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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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POLITICA
Come il PD di Bologna ha affossato il tema "ambiente"
11 luglio 2019
Questo post sarà particolarmente breve, poiché il percorso descritto è fin troppo prevedibile e scontato. Il fatto è che credo che sia di una qualche utilità ai lettori, pur se sufficientemente preparati alle vicende tipiche dei partiti. 
Mi sono convinta di questo ieri, dopo l'ennesimo episodio di climate change capace di mostrare cosa avverrà con frequenza sempre maggiore a causa del riscaldamento globale, la costa romagnola e la costa marchigiana devastate, centinaia di alberi divelti e migliaia colpiti in varia misura, chicchi di grandine grossi come arance, coltivazioni spazzate via, alcuni feriti e per fortuna non ci sono morti, e il PD bolognese che non ha niente da dire, nessuna linea politica in proposito, nessuna fra le tante iniziative in corso nelle Feste dell'Unità o nei Circoli affronta il tema, niente di niente. Il PD regionale non se la passa meglio sulla questione: ad oggi (11 luglio) sul sito "pder" alla pagina "ambiente" l'ultimo comunicato riguarda i giovani scesi in piazza qualche mese fa, ed il precedente comunicato risale nientemeno che al 2016. Non hanno nemmeno l'attenzione adeguata per togliere i comunicati vecchi, come qualsiasi gestore di pagine web farebbe normalmente, conscio che un comunicato del gennaio 2016 è più nocivo all'immagine di un silenzio totale. Se vorranno intervenire oggi sarà un bene, in fondo non è mai troppo tardi.

Come si è arrivati a questo punto? Molto semplice, la componente ambientalista del partito è stata progressivamente esautorata dal suo ruolo, privata degli spazi di confronto, stritolata nei meccanismi perversi dei gruppi di potere e dei loro capi locali, che decidono chi, cosa, dove, e quando. 
Nel Partito Democratico di Bologna c'era un Forum attivo sui temi di rilevanza ambientale, frequentato da persone competenti, dagli assessori del territorio, capace di influire sulle scelte, il Forum Territorio Sostenibile. Che fine ha fatto? E' stato chiuso, soppresso, qualche anno fa dall'allora segretario Francesco Critelli, ora deputato in Parlamento. Si è cercato di farlo rivivere nei Dipartimenti, ma non si è più ripreso, a parte forse il gruppo che si occupava prevalentemente di traffico che ancora resiste. La logica? Non c'è. Assente qualsiasi logica.
C'erano gli Ecodem, anch'essi da segnalare a Chi l'ha Visto. Fra le conseguenze c'è la scontata assenza di candidati ambientalisti alle elezioni, fatti fuori tutti prima, un bel risultato che ha reso felici molti. 

C'è da dire, per essere equi, che il partito si giova di alcuni assessori impegnati anche su questo fronte non semplice, e capaci di portare a casa dei risultati concreti. Per fortuna, il partito "plurale" presenta aspetti positivi, altrimenti la situazione sarebbe ben più grave - per non parlare del fatto che fuori dal PD c'è assai di peggio, come mostrano le cronache di questi giorni. Ma come spiega bene Cacciari nella lettera in risposta a Zingaretti pubblicata domenica scorsa su L'Espresso, la politica italiana necessita di un partito, il PD, che sappia trovare linee condivise in risposta ai problemi e alle questioni aperte, e non soltanto che stia in attesa delle calende greche per agire almeno seguendo una logica. Per fare questo, sostiene che e' "indispensabile un salto di strategia e di organizzazione". Un salto notevole. Sono d'accordo, e credo inoltre che non ci siano altre strade. 

CULTURA
Una donna sulla strada dell'emancipazione femminile - non in politica e che per questo la politica ignora
4 luglio 2019
Proprio oggi, il 4 luglio del 1934 moriva Marie Curie, ammalata di anemia perniciosa probabilmente causata dalla lunga esposizione alle sostanze radioattive, oggetto dei suoi studi.
Una donna che ha saputo, con le sue indubbie qualità intellettuali e la sua passione, abbattere il muro che divideva donne e uomini sul piano della predisposizione alla cultura, e più specificatamente, dell'abilita' nella ricerca scientifica. Un contributo enorme allo sviluppo della scienza, ed uno altrettanto all'emancipazione femminile. Celebre la fotografia del quinto congresso Solvay del 1927 con i maggiori scienziati del mondo - una serie di nomi da paura, Einstein, De Broglie, Dirac, Heisenberg, Pauli, Schrodinger, Born, e altri - e lei, Marie Sklodowska Curie, unica donna. Solo quella foto vale anni di battaglie per l'emancipazione della donna.
Nel 1903 fu insignita del premio Nobel per la Fisica, con il marito Pierre Curie e Antoine Henri Becquerel,  per i loro studi sulle radiazioni. Pochi anni più tardi, nel 1911, ricevette il premio Nobel per la chimica, per la sua scoperta del radio e del polonio. Marie Curie è stata così  l'unica donna a ricevere di più di un Nobel - in totale sono in quattro ad aver raggiunto un simile traguardo - e, insieme a Linus Pauling, l'unica ad averlo vinto in due ambiti diversi.

Nata in Polonia, all'età giusta per gli studi superiori dovette andarsene altrove, visto che l'università di Varsavia era interdetta alle donne. Già questo la dice lunga sulla situazione dell'epoca. Nel 1891, Marie e la sorella maggiore Bronia si trasferiscono in Francia per iscriversi e studiare alla Sorbonne, l'università di Parigi. Li' farà un incontro determinante, quello con Pierre Curie, un professore della scuola di Fisica che il 26 luglio 1895 diventa suo marito. Con lui si costituisce la coppia perfetta della ricerca scientifica, che porterà a risultati straordinari. Forse, come capita a volte ma molto raramente, un incontro del destino.

I due mettono in piedi un laboratorio che potremmo definire artigianale che insieme alle loro menti diventa fulcro dell'innovazione scientifica nella Fisica atomica e subatomica del tempo. Lo studio di un fenomeno nuovo e ancora poco conosciuto, la radioattività, sarà l'ambito prediletto. Le ricerche, seppur condotte con mezzi rudimentali, portarono a risultati eccellenti, come la scoperta di due nuovi elementi chimici, il radio e il polonio, ma soprattutto Marie comprende che la radioattività è un fenomeno che riguarda l'interno dell'atomo, per la precisione il nucleo, confutando la convinzione che l'atomo fosse la particella più piccola e indivisibile della materia. In quegli anni il tema era dibattuto, e le ipotesi sulla struttura interna dell'atomo erano diverse, da quello di Thomson, a quello di Rutherford. Il tema era centrale: se l'atomo ha una struttura interna e in alcuni elementi presenta fenomeni come la radioattività allora non è più la minima particella indivisibile, come l'etimologia del nome suggerisce, e occorre capire cosa lo caratterizza e a quali forze e' soggetto.

Oggi sappiamo che la struttura atomica presenta un nucleo enormemente più piccolo ma che raccoglie in se' la maggior parte della massa, al quale stanno intorno in uno spazio vasto al confronto particelle minime denominate elettroni vincolate sugli orbitali in modi definiti dalle regole della Fisica quantistica. Gli scienziati citati sopra sono alcuni degli autori di una nuova Fisica, a quel tempo, destinata a rivoluzionare alcune delle certezze granitiche che caratterizzano la cultura umana, ma si potrebbe dire la coscienza umana: la Fisica quantistica. Il determinismo e' un concetto relativo, l'osservatore influenza il fenomeno osservato, le particelle e le onde sono due facce della stessa medaglia, i fenomeni non si presentano sempre nello stesso modo. Un nuovo ambito di ricerca che ancora oggi impegna generazioni di scienziati, e non solo, di filosofi e intellettuali di ogni tipo.

