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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

7,43 €/tCO2

(7/12/2017)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

4,3 milioni m2 di pannelli

circa 2,9 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV! (fortemente inquinanti)

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di febbraio:

 

L'inverno solitamente consente ottime osservazioni, soprattutto nelle notti serene, che tendono ad offrire cieli più tersi. Ovviamente, la temperatura è più bassa. In questo mese i pianeti sono osservabili al mattino presto ad oriente, fra le fredde luci dell'alba.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio è praticamente inosservabile.

 

Venere

Come Mercurio, la stella più brillante del cielo è quasi inosservabile.

 

Marte

Il pianeta rosso è osservabile a Sud-Est prima dell'aurora. Si trova nella Bilancia, e poi in febbraio transiterà nello Scorpione, vicino a Giove con cui è stato in congiunzione il 7 gennaio.
 

Giove

Dopo la congiunzione con Marte, Giove è sempre visibile a Sud-Est nelle ultime ore della notte, nella Bilancia.

 

Saturno

 

Anche Saturno torna ad essere visibile nel cielo del mattino, molto basso sull'orizzonte orientale, nella costellazione del Sagittario.

 

 

 

 

 * 

 

 

 

 

No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

SCIENZA
Minimo record dei ghiacci nel mare di Bering
7 maggio 2018
Il riscaldamento globale non procede in modo uniforme su tutte el aree geografiche del pianeta, e non riguarda ogni ecosistema nella stessa misura. Quando da noi sembra che le cose procedano in modo quasi normale -  ma la siccità dello scorso anno è stata anomala e preoccupante - altrove sono presenti condizioni del tutto eccezionali. Spesso, l'eccezionalità finisce per diventare tendenza, quando traccia una strada che viene ripercorsa in modo simile in tempi successivi.

Una zona della Terra che presenta fenomeni molto intensi legati al cambiamento climatico è l'Artico. Ogni anno gli scienziati forniscono misure di forte riscaldamento, scioglimento dei ghiacci, riduzione del permafrost e delle loro conseguenze per gli abitanti di quelle zone e per l'intero ecosistema artico. Gli orsi bianchi sono ormai simbolo del climate change.

Gli ultimi dati ci informano che nel 2018 la copertura invernale di ghiaccio marino nel mare di Bering è stata appena la metà di quella del minimo invernale mai registrato prima (nel 2001), segnando un minimo record.

Lo studio è dell'International Arctic Research Center, dell'Università dell'Alaska a Fairbanks. Secondo colui che ha guidato la ricerca, John Walsh, ed il climatologo del NOAA Rick Thoman, negli ultimi 160 anni "non c'è mai stato nulla di neppur lontanamente simile per il ghiaccio marino" nel Mare di Bering. La notizia è riportata da Le Scienze (all'indirizzo in calce).

Una concorrenza di condizioni, si legge, - tra cui le alte temperature dell'aria e degli oceani, insieme alle persistenti tempeste - ha posto le basi per questa drammatica flessione in una regione che finora non era stata una delle principali cause della riduzione complessiva dei ghiacci marini dell'Artico.
Alla fine di aprile il mare di Bering era quasi libero dal ghiaccio, con quattro settimane di anticipo sui tempi previsti. Con il Sole splendente, l'oceano aperto sta assorbendo una quantità di calore che potrebbe creare un altro ritardo nel congelamento il prossimo autunno.

La figura mostra l'estensione dei ghiacci marini nel Mare di Bering in miglia quadrate negli ultimi 168 anni. La posizione dei rilevamenti del 2018 parla da sè.






L'articolo si trova al seguente link:

http://www.lescienze.it/news/2018/05/04/news/riduzione_record_ghiaccio_marino_alaska-3964960/
SCIENZA
I tre anni più caldi (finora)
5 febbraio 2018
Lo scorso anno 2017 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, in una sequenza che vede primo il 2016 e secondo il 2015. In altre parole, la temperatura globale media del pianeta Terra è in aumento da anni, e gli ultimi tre costituiscono una sequenza temporale inequivocabile di livelli alti, i massimi registrati finora.
Se il Presidente americano Trump nutre dei dubbi, potrebbe chiedere agli scienziati del suo Paese: alla Nasa e al Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) potrebbero spiegargli cosa sta succedendo. L'immagine, tratta dal sito noaa.gov, mostra le variazioni di temperatura per l'anno 2017 rispetto alla media secondo un codice a colori. Le zone più calde sono mostrate con sfumature di rosso più intenso, la media è bianca, il grigio è assenza di misure. Lo scorso anno è stato leggermente meno caldo dei due precedenti a causa della minore influenza del fenomeno "El Nino", ma si colloca in un'impressionante sequenza che vede i sei anni più caldi mai registrati tutti successivi al 2010. I dati rilevati sono simili a quelli misurati dal WMO (World Meteorological Organization).







http://www.noaa.gov/news/noaa-2017-was-3rd-warmest-year-on-record-for-globe


POLITICA
La Terra ha perso un decimo delle sue aree naturali dal 1993 - e se continuiamo così, resteremo senza
24 dicembre 2017
Stiamo distruggendo le ultime zone di natura selvaggia della Terra ad una velocità drammatica, che se continuerà ci porterà alla completa distruzione di ogni sistema naturale incontaminato nel giro di pochi decenni. (Purtroppo, agli ambientalisti spetta il compito di Cassandra, ma tant'è...)

Non bastano gli accordi a protezione del sistema climatico se corriamo il rischio di trovarci in un tempo brevissimo sotto ogni profilo senza più alcuna foresta primaria, con zone naturali profondamente alterate, dove ecosistemi di bassa qualità e scarsa resistenza continuano nel tentativo di farcela in un mondo antropizzato fino a superare ogni estremo limite dato. Un tentativo che contiene scritto nelle premesse il proprio destino.  Preziose aree di natura incontaminata irrecuperabili, ed ecosistemi vitali per la sopravvivenza stessa della specie umana perduti per sempre. Le zone naturali incontaminate sono fonte di acqua, cibo, medicine, di benefici impalpabili come l'equilibrio ecologico e la biodiversità, e contrastano il riscaldamento globale. Sono fonte di un bene incommensurabile ascrivibile ai migliori che ogni essere umano può desiderare, cioè il godimento della bellezza della Natura.
Gli Dèi non ricreeranno la Natura sulla Terra, è più probabile che Zeus scagli i suoi fulmini per la collera causata dall'assenza di senso delle prospettive che gli esseri umani creano (la frequenza dei fulmini è da tempo in aumento a causa del riscaldamento globale dell'atmosfera terrestre). 

L'Università del Queensland, in Australia, si occupa da tempo del tema, ed ha pubblicato i dati e le mappe che certificano il fenomeno a livello mondiale. Risulta che, nonostante trattati ed accordi internazionali a protezione dell'ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi più delicati, non ci si ferma, e in poco più di due decenni - lo studio fa riferimento al 1993 - tre milioni e trecentomila chilometri quadrati di natura selvaggia sono stati distrutti dalle attività umane. Si tratta del 10% delle aree naturali tuttora esistenti sul pianeta. Si fa presto a fare i conti e vedere quanto tempo ci vorrà ancora per distruggerle tutte, tenendo conto che gli interventi umani non procedono per percentuali ma per valori assoluti.

La maggior parte delle aree selvagge oggi si trova ancora nei deserti dell’Australia centrale, nella foresta pluviale amazzonica in Sud America, nell’altopiano tibetano in Asia centrale e nelle foreste boreali del Canada e della Russia. Si tratta di aree inospitali dove semplicemente la mano dell’uomo fatica ad arrivare.
L’Amazzonia viene indicata come il miglior esempio di dove sia necessario che un’intera foresta, o quanto meno una porzione enorme, venga protetta per mantenere il funzionamento del ciclo idrologico, ma nonostante questo dal 1993 ad oggi ne è scomparso un terzo. Quel che è peggio, è constatare che una perdita così ingente sia avvenuta in un periodo durante il quale l'allarme per la deforestazione era noto e, verbalmente, sostenuto da tutti.

