovella, con le lavagne multimediali dentro scuole che cadono a pezzi, o con "arditi" viadotti per aiutare lo spostamento dei giovani che scelgono di andare all'estero a vivere la propria vita.

Aggiungo soltanto che, sul piano politico, credo che la sinistra in generale, e il PD in particolare debba decidere da che parte stare: se continuare a sostenere un modello di sviluppo invasivo, affiancati in questo alla destra, o promuovere un tipo di sviluppo diverso, che oggi esiste ed è noto da tempo grazie soprattutto ad una parte della cultura ambientalista. In questi giorni, ed ancora una volta, non è emersa alcuna distinzione, alcuna analisi nel merito che ponesse le basi per una proposta politica autonoma e identificabile, diversa dalla destra. Speriamo nei tempi futuri, come sempre.

POLITICA
1. Grande aumento della mobilità condivisa: oltre un italiano su 4 la usa 2. Una crisi per rinascere
28 marzo 2018
Le varie forme di mobilità condivisa stanno crescendo ovunque in Italia: bike sharing, car sharing e carpooling, sono aumentati del 50% fra il 2015 e il 2017.  Sono ormai oltre 18 milioni i cittadini che utilizzano almeno un servizio, il 28% della popolazione.  
Modi di muoversi che influiscono direttamente sullo stile di vita e che sembravano appannaggio di altre località - su tutte il Nord Europa - si stanno diffondendo anche da noi, incidendo su un pilastro che sembrava inamovibile del nostro Paese, la mobilità veicolare su gomma. Le auto private, motori dello sviluppo dell'Italia nel dopoguerra, rigorosamente a combustione interna con tutto quanto ne consegue in termini di inquinamento, stanno cedendo spazi a modi di muoversi alternativi che possono portare grandi benefici in termini ambientali e sanitari.

I dati sono tratti dal Secondo Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility, a cura dell'Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, promosso dal Ministero dell'Ambiente e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e presentato nel corso della Conferenza Nazionale della Sharing Mobility (in partnership con Deloitte e Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane) tenutasi a Roma presso la Stazione Termini il 27 marzo scorso.

Fra le città Milano è la prima, con quasi 3.400 auto, 16.650 bici e più di 100 scooter elettrici. Il bike sharing è il primo in Europa per diffusione con 39.500 bici offerte in 265 Comuni. Le regioni del Sud, nonostante presentino dati molto più contenuti rispetto al Nord, segnano la crescita più alta  con +57%.
Gli utenti del car sharing sono 1.077.589, con 62 milioni di km percorsi e 7.679 i veicoli in servizio. Sono circa 2,5 milioni gli utenti del carpooling extraurbano. Aumentano anche i veicoli a emissioni finali nulle, con il 27% di scooter e auto condivise di tipo elettrico.

Il Rapporto si può scaricare all'indirizzo in calce. I dati indicati sul sito dell'Osservatorio informano che sono 21 servizi disponibili sulle piattaforme digitali, 640 gli scooter condivisi, 15816 le biciclette condivise, 6156 le auto condivise, con un incremento + 20% di car sharing in un solo anno.

La situazione si presenta però non uniforme. Nel 2017 si sono registrati 357 servizi di sharing mobility di cui il 76% di bike sharing, segnando un aumento del 17% rispetto al 2016. Nell'ultimo anno, secondo il Rapporto, "il bike sharing è cresciuto del 147%, ma più di 2/3 delle bici circola solo in 4 città: Milano (44%), Torino (13%), Firenze (8%), Roma (5%)". Sul car sharing i dati evidenziano che in 5 anni (dal 2013 alla fine del 2017) si è quintuplicata l'offerta di auto, mentre nel 2016 sono stati effettuati circa 8 milioni di noleggi. Dei 7.679 veicoli censiti a dicembre scorso, il 43% è a Milano, il 24% a Roma, il 15% a Torino e l'8% a Firenze.

Emerge dunque un contesto variegato, dove alcune città e zone d'Italia trainano l'intero Paese, in un quadro che comunque è in evoluzione positiva. Ora ci si aspetta politiche per una migliore diffusione, finalizzate ad influire in profondità nel settore più difficile, i trasporti e la mobilità in genere. Una parte consistente dell'inquinamento proviene da lì ed in alcune zone è particolarmente influente sulla qualità della vita, basti pensare alla Pianura Padana ed alle sue nebbie ormai "sporche" di ogni sorta di composto e particolato. Non basteranno accordi e scelte deboli, il sistema va modificato con decisione.

Il sito dell'Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility si trova al seguente indirizzo:

http://osservatoriosharingmobility.it/


2. Politica.

Mai il Partito Democratico si è trovato in una condizione difficile come quella attuale. Semi distrutto dagli attacchi interni di una parte dell'area sinistra, quella che si è divisa, e di una parte dell'area centrista, quella che ha scelto di non ascoltare nessuno, agire in proprio sulla base della maggioranza nel partito, e commettere diversi errori gravi, a partire dal referendum sulle riforme costituzionali per passare a quello sulle trivelle. A queste modalità di far politica, chiusi nel proprio recinto - che non nascono negli ultimi cinque anni, ma da molto tempo prima - dobbiamo la quasi sparizione della sinistra in Italia. Si può concedere solo l'attenuante di un contesto che vede la sinistra in grande difficoltà in tutta Europa, e non è certo poco, ma le attenuanti non cancellano il reato, in questo caso politico, di aver evitato il compito e ceduto le armi progressivamente nel corso di almeno due decenni, grazie e arrivederci. Basti come esempio che in assenza di una sinistra identificabile come tale in Emilia-Romagna l'astensione ha raggiunto alle ultime regionali cifre speculari a quelle della partecipazione tradizionale, mentre ora alle elezioni nazionali destre e movimenti hanno avuto la meglio anche in un territorio storicamente incline a sinistra, e feudo inattaccabile del PCI nei decenni successivi alla guerra.
Di campanelli d'allarme ce ne sono stati mille e forse più, sempre inascoltati da una classe dirigente incapace di aggiornarsi (che non vuol dire rottamarsi sulla base dell'età), ferma al secolo scorso e a modalità di lettura della realtà attuale largamente superate. Addirittura fossilizzata nelle proprie gerarchie, che nell'attesa del proprio turno non si sono accorte che il vento cambiava direzione.
Ora, il PD non è ancora finito, e serve attivarsi per riprendere le fila del discorso. Al suo interno sono presenti personalità di valore, capaci di interpretare e fornire il senso dei fatti, e aree di attività politica interessanti e valide. Tutto questo va valorizzato, diffuso, attivato. Va premuto il tasto "on". Per andare oltre e provare a costruire la sinistra del 2018, dell'oggi e del domani, presente sul territorio e attiva sui temi, impegnata a mettere insieme persone, cose, e modelli di interpretazione della realtà. Senza dimenticare gli errori, che servono soltanto a questo, non certo ad attribuire colpe, ma ad evitare di ripeterli. Il PD sta attraversando una crisi profonda, da cui, seguendo l'etimologia del termine, si può rinascere migliori di prima.