Le conseguenze dei nuovi studi sono state enormi, sul piano teorico, sul piano sperimentale, e su quello tecnologico. Qualcuno potrebbe obiettare che anche le armi atomiche sono conseguenza, pur se indiretta, di tali ricerche. E' vero, ma il problema riguarda gli usi che fanno gli uomini delle scoperte scientifiche: se usare i raggi X per fare una lastra ed individuare la terapia medica più opportuna, o usare la fissione dell'uranio  per costruire armi potentissime (e purtroppo, usarle, come e' stato fatto). 
Un tema pregnante, quello della responsabilità delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche. Possiamo ricorrere alla scienza per costruire centrali solari, per ripulire gli oceani dalla plastica, o possiamo infischiarcene e gettare i mozziconi della nostra civiltà in pasto agli uccelli e ai loro piccoli, come una recente terribile foto ha mostrato al mondo. Possiamo alterare gli equilibri naturali fino a distruggerci. Possiamo fare guerre così potenti da rendere inabitabile il mondo. Possiamo scegliere, invece, di inserire la nostra civiltà nelle leggi della Natura, smettendo di credere che tutto sia possibile.

POLITICA
Un progetto per Venezia 2
7 giugno 2019
A parte gli scherzi, Venezia è una città che ha bisogno di un progetto lungimirante che le consenta innanzitutto di sopravvivere, tenuto conto del cambiamento climatico che comporterà un innalzamento del livello del mare, e poi di trovare la sua via di sviluppo, a  meno che non si pensi che quella attuale fondata in buona sostanza su un tipo di turismo invasivo sia l'unica percorribile.

E' già stato scritto e detto molte volte, ma vale la pena ripeterlo in estrema sintesi: Venezia è la città più bella al mondo, costruita su un territorio delicato, invasa da un turismo che troppo spesso non ne rispetta le caratteristiche, carente di altre vie di sviluppo economico e sociale, progressivamente abbandonata dai suoi stessi abitanti. Se negli anni cinquanta del novecento gli abitanti del centro storico superavano 170.000 unità, oggi la quota è intorno a 56.000. Gli edifici abbandonati sono numerosi, ben visibili e presenti ovunque. Le grandi navi da crociera che l'assediano a decine sono l'emblema di qualcosa di più diffuso, un approccio turustico da parco giochi, e si spera che finisca lì e mai si trasformi in un incidente vero con conseguenze gravi. Il turismo va bene se non si prescinde dalla qualità e dal rapporto con un contesto delicato, in cui i grandi numeri rendono evidenti gli impatti.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera a inizio gennaio, dal titolo "La nuova Via della Seta, un'occasione per Venezia",  l'ambasciatore Antonio Armellini sostiene l'opportunità offerta dalla nuova Via della Seta (link in calce). Scrive Armellini che "Annunciando nel settembre 2013 la Nuova Via della Seta verso Occidente, il presidente Xi Jinping ne ha tracciato un percorso ideale che, partendo da Pechino, giunge sino a Venezia." Il richiamo di Venezia posto su un piano storico e culturale sarebbe un forte simbolo che potrebbe far recuperare centralità al nostro Paese in un ambito ancora tutto da delineare ma in grande sviluppo. Scrive ancora che "Nella mappa che accompagnava la prima presentazione del progetto, Venezia appariva con chiara evidenza. Si sarebbe pensato che la risposta sarebbe stata immediata a livello di governo e invece non è successo granché, a parte qualche occasionale accenno, mentre Venezia non ha perso l’occasione di confermare la sua albagia. La destinazione è stata sommersa nelle mappe successive da altre, sempre nuove, ma non è ancora troppo tardi per recuperare."  In seguito, come è noto, il Presidente cinese è arrivato nel nostro Paese e una serie di accordi sono stati sottoscritti con il nostro Governo. La posta in gioco verte sostanzialmente sui contenuti e sulle loro conseguenze: saranno prevalenti gli interessi della grande potenza ultramillenaria asiatica, o saranno preservate le nostre prerogative di Paese sviluppato, geograficamente in posizione strategica, storicamente rilevante, ma scarsamente influente sulla politica internazionale?  Sulla Via della Seta del XXI Secolo incombono considerazioni geopolitihe ben più grandi del destino, per quanto rilevante, di Venezia. Sembra che il nodo si sbrogli solo entrando nel merito a fondo, senza dimenticare l'Unione Europea ed il contesto internazionale in cui siamo collocati.  Un articolo interessante a firma di Giuseppe Gabusi e pubblicato su Internazionale riassume bene il tema.

Si diceva delle grandi navi. Credo che sia indispensabile trovare una soluzione al più presto. Probabilmente, l'unica praticabile in tempi accettabili è quella di un approdo a Porto Marghera, che potrebbe essere adattato allo scopo. Questo nell'attesa di progetti futuribili ma degni di attenzione come un porto del tutto esterno alla Laguna. Non sarebbe più troppo presto per prendere una decisione utile.


Gli articoli citati nel testo si trovano ai seguenti indirizzi:

https://www.corriere.it/opinioni/19_gennaio_01/nuova-via-seta-un-occasione-venezia-2b37b64c-0e01-11e9-991e-8333c5dc4514.shtml?refresh_ce-cp

https://www.internazionale.it/opinione/giuseppe-gabusi-2/2019/03/19/cina-memorandum-intesa-italia


POLITICA
Domenica 26, un voto per l'Europa (matematicamente progressista)
26 maggio 2019
Un voto per l'Europa unita, per un parlamento di rappresentanza nell'unico caso al mondo in cui Stati di storia lunga, antica, consolidata, si sono uniti volontariamente per costituire un'entità sovranazionale a cui cedere parte della propria sovranità, nella prospettiva di politiche comuni, di futuro comune. 

Unire invece di dividere, sommare invece di sottrarre. Sarà un caso, o forse no, che le operazioni tipiche della destra politica siano la divisione e la sottrazione. Matematicamente riducenti. A volte semplificanti, ma sempre orientate al passato. Addizionare e moltiplicare, operazioni progressiste (nonché evangeliche), portano a maggior complessità ma guardano avanti. Nel futuro. Se riuscissimo a fare un elevamento a potenza l'Europa sarebbe ottima in breve tempo. 
L'Unione Europea ha infatti estremo bisogno di guardare avanti, di fare progetti grandiosi per portata e respiro come quelli che si facevano venti, trent'anni fa, di impegnarsi a trovare strade comuni sui temi che contano, dall'ambiente con l'enorme tema del clima, al fisco, dalla democrazia all'istruzione, dalla ricerca scientifica alla difesa, dal fenomeno migratorio al proprio ruolo nel mondo. La necessità è forte perché deriva da un periodo di stasi, durante il quale l'aspirazione ideale all'Unione è retrocessa e i muri sono avanzati (si diceva, appunto, della divisione), steccati reali o immaginari a difesa di un passato che non tornerà e non sarebbe nemmeno auspicabile che tornasse. Ambizione ad un futuro comune resa fossile dalle difficoltà (grandi) attuali a cui spesso non si riesce a trovare risposte, scavalcata dalla pretesa di pietrificare l'Unione Europea in una linea di frazione fra localismi fuori dal tempo, o palesemente reazionari. Destre che avanzano sui vuoti lasciati dalle sinistre. 
L'Europa che vogliono i "sovranisti" è esattamente quella che c'è e che vorremmo cambiare, migliorandola. L'Europa delle Nazioni è passato che più passato non si può, ostaggio di un presente che sembra non finire mai. Ritroviamo il bandolo e sbrogliamo la matassa.
 
In un tale contesto, la scelta si fa innanzitutto stretta, a due voci, UE sì, UE no, poi si passa all'analisi un po' più profonda. Il sì all'Unione Europea passa immediatamente oltre le formazioni politiche della divisione e della sottrazione. Quale sì all'Unione viene dopo, e richiede un po' di attenzione in più. Voterò per il Partito Democratico, nonostante (anche qui) la frequente incapacità di trovare risposte ai grandi temi - globalizzazione, clima, sviluppo economico, diseguaglianze radici di migrazioni bibliche - nonostante la scarsa inclinazione ambientalista, nonostante gli immarcescibili gruppi di potere che scavalcano i temi impunemente. Nonostante tutto, resta l'unico baluardo alle destre, alle reazioni, alle divisioni. Dubito che sarà in grado di attuare l'elevamento a potenza, ma all'addizione e alla moltiplicazione ci arriviamo. Ed anche all'Azione, contraria, per Principio, alla Reazione. 