Gli scienziati chiedono un accordo globale per l'esplicita protezione della Natura selvaggia rimasta sulla Terra. Lo indicano come indispensabile per proteggere le ultime zone rimaste intonse. Va fatto, e va portata avanti ad ogni livello una politica economica che promuova e favorisca l'economia verde, ecologica, avanzata con basso impatto ambientale, capace di aiutare anche quei Paesi che per difficoltà economiche e sociali non riescono ad uscire dalla spirale della miseria e del ricorso a quello che hanno a disposizione, le loro risorse naturali. Una buona parte delle aree naturali si trova oggi in Paesi in cui le nostre teorie sulla green economy sono al di là della loro portata, mentre noi ci troviamo nella parte del mondo che maggiormente ha sfruttato in passato le proprie risorse. L'Europa non era nata senza foreste e zone di natura selvaggia, e non lo era l'Italia; semplicemente, sfruttandole prima nel tempo abbiamo già impattato su un ambiente che ora presenta il conto, mostrando a tutti la cifra. 
L'incubo di Trantor può essere allontanato, se non vogliamo finire nel peggiore dei nostri sogni.



POLITICA
Politica e ambiente (mentre siamo già in vista delle elezioni nazionali)
13 dicembre 2017
Siamo ormai in piena campagna elettorale, ed è lecito fare il punto sui temi di cui si interessa questo blog da un punto di vista politico.
Si può partire da una considerazione senza la quale non si capirebbe il seguito, e nemmeno il contesto: che i temi ambientali, e addirittura energetici, non sono mai stati elementi focali di confronto fra le forze politiche, rilevanti nei programmi proposti, o cardine di politiche di qualche rilievo, salvo casi sporadici. A volte, nemmeno citati nell'elenco delle cose da fare, e se menzionati, sicuramente in ultima pagina. Fuori dall'agenda o quasi, sapendo di non causare spostamenti elettorali di qualche consistenza dato l'interesse costantemente basso verso questi temi che storicamente ha caratterizzato questo Paese. Nessun partito politico - eccettuato formazioni minoritarie dichiaratamente ambientaliste - ha mai posto sotto i riflettori questi temi, confidando nello scarso interesse diffuso, che invece di smuovere si preferiva coltivare. 
Non perorerò la causa, visto che coloro che leggono questo blog hanno certamente già numerose ragioni in mente per pensarla diversamente dalla media del contesto. Però, può essere di qualche utilità esaminare se qualcosa si è mosso negli ultimi anni, in quale direzione, e se può bastare. Per un abstract delle risposte, direi sì, in direzione intermedia, no.

Qualcosa si è mosso. Negli ultimi vent'anni siamo passati da confronti difficili, agire spezzato e non concordato delle istituzioni, visioni largamente tradizionali spacciate spesso per nuove, a pianificazioni e scelte politiche orientate verso la sostenibilità, strategie - come la SEN - concordate fra Ministeri competenti, tesi ambientaliste non più ascoltate come si ascoltano le favole, una cultura che si sta lentamente diffondendo, anche a livello locale. Un miglioramento vero, insomma. Che nei fatti, certamente non è sufficiente.   Non lo è soprattutto per due ragioni: il divario temporale importante - almeno un paio di decenni se non di più - che ha caratterizzato il sorgere delle necessità e l'assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente, prima di tutto politica, e le numerose difficoltà insite nella questione ambientale, che si presenta come un tema complesso di carattere scientifico, sociale, politico, culturale. Il carattere ostico è stato ragione di allungamento dell'attesa, e non, come avrebbe dovuto essere, di immediato e più approfondito interesse. 
E' chiaro che aspettare acuisce i problemi, e questa è la situazione che ci troviamo ad affrontare oggi, in larga parte ereditata. Ora, anche con i migliori interventi possibili occorrerà altro tempo affinchè i medesimi si concretizzino in politiche diffuse, abituali, consolidate, ed ancor più che se ne vedano gli effetti. La questione investe anche il livello internazionale. Alcuni giorni fa il Presidente francese Emmanuel Macron all'apertura del vertice "One Planet Summit"  ha posto l'accento proprio sul fattore tempo, affermando che "stiamo perdendo la battaglia" contro il cambiamento climatico globale, e sfidando apertamente il Presidente USA Trump. Come riporta il quotidiano La Repubblica: " ''Make Our Planet Great Again". Posando accanto a questo slogan, il presidente francese Emmanuel Macron sfida Donald Trump a pensare in grande, a risolvere i problemi anziché crearli. Per il secondo anniversario dell'accordo di Parigi sul clima, il governo francese ha organizzato l'One Planet Summit che serve a rendere evidente una contraddizione planetaria: l'industria globale sta accelerando il passo verso un sistema di produzione in sintonia con l'ambiente, Washington tira il freno aiutando il caos climatico."  Una questione politica centrale, internazionale e globale, su cui il nostro governo ha detto parole chiare circa l'impegno fattivo dell'Italia. 

Nel merito e nel nostro Paese, nell'ultimo periodo sono state fatte scelte importanti e attese da almeno vent'anni. Su tutte, la legge sugli Ecoreati e la Strategia Energetica Nazionale. Non si tratta di provvedimenti perfetti - ne abbiamo già discusso - ma è fuori di dubbio che si tratta di tasselli importanti di un mosaico in grado di determinare in buona misura una svolta vera nella direzione giusta. Che sarà migliorabile, ma che è tracciata. Certo, non si può migliorare cio' che non c'è. E una legge contro i reati ambientali, così importante in un Paese come il nostro che deve confrontarsi con una rilevante criminalità organizzata operante sul territorio, semplicemente non c'era. E' stata invocata per due decenni.  Analogamente, un provvedimento riguardante l'energia preparato da Ministeri diversi in accordo fra loro e contenente linee di azione marcatamente orientate alla sostenibilità è un fatto nuovo, migliorabile quanto si vuole, ma resta una novità e può diventare un fattore decisivo se si vuole orientare diversamente un sistema energetico e ambientale per adeguarlo alle nuove sfide, fra cui l'inquinamento locale ed il riscaldamento globale. Il passaggio più importante sarà la realizzazione concreta.

Non sono gli unici provvedimenti adottati, ve ne sono altri con grandi potenzialità, altri maggiormente legati al livello locale, altri ancora su cui si discute. In vista di cosa? Forse, di un nuovo modo di intendere il territorio, un nuovo senso di comunità, un nuovo modello di tutela che includa i beni comuni, un nuovo modo di intendere il senso di appartenenza ed il ruolo del cittadino e della politica. La sostenibilità non può richiedere un approccio esclusivamente tecnologico, le politiche non esclusivamente pianificatorio. Oltre i piani, che pure vanno bene e diventano ottimi se sempre più affinati, oltre le nuove tecnologie, giustamente centrali, ci sono i beni comuni, i nuovi stili di vita, la condivisione dei progetti. Su questo, e su molti altri aspetti innovativi che ora è difficile immaginare, si costruirà il futuro.

Dunque, per la politica, ed in particolare per il Partito Democratico, ci sono ancora moltissime cose da fare. Possiamo però dire, senza timore di eccedere, che una direzione diversa è stata intrapresa. Va portata avanti con decisione perché gli obiettivi sono sfidanti e accumuliamo un ritardo storico. Va portata avanti insieme ad altri provvedimenti positivi; ne vanno esaminati altri più critici. 