POLITICA
Alcuni dati su cui riflettere - in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo
8 gennaio 2018
In questo periodo di campagna elettorale fra le feste si alternano notizie positive e meno positive.
Il buco nell'ozono si restringe, salgono reddito e potere d'acquisto degli italiani in modo significativo, aumenta in misura notevole il turismo culturale, l'emergenza rifiuti a Roma non ha più bisogno dell'Emilia Romagna dopo che ne era stato chiesto l'intervento, vanno a fuoco troppo spesso capannoni pieni di rifiuti, in pochi giorni nel pavese e nel savonese, ed infine le formazioni progressiste del centrosinistra si presentano divise alle ormai vicinissime elezioni politiche nazionali, che si terranno il 4 marzo prossimo.

Stante quanto scrive il New York Post riportando i dati della Nasa, il buco dell’ozono nell’atmosfera terrestre formatosi sopra l'Antartide si è ridotto del 20% dal 2005. I dati sono stati raccolti da satellite, e sono una conferma del successo delle politiche di protezione ambientale di messa al bando dei gas cfc (clorofluorocarburi) che distruggono l'ozono stratosferico, indispensabile alla vita sulla Terra per lo scudo filtrante i raggi ultravioletti o di lunghezza d'onda ancora minore. Il Protocollo di Montreal, firmato il 16 settembre 1987 ed entrato in vigore il 1º gennaio 1989, risulta essere un provvedimento efficace, capace di raggiungere l'obiettivo voluto e di farlo concretamente e nel volgere di pochi decenni. Una notizia estremamente positiva e confortante sulla capacità delle scelte di politica ambientale di rispondere alle questioni più importanti ed estese, come in questo caso, a livello planetario.

Il deficit e la pressione fiscale nel nostro Paese scendono, mentre sono in ripresa la propensione al risparmio ed il potere d'acquisto, secondo quanto riferisce l'Istat.
"Nel terzo trimestre del 2017 in Italia la pressione fiscale è stata pari al 40,3%, in riduzione di 0,4 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Lo rileva l'Istat, spiegando che si tratta del valore più basso dal 2011. Anche il dato relativo ai primi nove mesi del 2017, pari al 40,2%, è il più contenuto da sei anni."
"L'indebitamento netto in rapporto al Pil nel terzo trimestre del 2017 è inoltre stato pari al 2,1%, a fronte del 2,4% nel corrispondente trimestre del 2016, segando così un "miglioramento" di 0,3 punti percentuali. Complessivamente, nei primi tre trimestri si è registrato un deficit pari al 2,3% del Pil, anche qui "in miglioramento" di 0,2 punti sullo stesso periodo dell'anno precedente, così da toccare il valore più basso dal 2007 (sempre guardando ai primi nove mesi)." (notizie Ansa)

Per quanto riguarda la fruizione dei beni culturali, nel 2017 i visitatori nei musei statali sono passati da 38 milioni ad oltre 50 milioni, mentre gli incassi sfiorano i 200 milioni di euro. Una crescita enorme per un risultato davvero straordinario in un ambito in cui il nostro Paese detiene un primato mondiale non sempre pienamente valorizzato. Se ne parlava da decenni senza che mai si creassero le condizioni idonee a raggiungere gli obiettivi desiderati.

Poi, i rifiuti. Un tema a cui si risponde nel nostro Paese, come si dice, a macchia di leopardo. Vale a dire che ci sono zone virtuose, dove la raccolta differenziata e la gestione dei rifiuti funzionano bene, dove si introducono normative avanzate come quella dell'Emilia Romagna, e zone dove ci si trova ancora alla preistoria dello smaltimento, ci si accontenta con il sospiro di sollievo se il cassonetto viene svuotato in tempi brevi. Fra queste, Roma. Nella capitale pare che non si riesca a raggiungere un livello adeguato di gestione dei propri rifiuti, e non certo da ora.  Ma i problemi non finiscono qui se ben due capannoni pieni di rifiuti vanno a fuoco in pochi giorni e spargono diossine e furani - per la presenza di plastiche e sostanze varie sintetiche e organiche inquinanti - sul territorio circostante e nell'atmosfera. Le diossine come è noto si accumulano nell'ambiente, dunque l'attenzione nelle operazioni di smaltimento viene vanificata dai danni provocati da fatti come questi, non così episodici vista la loro frequenza.

La campagna elettorale, almeno per ora, sta procedendo prevalentemente su un percorso di promesse di fatto poco legate agli aspetti concreti. Tagliare le tasse va di moda da tempo, di meno dire come si usano i soldi dei cittadini, ragionare sui fattori meno visibili, approfondire i temi, costruire una visione di futuro, un progetto da portare avanti.
Per molti aspetti, anche esterni ai temi di cui si occupa questo blog, negli ultimi cinque anni si è fatto di più di quanto si è fatto negli ultimi cinquanta. Basti pensare ai temi etici riguardanti la vita di noi tutti, dal biotestamento, alle coppie di fatto, al "dopo di noi", di cui si parlava da anni senza alcun risultato. Per altri, c'è ancora lavoro da fare. Ma una parte della strada è stata indubbiamente segnata, spesso con poca chiarezza (si pensi ai primi provvedimenti sulle fonti rinnovabili) o con clamorosi errori (si pensi al referendum sulle riforme costituzionali), complessivamente con una mano che appare incerta. Ma è stata segnata. Credo che non si tornerà più indietro.
Piaccia o non piaccia, questi ultimi anni hanno determinato una via nuova - da delineare meglio, certo, da arricchire di dettagli, o se si vuole, da orientare con maggior chiarezza verso finalità che per la sinistra non possono che includere una maggior eguaglianza sociale - in cui è possibile ragionare e operare.
Al di fuori del Partito Democratico, per la sinistra rimane l'arroccamento difensivo di una classe politica che non ha saputo, nel corso di oltre un ventennio, condurre la propria storia nel presente, accettandone le sfide da un punto di vista diverso da quanto la destra stessa offriva e offre. Crederci ora, in ciò che non ha funzionato per anni, sarebbe davvero poco di sinistra.