Un'Europa grande, deve diventare, capace di rispondere alle crisi interne ed internazionali, capace di stare sul piano delle grandi potenze dell'oggi e dei prossimi anni, Cina, India, Brasile, Stati Uniti,  capace di migliorare la vita dei suoi cittadini, continuando innanzitutto a garantire un bene incommensurabile come ha fatto finora: la pace. Una pace frutto di un'unione volontaria, come non si era mai visto nella Storia. Ereditiamo un passato comune con tutti gli altri Paesi e popoli europei, che va dall'Impero Romano alla comunanza culturale e valoriale costruita nel corso dei secoli, ma questo non ci ha impedito di diventare vittime di guerre fratricide. Perché lì, portano le divisioni.

Gli studenti hanno organizzato un sit-in davanti alle sedi comunitarie a Bruxelles, per ricordare che le politiche per salvare il sistema climatico terrestre sono imprescindibili. Il nuovo Parlamento è l'ultimo che avrà la possibilità di fare scelte politiche che portino verso il rispetto del limite di 1,5 gradi di incremento della temperatura globale media. Questa è la posta in gioco, legata a tutte le altre, numericamente semplice, economicamente complessa, simbolo di noi e del nostro presente.
Solo l'Unione può portare la speranza che ci si riesca, non certo i singoli Stati, non certo regole individuali incapaci di visione sistemica globale. Poi, succede che arriva un Trump del Vecchio Continente che dice che il problema non esiste, e finisce lì. 

Si vota dalle 7 alle 23. Per mandare in Europa rappresentanti di un popolo che in Europa c'è già, da sempre, cioè noi. I nostri rappresentanti nelle istituzioni europee. Basta la carta d'identità e la tessera elettorale. Buon voto. 

POLITICA
Una domanda per Nicola Zingaretti
15 maggio 2019
Coloro che seguono questo blog sanno che non ho mai risparmiato critiche al PD - partito a cui sono iscritta - all'occasione, come pure gli apprezzamenti,  e che considero prioritario affrontare la concretezza dei temi rispetto alla costruzione dialettica, pure importante, ma non decisiva. Su queste basi vorrei fare una domanda a Nicola Zingaretti, da qualche tempo segretario nazionale del Partito Democratico. 
La seguente: 
stante l'importanza, stante l'urgenza, viste le mobilitazioni giovanili degli ultimi tempi, e dati i fatti che definiscono una realtà ancora lontana sulla via che porta all'obiettivo dello Sviluppo Sostenibile (con le maiuscole si recepisce meglio) dal punto di vista ambientale, economico, sociale, pensa lei di cambiare in modo radicale la proposta politica del Partito Democratico per indirizzarla alla sostenibilità, e se sì, come?

Chiarisco che il concetto di "radicale" non è sinonimo di "estremo", al contrario fa riferimento alla necessaria profondità ed estensione del cambiamento necessario, e che il cambio di rotta è parte delle manovre utili a fare uscire il PD dalle nebbie in cui sfuma la carente identità, non si intravvede  la strategia sulla (enorme) questione ambientale, non si capisce se alle parole si  intenda far seguire i fatti. Tutti intendono occuparsi di ambiente, come pure di economia o dei temi sociali, quasi nessuno ha strategie energetiche, industriali, urbanistiche, territoriali coerenti da mettere in campo. Nell'insieme si tratta di elementi che sono in grado di qualificare una proposta politica, di portarla fuori dal recinto, di superare le parole che troppo spesso vanno a formare gli slogan di cui è piena la politica italiana. Questo potrebbe fare la differenza. Finora il PD non è stato in grado di farlo, almeno non nei termini necessari, ma in futuro, lo sarà?


ECONOMIA
Emissioni in crescita nel mondo (ma con alcune eccezioni)
28 marzo 2019
Altro che riduzione delle emissioni climalteranti a salvaguardia del sistema climatico, le emissioni crescono eccome, stando agli ultimi dati dell'IEA (International Energy Agency), pubblicati nel Rapporto "Global Energy & CO2 Status Report. The latest trends in energy and emissions in 2018". 
Risulta infatti che le emissioni globali di CO2 sono cresciute dell'1,7%  nell'anno appena trascorso, raggiungendo il picco storico di 33,1 Gt, vale a dire oltre 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera. Tutti i combustibili fossili hanno contribuito a questa crescita, attribuibile per i due terzi al settore della produzione di energia. Tale crescita è dovuta per l'85% a tre Paesi, la Cina, l'India, e gli Stati Uniti, ed è stata generata da un aumento della domanda di energia. Al contrario, in Paesi come la Germania, il Giappone, il  Messico, la Francia e il Regno Unito le emissioni sono diminuite.

Alla base della crescita delle emissioni inquinanti nel mondo c'è stato un forte aumento del consumo di energia, del 2,3%, quasi il doppio dell'incremento medio dal 2010, generato a sua volta dal buono stato dell'economia globale e dal diffondersi localmente di mezzi per il riscaldamento e il raffreddamento. La domanda è cresciuta per tutte le fonti, soprattutto per il gas naturale con il 45%, mentre il vettore principe è ovviamente l'elettricità. La famosa efficienza energetica resta nell'ombra.  Le centrali di produzione di energia alimentate a carbone continuano ad essere le maggiori sorgenti di emissioni climalteranti.

Si è detto della buona performance dell'economia globale - fatto che dal nostro Paese non appare evidente - con una crescita del 3,7%  dovuta prevalentemente ai 3 Paesi menzionati sopra che hanno inquinato di più: Cina, India, Stati Uniti. Questo fatto testimonia che, nonostante se ne parli da anni, il disaccoppiamento fra la crescita economica e la produzione di sostanze inquinanti derivanti dalla combustione non è ancora avvenuto. Qualcuno ricorderà che se ne era parlato in tempi recenti, nel 2015 per l'esattezza, con dati proprio dell'IEA che avevamo commentato in un post datato 18 marzo 2015.  All'epoca le emissioni erano rimaste invariate a 32,3 miliardi di tonnellate rispetto all'anno precedente (il 2014) nonostante la crescita economica. A livello italiano il mese scorso ne ha parlato anche l'Ispra, presentando dati abbastanza positivi. Ma se a livello mondiale siamo passati in pochi anni da 32,3 a 33,1 Gt è chiaro che qualcosa non ha funzionato nel tentativo di portare la crescita economica sulla strada delle rinnovabili e dell'efficienza, sganciandola dai combustibili fossili. Hanno matematicamente ragione i giovani e Greta Thunberg a protestare. Cifre alla mano. La strada per la decarbonizzazione dell'economia è un percorso difficile in sé, non è accettabile che non venga rispettato. Se le cifre sono queste, servirà ben altro che l'Accordo di Parigi per tracciare il solco di un percorso virtuoso. 
Il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò ha la sua peculiare importanza: infatti si tratta dell'unico grande Paese sviluppato e dotato di tutte le possibilità, tecnologiche e finanziarie, per cambiare le basi su cui si fonda lo sviluppo che continua, salvo ancora limitate eccezioni locali, ad inseguire la via più tradizionale allo sviluppo, incuranti dell'inquinamento che causano a livello mondiale, tendenza ancora più marcata sotto la Presidenza Trump. La responsabilità che hanno in questa fase non è certo marginale.

La più virtuosa resta, ancora una volta, l'Europa. Nonostante una crescita economica dell'1,8% - dato che non riguarda l'Italia, evidentemente - la domanda di energia è aumentata soltanto dello 0,2%. Che stia avvenendo qui il disaccoppiamento? Può darsi, visto che, nonostante mille difficoltà e ritardi, l'UE resta il luogo dove si fanno davvero politiche per ridurre gli impatti ambientali del consumo energetico, e si ottengono risultati concreti. La crescita della domanda in Europa in termini di energia primaria ha riguardato per la maggior parte le fonti rinnovabili, mentre il ricorso al carbone continua a diminuire. Le disomogeneità al suo interno non impediscono di raggiungere risultati nel complesso interessanti, e di porsi obiettivi performanti. Il futuro non può che costruirsi su un modello fatto di minori consumi, minori emissioni, maggiore efficienza  e rinnovabili.
Le tendenze antieuropeiste che serpeggiano nella politica rischiano di invalidare anche questi benemeriti risultati. Aggiungiamoli alla lista, lunga, dei benefici dell'Unione quando andremo a votare il 26 maggio prossimo, magari insieme alle significative immagini delle proteste e dell'impasse in cui si sono infilati gli inglesi nel tentativo incredibile nella sua assurdità di uscire dall'Unione Europea.