Il sito del PD:

https://www.partitodemocratico.it/

SCIENZA
Tendenze climatiche che diventano evidenze
6 dicembre 2017
"Con novembre si conclude l'anno meteorologico 2017 (dicembre 2016-novembre 2017). Dal punto di vista termometrico il 2017 ha fatto registrare, per l'Italia, un'anomalia di +1.3°C al di sopra della media del periodo di riferimento convenzionale 1971-2000, chiudendo come il quarto più caldo dal 1800 ad oggi, pari merito agli anni 2001, 2007 e 2016. Più caldi del 2017 sono stati solo il 2003 (con un'anomalia di +1.36°C), il 2014 (+1.38°C rispetto alla media) e il 2015 che resta l'anno più caldo di sempre con i suoi +1.43°C al di sopra della media del periodo di riferimento." Inizia con queste parole una nota del Consiglio Nazionale delle Ricerche del 4 dicembre scorso, che prosegue informandoci che il 2017 è stato l'anno più secco in Italia dal 1800 ad oggi.

Secondo il Cnr, infatti, le piogge sono state oltre il 30% inferiori alla media del periodo di riferimento 1971-2000, e l'anno in corso risulterebbe essere il più secco dal 1800 ad oggi. Precisamente, si legge sulla nota, "significativa è risultata l'anomalia pluviometrica del 2017", quando, "fatta eccezione per i mesi di gennaio, settembre e novembre, tutti gli altri
hanno fatto registrare un segno negativo, quasi sempre con deficit di oltre il 30% e, in ben sei mesi, di oltre il 50%. A conti fatti, gli accumuli annuali a fine 2017 sono risultati essere di oltre il 30% inferiori alla media del periodo di riferimento 1971-2000,etichettando quest'anno come il più secco dal 1800 ad oggi".
Dati chiarissimi che confermano le sensazioni collettive gravanti quest'anno sulla carenza di piogge particolarmente marcata, associata al costante incremento della temperatura. I dati scientifici sono ormai specchio dell'evidenza, semmai qualcuno avesse ancora dubbi sul percorso che il sistema climatico ha da tempo intrapreso, ed in cui il nostro Paese è uno dei più avviati fra i Paesi delle zone temperate.

In poche parole, aumenta la temperatura media, aumenta la frequenza dei picchi di calore estivi, aumenta la frequenza di fenomeni estremi, gli inverni si stanno trasformando progressivamente in medie stagioni, cambia il regime delle piogge, e l'anno trascorso ha mostrato quanto veloce e incisivo possa essere il cambiamento.
L'arrivo della stagione fredda, l'arrivo delle precipitazioni, non sono elementi atti a nascondere il problema, costituiscono soltanto il persistere per quanto sarà possibile di una condizione che per il pianeta era di equilibrio a fronte delle modifiche dei parametri che lo determinano e lo caratterizzano. La Natura è in fondo buona, in questo suo insistere nel posizionarsi al suo punto di equilibrio, dandoci il tempo per reagire, evitando di sottovalutare le tendenze in atto.

La nota del CNR si può leggere interamente al seguente indirizzo:

https://www.cnr.it/it/nota-stampa/n-7807/isac-cnr-2017-anno-piu-secco-degli-ultimi-due-secoli

SCIENZA
Gli ultimi dati sulla superficie ghiacciata artica mostrano una tendenza consolidata
27 settembre 2017
Nell'estate 2017 l’area coperta dai ghiacci nell'Artico si è ridotta fino a 4,64 milioni di kilometri quadrati, secondo i dati del National Snow and Ice Data Center (NSIDC, USA). Si tratta del quarto record negativo e dell'ottavo minimo da 38 anni, da quando cioè vengono rilevati i dati da satellite. Osservando il dato in prospettiva siamo quasi 1,6 milioni di kmq al di sotto della media degli ultimi 20 anni.
I dati dei rilevamenti scientifici e alcune immagini grafiche molto eloquenti si trovano nel bel sito dedicato all'Artico "The Arctic", con l'articolo "NASA: Arctic sea ice sinks to record lows for summer", e nel sito dell'NSIDC, agli indirizzi in calce.

Il clima artico è molto variabile e fortemente influenzato dall'oceano polare e dalle masse continentali. La regione nel suo complesso è, ovviamente, influenzata dalla presenza del Polo Nord. Le basse temperature sono la principale caratteristica climatica nella zona, ma ora il clima sta cambiando, e tutta l'area risente del riscaldamento globale. La quantità di ghiaccio che resta alla fine dell'estate, si legge sul sito, dipende dalle condizioni iniziali e dallo stato del clima successivamente. Degno di nota è il fatto che quest'anno i parametri climatici non hanno mostrato valori particolari, per cui la notevole riduzione della copertura ghiacciata dipende da un percorso modificato che oramai può considerarsi strutturale. In altre parole, questo stato di cose sta diventando la norma. All'estensione occorre poi aggiungere lo spessore del ghiaccio, che continua a diminuire.
Gli scienziati inoltre sottolineano che questa è una nota preliminare e nulla può escludere condizioni adatte ad un'ulteriore riduzione nei prossimi mesi.

La linea gialla nella figura è la media degli ultimi vent'anni, la superficie bianca rappresenta i rilevamenti di quest'anno.







L'immagine e la notizia sono tratte dai siti:

http://arctic.ru/environmental/20170920/678351.html

https://nsidc.org/arcticseaicenews/2017/09/arctic-sea-ice-at-minimum-extent-2/

SCIENZA
Buone notizie: l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C è realistico
20 settembre 2017
E' bello leggere buone notizie, e a volte se ne sente davvero il bisogno. Questa è una di quelle che ti cambiano la giornata.
Secondo un articolo uscito da poco sulla rivista Nature Geoscience, il mondo - vale a dire noi tutti - può ancora decidere di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C  rispetto alla media della temperatura nella metà del secolo scorso. L'obiettivo, incluso nell'Accordo di Parigi come aspirazione al miglior risultato raggiungibile, sarebbe realmente ancora possibile. Questa valutazione di grandissima importanza emergerebbe da una ricerca condotta dall'Università di Exeter, in collaborazione con l’Universal College London, l’Environmental Change Institute di Oxford e la Oxford Martin School.

L'Abstract dell'articolo scientifico ci ricorda che l'Accordo di Parigi ha aperto un dibattito sulla reale possibilità di raggiungere e non superare 1,5°C di incremento della temperatura globale media, compatibilmente con le emissioni correnti e con l'aumento già avvenuto di circa  0,9°C  rispetto alla media calcolata sui decenni intorno alla metà del novecento. Restare entro quella cifra appare difficilissimo, e sono in molti a ritenerla troppo vicina ai valori già raggiunti per rappresentare un obiettivo realistico. Per contro, la speranza di riuscirvi è forte, per limitare i danni di un cambiamento al sistema climatico che già oggi - a più 0,9°C - provoca danni evidenti e alterazioni preoccupanti a parametri fondamentali. Se l'Accordo stabilisce la volontà collettiva di limitare l'incremento di temperatura ai 2°C, indica l'obiettivo desiderabile di 1,5°C per contenere ancor di più l'aumento e limitare il più possibile il cambiamento climatico di origine antropica.
Lo studio britannico mostrerebbe che contenere le emissioni climalteranti cumulative dopo il 2015 a circa 200 GtC limiterebbe il riscaldamento globale  a meno di 0,6°C nel 66% dei modelli del sistema Terra senza intervenire sugli altri parametri climatici, quota che crescerebbe fino a 240 GtC  a condizione che oltre alla CO2 siano controllati anche altri gas serra. Assumendo un picco delle emissioni e un successivo calo al di sotto dei livelli correnti per il 2030, e continuando poi con un calo più rilevante ma consistente con uno scenario realistico di forte mitigazione si ottiene un picco nella temperatura compreso entro un range fra 1,2°C e 2,0°C. Continuando nel corso del tempo con scenari opportuni di aggiustamento si riuscirebbe a limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C  entro questo secolo. Lo studio, che si differenzia da molti altri più pessimisti sui risultati, ricorre a dati più aggiornati.
Emerge dalla ricerca che si tratterebbe di un notevole, virtuoso e continuo impegno, ma il risultato potrebbe in tal modo essere alla portata della nostra società, senza implicazioni così gravose da mettere in pericolo il nostro sviluppo e la nostra coesistenza civile. Una possibilità concreta.
Viene da pensare che probabilmente la nostra società verrebbe esposta a gravissimi rischi per la sua sussistenza se non lo facciamo.