politica interna
Un percorso che può fare la differenza (in un contesto difficile, ma non impossibile)
13 novembre 2017
Credo che per modificare la tendenza che la Sicilia ha mostrato con un risultato elettorale nettamente sfavorevole al centrosinistra e al Partito Democratico siano necessarie due cose precise: un cambio nella linea politica, e l'esistenza di un centrosinistra largo. La prima, perchè se una linea politica perde nelle urne va modificata, nè più nè meno, la seconda, perchè un centrosinistra deve innanzitutto formarsi ed esistere, ed essere così esteso da includere tutte le sensibilità diverse ma accomunate da fattori di base capaci di formare un minimo comun denominatore. Nulla di nuovo o di speciale, si tratta dell'abc della politica, che però va realizzato nella peculiarità della situazione italiana, e qui le cose si complicano per una serie di ragioni che oramai possono essere definite storiche.
In molti, ed autorevoli, sostengono che la Sicilia non esprima una tendenza, che si tratti di una situazione così specifica e locale da non rappresentare un andamento di valenza nazionale. Credo che in parte sia vero, ma non del tutto: la bassissima percentuale di votanti ripete un infelice risultato già raggiunto di recente in Emilia-Romagna, terra di cui tutto si può dire meno che non vi sia tradizionalmente partecipazione politica, mentre i voti al PD ed in genere all'insieme delle forze del centrosinistra sono talmente pochi da preoccupare a prescindere, e soprattutto da indicare con evidenza una relazione diretta con il quadro politico e culturale che si sta sviluppando da tempo nel nostro Paese, un dipinto in tinte appannate in cui la sfiducia rappresenta il colore più brillante.
Soltanto presentandosi alle urne con una proposta politica chiara ed un insieme altrettanto chiaro di forze che la sostengano con convinzione si può sperare di vincere le prossime elezioni politiche nazionali. Non proprio lontanissime: mancano pochi mesi.

Ciò stabilito, bisogna vedere se e in quali termini sia possibile definire una linea politica chiara. Il tema riguarda lo stesso PD, di cui la maggior parte delle persone faticano a delineare i tratti: appare come un contenitore dai contorni sfumati, ricco di potenzialità ma di difficile identificazione. La politica richiede impegno civile, scelte basate su valori, attività che non si fanno se non ci si sente coinvolti, a partire dalla condivisione di idee e di un modello per la società che si intende realizzare. Senza una costruzione ideale (termine in disuso, ma forse da riscoprire), senza una visione di futuro che sia condivisibile o addirittura desiderabile, non si va molto avanti, anzi probabilmente ci si ferma dove ci si trova.
Una linea politica chiara e condivisa da forze politiche diverse deve per forza basarsi su alcuni punti costruiti sulle fondamenta comuni. Questo è l'elemento chiave, se non ci si trova d'accordo su questo davvero non ci sono possibilità per muoversi e fare un passo avanti. Si tratta di un elemento che richiede da parte di tutti un forte senso di responsabilità nei confronti del Paese ed una lungimiranza capace di guardare oltre gli steccati.
Nel merito, credo che alcuni punti vadano ribaditi (sono già stati ripetuti molte volte in questo blog): non è accettabile che un partito come il PD lasci alla destra temi come la sicurezza, o ai movimenti temi come l'ambiente. Non è accettabile che si lascino ad altri vocaboli, purtroppo ormai scippati da anni alla sinistra, come "libertà", o "inquinamento", o "pensioni". Si tratta di errori che non nascono dalla distrazione di qualcuno, ma hanno una radice ed una storia lunga decenni nella sinistra italiana. Errori che continuiamo a trascinare nel tempo, senza vedere la loro importanza. E' stata una buona scelta riprenderne alcuni e farli propri, per esempio il vocabolo "periferie",  o "agricoltura", o "alimentazione", ma non bastano. Una forza politica che intenda governare un Paese, soprattutto se avanzato nonostante tutti i problemi come l'Italia, deve mettere in campo la propria proposta su tutti i temi che riguardano la società, in modo chiaro e leggibile da chiunque. Ed occorre farlo come minimo, avendo ben presente che una vera rinascita dell'area progressista ha bisogno di ben altro, di confrontarsi con i temi più attuali alla luce della propria storia - un programma di non poco conto e sicuramente di lungo periodo.

"Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta: con pietre e clave" è una frase attribuita ad Albert Einstein, e si riferisce al fatto che le armi a disposizione oggi possono portarci di nuovo alle pietre e ai bastoni nel futuro. Non ci è dato sapere come si arriverà alle prossime elezioni, ma è quantomeno probabile che alle successive ci si arrivi - la sinistra ci arrivi - ripartendo da zero. Forse è bene pensarci adesso, in un momento in cui l'unità contrapposta alle divisioni - con tutte le validissime ragioni che si possono escogitare per queste ultime - può fare davvero la differenza.


SOCIETA'
Illuminiamoci di meno (non per stare al buio, ma per guardare al futuro)
24 febbraio 2017
Si spengono le luci, oggi 24 febbraio dalle 18 alle 20, per riflettere sullo spreco di energia e sulla necessità di mettere in atto azioni a tutela dell'ambiente, del clima, per risparmiare preziose risorse energetiche. Un gesto simbolico per ricordare che la responsabilità riguarda tutti, privati cittadini e istituzioni, associazioni ed enti, e perché no, partiti politici, i più restii ad includere a pieno titolo e pari dignità la cultura ambientale e scientifica nel proprio orizzonte culturale tradizionale.
La 13/a edizione della campagna 'M'illumino di meno' promossa dal programma radiofonico 'Caterpillar' di Radio Rai 2 quest'anno invita alla condivisione poiché la maggiore dispersione energetica è causata dallo spreco in tutti gli ambiti dei nostri consumi: dagli alimentari ai trasporti, alla comunicazione. 

La tendenza allo spreco non è casuale, o normale conseguenza di una società che, nonostante mille difficoltà, è enormemente più ricca rispetto al passato; essa è piuttosto uno dei pilastri del pensiero liberista consumista che vede nel mercato e nella sua libertà di autoregolazione, e nell'individualismo competitivo, le linee portanti di un pensiero da tempo quasi unico, nell'oscuramento in cui si trovano le sinistre europee. Pensiero che nel mondo occidentale ha la sua massima espressione negli Stati Uniti d'America - che non per nulla consumano energia ed emettono inquinanti in misura pro-capite più che doppia rispetto all'Europa - mentre il Vecchio Continente è stato, e può ancora essere, luogo in cui sviluppare un pensiero diverso, che affondi le sue radici nelle esperienze socialdemocratiche che lì hanno avuto una storia ed un'esperienza concreta.  Nonostante la lunga crisi che stiamo attraversando da anni e le evidenti difficoltà riferibili al pensiero prevalente negli ultimi trent'anni, la sinistra a livello europeo appare ancora lontana da una ripresa che faccia sperare in una nuova stagione culturale e politica, tuttora vincolata ad orizzonti limitati che in buona parte si è autocostruita. 
Restando ai temi ambientali e guardando al nostro Paese, viene da chiedersi come sia stato possibile che la sinistra italiana non abbia colto la qualità progressista insita nelle tematiche ambientali ed energetiche, in vista di una diminuzione degli sprechi, di una migliore distribuzione delle risorse, di creazione di posti di lavoro, di un innalzamento della qualità della vita, mentre si è cercato, e si cerca tuttora, di far passare l'idea che si tratti di argomenti soltanto tecnici, senza valenza politica. Iniquo accesso alle risorse, emissioni inquinanti che colpiscono prevalentemente le fasce più deboli della popolazione, cambiamento climatico, profughi ambientali; è come se tutto ciò non riguardasse la sinistra italiana. Si tratta di uno dei più gravi errori, tuttora non pienamente compreso, figlio di una forma di chiusura innanzitutto culturale che ha sostanzialmente impedito di guardarsi attorno. 
C'è una buona fetta di futuro, invece, nella riduzione degli sprechi, in cui è facile vedere la formazione di nuove opportunità nello spazio che si apre. E sarà importante vedere in questa fase politica se qualcuno se ne accorgerà.
Dunque, spegniamo le luci ricordando che dietro un semplice gesto c'è un intero mondo fatto di ricerca scientifica, di produzione industriale avanzata, di posti di lavoro, di rispetto per l'ambiente, di rispetto, in fondo, per il mondo e per sè stessi. 