L'intero Rapporto dell'IEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.iea.org/geco/

POLITICA
Uno spiraglio da cui filtra la speranza
18 marzo 2019
Si può affermare che la partecipazione sia stata ampia, che l'entusiasmo delle migliaia di giovani presenti fosse tangibile, che i numeri descrivano la più grande manifestazione a livello mondiale; per contro si può sottolineare che la medesima verteva su un tema complesso forse non sempre analizzato nei termini dovuti, o prevedere che a fronte di tale complessità la volontà si spegnerà presto, o anche, come molti hanno fatto, che le richieste dei giovani in piazza sono già esaudite dal lavoro che la politica porta avanti, e cosa manifestate a fare.
Le considerazioni possono vertere su un aspetto o un altro, ma è un fatto che venerdì scorso, 15 marzo, si è svolta una manifestazione degna di nota: migliaia di giovani in tutto il mondo hanno chiesto azioni concrete a difesa del loro futuro (perché il futuro è loro) non sul piano dei diritti, delle retribuzioni, o di qualsiasi altra rivendicazione sacrosanta riguardante la propria condizione sociale, ma sul piano della conservazione di un ambiente naturale sulla Terra adatto al persistere della vita della nostra specie così come l'abbiamo conosciuto nelle ultime migliaia di anni, almeno dal Neolitico in poi. 
Un'iniziativa ben riuscita, partecipata, eta' media giovanissima, che ha avuto vasta eco, che può rappresentare un elemento cardine di un cambiamento, in un ambito comunque complesso e dalle conseguenze spesso indirette. Non è certo la prima manifestazione ambientalista, ma è la prima con tali caratteristiche.

Piaccia o no -  e le critiche anche aspre non sono mancate, soprattutto all'ideatrice della mobilitazione Greta Thunberg - si tratta di un evento di enorme rilevanza. Perché questo è il momento storico di una scelta radicale fra due possibilità: se continuare a portare avanti un modello di sviluppo che altera gli equilibri naturali fino a stravolgerli, o modificarlo alla radice aprendo la strada ad un paradigma diverso che non pregiudichi la nostra stessa esistenza. Il momento è questo non perché sta per cadere un asteroide, ma perché non siamo intervenuti adeguatamente nei decenni trascorsi ed ora il tempo stringe, fra gli eccessi dell'inquinamento, delle emissioni climalteranti, della temperatura che continua a salire ed il sistema climatico che continua a cambiare in modi sempre più estremi. Dai primi articoli sul riscaldamento globale generato dalle emissioni dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas sono passati oltre quarant'anni, dall'inclusione della variabile entropia nelle tesi sullo sviluppo altrettanto, dai primi studi di Svante Arrhenius sul riscaldamento globale generato da un aumento dell'anidride carbonica in atmosfera è trascorso oltre un secolo.  Decenni durante i quali è stata costruita una crescita economica totalmente svincolata dagli effetti sull'ambiente, fino a tempi recentissimi che hanno visto l'introduzione di deboli normative non sempre rispettate, lunghi periodi durante i quali la stessa cultura prevalente ha faticato, quando non ha omesso, a trovare vie di confronto con la emergente cultura ambientalista. Tempo perso che ci avvicina sempre più al momento cruciale della scelta.

Qualcosa si sta già muovendo da tempo, e sarebbe ingiusto oltre che sbagliato non ricordare la quota di energie rinnovabili che oggi copre una parte significativa dell'energia che consumiamo in Italia, la legge contro i reati ambientali, la raccolta differenziata dei rifiuti che nel nostro Paese è in aumento ed ha complessivamente superato la metà, fino ai comportamenti individuali sicuramente più attenti che nel passato come nel caso della continua crescita del settore del cibo biologico o a km zero. Va detto che si tratta di percorsi che in un modo o nell'altro traggono la loro origine nell'area ambientalista e nell'influenza che è riuscita ad avere in politica o nelle sensibilità diffuse, ma resta un fatto che qualcosa è cambiato rispetto ad un passato anche recente. L'Unione Europea ha da sempre operato per promuovere politiche energetiche di riduzione delle emissioni climalteranti. I trattati internazionali cercano di fare lo stesso, fra mille difficoltà e Paesi fortemente inquinanti come gli USA che non aderiscono (o che aderiscono a seconda della presidenza di turno). I Paesi in via di sviluppo faticano a tenere il passo per ragioni economiche che possono essere per loro molto gravose. 

Il punto centrale del problema, in estrema sintesi, è che secondo i rilevamenti e gli studi scientifici, tutto ciò non basterà. L'atmosfera è già oggi talmente alterata dalle emissioni che se anche ci fermassimo ora dovremmo subire le conseguenze del cambiamento climatico. Occorre intervenire alla radice, orientando alla sostenibilità l'intero sistema produttivo, dei trasporti, dei servizi. Si tratta di una prospettiva di vasta portata, forse non semplice da affrontare, ma in grado di generare posti di lavoro, sviluppo inclusivo, impatti minori, un rapporto diverso con l'ambiente naturale.  Occorre interagire con i Paesi in via di sviluppo allo scopo di aiutare l'uscita delle popolazioni dalla miseria senza ripetere ciò che nel mondo occidentale abbiamo già fatto, e cioè inquinare oltre misura. 
Agire e agire per tempo, perché la posta in gioco è altissima, la stessa sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Perché il punto è questo: difendendo l'ambiente difendiamo noi stessi. Pur avendo un profondo significato preservare l'ambiente naturale in sé - e si apre qui un tema che richiederebbe vasta analisi - è fuori da ogni dubbio il fatto che stiamo mettendo in gioco le caratteristiche naturali che ci hanno consentito di vivere, di sviluppare civiltà, cultura, società, di diventare ciò che siamo. 

La più grande sfida che l'umanità abbia mai affrontato nella storia capita ora, a fronte dei rischi enormi che essa stessa ha creato. I rischi stanno superando i benefici, i costi dei danni stanno superando gli introiti. 
Se saremo in grado di capirlo e muoverci di conseguenza saremo la generazione che ha salvato il mondo. Altrimenti non lo saremo. Tertium non datur. 



POLITICA
Il Partito Democratico può ripartire - e tutti noi possiamo, venerdì 15 marzo
10 marzo 2019
C'è una prima considerazione evidente. Ora il Partito Democratico può ripartire. L'affluenza alle primarie è stata alta, superiore alle aspettative in questa fase difficile per il partito - possiamo dire di averlo felicemente previsto qui - ed il risultato è stato nettamente in favore di Nicola Zingaretti. Se questo è il momento, come lo sono tutti i momenti di crisi, di partire con un progetto nuovo Zingaretti ha una responsabilità molto grande, parzialmente alleggerita dal nostro aiuto che inizia sinceramente con l'augurio di buon lavoro. 
Per parte mia, spero davvero che si inizi un percorso per costruire un partito di sinistra moderna, capace di accogliere le istanze di oggi, di elaborarle per cercare risposte, capace di apertura e confronto, centro del ricamo sulla tela ormai strappata e logora della cultura progressista e di sinistra. Le questioni in campo sono enormi, diseguaglianze vecchie e nuove, diritti, la gigantesca questione ambientale che ancora troppo frequentemente cozza contro i canoni dell'economia tradizionale, l'automazione nel lavoro, la digitalizzazione, la globalizzazione, la finanza, la giustizia, un mondo che cambia più velocemente di quanto la politica (e il legislatore, l'amministratore) riesca a fare. Veloce più dei tempi dei congressi del PD, va detto. 
Zingaretti dovrà saper trovare strade per fare tutto questo. Strade che siano "nuove" perché, va detto anche questo, il timore che aleggia è quello di un ritorno al passato, che sarebbe la via più sicura per finire tutto quanto e andarcene a casa. Spero di no, pensando con un certo grado di fiducia che sappia distaccarsi quanto basta dal proprio passato per interpretare modi e sentire dell'oggi senza perdere le indispensabili radici.