La responsabilità che grava su di noi che viviamo questa epoca è enorme: il futuro della civiltà umana così come l'abbiamo conosciuta spetta in gran parte alle decisioni che sapremo prendere ora. Questo è un momento cruciale della Storia, e siamo noi che lo viviamo coloro che hanno la possibilità di effettuare scelte capaci di orientare il cammino futuro verso una sconfitta con conseguenze potenzialmente gravissime o verso un miglioramento capace di conservare tutti gli elementi fondamentali e indispensabili costituenti del mondo che conosciamo.


La ricerca in oggetto è la seguente:

"Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5°C"

Richard J. Millar, Jan S. Fuglestvedt, Pierre Friedlingstein, Joeri Rogelj, Michael J. Grubb, H. Damon Matthews, Ragnhild B. Skeie, Piers M. Forster, David J. Frame, Myles R. Allen, Nature Geoscience 2017. Published online 18 September 2017

http://www.nature.com/ngeo/journal/vaop/ncurrent/full/ngeo3031.html?foxtrotcallback=true

SCIENZA
L'importanza della deforestazione
11 settembre 2017
Quando si affronta il tema del cambiamento climatico, usualmente si punta l'attenzione sulla necessità di ridurre l'uso di combustibili fossili e promuovere fonti di energia rinnovabile, mentre sarebbe bene pensare anche all'uso del suolo e alla deforestazione. Secondo uno studio della Cornell University, di recente pubblicato, la deforestazione ed il conseguente uso del suolo per agricoltura e pastorizia, in particolare nelle zone tropicali, contribuiscono al cambiamento climatico più di quanto in precedenza si ritenesse.
L'articolo dal titolo “Are the Impacts of Land Use on Warming Underestimated in Climate Policy?” è stato pubblicato lo scorso 2 agosto in Environmental Research Letters (indirizzo web in calce).

In particolare, lo studio evidenzia che prevale attualmente una forte sottostima del fenomeno. Addirittura, anche nell'ipotesi di eliminare tutte le emissioni da fonti fossili, se la velocità attuale a cui vengono abbattute le foreste tropicali persistesse per un secolo si verificherebbe ugualmente un aumento di 1,5 gradi della temperatura globale media. Un dato estremamente significativo. Il meccanismo coinvolge sia il biossido di carbonio (CO2) contenuto nelle piante e rilasciato durante il taglio o l'incendio, sia altri gas serra, come gli ossidi di azoto e il metano, emessi nel cambio di uso dello stesso territorio destinandolo all'agricoltura o all'allevamento. Si tratta di composti con forte capacità di trattenere energia all'interno dell'atmosfera: si pensi che il metano ha un GWP (Global Warming Potential, una misura della capacità di trattenere il calore) 28 volte quello del CO2, e che l'ossido di diazoto ha un GWP 265 volte il CO2. 
Nell'articolo si specifica che le cause e gli effetti del fenomeno vanno esaminati su un periodo di tempo sufficientemente lungo, tenendo conto che tutti gli aspetti sono distribuiti su un arco di tempo superiore al secolo, e che con il cambiamento climatico l'ambiente terrestre avrà a che fare per i prossimi secoli.

Research: Climate impacts of land use are underestimate. By David Nutt, August 30, 2017.

http://news.cornell.edu/stories/2017/07/research-climate-impacts-land-use-are-underestimated

POLITICA
L'adattamento al cambiamento climatico
25 agosto 2017
Di primaria importanza nei prossimi anni sarà il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, con il quale si cercherà di avviare il nostro Paese su un percorso di resilienza rispetto alle modifiche al sistema climatico in atto a livello globale. Un percorso del genere non soltanto è utile alla tutela della salute e del territorio, ma riveste un ruolo fondamentale nella competitività di un Paese avanzato. 

L'Italia è colpita dai cambiamenti in atto nel sistema climatico ed il fenomeno è ormai sotto gli occhi di tutti, con un aumento dei picchi di calore estivo, la diminuzione delle precipitazioni diffuse e il concomitante incremento delle precipitazioni brevi e intense, l'accorciamento del periodo freddo invernale e le diminuzione delle precipitazioni nevose. Le conseguenze riguardano principalmente la riduzione delle riserve d'acqua nei ghiacciai montani, il cambio nel regime idrico in agricoltura, l'arrivo di specie estranee ai nostri habitat, con conseguenze anche sulla salute umana, i picchi di calore e la formazione del fenomeno "isola di calore" nelle città, l'aumento del livello del mare con fenomeni intensi di intrusione dell'acqua salina nei corsi d'acqua in entroterra, l'aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi, come alluvioni. L'estate in corso inanella una serie di ondate di caldo "africano" mai vista: siamo ormai (a fine agosto) alla settima. 
L'adattamento è tema centrale, e le politiche adottate saranno di grande rilevanza in futuro. Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici è ora in consultazione pubblica, e lo sarà fino al prossimo 15 ottobre 2017. Secondo quanto si legge sul sito del Ministero dell'Ambiente (all'indirizzo in calce) "Il ministero dell'Ambiente  e della Tutela del Territorio e del Mare, in linea con i principi di trasparenza e partecipazione, ha avviato una consultazione pubblica rivolta a cittadini, istituzioni, mondo associativo e portatori di interesse, per la presentazione della prima stesura del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici elaborata dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, finalizzata ad acquisire osservazioni utili alla elaborazione della versione finale del documento". Dunque, il Ministero propone a cittadini e istituzioni, mondo della ricerca, associazioni e a in generale tutti i portatori d’interesse a confrontarsi sul testo del Piano, in vista dell’elaborazione della versione finale del documento. 

Il Piano proposto, che è stato elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (indirizzo in calce), costituisce il quadro aggiornato delle tendenze climatiche in atto a livello nazionale e determina in base alle attuali conoscenze i probabili scenari climatici futuri.  Esso individua poi possibili azioni di adattamento, con i mezzi per valutarne l’efficacia. Vengono analizzati gli aspetti locali, evidenziando aree e settori maggiormente a rischio. Attraverso un insieme di indicatori, vengono definite le macro-regioni climatiche e le cosiddette “aree climatiche omogenee”, in base a condizioni climatiche attuali e passate simili, o a uguale condizione climatica attuale e stessa proiezione climatica futura.
Il CMCC utilizza un modello climatico regionale ad alta risoluzione ottimizzato per l’Italia. Secondo quanto si legge sul sito, COSMO-CLM è un modello climatico regionale realizzato a partire dal modello operativo meteorologico COSMO LM, sviluppato inizialmente dal servizio meteorologico tedesco DWD e, in seguito dal consorzio europeo COSMO. Esso è attualmente sviluppato all’interno della CLM-Community, cui il CMCC partecipa  dal 2008.
Il modello può essere utilizzato per effettuare simulazioni climatiche con risoluzioni spaziali comprese nell’intervallo tra 1 e 50 km. Per fare un esempio, il cambiamento è descritto dai dati che riguardano le temperature sul numero di giorni in cui le massime supereranno i 29 gradi centigradi. Nelle estati dei tre decenni che termineranno nel 2050, questo succederà, in media ogni anno, per ben nove volte di più di quanto non sia accaduto nei tre decenni che hanno preceduto il 2010. A questo dato si associa una riduzione delle precipitazioni che nelle stagioni calde diminuiranno del 22% e in primavera la diminuzione risulta al 13%. Le precipitazioni in autunno, invece, faranno registrare un lieve aumento, del 5% al Nord e del 10% al Sud. Evidentemente, si tratta di dati particolarmente rilevanti in vista di una pianificazione degli usi della risorsa idrica, uno degli aspetti che preoccupano di più, e della risposta, anche edilizia e urbanistica, che occorre dare all'aumento delle temperature.