2.
A completamento della legge sugli ecoreati 68/2015, che guarda ai delitti di gestione illegale di rifiuti e scorie, ora c'è il disegno di legge sui reati contro flora e fauna presentato al Senato dalle senatrici Monica Cirinná (Pd), Loredana De Petris (gruppo misto, Si), Silvana Amati (Pd), Manuela Repetti (Gruppo Misto).
Da 2 a 6 anni di carcere per chi uccide un orso bruno o un'aquila reale, oltre a una multa da 15 mila euro a 150 mila: sono alcune delle misure previste. L'Italia è nel bacino del Mediterraneo seconda solo all'Egitto per numero di uccelli catturati o uccisi illegalmente, con circa 8 milioni di esemplari - secondo la Lipu - e si tratta di reati oggi punibili soltanto con un'ammenda. 
Ricordiamo ancora una volta che anche il lupo è oggi specie protetta, e che non saranno certo uccisioni legalizzate a fermare il bracconaggio, ma maggiori controlli e un corretto funzionamento della normativa vigente. 

3.
Terzo, ma non certo in ordine di importanza. Paola Clemente, un nome da ricordare, morta di fatica sotto il sole, nel meridione di uno dei Paesi più sviluppati, il nostro, mentre lavorava nei campi dei prodotti agricoli che arrivano sulle nostre mense, nell'anno 2015 d.C.  Lavoro nero, sottopagato e privo dei più elementari diritti, ancora oggi. Si stimano nell'ordine delle centinaia di migliaia i lavoratori agricoli senza regole vittime del caporalato in Italia. Il tema del lavoro, delle sue regole e dei suoi diritti, è tema attualissimo, su cui è necessario soffermarsi, innanzitutto per spezzare la catena dei nuovi abusi.

POLITICA
Appesi allo psicodramma del PD - ma la politica è altro
17 febbraio 2017
Che di fronte ai mille problemi quotidiani delle persone, che nel mezzo di una crisi di sistema di vasta portata, economica, sociale, ambientale, che in una fase di ripiegamento e arretramento dei partiti socialdemocratici europei che dura da anni, che in un processo culturale e politico che vede i temi e le tesi delle sinistre a livello mondiale in ombra da anni, che al cospetto di nuovi temi globali che interrogano politica e coscienze in modo impellente e in misura vasta e profonda, che in mezzo a tutto ciò gli italiani (e non solo) siano costretti a sorbirsi lo psicodramma del Partito Democratico, il Partito più grande e di gran lunga dotato delle migliori potenzialità,  su tutti i mezzi di informazione, con scadenze settimanali dei vari ultimatum, in assenza di accadimenti catastrofici e definitivi che ne giustifichino la drammaticità, è sconcertante. Per non parlare degli iscritti e dei militanti, di cui è facilmente intuibile lo stato d'animo. 
Uno spettacolo, francamente, desolante. Una mesta e sconfortante deriva dei comportamenti politici di una parte di coloro che dirigono il partito, e che mostrano di non cogliere la responsabilità che si trovano ad avere tra le mani. 

Innanzitutto, il segretario nazionale, Matteo Renzi. A lui spetta (o spettava) il compito primario di conservare e rivitalizzare l'unità del partito, coinvolgendo anche le minoranze interne a partire dalla sinistra. Cosa che non è stata fatta, anzi, è stata messa in atto una sorta di chiusura e allontanamento nella normale attività, che ha mostrato a volte aperture soltanto se tirati per la giacca. Forse, la "rottamazione" non era soltanto concepita come un turn over del personale politico, ma come un accantonamento in solaio di idee considerate vecchie e superate. Di questo ha massima responsabilità l'attuale gruppo dirigente.
In secondo luogo, alcuni dei principali esponenti della minoranza di sinistra del partito, che hanno scelto la strada delle pubbliche rivendicazioni, fino alla minaccia di scissione. Un atteggiamento comprensibile, ma sbagliato, per vari motivi. Innanzitutto, due: la strada per proporre idee nuove e  una linea politica diversa si trova dentro il partito e consiste nel fare lì una battaglia politica, e il fatto di rappresentare elettori e militanti impone di cercare vie per trovare soluzioni, non di sbandierare le proprie difficoltà mettendole in capo a tutta Italia. Il tema vero non è decidere se dividersi o no, ma verificare se la linea politica seguita sin qui è adeguata alle esigenze , e capace di rispondere a destre e populismi. 
Pier Luigi Bersani ha scritto una lettera a un giornale, L'Huffington Post, ponendo argomentazioni che evidentemente ritiene non trovino altro ascolto per via di una chiusura a prescindere; altri hanno risposto, ed è tutto un fiorire di interviste, proposte di mediazione, pareri, appelli a non dividersi. Con la conseguenza incredibile di esporre tutto il Paese ai propri problemi, mentre compito della politica sarebbe quello di risolverli. L'impatto sui cittadini non può che essere quello di aumentare la sfiducia, già da tempo elevatissima, e favorire facili populismi di cui siamo già preda. 
Faccio anch'io, dal mio piccolo - e da questo blog, che ha sempre cercato di esporre temi concreti - un appello: lasciate perdere. Ritiratevi, se non siete in grado di affrontare ciò che innanzitutto la politica inevitabilmente comporta: la responsabilità del proprio ruolo nei confronti dei cittadini. Innanzitutto, di evitare battibecchi pubblici, considerando scontato il fatto di evitare divisioni. Se vogliono leggere un appello per questo, ne consiglio uno molto bello, che condivido in pieno, oggi su Repubblica, a firma Mario Calabresi. 