L'attuale governo, che non sa decidersi se essere di destra o indefinibile, è lo specchio efficace del vuoto lasciato dai partiti tradizionali - e si sa che se si lascia un vuoto in politica poi arriva qualcuno a riempirlo. Il conflitto in Emilia Romagna fra governo locale e nazionale sta coinvolgendo principalmente il piano di infrastrutture localmente disegnato, a cui risponde il governo nazionale con modi e contenuti fumosi e incoerenti. La manifestazione in favore delle nuove strade previste dal progetto si è poi trasformata in un convegno, assai più appropriato, tenuto sabato 9 marzo al Palazzo dei Congressi di Bologna, con grande partecipazione. Vedremo gli sviluppi di una contesa che assume sempre più i toni di un contrasto politico invece che di un confronto nel merito delle questioni. 

Un momento particolarmente importante capiterà il prossimo venerdì 15 marzo, giorno in cui si terrà uno sciopero con manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l'attenzione sul tema del cambiamento climatico che rischia di stravolgere i cicli naturali della Terra, e di tutti quanti noi che ci viviamo sopra. E scusate se è poco. Possiamo definirlo un evento epocale. Speriamo che la partecipazione sia adeguata - quando si tratta di temi ambientali è difficile far previsioni - superiore agli studenti che l'hanno indetto meritoriamente, estesa al punto da portare un cambiamento. Un cambiamento necessario, si può dire indispensabile, del modello di sviluppo. Che non significhi tornare indietro, e nemmeno continuare ad andare avanti verso il baratro. E' necessaria un'elaborazione alternativa, e se non è un tema politico questo non so cosa lo sia. Appuntamento dunque da non mancare venerdì 15 marzo. Possiamo ripartire tutti da lì, per far sentire la propria voce a salvaguardia di quanto abbiamo di più prezioso, la Natura terrestre e la sua ricchezza.

POLITICA
Andate a votare per il PD, e per voi stessi
3 marzo 2019
Recarsi al circolo, al seggio, oggi, significa dare forza all'unico partito che può contrastare le destre e i movimenti improvvisati. Significa fare sapere che non siamo tutti omologati, che ci sono altre possibilità, altre vie da percorrere. 
Non sempre il PD piace. Possiamo scriverlo con chiarezza. Da iscritta, da militante con una lunga esperienza ambientalista, da persona allergica ai tavoli del potere, sono da sempre in una posizione critica, a volte contesto apertamente scelte che non condivido, ma questo non mi impedisce di vedere ciò che è stato fatto di valido, e soprattutto, qual è la posta in gioco. Nel nostro presente e nel nostro futuro e' assolutamente indispensabile una presenza forte di una formazione politica progressista e di sinistra. Un grande partito che rappresenti valori fondanti di una società democratica, che affronti i temi ambientali, sociali, locali e internazionali in un'ottica di sinistra. 
Il PD non sempre e' stato all'altezza, e' in carenza di identità, spesso e' in difficoltà per problemi interni. Spesso indugia o manca di determinazione. Ma resta l'unica possibilità di fare sentire la propria voce per coloro che non si omologano nel pensiero unico. 
Spero che riesca a definirsi meglio, spero che prenda forma un grande partito di sinistra moderna; ma lo può fare soltanto con la partecipazione delle persone. Per questi, e per mille altri motivi che meglio di me riuscirete a trovare, andate a votare oggi alle elezioni primarie del PD. Dalle 8 alle 20. Sui siti del partito trovate facilmente l'indirizzo del seggio più vicino.


POLITICA
Domenica 3 marzo si vota alle primarie del PD - mentre in Emilia Romagna le amministrazioni indicono una manifestazione a favore di nuove strade
26 febbraio 2019
Il prossimo 3 marzo, domenica, si voterà per le primarie del Partito Democratico. L'invito è rivolto alla partecipazione,  che si può ipotizzare già da ora con numeri positivi vista la costanza dell'inclinazione progressista e democratica di una parte importante dell'elettorato italiano, nonostante tutto e tutti. A loro va buona parte del merito.

Perchè il Partito Democratico non brilla certo per simpatia e capacità di trascinare le folle. Anzi, sembrerebbe un partito che fa di tutto per apparire l'opposto di quanto dovrebbe. Non mancano al suo interno le capacità e le idee, non è mancata la capacità di governare, ne abbiamo parlato più volte, ma mancano la visione, l'apertura, la capacità di interpretare la sinistra del mondo attuale e, se non  l'entusiasmo, almeno il coinvolgimento atto a proporre adeguatamente il proprio progetto politico ai cittadini. Non è certo poco, anche perchè passa il tempo e di cambiamenti non se ne vedono. Mi permetto di dubitare che se ne vedranno a breve, chiunque vinca domenica prossima.
La partita per le europee di maggio conferma questo quadro, con i gruppi di potere interni al partito che competono per strappare posizioni ai propri affiliati, soprattutto se politicamente finiti in patria. Il parlamento europeo come cimitero degli elefanti non è certo un'invenzione mia, ma ora è triste constatare che si insiste nel cercare di portare avanti schemi che i cittadini hanno scoperto e rifiutato da decenni come se l'appartenenza ad un partito garantisse un muro a protezione di pratiche obsolete - che in questo caso sviliscono le stesse elezioni europee. Un partito chiuso nelle proprie stanze rappresenta in questa fase l'unica alternativa a destre e movimenti improvvisati, per questo, anche solo per questo, va sostenuto. Per cambiarlo non so bene cosa occorrerebbe visto che se un segretario ci prova lo fa a rischio della propria posizione.

Resta comunque l'affetto di una parte rilevante dell'elettrorato, che ha evidentemente capito qual è la posta in gioco e non vuole lasciare il Paese alle destre o a movimenti improvvisati che non sanno trasformare in capacità di governo forme di protesta che avevano alcune bassi comprensibili e a volte condivisibili. Le recenti elezioni in Sardegna ed in Abruzzo lo confermano nonostante siano state perse entrambe. Una quota corrispondente a circa un terzo dei voti si associa ad un'area progressista vasta, oltre il PD e al di là del suo specifico risultato. Il messaggio è chiarissimo: cambiate, apritevi, abbattete il muro, ed uscite negli enormi spazi che vi attendono. Andrebbe raccolto al più presto.

Per quanto riguarda la mia città e la mia regione, sembra di non poter dire che le buone capacità di governo procedano accanto alle capacità necessarie per costruire una linea politica almeno inserita nello spirito del tempo.
Scrive Repubblica che "Il 9 marzo Comune e Regione manifesteranno "per l'Emilia-Romagna, le sue infrastrutture, gli investimenti e lo sviluppo". Virginio Merola e Stefano Bonaccini (Sindaco di Bologna, e presidente della Regione) danno appuntamento dalle 10 alle 12 al palazzo dei Congressi di piazza della Costituzione, con le associazioni d'impresa e le organizzazioni sindacali. Un'iniziativa pubblica rivolta al Governo per smuovere le sabbie mobili in cui sono finiti i principali progetti infrastrutturali del territorio, il Passante di Bologna, la bretella Campogalliano-Sassuolo e l'autostrada regionale Cispadana."
Risponde Legambiente regionale con una lettera invitando a disertare la manifestazione a favore di autostrade e infrastrutture dedicate alla mobilità privata su gomma.

Per parte mia, aderisco all'appello dell'associazione ambientalista e diserterò la manifestazione, invitando tutti a fare altrettanto. Spero nel frattempo che Merola e Bonaccini cambino idea.
Si tratterebbe infatti di un errore strategico lampante. Nel momento in cui la politica ha iniziato, con gran ritardo, ad occuparsi del tema del cambiamento climatico, in una zona in cui l'inquinamento dell'aria è a livelli altissimi come la Pianura Padana, una delle aree più inquinate del mondo, mentre le industrie stesse si stanno (con complessiva lentezza) orientando verso attività e prodotti di minori impatti ambientali, una manifestazione a favore di una serie di strade ed autostrade rappresenta un messaggio sbagliato, anche se le medesime sono inserite in un quadro di sviluppo infrastrutturale coerente, che ha superato piani ben più impattanti (un cenno nel post precedente). Un messaggio fuorviante che appare inviato da persone che non hanno contatto con il mondo esterno ad assessorati e partiti scarsamente ambientalisti come il PD. Un messaggio che arriva dall'interno di un mondo chiuso, mentre fuori si parla d'altro.