Insomma, non si tratterà della catastrofe prossima ventura se sapremo trovare risposte adeguate, ma il cambiamento climatico è una sfida formidabile - forse la maggiore - alla razionalità, alla capacità organizzativa, alla qualità della gestione della cosa pubblica (in questo caso, la primaria, ovvero l'ambiente).

Per saperne di più sul Piano di cui si è detto, i link del Ministero dell'Ambiente e del CMCC sono i seguenti:
http://www.minambiente.it/pagina/consultazione-su-piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici

http://www.cmcc.it

SOCIETA'
Manca l'acqua (per una gestione corretta di una risorsa preziosa)
27 luglio 2017
Fra incendi, siccità, e temperature sopra la media non si sa quale argomento affrontare in questi giorni occupandosi di ambiente. Manca l'acqua? In realtà no; il problema è che l'acqua si trovi dove serve. E certamente in questo periodo non si trova per l'agricoltura, per l'industria, per la produzione di energia termoelettrica, e per gli usi domestici quanta ne servirebbe. Dopo mesi di scarse piogge, persino in primavera, ora il terreno è arido, gli invasi in calo, i fiumi a secco. 

In realtà, l'acqua che utilizziamo è solo una minima parte del totale: sulla Terra, l'acqua si trova al 97,3% negli oceani, al 2,1% nei ghiacci, per lo 0,6% nelle acque sotterranee e per lo 0,01% in laghi e fiumi. A queste percentuali si aggiunge il vapore acqueo in atmosfera. Il ciclo dell'acqua porta le piogge, non secondo schemi definiti, ma secondo cicli climatici locali variabili entro limiti noti dai dati scientifici, o dall'esperienza umana, da molto tempo. Ora le condizioni di tale variabilità sono profondamente alterate dai cambiamenti climatici generati dal surriscaldamento globale che interessa l'intero pianeta: se prima potevamo aspettarci condizioni meteorologiche diverse ma abbastanza prevedibili, salvo eventi eccezionali, ora stiamo andando incontro ad una nuova forma di variabilità fuori dai parametri tradizionali. Come dire che l'eccezionalità diventa la normalità, in un sistema climatico influenzato da una diversa composizione atmosferica - alla quale abbiamo contribuito con emissioni continue di composti vari. 

Secondo l'ISTAT, che ha pubblicato alcuni dati interessanti lo scorso mese di marzo, a partire dagli anni ’80 i ghiacciai alpini sono gradualmente regrediti, in un processo nemmeno troppo lento culminato nel 2007 con il 99% dei ghiacciai monitorati in ritiro, cifra che è poi ridiscesa nel 2014 alla comunque notevole percentuale dell'88%. Dei circa 250 kilometri cubi di ghiaccio presenti sulle Alpi a metà dell'800 ne restavano circa 150 kilometri cubi negli anni ‘70, e soltanto 80 kilometri cubi nel 2011. Nel recente periodo, il processo di scioglimento dei ghiacciai montani ha accelerato: soltanto il ghiaccio perso sull’arco alpino dagli anni ’80 a oggi corrisponde, in termini di volume d’acqua, a circa quattro volte la capacità del Lago Maggiore. Sono dati impressionanti che testimoniano la velocità e l'intensità dell'aumento della temperatura globale media attraverso uno dei suoi effetti diretti. 
Sempre secondo l'ISTAT, in Italia nel 2015 non ha raggiunto gli utenti il 38,2% dell’acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione dei comuni capoluogo di provincia. La quota dispersa è andata aumentando nel corso degli anni. dato che era il 35,6% nel 2012. La dispersione dell'acqua non è identica in tutto il territorio nazionale: si va dal 17% nella Lombardia al 69% nella Basilicata, passando per tutte le cifre intermedie (in Emilia-Romagna il 28%, a Roma il 44%). Oltre la metà dell'acqua utilizzata (il 51%) serve per l'irrigazione, il 20% per gli usi civili.

Il problema però dello spreco di acqua potabile è reale, ma non è l'unico aspetto della questione. Certamente dove le perdite sono maggiori, e la disponibilità è minore, come al Sud, è giusto intervenire sulle infrastrutture. Ma il problema non si risolve soltanto costruendo nuovi invasi o acquedotti, è necessaria piuttosto una gestione corretta della risorsa acqua. La conservazione dell'acqua piovana, per fare un esempio, può essere fatta localmente per destinarla a tutti gli usi che non richiedono acqua potabile. Su un piano più vasto, è necessario ricostruire l'ecosistema idrico, non soltanto il sistema idrico, proteggendo le falde, ripristinando le funzioni ecologiche delle zone umide, recuperando i reflui nelle zone urbane per depurarli e riutilizzarli. E' necessario un nuovo sistema costruito in un'ottica di interscambio fra fornitori e cittadini, che non saranno più soggetti passivi di una fruizione dall'alto verso il basso, ma attori capaci di intervenire allo scopo di rendere più efficiente l'insieme e se occorre di conservare una risorsa preziosa, che lo sarà sempre di più in futuro. 
Adattarsi fin da ora ai cambiamenti climatici sarebbe opportuno, visto che in una certa misura - speriamo la minore possibile - saranno inevitabili. Lo si può certamente fare. 

POLITICA
Presentata in Parlamento la nuova Strategia Energetica Nazionale
12 luglio 2017
La Strategia Energetica Nazionale 2017 sta prendendo forma. Dopo l’audizione parlamentare del primo di marzo scorso, il 10 maggio, di fronte alle Commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera, si è svolta la seconda audizione dei Ministri Carlo Calenda (Sviluppo Economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente).
Come recita il testo delle nuove slides (scaricabili all’indirizzo in calce), assai più corposo del precedente, dalla prima audizione parlamentare ad oggi sono stati sviluppati i contenuti preliminari della SEN 2017.  La Strategia Energetica Nazionale è un fondamentale documento programmatico sull’energia che si prevede verrà aggiornato nel 2020, e poi nel 2023.
A partire da ora, saranno soltanto 30 i giorni disponibili per la consultazione.

Sono già emersi i primi commenti in proposito, da parte degli stakeholders coinvolti, o semplicemente da coloro che seguono il tema. Il fatto che si tratti di un tema a forte caratterizzazione tecnica lo rende un po’ tradizionalmente ostico perciò scarsamente diffuso, mentre in realtà si tratta di uno dei maggiori interessi che riguardano la nazione, l’Europa, e noi tutti.
Alla lettura delle slides, una premessa incoraggiante va fatta. Seguendo da vent’anni gli scenari di politica energetica delineati di volta in volta dai vari governi che se ne sono occupati nel nostro Paese – considerati nel contesto dell’Unione Europea – mi viene quasi spontaneo rilevare il cambiamento che progressivamente ha assunto il percorso riguardante l’energia: da tesi “fossili”, con impostazioni fortemente consumistiche, costruite sulla base di un’ottica che associava alti consumi energetici a sviluppo economico e civile, siamo passati lentamente ma con costanza a tesi maggiormente “rinnovabili”, fondate su criteri di promozione dell’efficienza e del risparmio a tutela dell’ambiente, in un’ottica che associa consumi efficienti e rinnovabili a sviluppo economico e civile. Un cambiamento non di poco conto, che viene spesso definito un “cambio di paradigma” rimarcandone l’importanza e la nettezza; un cambiamento che non ha ancora raggiunto l’obiettivo, ma che è sicuramente un processo in atto. Tesi un tempo sostenute da pochi “ambientalisti” oggi sono scritte sui documenti ministeriali o comunitari, e sui trattati internazionali. Il cammino è ancora lungo (si può fare di meglio? Certamente , si può sempre fare di meglio), ma la strada è stata intrapresa. Questa nuova SEN, nel complesso e per ora (visto che non è ancora definitiva), vede alcuni punti da approfondire e migliorare su un impianto sostanzialmente corretto, e sicuramente migliorativo rispetto ad altre pianificazioni in materia viste in passato.