Ma se la sinistra PD (ed ex-DS) vuole parlare di apertura, di considerazione delle minoranze, di confronto e di linea politica, allora ci siamo. Ricordando però loro che hanno costituito, e costituiscono tuttora, uno dei migliori esempi di consesso chiuso che si sia visto in Italia, dove la rigidità delle regole e l'anagrafe dell'appartenenza costituiscono ancora oggi i principali requisiti per la partecipazione, dove l'autoreferenzialità (attribuzione che non ho certo inventato io) è stata il logico e inevitabile sbocco di alcuni decenni di chiusura e autolimitazione culturale, prima ancora che politica. 
Vorrei sottolineare il fatto inequivocabile che se la situazione attuale non piace, essa è frutto del percorso precedente, costituito da scelte precise, da una serie di riconosciuti errori, ma soprattutto, dalla miopia di chi si è ostinato per anni a considerare altre proposte come secondarie. Da chi ha scelto di coltivare il proprio orto senza alzare gli occhi dal terreno che, nel frattempo, inaridiva. C'è bisogno di aria, e di acqua, per coltivare anche soltanto il proprio orticello, ma intorno, c'è un intero mondo dove è possibile piantare i semi. Questo non è stato fatto, nemmeno dietro sollecitazione.

Ora, attendiamo l'assemblea di domenica per sapere se ci si divide oppure no. Chiedo ai nostri dirigenti di dirci, sempre domenica, se dobbiamo rinnovare, o prendere se nuova, la tessera del PD. Così i cittadini, e i militanti, si possono regolare. Nel frattempo, questo blog, nel suo piccolo, continuerà ad occuparsi dei temi molto concreti dell'energia e dell'ambiente.

POLITICA
Al PD serve un Congresso, e una discussione vera, prima del voto
31 gennaio 2017
Andare alle urne senza fare un congresso vero non soltanto ha le potenzialità distruttive di un terremoto nel PD, ma sarebbe l'ennesima conferma dell'assenza di una visione di presente e di futuro per la società e di un progetto politico in grado di tentarne la realizzazione. Ci saranno pure le scadenze scritte fra le regole, ma la politica ha il compito di cercare, e se possibile trovare, risposte adeguate alle domande dei cittadini, e fra queste c'è quella di chiarire per quali formazioni politiche sono chiamati al voto dopo che a grande maggioranza hanno bocciato la linea politica del governo, e del PD appunto, soltanto pochi mesi prima.

Una formazione politica dovrebbe presentarsi ai cittadini con una sua identità, una sua visione del mondo e della società del proprio Paese, con un suo progetto politico ed i suoi mezzi da mettere in campo per attuarlo. Chi siamo, cosa vogliamo, perché siamo qui. E, se possibile, con l'anima.
Tutto ciò non è per nulla evidente nel Partito Democratico, in un percorso, anche di governo, che passa da elementi sporadici riferibili ad una socialdemocrazia ad altri ispirati ad un liberismo a tratti populista - e di rimessa, rispetto ai veri depositari. Per arrivare a definire questi tratti è indispensabile promuovere una cultura politica, di cui ad oggi non si vede traccia. Questo sarebbe davvero un elemento capace di aprire nuove prospettive e di riempire un vuoto nella società italiana che ha pesanti conseguenze.
Dal canto suo, il PD è un partito che ha perso moltissimi iscritti, reduce da una serie di sconfitte, frammentato al suo interno, per lo più distaccato dai territori, dove il disincanto per la politica non viene certo superato dalle catene di comando e dai capi area che decidono i nomi da promuovere per le prossime liste dei candidati da presentare ai cittadini. Candidati che, poi, si trovano sempre a competere tra loro per ottenere i voti nello stesso bacino elettorale, senza mai riuscire ad allargarlo (anzi, riuscendo magari a ridurlo).
Al minimo, nel PD è necessaria una discussione vera, politica, che affronti i principali passaggi che hanno caratterizzato le fasi recenti e costruisca una proposta progettuale su cui operare e da presentare alla cittadinanza. Una proposta politica che mostri la volontà e la capacità di tratteggiare un disegno per la società, per il presente e per l'immediato futuro, almeno, che sia frutto di un'elaborazione e magari figlia di un'idea.
Pensare di evitare questo passaggio e andare alle elezioni sorvolando su eventi di grande rilievo politico è un'assurdità che rischia di travolgere ciò che resta; davvero sarebbe poi difficile una ripartenza che non sia priva di senso. Condivido la previsione che ormai molti fanno: andare alle urne restando sulla stessa strada percorsa finora significa andare verso una dolorosa sconfitta.
In realtà, il Partito Democratico ha le potenzialità per fare tutto questo. Occorre effettuare delle scelte che portino in questa direzione. Fra queste, non può esserci la prospettiva di una scissione, che riporterebbe indietro le lancette dell'orologio precipitando la sinistra nel circolo chiuso di una sorta di "coazione a ripetere" errori già visti e sperimentati, senza la capacità di aprire strade che siano in grado di trovare soluzioni. 
La sinistra ha grandi responsabilità nei confronti del Paese: innanzitutto, quella di esistere. In secondo luogo, quella di rappresentare temi e istanze importantissime nel mondo di oggi. Per fare questo è necessario, unire, aprirsi, costruire ponti, mostrare disponibilità all'ascolto. La famosa autoreferenzialita' deve diventare un ricordo. E' necessario includere


POLITICA
La socialdemocrazia e' in pericolo (ma non da oggi)
7 gennaio 2017
La socialdemocrazia europea è in pericolo, secondo quanto sostiene Martin Schulz, e a dire il vero, secondo quanto molti di noi sospettano da molti anni. Si legge su L'Unità.tv che il presidente uscente del Parlamento europeo ha avvertito che “non è mai stata minacciata apertamente come oggi”, e che per difenderla, ha spiegato, “occorre adottare principi di giustizia sociale ed economica nel quadro della globalizzazione”. La disperazione delle persone porta alla radicalizzazione, pertanto, spiega Schulz, la democrazia deve garantire protezione sociale.