Non parteciperò alla manifestazione ed invito tutti a fare altrettanto, nell'auspicio che venga annullata. Se fosse confermata, sarebbe il manifesto bolognese di una drammatica involuzione, del resto in linea con la partecipazione alle manifestazione pro-Tav di cui abbiamo parlato nel precedente post.



POLITICA
La politica finisce nel tunnel (del TAV)
13 febbraio 2019
Siamo ben oltre il segno, se mai ve ne è stato uno, e lo abbiamo passato da un pezzo nella deriva che porta la politica al di là del bene e del male, nel territorio dell'incomprensibile indistinto generico che fluisce di moto vario. Servirebbe la Teoria del Caos. Da parte di tutti, beninteso. Chi più, chi meno. 

Il Treno ad Alta Velocità, quello della linea Torino-Lione nella fattispecie, rappresenta un notevole esempio di come la politica possa allontanarsi dalla sua funzione, quella di fornire un servizio ai cittadini, ed orientarsi verso una forma di abdicazione al proprio ruolo, cedendo gli strumenti del mestiere direttamente ai cittadini nella piazza dove si manifesta, pro o contro. La partigianeria pura, degli uni e degli altri, dei favorevoli e dei contrari, lo schierarsi a favore o contro fino ad organizzare manifestazioni di piazza di segno opposto, a cui hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, è la dimostrazione plastica dello scardinarsi dei sostegni e dei passaggi di un edificio sempre più pericolante. Quasi trent'anni di analisi ed iniziative mancate per un progetto che non è mai realmente partito che sfociano in manifestazioni di piazza, come se non fossero la politica ed i suoi organi competenti nelle istituzioni a dover trovare risposte ed effettuare scelte, presentare analisi, anche tecniche, e soprattutto cercare un dialogo con i cittadini se si intende davvero realizzare l'opera in questione.  La piazza a favore e la piazza contraria hanno certificato il fallimento della politica in questo, lunghissimo,  frangente.  La partecipazione di esponenti politici è la firma apposta in calce.

Il Partito Democratico, per parte sua, non esce dalla logica e si inoltra nel territorio nebuloso con frasi di circostanza, sviluppi sostenibili, riduzioni presunte di inquinanti, di Tir, benefici occupazionali, etc. Armamentario già visto da vecchia politica che chi ha fatto l'ambientalista conosce bene e prevede che non servirà nemmeno ad un grammo di massa in più nella fiducia (perduta a chilogrammi) dei cittadini. Ho ascoltato con attenzione l'ex-ministro Graziano Del Rio a Bologna alcuni giorni fa (enorme sala piena) su questo e su altri temi riguardanti infrastrutture e trasporti. Ha sviluppato considerazioni interessanti.  
Ma come si fa a ripetere ancora una volta che la realizzazione della tratta ferroviaria per il TAV Torino-Lione porterebbe una grande riduzione del traffico dei Tir nelle autostrade del Nord Italia e della Pianura Padana quando l'obiezione principale riguarda proprio le stime in eccesso dei flussi di traffico su quella direttrice? 
Ne abbiamo già parlato qui con un riassunto dei temi principali toccati dall'opera in un post del 6 agosto 2018. Alle obiezioni è necessario rispondere in modo circostanziato, può darsi che si trovino vie adeguate per risolvere il problema, oppure no. Non mi sembra che, ad oggi, in questo caso siano stati dissipati tutti i dubbi in proposito, forse sarebbe opportuno addentrarsi nel merito e nel metodo.  Invece di chiedersi come mai i cittadini, gli ambientalisti, che protestano per TAV  non lo facciano per il raddoppio del tunnel del Frejus sarebbe bene spiegare loro perché oltre al  TAV sulla stessa linea si scelga di raddoppiare anche il tunnel dell'autostrada, che evidentemente servirà per i Tir e per ogni tipo di trasporto su gomma. Non dovrebbero diminuire i camion trasportando le merci sul TAV?  La logica langue insieme alla politica.  
Dunque, si manifesta, e ci si esprime per ogni dove a favore o contro una grande opera come fra le tifoserie di una partita di calcio. Nel PD lo hanno fatto tutti i tre candidati alle primarie del 3 marzo prossimo, a favore naturalmente; ci si divide su tutto ma non sulle famose grandi opere. Mentre l'Italia attende una miriade di piccole opere, magari da farsi, perché no, per una volta nel Mezzogiorno, dove con binari dell'Ottocento ci si sposta in treno impiegando lo stesso tempo con cui si va in America. Scuole, ospedali, edifici pubblici, recupero del calore, sistemazione antisismica, dissesto idrogeologico. Nomi che ricorrono nell'immaginario collettivo come i miraggi nel deserto, su cui invece i governi precedenti guidati dal PD avevano iniziato a lavorare.   
Ho aderito al PD alla sua nascita ma non ricordo che fra i documenti fondativi ci fosse il sostegno incondizionato alle grandi opere in genere. Trattandosi di scelte tecnico-politiche bisognerà vedere quali. E dimostrarne la reale utilità su basi tecniche, politiche, sociali, ambientali.

A Bologna abbiamo un esempio in proposito molto significativo: il Passante Nord.  Si trattava di un tratto autostradale circostante l'agglomerato urbano cittadino e della periferia di quasi 42 chilometri, un'opera faraonica incombente su paesi ed aree agricole. Per anni l'opera è stata presentata come indispensabile, salvo rinunciare ad essa nello spazio di un mattino, capovolgendo la strategia alla base della mobilità nell'intera area. Dunque, se le parole hanno un senso, non era indispensabile. O non lo era più. 

Speriamo ora di uscire dal tunnel. Alle formazioni politiche che sostengono l'attuale governo sono stati lasciati temi importantissimi. Sarebbe ora di riprenderceli.

POLITICA
Inquinamento e reddito: facce di una stessa medaglia, lo sviluppo iniquo
5 febbraio 2019
Una relazione interessante dell'AEA (Agenzia Europea per l'Ambiente, o EEA European Environment Agency) dal titolo «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa, l'indirizzo è riportato in calce) appensa uscita, punta il dito sugli stretti legami tra problemi sociali e problemi ambientali in Europa.

L'Agenzia dell'Unione Europea afferma che "è necessaria un’azione mirata per proteggere maggiormente i poveri, gli anziani e i bambini dai rischi ambientali quali l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali dell’Europa". Un tema di notevole importanza, soprattutto se paragonato alla sua sottovalutazione. Si tratta di prendere atto che il problema dell'inquinamento dell'ambiente è anche un tema sociale in cui le fasce più deboli della popolazione sono le più colpite, sia all'interno delle società sviluppate sia nel contesto delle diseguaglianze mondiali. Differenze di reddito, di istruzione, di occupazione si traducono in modi diversi di esposizione agli agenti inquinanti, di capacità di rispondere al problema, di consapevolezza dello stesso, esattamente come differenze geografiche, economiche e politiche sul piano internazionale corrispondono a diversi impatti degli inquinamenti locali o del cambiamento climatico. Insomma, la questione sociale si intreccia alla questione ambientale ed il legame è stretto e fatto di maglie intrecciate in modo complesso. Sul piano politico, abbiamo già scritto qui più volte di come la sinistra - che dovrebbe cogliere questi aspetti, almeno nel loro risvolto sociale - non lo abbia mai fatto, in particolare in Italia, commettendo un errore storico che ancora oggi, con i tempi tipicamente dilatati della cultura politica, diffonde le sue ombre. Per troppo tempo si è pensato che bastassero i documenti, gli accordi, i rapporti tecnici per affrontare una materia che invece è pienamente politica, rinunciando ad essa come se un trattato filosofico sul tempo fosse sostituibile con un orologio, o un minimo di conoscenza scientifica fosse rimpiazzabile con la lettura dell'indice dell'ultimo rapporto pubblicato.