Ad un primo esame, la nuova SEN presenta una serie di caratteristiche interessanti e alcune criticità, collocate su una linea di fondo che si può considerare positivamente.
La prima opzione che emerge con evidenza è la prospettiva di terminare il ricorso al carbone tra il 2025 e il 2030. Vengono presentati tre scenari con uscita parziale e con uscita totale dal carbone, con la seconda che ci verrebbe a costare fra i 2,3 e i 2,7 miliardi di euro in investimenti in sicurezza e adeguatezza, con investimenti sulla rete o in nuove centrali e infrastrutture energetiche necessarie. Questo punto viene ovviamente apprezzato, almeno dalle associazioni ambientaliste: smettere il ricorso al carbone per produrre energia significa eliminare la fonte energetica più inquinante.

Il gas naturale resta fra le principali risorse, vista sia nell’ottica di sostegno alle rinnovabili, sia in quella della sicurezza dell’approvvigionamento.  Si prevede l’apporto dalle nuove linee di importazione, in vista anche delle scadenze di contratti a lungo termine, e si prevede un aumento delle importazioni di GNL per sfruttare l'opportunità di un mercato in oversupply fino a metà anni '20.
Le slides prendono in considerazione anche il settore trasporti, uno dei più problematici sul piano dell’adeguamento agli obiettivi ambientali, dove si parla di biocombustibili nell’attesa anche del decreto sul biometano (in verità, atteso da tempo), mentre gli obiettivi sull’elettrico sono piuttosto vaghi, in assenza di riferimenti ad eventuali incentivazioni. Questo aspetto richiede un approfondimento, visto che un’elettrizzazione spinta del parco veicolare italiano incide ovviamente sul sistema elettrico.

Riguardo le fonti rinnovabili, gli obiettivi sono in linea con quelli europei: sui consumi complessivi lordi al 2030 si prevede un 27,0% (ad oggi la stima è del 17,5%). Differenziando gli obiettivi per settore, sull’elettrico il 33,5% attuale dovrebbe diventare 48-50%, sulla climatizzazione si passerebbe dal 19,2% attuale al 28-30%, sui trasporti dal 6,4% (bassissimo dato attuale) al 17-19%.
Nella nuova SEN si parla inoltre di promuovere i grandi impianti fotovoltaici, introducendo contratti a lungo termine da attribuire tramite aste, mentre per i piccoli impianti è prevista la “promozione dell’autoconsumo”.

Il contesto in cui si opera nella produzione elettrica vede già da tempo una riduzione del parco termoelettrico, con una tendenza in atto che pone un tema di adeguatezza, anche nella gestione delle fonti rinnovabili, che sono variabili per loro natura.

Al fine di migliorare l’efficienza energetica in ogni settore, si ipotizza l’introduzione di un Fondo di garanzia a sostegno degli interventi di efficienza energetica nell’edilizia, con il coinvolgimento di istituti finanziari per un eco-prestito a tasso agevolato. Si pensa anche a stabilizzare il sistema delle detrazioni fiscali, con una revisione degli stessi. E’ chiaro che questi aspetti devono essere approfonditi, in particolare se finalizzati allo scopo di mettere in atto meccanismi capaci di smuovere gli investimenti per migliorare l’efficienza ed il risparmio energetico.

Nel documento non c’è alcun cenno alle trivellazioni.

Seguiremo gli sviluppi. Il materiale presentato alle Audizioni parlamentari si può scaricare ai seguenti indirizzi:

http://www.camera.it/leg17/1132?shadow_primapagina=6781

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2036510-strategia-energetica-nazionale-audizione-a-montecitorio




ECONOMIA
Fonti rinnovabili crescono
9 luglio 2017
Nel caldo di queste giornate quasi non servono più i dati scientifici: possiamo ormai farci le statistiche autonomamente sull'andamento del cambiamento climatico. Ogni anno segue il precedente con i record raggiunti in qualche aspetto del clima stesso, il mese più caldo, l'anno più caldo, il periodo meno piovoso, etc. Ormai lo si può percepire senza bisogno di strumenti: il clima sta cambiando ad una velocità senza precedenti. La primavera appena trascorsa è stata caratterizzata da poche precipitazioni, è stata preceduta da un inverno mite, ed è stata seguita da un anticipo d'estate iniziato in maggio con temperature altissime ovunque in Italia che ancora persistono (in luglio). I dati informano che il mese di giugno appena trascorso è stato uno dei più caldi, in stretta competizione con il giugno 2003, l'anno della grande afa sahariana di oltre tre mesi di durata.

Dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici gli USA, come è noto, si sono sfilati, ma di certo non si sfileranno dai cambiamenti climatici stessi che insistono anche sul loro territorio. Secondo la NOAA, gli US hanno visto il secondo anno più caldo mai registrato, e hanno speso 9 miliardi di dollari in disastri ambientali inclusi 3 tornado devastanti.

La buona notizia è che anche in America il mercato delle rinnovabili si espande e la produzione cresce.  Le fonti rinnovabili non sono certamente l'unica soluzione al problema del cambiamento climatico, ma sono uno dei principali tasselli di una composizione molteplice finalizzata a ridurre e contenere le emissioni di gas climalteranti che modificano la composizione dell'atmosfera fino a causare un surriscaldamento che interessa tutto il pianeta.
Per la prima volta in oltre trent'anni negli Stati Uniti a marzo e ad aprile le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità degli impianti nucleari, secondo i dati forniti dall'EIA, l'Energy Information Administration, l'agenzia statistica indipendente del Dipartimento Usa dell'energia.
L'evento dipenderebbe da due fattori di carattere opposto:  la crescita delle rinnovabili e i programmi di manutenzione a cui vengono sottoposti gli impianti nucleari in primavera e autunno, quando la domanda elettrica complessiva è più bassa rispetto all'estate e all'inverno.
Comunque, un aumento della produzione dell'eolico che del fotovoltaico, unitamente all'aumento registrato nell'idroelettrico grazie a piogge e nevicate più intense negli Stati occidentali degli Usa durante l'inverno scorso, hanno comportato una crescita della generazione elettrica rinnovabile in primavera. Nello stesso periodo, la produzione di elettricità da centrali nucleari in aprile è stata la più bassa dal 2014, determinando così il primato delle rinnovabili.