Credo che la progressiva sparizione della sinistra socialista e democratica - perché di questo si tratta - dal panorama politico, sociale e culturale del vecchio continente, compreso il nostro Paese, sia un tema enorme, su cui occorre soffermarsi con attenzione e capacità di analisi con quanto per contro ha avuto il sopravvento da almeno trent'anni e non sembra entrare in difficoltà nonostante la crisi e le evidenti iniquità, ingiustizie, diseconomie che produce.  In una lezione tenuta alcuni mesi fa alla Fondazione Gramsci di Bologna, Marc Lazar ha affermato che "l'offerta socialdemocratica non è più attraente". In estrema sintesi, Lazar ritiene che, a causa di strategie incerte fra opzioni centriste o più a sinistra, di obiettivi che su un piano generale non sono più propri soltanto della socialdemocrazia come il welfare, di un modello organizzativo superato, e di una carenza di idealità che si spinge fino ad una crisi di identità, le formazioni politiche d'ispirazione socialdemocratica non sono riuscite a seguire la trasformazione del capitalismo, la finanziarizzazione dell'economia, non sono riuscite a trovare risposte alle nuove sfide come l'immigrazione, le nuove forme di impiego, il terrorismo, la questione ambientale, la stessa crisi economica che perdura da anni. Ciascuno di questi aspetti del tema meriterebbe una trattazione approfondita a sè stante, ma tutti messi insieme formano un ambito caratterizzato da una fragilità complessiva a cui fa da controparte la solida struttura della costruzione neoliberista che da trent'anni ha posto l'individuo e la competizione al centro del quadro sociale, politico e culturale, sorretta da fondamenta fatte di teorie economiche che nessuno ancora si sogna di mettere in discussione nonostante l'evidente fallacia.  Ad essi si aggiungono le peculiarità della società italiana, per quanto riguarda il nostro Paese (ma non solo, per l'influenza che hanno), che trasciniamo dall'epoca del miracolo economico e che Fabrizio Barca ha felicemente sintetizzato con l'espressione "compromesso senza riforme": una struttura capace di successi nel breve periodo, e incapace di definire una direzione chiara di politica economica sulla lunga distanza temporale e di portare l'Italia fra i Paesi avanzati in ambiti irrinunciabili come la ricerca o la formazione. Si è trattato di una fase che ha saputo funzionare nell'immediato, nella fattispecie nel periodo post-bellico e fino agli anni '80, ma che in seguito avrebbe avuto bisogno di riforme che non siamo stati capaci di realizzare, se non in minima parte. Le difficoltà economiche derivanti esclusivamente dal nostro specifico assetto sono perciò state spesso interpretate all'interno del pensiero mainstream economico del periodo, aggravando i problemi senza nemmeno tentare di risolverli. Penso in realtà che non siano mancati i governi - o la rappresentanza politica in genere - consapevoli e determinati ad intervenire in senso riformista, ma situazione politica, sempre complicata, ha fatto il resto. 

Ora e' necessario domandarsi principalmente due cose: come andare avanti nel nostro Paese ed in Europa, e come ricostruire l'area politica socialista, riformista, democratica a partire dai suoi stessi principi - e assumendo, come fa chi scrive, che proprio li' possano trovarsi le risposte che andiamo cercando. Per fare questo, e' necessaria in via prioritaria un'analisi dei percorsi effettuati, delle cause dei problemi, degli errori fatti, e della situazione attuale che ne è frutto. C'è una nuova produzione culturale da qualche tempo che va in questa direzione, con notevoli spunti, approfondimenti, e ragionamenti.
E' indispensabile un'analisi che consenta vari punti di vista  - non soltanto il pensiero dominante ormai quasi unico - capaci di un racconto del presente che sia autonomo, e aperto alla creazione di elementi di una costruzione culturale alla quale diventi possibile intrecciare nuovi fili formanti una linea economica e una linea politica. Attribuendo soltanto a quest'ultima il "primato" sulle decisioni da assumere.

L'articolo su quanto ha detto Martin Schulz si trova sul sito dell'Unita':
www.unita.tv

POLITICA
Una Riforma non voluta. Una sinistra che deve ritrovare se' stessa
5 dicembre 2016
La proposta di riforma della Costituzione voluta dal Governo è stata sommersa, se non proprio da una valanga, da un’ampia maggioranza di No. E’ del tutto evidente che il messaggio positivo lanciato dal Governo a sostegno della riforma, e su cui Matteo Renzi si è speso moltissimo nei mesi scorsi, non è stato accettato. La riforma viene respinta, e Renzi stesso ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio. Cade il Governo, sostenuto da una maggioranza di cui il principale partito è il PD. 
Questi sono i fatti delle ultime ore. 
Ma c’è un percorso che ha portato fin lì. Un percorso lungo, che ha origine nel Partito Democratico e nella “mancata vittoria” alle elezioni del 2013, complice una legge elettorale assurda voluta dalla destra per ostacolare la sinistra, in spregio al bene dell’Italia che dovrebbe includere la stabilità, e che affonda le sue radici nelle divisioni a sinistra, anche nello stesso partito, persino nella stessa area politica. La sinistra italiana è in difficoltà da anni, un lungo periodo durante il quale non ha saputo uscire da un’ampia e diffusa rete culturale e politica i cui nodi sono strutturalmente elementi di destra, per ri-annodare i fili di una cultura propria. Non sarebbe giusto attribuire tutte le responsabilità a chi è venuto dopo, in tempi più recenti. Ma chi ha preso in mano le redini da qualche anno ha commesso un errore fondamentale: pensare di fare piazza pulita di tutto ciò che c’era prima, "rottamare" persone, idee e il loro percorso storico, in nome di un agire veloce e senza ostacoli. Evitare la condivisione all’interno del proprio partito come fosse un danno, escludere gli altri e le loro idee per avanzare liberamente in una direzione erroneamente ritenuta l'unica possibile.
Questo modo di pensare e di agire è sbagliato, perché porta all’errore fatale (come sta capitando ora), ma soprattutto va detto che è un modo di pensare e di agire di destra. Credo che questo sia un punto fondamentale: il “fare”, spedito, libero, meno regole, meno lacci, meno confronti, persino meno “pastoie” o “paludi” (come ama dire Renzi) è un concetto sostanzialmente ed epistemologicamente di destra. 
Un concetto di destra non può funzionare in un partito di sinistra, in cui almeno la maggior parte dei suoi aderenti è di sinistra e possiede una diversa cultura democratica.  A meno che non se ne vadano – cosa che in molti hanno fatto e stanno facendo – e il partito non assuma progressivamente un diverso colore politico. Da tempo si temeva questa deriva progressiva e spesso silenziosa, all’apparenza quasi inevitabile, che ora è stata di colpo fermata, complice proprio l’ormai ex-presidente del Consiglio che ha tentato il passo troppo lungo. La democrazia ha le sue regole, e si difende bene da sola, almeno nelle condizioni normali. Possiamo quindi affermare che il concetto non può funzionare - se avevamo dei dubbi, ora sono fugati - nemmeno in una società democratica, a meno che essa non scelga deliberatamente una rappresentanza di destra.
Ora però nasce il problema di cosa fare, come procedere per il bene del nostro Paese, senza ulteriori danni. Proprio per evitare questa fase di incertezza con la caduta del Governo in carica, ho scelto il Sì al voto, come hanno fatto in tanti pur non entusiasti della riforma e meno ancora del suo intreccio con la legge elettorale detta “Italicum”, che ha certo contribuito ad approfondire le criticità della riforma stessa. L’accordo raggiunto nel PD per modificarla è stato l’elemento che poteva garantire un percorso possibile, e ne va dato merito a coloro che si sono impegnati per ottenerlo, ma non è bastato per la maggioranza degli italiani. In molti non hanno in realtà creduto che sarebbe poi stato ottemperato (ho ricevuto diversi commenti in tal senso). Il tentativo non è stato nemmeno sostenuto da una parte della sinistra del partito, schieratasi in favore del No a prescindere da qualsiasi accordo o intervento di modifica.