Lo studio dell'AEA presenta delle carte geografiche tematiche che con l'uso di diversi colori forniscono informazioni che hanno il dono dell'immediatezza. L'Italia emerge per quantità e qualità dei problemi.  La Pianura Padana e le aree di Roma e di Napoli sono fra le zone più inquinate d'Europa per particolato fine (PM2,5). Il nostro Paese spicca anche per l'alto numero di disoccupati e di anziani (ovviamente, quest'ultimo dato è positivo e riguarda l'elevata vita media della popolazione italiana).
A livello europeo, scrive il Rapporto che "L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3)". Le differenze di reddito si fanno sentire anche all'interno delle zone maggiormente benestanti: secondo lo studio "Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche. Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2". L'inquinamento  acustico poi si differenzia notevolmente fra zone di diverso reddito, risultando che "L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati".
Infine, le aree del Sud dell'Europa, dove si colloca anche l'Italia, "sono caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute".

Si legge nello studio che è necessario un contesto di politiche attive per favorire azioni mirate e considerare le conseguenze dei rischi sanitari causati dai danni ambientali soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Non si può dire che manchino del tutto le politiche adeguate, ma quelle che ci sono non sono sufficienti e soprattutto non formano ancora un insieme capace di trovare risposte e cambiare una tendenza. Questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti: una periferia senza verde, attraversata da strade trafficate, vicina ad insediamenti produttivi magari pesantemente inquinanti è luogo di vita di coloro che non possono permettersi niente di meglio. Abbiamo esempi persino più gravi, nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania, dove la maggior incidenza di malattie gravi e' probabilmente legata agli smaltimenti illeciti dei rifiuti, inclusi i rifiuti tossici. Questioni sociali ed ambientali che si intrecciano, lasciando scie di degrado a volte inestricabili. 

Lo studio dell'AEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.eea.europa.eu/it/highlights/inquinamento-atmosferico-rumore-e-temperature


POLITICA
A grandi problemi occorrono grandi risposte
11 gennaio 2019
In questo clima davvero si fatica a portare avanti un discorso che sia alternativo al pensiero dominante. Il pensiero unico in cui siamo immersi ormai da oltre due decenni sta diventando sempre più inclinato a destra, sempre più chiaro nelle sue intenzioni, sempre più esplicito. Non occorre più nascondersi dietro ragionamenti capaci di salvare la facciata, basta farsi vedere alla luce del sole per ciò che si è. La vicenda di 49 - dicasi quarantanove - persone lasciate per due settimane a vagare per mare senza trovare un approdo che consentisse loro di sbarcare in Europa, e in Italia, resterà ad emblema del periodo storico che stiamo vivendo. E resterà, per fortuna, anche come primo grande errore del Salvini di Governo, incapace, anche da destra, di trovare una soluzione perlomeno accettabile. Salvini ha perso, sconfessato dal suo stesso Governo, una partita che aveva un unico sbocco, quello che ha avuto. A grandi problemi occorrono grandi risposte, non inerzia e propaganda.

Purtroppo, si fatica a trovare nella triste ed enorme vicenda dell'immigrazione una linea europea che si fondi sui valori che l'Europa esprime, e magari anche sui numeri che sono sempre molto utili  per capire i problemi. La maggior parte dei flussi migratori non riguarda infatti le barche che arrivano dall'Africa, nonostante queste siano sicuramente un impatto notevole per le comunità che vivono sulle coste meridionali dove avvengono gli sbarchi. Nel complesso, si sta comunque parlando di numeri in forte calo, mentre è in forte aumento l'emigrazione dall'Italia, un tema che dovrebbe far riflettere e ricevere maggior attenzione.
Un mondo diseguale in preda al cambiamento climatico che abbiamo provocato, questo è in sintesi il destino che ci stiamo costruendo con le nostre mani se non interverremo per tempo a modificare le cose. Le migrazioni saranno sempre più consistenti. Verso dove? Naturalmente, verso la parte ricca del mondo, se non si interverrà per creare condizioni adeguate anche altrove, dove la miseria, l'aridità, i cambiamenti del clima, l'assenza di un minimo di organizzazione preventiva non consentono di vivere una vita degna di tale nome.

Il Partito Democratico deve rappresentare in questo contesto l'alternativa politica, di pensiero, culturale. Il 2019 sarà un anno importante per varie ragioni, una delle quali sono le elezioni europee programmate proprio quest'anno. L'Unione Europea irrisa da coloro che detengono l'attuale maggioranza politica, in nome di una nuova versione del passato, il "sovranismo". Altrimenti detto chiusura, autoreferenzialità, campo recintato, nostalgia di un passato assai peggiore, rifiuto delle esperienze che possono portare ad un futuro migliore. Se le si sa costruire. Perché se le si mina per decenni si può effettivamente infine ottenere il risultato voluto, e sottotraccia, del disfacimento dell'Unione Europea. Questo sì, che sarebbe il risultato delle forze "sovrane", un bel ritorno indietro con annessi e connessi. Quello che stanno sperimentando più o meno in Gran Bretagna, dove probabilmente se rifacessero il referendum il "remain" vincerebbe con il 90%.

Dunque, buon anno. Come dicevo, in fondo inizia bene, con un sovranista sconfitto. Speriamo bene. E auguri a tutti.

ECONOMIA
Bioplastiche in grande crescita
14 dicembre 2018
Tra il 2012 e il 2017, vale a dire in soli cinque anni, il settore delle bioplastiche ha registrato un fatturato in aumento del 49%, arrivando a 545 milioni, e un incremento della produzione pari all'86%, a 73 mila tonnellate. Questi sono i dati contenuti nel rapporto annuale di Assobioplastiche, l'associazione della filiera delle bioplastiche compostabili in Italia, presentato a Roma. Il contenuto del rapporto è descritto in breve all'indirizzo in calce.

Il settore offre anche buone prospettive di occupazione: gli addetti che operano nel settore sono 2.450, con una crescita del 92% nello stesso periodo, mentre il numero delle aziende è salito del 69%, raggiungendo le 240 unità. Per il 2018 il settore prevede un'ulteriore crescita dei volumi pari al 15%.
Per quanto riguarda le destinazioni, le 73.000 tonnellate di polimeri lavorati sono diventate shopper monouso per la spesa per il il 68%, sacchi per la raccolta della frazione organica per il 13%, mentre il restante 19% si trova ripartito tra agricoltura, ristorazione, packaging alimentare e igiene della persona.

Nel 2017, e per la prima volta dall’introduzione della legge 28 del 2012, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, con 49.500 rispetto a 42.500 tonnellate.

La bioplastica è un tipo di plastica biodegradabile derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici mediante l’attività di microorganismi; al termine del processo le sostanze organiche di partenza vengono trasformate in molecole semplici. Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio, contro le migliaia di anni richieste dalle materie plastiche sintetiche, che si ottengono dal petrolio.
La compostabilità è la capacità di un materiale organico di essere riciclato organicamente assieme all’umido. Essi si trasformano in compost mediante il compostaggio, un processo di decomposizione della sostanza organica che possiamo attuare in condizioni controllate. 
La possibilità di ricorrere a processi naturali per esigenze che sono sempre state soddisfatte con materiali derivati dal petrolio, generando rifiuti inquinanti ed emissioni di composti climalteranti e dannosi, è un'opportunità eccezionale nella ricerca di vie diverse allo sviluppo che consentano di non rinunciare ai servizi utili mentre si difende la qualità dell'ambiente. La chimica verde è un settore molto promettente, in forte sviluppo, innovativo, capace di aprire strade nuove allo sviluppo sostenibile. Le applicazioni, molto concrete, che realizza consentono il risparmio di migliaia di tonnellate di Co2 che altrimenti sarebbero immesse nell'ambiente. Sono indispensabili strade nuove che ci consentano di lasciare sotto terra quanto resta di petrolio, carbone e metano, che abbiamo utilizzato in moltissimi ambiti, e rispondere adeguatamente alla minaccia di un cambiamento del sistema climatico sempre più pressante.