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel mondo, è uscito il rapporto “Renewable Energy Statistics 2017 Yearbook” di IRENA, secondo il quale in 10 anni sarebbe raddoppiata la potenza. Dalle statistiche che riguardano circa 100 Paesi e le singole tecnologie utilizzate, emerge che nel
2016 sono stati superati i 2.000 GW installati. In 10 anni la potenza cumulativa delle rinnovabili è raddoppiata fino ad arrivare complessivamente a 2.008 GW, con un incremento di 161 GW. La generazione elettrica da rinnovabili nel 2015 ha raggiunto la cifra di 5.512 TWh. L'aumento risulta essere del 3,4% rispetto al 2014. Si procede verso i 6.000 TWh, una buona prospettiva.
In 9 anni si è registrato un incremento di quasi 2.000 TWh per quanto riguarda la produzione elettrica da rinnovabili, mentre la fonte verde maggiormente utilizzata è stata l’idroelettrico, per circa il 70%. Il 15% proviene invece dall’eolico.
Soltanto nell'anno 2015 si è avuto un relativo rallentamento dell’incremento annuale nella produzione idroelettrica a livello mondiale. In compenso si è registrata una crescita del solare del 13%, e dell’eolico, con il 15%.
POLITICA
Le scelte in materia di energia, fra gas e carbone (e il TAP)
31 marzo 2017
In questo periodo, alcuni fatti riguardanti l'energia e l'ambiente si offrono alla nostra riflessione. I dati sulla riduzione della superficie ghiacciata del Mare Artico confermano l'andamento degli anni scorsi, ad una velocità preoccupante a causa del riscaldamento globale causato a sua volta dalle emissioni da fonte energetica fossile, gli scienziati che studiano la Grande Barriera Corallina australiana, sede di un'enorme quota di biodiversità, ci informano che è da ritenersi praticamente morta, sempre a causa del riscaldamento globale, avendo superato il limite a cui si ritiene che possa rigenerarsi, il Presidente degli USA Donald Trump prevede di ritornare al carbone, creando nuovi posti di lavoro nelle miniere, e cancella le norme che Obama aveva voluto per contenere le emissioni nocive e climalteranti dell'industria e della trasformazione di energia statunitense (peraltro mai entrate in vigore), in Puglia si verificano manifestazioni e scontri a seguito dei lavori per realizzare la tratta italiana del TAP, il gasdotto Trans Adriatic Pipeline.

Alcuni leaders dell'Unione Europea hanno praticamente detto a Trump che se il mondo finirà sarà causa sua (nientemeno), e ancora una volta l'UE mostra di essere l'avanguardia mondiale delle politiche ambientali - in un contesto, ovviamente, industrializzato e di elevati consumi.
L'idea di tornare al carbone è la peggiore che potesse venire in mente ad un Presidente di un Paese altamente inquinante come gli Stati Uniti, un ritorno al passato del diciottesimo e diciannovesimo secolo con i minatori, il grisù, e le polveri di carbone, e al suo cospetto brilla di luce propria l'importanza delle scelte dell'UE, che dovrebbe trovare il modo di tirare fuori un po' di orgoglio per sè stessa, come sicuramente merita.

Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato principalmente per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.

Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 

La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.


il sito del Ministero dello Sviluppo Economico con le infrastrutture di importazione del gas naturale:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/energia/gas-naturale-e-petrolio/gas-naturale/importazione


SCIENZA
Gli ultimi rilevamenti confermano il fenomeno della riduzione della superficie ghiacciata nel Mare Artico
14 marzo 2017

Nel grafico che segue, gli ultimi dati sull’estensione dei ghiacci artici.

Come mostra il grafico, con la superficie espressa in milioni di chilometri quadrati, l’estensione delll'area del Mare attorno al Polo Nord gelata è in costante diminuzione rispetto alla media degli ultimi trent’anni. I rilevamenti mostrano un andamento molto veloce di riduzione, che fa ipotizzare la prossima sparizione del ghiaccio artico, se non interverranno cambiamenti drastici nei livelli di emissioni inquinanti e climalteranti mondiali. Con conseguenze ancora soltanto ipotizzabili.



http://nsidc.org

SCIENZA
Siamo nell'era di una nuova realtà climatica globale
25 ottobre 2016
L'Organizzazione Meteorologica mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ha pubblicato il nuovo Bollettino dei gas ad effetto serra, secondo il quale nel 2015 abbiamo superato in modo stabile la concentrazione media di anidride carbonica di 400 ppm nell'atmosfera del nostro pianeta. L'anidride carbonica viene presa come composto di riferimento, anche in rapporto agli atri gas climalteranti, e ne viene misurata la concentrazione in parti per milione in volume.
 Il superamento del valore soglia era già successo, ma limitatamente ad alcuni periodi di tempo, ed in alcuni luoghi. Ora invece si parla di concentrazione media, vale a dire della normale composizione dell'atmosfera come misurata nei laboratori idonei, tutti situati in luoghi lontani dai centri di emissione.
Si tratta di un allarme, ammoniscono i cronisti, ma in realtà si tratta del continuo estendersi (si potrebbe parlare di estrapolazione che trova sempre corrispondenza con i dati reali) di un fenomeno che sembra non trovare un punto di stabilità, o di ritorno. Un flesso, o un massimo. Niente: la concentrazione di CO2 in atmosfera ha un andamento crescente (a parte le variazioni stagionali).
Secondo il comunicato WMO, tra il 1990 e il 2015 c'è stato un aumento del 37% del forcing radiativo a causa dei gas ad effetto serra a lunga persistenza, come anidride carbonica, metano e protossido di azoto, dovuto ad attività industriali, agricole e domestiche. Si sottolinea anche che la crescita di anidride carbonica è stata alimentata dall'evento El Niño, ma mentre «l'evento di El Niño è scomparso, i cambiamenti climatici restano», ha affermato il segretario generale, Petteri Taalas. Secondo Taalas, il 2015 resterà nella storia in cui le concentrazioni di gas a effetto serra "annunciano una nuova realtà climatica".

Siamo in una nuova era. Qualcuno l'ha chiamata "antropocene" a sottolineare la profonda influenza dell'uomo sui sistemi naturali. L'unica consolazione è che la velocità della crescita non si trova ora ai massimi livelli, come mostra il grafico sottostante - nonostante i massimi e i minimi oscillino fra estremi abbastanza stabili ed elevati intorno a 2 ppm/yr, dunque non certo rassicuranti.
Sta a noi determinare e realizzare le condizioni per limitare tale crescita, in modo tale da contenere le alterazioni all'atmosfera e al clima che ormai interessano l'intero pianeta Terra. Questa sarà la più grande sfida del futuro, non soltanto in quanto estesa e profonda, ma perchè capace di contenere in sè i conflitti, i limiti, le iniquità, gli sprechi, gli abusi, che non siamo ancora stati in grado di superare.





Il Bollettino del WMO si scarica al seguente indirizzo:


https://www.wmo.int/pages/prog/arep/gaw/ghg/GHGbulletin.html

ECONOMIA
L'Accordo di Parigi entrerà in vigore il prossimo 4 novembre. E anche il trasporto aereo si accorge di inquinare.
10 ottobre 2016
Dopo il voto favorevole del Parlamento europeo anche il Consiglio ha dato via libera all’approvazione dell’Accordo di Parigi. L'Unione Europea assume perciò formalmente l'impegno di rispettare le richieste dell'Accordo della ventunesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico che, ricordiamo, mira a contenere il riscaldamento globale entro due gradi, e possibilmente entro un grado e mezzo, allo scopo di limitare le alterazioni che già oggi influiscono sul sistema climatico mondiale. L'Accordo ora, avendo raggiunto l'adesione di almeno 55 Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni mondiali, è pienamente operativo ed entrerà in vigore il prossimo 4 novembre.
Nel nostro Paese si attende l'approvazione del Parlamento del decreto di ratifica licenziato dal Consiglio dei Ministri. Il Ministro dell'Ambiente Gianluca Galletti, come si legge sul sito del Ministero, afferma che "Con l’approvazione del decreto di ratifica dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici da parte del consiglio dei ministri, l’Italia ha fatto un altro importante passo avanti sul percorso della lotta al surriscaldamento globale. Con il provvedimento di oggi rimettiamo la ratifica dell’intesa a livello nazionale al parlamento confidando in una approvazione in tempi brevissimi. (...) Stiamo cambiando il mondo, anche quello delle relazioni internazionali. Basti pensare che per fra la firma e l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto passarono 8 anni, dalla firma all’entrata in vigore dell’accordo di Parigi passeranno solo 10 mesi". Speriamo davvero, di cambiare il mondo in meglio, soprattutto mettendo in atto azioni concrete che consentano di modificare una linea di tendenza che, purtroppo, è quantomai consolidata.