Ora, coloro che dirigono il Partito Democratico, e Matteo Renzi in primis che ne è anche il Segretario nazionale, hanno la responsabilità di spiegare al Paese per quale ragione è stata scelta una strada così discosta dal sentire comune, ed è stata perseguita con tale determinazione. Non sono state ascoltate le critiche e le obiezioni che provenivano dalla minoranza di sinistra del partito, evidentemente non così sprovveduta come alcuni sembrano ritenere. 
Per quanto invece riguarda la sinistra, credo che sia giunto il momento di attrezzarsi per costruire ciò che ora manca, e manca da tempo: una nuova area politica aperta alla partecipazione, capace di superare strutture gerarchiche fossili e inadeguate al mondo moderno, vicina alle persone, capace di analisi, elaborazione e proposta politica. Non si tratta soltanto di riprendersi un ruolo politico, ma di coprire una mancanza enorme ed evidente nella società italiana. Essa non aspetta il Partito della Nazione, ma vuole con forza una formazione di sinistra riformista e socialdemocratica adatta al mondo di oggi. Mentre nella vicina Austria diventa Presidente addirittura un esponente ecologista, a dimostrare con i fatti che la sinistra riformista, europeista, inclusiva, ambientalista esiste, e può persino vincere.



POLITICA
Alla sinistra che non c'era
1 novembre 2016
1.
Vorrei riferire in breve che sabato scorso, 29 ottobre, ho partecipato alla manifestazione a Roma del PD, partito a cui sono iscritta. In Piazza del Popolo, oltre le bandiere, ai palloncini colorati, alla musica, c'erano i militanti del partito. Purtroppo, come è noto, non c'erano tutti i dirigenti, in particolare e per scelta quelli dell'area sinistra del partito - fatta sostanzialmente eccezione fra i leaders nazionali per Gianni Cuperlo.
Il vuoto. 
Ho trovato l'assenza dei dirigenti (tali sono, nel medesimo partito), e la presenza dei militanti, la maggior parte dei quali in piedi da quando faceva ancora buio per raggiungere Roma, la manifestazione di un vuoto nel tessuto del partito, un vuoto plastico, tangibile, una "lacuna", si direbbe in Fisica, che si propaga anche da sola, nelle condizioni adatte. Un vuoto non colmabile. Un vuoto che separa, che crea un distacco fra chi dirige, e forse pensa di applicare i propri schemi tattici per altissimi obiettivi politici, e chi milita, e forse pensa ormai di decidere da sè quali scelte effettuare. Perchè la stagione della militanza a sinistra in cui la "base" veniva ascoltata con i tappi nelle orecchie per orientarla successivamente a seguire le decisioni del vertice è finita. Probabilmente qualcuno non se ne è accorto, ancora. Ma dovrà farlo a breve. 
Fra i presenti, numerosi erano coloro che fanno riferimento proprio all'area politica che ha scelto di non partecipare. Lasciati a sè (per fortuna, con l'eccezione di cui ho scritto sopra). Francamente sconcertante sul piano umano. Ma nell'ottica strettamente gerarchica che ha contraddistinto quell'area, in cui luminose strategie, troppo spesso perdenti, elaborate in alto venivano seguite a qualsiasi condizione, il tutto non fa una piega. Il militante si adegua e andrà lo stesso a preparare i tortellini alla Festa dell'Unità. Non fosse che, nel corso del tempo, i circoli si sono svuotati, i volontari sono diminuiti, l'età media degli aderenti al partito è sempre piu' elevata. Un partito fatto principalmente di adulti e anziani: non se ne erano mai accorti prima, o invece sì, e andava bene così?
Purtroppo, con il metodo, se ne vanno anche i contenuti. Con l'acqua sporca si getta anche il bambino. Quel che resta di un'area politica che probabilmente sarebbe più a sinistra di quanto non lo sia in diverse decisioni il governo guidato da Matteo Renzi, ha ora un'unica possibilità: ripartire da zero. Ripensare una sinistra dell'oggi. Tagliare di netto qualsiasi operazione retrospettiva che avrebbe inevitabilmente i connotati della nostalgia. Nostalgia per qualcosa che ha portato alla situazione attuale - e questo e' inconfutabile - messa in campo da coloro che ne sono stati i principali protagonisti. Si tratta di una condizione che la maggior parte di noi ha superato.

Ed ora, per favore, non fateci il racconto di ciò che manca, perchè i primi a mancare, siete stati proprio voi.


2.
Vorrei dire grazie a Tina Anselmi. Grazie per tutto. Una grande donna e un grande esponente politico. Di quelli che ce la fanno amare, la politica.

POLITICA
Intervenire sull'Italicum può avere diverse conseguenze positive
21 agosto 2016
Sulle ragioni del Sì e sulle ragioni del No al prossimo referendum confermativo delle riforme istituzionali si stanno formando questioni che rischiano di ampliarsi senza trovare una soluzione. Francamente, non mi sento di liquidare la posizione espressa dall'Anpi (Associazione Nazionale dei Partigiani) come una fra le tante, ancor più poiché risponde ad un divieto, quello di fare campagna per il No nei propri stand all'interno della Festa dell'Unità. Al contrario, la vicenda mi preoccupa. L'Anpi pone un problema: esprimere liberamente posizioni diverse da quella del partito ospitante su un tema di grande importanza negli spazi che da sempre aveva a disposizione nelle Feste dell'Unità. Per contro, il Partito Democratico ritiene che le Feste dell'Unità siano spazi utili, ed anzi indispensabili, per promuovere le ragioni del Sì, stante il rilievo politico delle riforme sostenute e promosse dal governo.
La questione sorta apre molti temi per niente semplici, fra cui il grado di apertura attuato da un partito anche nell'ambito delle sue iniziative pubbliche - come la Festa - a partire da una posizione ufficiale definita ma non condivisa in modo unanime, la capacità di una formazione politica di rappresentare quella che è da sempre la propria area politica e le varie sensibilità presenti al suo interno, la prevalenza fra la volontà di sostenere il partito ed il suo governo e la ricerca di attuare quel pluralismo che è caratteristica costitutiva proprio del Partito Democratico. Più in generale, il tema in sè vede la sinistra, intesa in senso generale oltre i partiti, ancora una volta spaccata. Anche questo non è da considerarsi un fatto positivo.