In questi giorni si aggiunge un'altra buona notizia: è stato raggiunto un accordo mondiale riguardante le emissioni del settore aereo. Dopo ben sei anni di negoziati, alla trentanovesima assemblea dell'’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) riunita a Montreal sono stati concordati alcuni punti per contenere e ridurre le emissioni inquinanti. Nello specifico, si prevede una fase, che va dal 2021 al 2026, in cui gli impegni saranno volontari, seguita da una seconda fase, a partire dal 2027, in cui saranno obbligatori. Si tratta in sostanza della possibilità di acquisto di crediti di carbonio per compensare le emissioni, che dovrebbe iniziare soltanto fra una decina d'anni. L'accordo viene da tutti definito "storico". In realtà, considerando che il trasporto aereo è fra le dieci maggiori cause di emissioni climalteranti ed inquinanti del mondo, e che è in continua crescita, misure come queste sono assolutamente insufficienti.
Nel mondo, soltanto l'Unione Europea ha preso un impegno serio sulle emissioni del comparto dell'aviazione. Come si legge sul sito "Eur-Lex", "Prendendo in considerazione le dimensioni e la natura globale dell’industria del trasporto aereo e il suo impatto sull’ambiente, l’Unione europea (UE) agisce per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra provocate dal trasporto aereo in Europa e, allo stesso tempo, lavora con la comunità internazionale attraverso l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) per istituire misure di portata globale."  Con la Direttiva 2008/101/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di includere le attività di trasporto aereo nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissioni dei gas a effetto serra, il settore rientra dal 1 gennaio 2012 nel sistema di emission trading europeo EU-Ets. Devono ottemperare al provvedimento tutte le compagnie internazionali. Ricordiamo che le compagnie aeree avevano provato ad opporsi, ricorrendo anche alla Corte suprema, ma alla fine hanno perso la partita. Dal 1 gennaio 2012 tutte le compagnie aeree, che siano europee o extracomunitarie, sono tenute dotarsi dei permessi di emissioni nell'ambito Ets, per i voli da e per l'Europa.

Mentre gli accordi, e soprattutto gli atti concreti, procedono con la velocità che osserviamo, numerosi studi ne mettono in dubbio la reale efficacia per contenere l'incremento della temperatura entro i due gradi (per non parlare di 1,5°C). Innanzitutto, risulta difficile calcolare le emissioni e correlarle con la dovuta precisione all'incremento di temperatura, per ragioni tecniche e per ragioni scientifiche. In secondo luogo, appare evidente come le velocità dei due processi, naturale e antropico, siano molto diverse: riduzione delle emissioni lenta o quasi assente, aumento del riscaldamento globale e delle conseguenze sul sistema climatico veloce. O per lo meno, assai più veloce. Occorre un impegno collettivo che vada più a fondo.


ECONOMIA
USA e Cina confermano la ratifica dell'Accordo di Parigi
8 settembre 2016
La buona notizia di questi giorni riguarda l'Accordo sul clima di Parigi della Cop21, con la ratifica dell'adesione da parte di Usa e Cina. In apertura del G20 che si è svolto ad Hangzhou  in Cina nei giorni scorsi, infatti, il presidente americano Barack Obama e il quello cinese Xi Jinping hanno reso noto l’impegno dei loro rispettivi Paesi a rispettare l’accordo di Parigi.
Ricordo che l'Accordo raggiunto lo scorso dicembre nella capitale francese dalla 21ma Conferenza delle Parti consiste in una serie di iniziative volte a contenere l'incremento della temperatura globale entro i 2 °C, e possibilmente entro 1,5 °C, al fine di limitare le modifiche al sistema climatico che un riscaldamento eccessivo potrebbe causare. L'Accordo riguarda ben 195 Paesi. Di questi, Stati Uniti e Cina costituiscono i maggiori emettitori mondiali di anidride carbonica e altri composti, cioè di sostanze capaci di alterare il sistema climatico mondiale a seguito della loro maggiore concentrazione in atmosfera che si riscontra da tempo. L'Accordo entrerà in vigore se sarà ratificato da almeno 55 Paesi che producono almeno il 55% delle emissioni climalteranti mondiali. Da soli, USA e Cina producono circa il 40% di tutte le emissioni mondiali, mentre con la loro ratifica salgono a 23 i Paesi che hanno confermato l'adesione. Dunque si tratta di una buona notizia sul versante della protezione ambientale, che ci consente di sperare in una veloce attivazione dei contenuti dell'Accordo. Manca ancora la ratifica dell'Italia, che è stata assicurata qualche giorno fa dal Ministro dell'Ambiente Galletti. Si tratta anche un fatto politicamente rilevante per gli Stati Uniti, dove la battaglia dei negazionisti è apertamente condotta e spesso influente sulle dinamiche politiche interne, e per la Cina, dove rappresenta la migliore presa d'atto del pesantissimo carico ambientale che lo sviluppo accelerato ha portato con sè.
Il grafico in basso, che mostra le emissioni di alcuni Paesi del mondo - e che traggo dal sito Climalteranti - è molto chiaro circa le quantità coinvolte e le responsabilità.

Frattanto, una delle principali cause dell'inquinamento locale e globale, il petrolio, è stato oggetto nei giorni scorsi di un patto fra Arabia Saudita e Russia, che intendono in tal modo contribuire a stabilizzarne il mercato. Si tratta di una novità importante contenuta nell'accordo sottoscritto a margine proprio dello stesso G20 di Hangzhou in Cina. Nel testo, Arabia Saudita e Russia
affermano di avere un «desiderio comune di espandere ulteriormente le relazioni bilaterali in campo energetico», che deriva dal fatto che insieme «hanno la responsabilità di produrre oltre il 21% della domanda globale di petrolio», e sostengono inoltre di accordarsi per agire «congiuntamente oppure con altri produttori» ai fini di mitigare la volatilità dei mercati.
I due Paesi hanno costituito un gruppo operativo per esaminare «i fondamentali di mercato e raccomandare misure e azioni comuni mirate ad assicurare la stabilità e la predicibilità dei mercati petroliferi», stabilendo una prossima riunione a ottobre a Mosca, e successivamente a novembre a margine del vertice Opec di Vienna. Grandi produttori di petrolio come Iran, e Iraq hanno reagito positivamente all'annuncio dell'accordo. Per ora non è chiaro quali saranno le conseguenze. La fase attuale, ormai da tempo, vede il prezzo del petrolio piuttosto basso, anche se ora non più ai livelli di qualche mese fa, in assenza di decisioni e interventi da parte dell'Opec, che tende a lasciare elevate produzioni e prezzi contenuti.
Il nostro sistema economico, fondato soprattutto sulle fonti energetiche fossili, ha garantito finora uno sviluppo accelerato di una parte dell'umanità, a spese di un notevole cambiamento delle condizioni atmosferiche con conseguenze su uno dei principali sistemi ambientali globali come quello climatico, e di diffusi inquinamenti locali - anche pesanti, come ben sanno oggi nelle città cinesi, ma un tempo anche le città europee - e la maggiore sfida del presente e del futuro immediato consiste nel creare le condizioni di uno sviluppo più equo per tutti e caratterizzato da minori impatti ambientali.




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