Penso - da tempo - che l'Italicum vada modificato. Questo, si dice, non c'entra nulla con le riforme ed il referendum che le riguarda (e che non riguarda la Legge elettorale). Invece, penso che le cose non stiano effettivamente così. Si tratta, è vero, di due leggi diverse, ma è altrettanto vero che l'influenza dell'una sull'altra è innegabile, anzi, che la combinazione della nuova Legge elettorale e delle riforme istituzionali va a formare un insieme che modifica l'intero assetto delle istituzioni italiane in modo esteso e, si presume, duraturo. Questo insieme non è evidentemente un elemento di dettaglio, dunque è ovvio che ogni intervento va fatto nel migliore dei modi. 
Faccio parte di coloro che sono preoccupati dell'influenza della nuova legge elettorale sul nuovo assetto istituzionale. Temo, in sostanza, che la combinazione delle riforme e dell'Italicum porti ad un eccessivo accentramento dei poteri, in sostanza ad una riduzione della quota di democrazia nel nostro Paese in favore di un sistema più centrato, che offre grandi spazi decisionali a chi vincerà le elezioni, ma riduce in misura consistente il ruolo e le possibilità di chi non le vince. Chi vincerà si troverà ad operare nel nuovo assetto istituzionale: è del tutto evidente che non si tratta di due cose separate nei fatti. Mi sembra evidente inoltre che a fronte della necessità, riconosciuta da più parti, di rafforzare le istituzioni democratiche occorra stabilire con accortezza dove si trova il limite oltre il quale non è auspicabile spingersi.
Per evitare un sistema troppo squilibrato, sarebbe opportuno intervenire sull'Italicum. Mi auguro  che si possa arrivare ad una modifica in Parlamento; il tempo per farlo c'è, se si vuole, ma non vale l'atteggiamento volto ad evitare il tema sostenendo che si tratta di due cose diverse. Le questioni vanno esaminate nel loro insieme, e questo è un caso evidente in cui la struttura globale va presa in esame tanto quanto le sue parti.

Spero di vedere l'Anpi alla Festa dell'Unità di Bologna. Sono sicura che sarà così. 

SOCIETA'
Sul disastro ferroviario in Puglia - e sulle politiche dei trasporti
13 luglio 2016
Abbiamo appena pianto le vittime di Dacca in Bangla Desh che ci troviamo ad affrontare una tragedia ferroviaria terribile, di quelle che lasciano il segno ben oltre il tempo in cui si verificano. Cordoglio per le vittime ed i loro familiari, ed una parola del Capo dello Stato, quell'"inammissibile" che racchiude il senso di ciò che è accaduto.
I fatti ci dicono che, per cause da accertare, due convogli si sono scontrati frontalmente su una tratta a binario unico fra Corato ed Andria, in Puglia, causando 23 (al momento, e speriamo che il dato non aumenti) morti, e decine di feriti, alcuni gravi. Due treni frequentati da pendolari e studenti, gente comune in viaggio per necessità a cui si aggiungono i turisti, numerosi nel periodo estivo. Gli inquirenti hanno il compito di accertare le responsabilità e stabilire cosa è successo. Ma il tema non finisce certo qui.

Si tratta infatti di andare a fondo per capire come sia stato possibile un fatto "inammissibile" nell'Italia del 2016. 
La tratta in questione - inaugurata, per inciso, nel 1861 dal Re Vittorio Emanuele - comprende 33 chilometri a binario unico - uno dei tanti tratti a binario unico presenti nella nostra rete a livello locale - per percorrere i quali si attende comunicazione sostanzialmente telefonica (un fonogramma) che avverte che il percorso è libero. L'ironia verrebbe facilmente, pensando che almeno non si ricorre ai segnali di fumo o ai piccioni viaggiatori, se non fosse che si tratta di una condizione reale a cui è affidata la sicurezza di migliaia di cittadini, viaggiatori anch'essi, per lo più ignari. Esistono oggi sistemi elettronici per garantire la sicurezza, evidentemente mancanti in questo caso. Da quanto si legge, inoltre, si apprende che fondi europei per il raddoppio del binario sono già stati stanziati (da anni) ma ancora non hanno trovato la via giusta per diventare opera pubblica, questa sì, davvero utile. L'utilizzo dei fondi europei nella rete locale è pertinenza regionale,  la regia delle scelte in materia di trasporti riguarda il Governo nazionale - ovvero i vari governi che si sono succeduti visto che la questione esiste da un lungo periodo di tempo, e non certo soltanto da ora.

E qui veniamo all'aspetto politico. Quanto impegno e quanti investimenti sono stati diretti nel corso del tempo al trasporto pubblico locale, in particolare a quello ferroviario? Quanto è stato fatto di ciò che richiede l'Unione Europea nelle direttive che parlano di dirottare sempre più i trasporti e gli spostamenti da gomma a ferro, facilitando l'intermodalità, le interconnessioni, e avendo come obiettivo la riduzione delle emissioni inquinanti del settore? Quanto è utile al cittadino una rete pubblica di trasporto che funzioni, che sia agevole e, naturalmente, sicura? Infine, l'inevitabile domanda: quanti fondi sono stati destinati all'Alta Velocità e quanti al trasporto locale?
I dati ci descrivono un Trasporto Pubblico Locale che è la cenerentola fra le dame della mobilità in Italia. Una cenerentola che però è utile ai cittadini, soprattutto quelli a basso reddito che la utilizzano per ragioni di lavoro o di studio, e che può essere molto utile per migliorare la qualità dell'aria in un Paese che per troppo tempo ha fatto dell'auto privata la cifra del proprio sviluppo, pagandone ora, in assenza di nuove politiche, le conseguenze.
 
L'utilità sociale, al cittadino e all'ambiente, dovrebbe far riflettere un partito del centrosinistra come il Partito Democratico. Alla puntualizzazione della necessità di investire anche nella mobilità locale si può obiettare che l'Alta Velocità, o in genere le tratte ad alta redditività che congiungono aree ad elevato sviluppo, fungono da volano alla crescita economica, con la quale si possono fare tante cose, compreso occuparsi dei treni locali. Un ragionamento che ascoltiamo da molto tempo. Purtroppo, però, gli investimenti vengono sempre fatti precisamente nelle opzioni ad elevata redditività e sviluppo, mancando ogni volta il momento adatto per effettuarli dove servirebbero alla cittadinanza, magari a quella parte meno agiata. 
La presenza di trasporti pubblici locali efficienti e sicuri è un mezzo di redistribuzione della ricchezza. Esattamente come la sanità, le pensioni o la scuola. Perciò la sinistra dovrebbe far proprio il tema, evitando di accogliere in toto il paradigma neoliberista descritto poc'anzi, che rientra pienamente nelle teorie dell'automatica estensione ai più disagiati (il "trickle down", lo sgocciolamento verso il basso della ricchezza dalle fasce più ricche a quelle deboli della popolazione che avverrebbe automaticamente, per chi segue questi temi) della ricchezza prodotta. Paradigma che ha fallito secondo quanto mostrano gli indici e i dati internazionali, e nazionali, che mostrano preoccupanti incrementi delle diseguaglianze e forti iniquità nella distribuzione della ricchezza. Viviamo in un Paese che ha praticamente due indici di Gini distinti: uno per il centro nord e uno per il centro sud. L'indice di Gini misura il grado di diseguaglianza presente, ed è uno dei parametri da prendere in considerazione oltre al solito Pil, che come disse Kennedy parecchi anni fa, misura molte cose, ma non la qualità della vita.


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