Vedremo gli esiti della riunione internazionale COP 24, che si sta svolgendo in queste ore in Polonia, a Katowice, per decidere com tradurre nella pratica l'Accordo di Parigi (del dicembre 2015; notare che siamo già nel dicembre 2018). 
Il luogo scelto non potrebbe essere più adatto: la Polonia fa un massiccio uso di carbone per soddisfare le sue esigenze energetiche. Anni fa ho visitato proprio la zona di Cracovia e dintorni, inclusa Katowice, in un periodo primaverile che da quelle parti significava ancora inverno. Non occorrevano i dati tecnici per capire come viene prodotta l'energia per qualsiasi uso: la neve era ovunque, anche nei piccoli paesi e accanto al bosco, ricoperta di una fuliggine nera, una polvere di origine inequivocabile, la combustione di carbone. Molti Paesi nel mondo, come la Polonia, non hanno ancora acquisito la capacità e lo sviluppo necessari a passare alle fonti rinnovabili abbandonando le fonti fossili, un problema che si può risolvere soltanto con un sistema di aiuti, sostegni, programmi comuni. Speriamo che la COP 24, indispensabile per attuare l'Accordo di Parigi, trovi risposte adeguate alla complessità ed urgenza del tema e condivise da tutti. Soltanto un'azione comune può essere incisiva. 
Anche perché il tempo stringe: qualche giorno fa Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change a Roma, ha avvertito che "tra due generazioni sarà troppo tardi. Effetti devastanti sulla salute. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento» (si veda la pagina del Corriere all'indirizzo in calce). E non è uno scherzo.

Gli indirizzi citati sono i seguenti:

https://www.lanuovaecologia.it/bioplastiche-report-assobioplastiche/

https://www.corriere.it/salute/18_dicembre_03/clima-rimangono-solo-20-anni-salvare-pianeta-bc73cfce-f6e1-11e8-bd62-81aafd946bf7.shtml

POLITICA
Ennesimo allarme sul clima (che dovrebbe sortire qualche effetto)
23 novembre 2018
E' uscito il nuovo rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ed è un nuovo allarme: stiamo distruggendo l'ambiente dell'intero pianeta e alterando il clima in modo e con velocità tali che rischia di diventare un processo irreversibile. 

Il tema è gravissimo, ma sembra fuori dal dibattito politico italiano, come al solito. Sui siti dei principali quotidiani si fa fatica a trovare la notizia, su Televideo si trova nella pagina delle "culture", ma soprattutto, nessuna intervista politica inizia con questo enorme, gravissimo, problema. Come se non ci riguardasse. Si tratta di un tema nel tema, ovvero, come fare comunicazione ambientale e comunicazione politica ambientale in modo tale da incidere sugli schemi prevalenti, modificando gli stili più diffusi. 

Il WMO Greenhouse Gas Bulletin ci informa sostanzialmente che i gas serra in atmosfera continuano a crescere, ed anche le ultime misure hanno raggiunto un nuovo record. La concentrazione globale media di biossido di carbonio ha raggiunto 405,5 parti per milione (ppm, unità di misura della concentrazione di un gas in atmosfera; per farsi un'idea, in epoca preindustriale era di circa 280 ppm), in continua crescita negli ultimi anni nonostante le regole introdotte nel corso del tempo e gli accordi a protezione del sistema climatico. Il metano e gli ossidi di azoto fanno lo stesso. I livelli di calore - si legge sul sito all'indirizzo in calce - intrappolati nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e la tendenza non mostra segni di inversione. Questo comporterà un cambiamento climatico a lungo termine, con innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani, fenomeni atmosferici estremi. Il potenziale di riscaldamento sul clima (total radiative forcing) è aumentato del 41% rispetto al 1990. I grafici che il Bulletin riporta sono estremamente eloquenti.

Si tratta di quote elevatissime, su cui occorre intervenire tempestivamente. Un altro parametro fondamentale infatti è il tempo: la riduzione delle emissioni inquinanti deve avvenire nel giro di pochi anni, se vogliamo evitare di oltrepassare il punto di irreversibilità. 
Le emissioni di CO2 devono raggiungere il livello zero al 2050 se intendiamo rispettare l'Accordo di Parigi e restare sotto 1,5 gradi di incremento della temperatura, secondo il rapporto WMO. Zero sul piano mondiale è una quota che richiede un impegno grandissimo. Probabilmente, sarà necessario intervenire con operazioni di rimozione del biossido di carbonio dall'atmosfera come molti studi suggeriscono. 
Dunque, non si tratta più di scegliere se fare lo sviluppo sostenibile, ma di come fare lo sviluppo sostenibile. Il tema è così pregnante che richiede uno sforzo comune, per il benessere umano, per lo stato degli ecosistemi, per l'agricoltura, per il futuro stesso dell'umanità.

Per avere maggiori informazioni, ci si può collegare al sito WMO al seguente indirizzo.

https://public.wmo.int/en

POLITICA
Smettiamola di dare potere a coloro che non credono nella scienza
5 novembre 2018

Caro Ministro Salvini,

il tuo Governo ha rifiutato i soldi BEI, ottocento milioni destinati a opere contro il dissesto idrogeologico, per non ricevere prestiti dall'Unione Europea, ha programmato un condono edilizio ad Ischia, mentre tu e la Lega avete sempre sostenuto una visione superata di sviluppo invasivo del territorio, ed ora ci vieni a parlare con superficialità dell'"alberello" e del "torrentello", magari immortalati da un bel selfie sorridente, mentre il più grave uragano mai visto in Italia fa danni enormi proprio per l'incuria del territorio, per le costruzioni abusive in aree fluviali, per i cambiamenti del clima in atto che porteranno il nostro Paese ad essere sempre più esposto sul piano idrogeologico, della salute e dell'incolumità dei cittadini.

Dal salotto in cui mi trovavo in qualità di ambientalista (per coloro che non lo sanno, parole sue) ho potuto osservare bene la tua insipienza teletrasmessa, certamente più da bar che da salotto, che mostra che sarebbe ora per tutti di seguire una semplice esortazione: "smettiamola di dare potere a coloro che non credono nella scienza" (H. Ford, Global Climate Action Summit 2018). A partire da tutti coloro - includendo anche il PD, eventualmente - che non credono nella prioritaria necessità di promuovere politiche ambientaliste conseguenti le risultanze scientifiche e tecniche sul dissesto idrogeologico, il consumo di suolo, la scomparsa delle aree naturali e della biodiversità, il cambiamento climatico. 

Le chiacchiere al bar vanno benissimo si intende, qualora non ci si prefigga di andare a governare con esse, caro Ministro. 


POLITICA
Questione di DNA
14 ottobre 2018
Nell'Amaca di Michele Serra pubblicata oggi (domenica 14 ottobre) su Repubblica viene proposta una visione netta, e per certi versi sorprendente, della struttura genetica del Movimento 5 Stelle: un movimento che possiede nel suo DNA l'ambientalismo. 
Serra parte infatti da un problema reale - l'incremento del livello consentito di sversamento di idrocarburi nei campi - per argomentare che "la sola qualità pentastellata sulla quale pareva si potesse confidare" fosse la cura ambientale, seppur ora minacciata dall'attività di governo, non così ambientalmente sostenibile. Dunque, l'ambientalismo, che "era nel DNA" del movimento, pare ora fuoriuscito dalla finestra aperta da una mutazione genetica - nè più nè meno che la stessa che hanno subito tutte le formazioni politiche che hanno governato il nostro Paese.

Possiamo affermare che non c'è stato nessun partito in Italia che abbia portato e perseguito al governo del Paese una politica coerente di decarbonizzazione dell'economia, senza apparire ingiusti se non ricordiamo diverse scelte positive in materia che pure sono state fatte. Conosco molti che, a seguito di questo fatto, hanno sostenuto i 5 Stelle riponendo la propria fiducia, a mio modo di vedere, su qualcosa che assomiglia molto all'ultima spiaggia. Conoscendo bene il PD, in cui sono entrata all'origine come socio fondatore, e la sua fatica a far propria una chiara politica ambientalista non sono sorpresa da una scelta di tal genere. 
Ma da qui ad affermare che il Movimento 5 Stelle abbia l'ambientalismo nel DNA ce ne corre. 
Averlo nel proprio patrimonio genetico significa innanzitutto averlo praticato nel corso del tempo, con tutto ciò che questo comporta, e senza togliere nulla a nessuno, credo che questa pratica appartenga in Italia soltanto alle associazioni ambientaliste - oltre agli organismi tecnico-scientifici, naturalmente, ma ci si riferisce qui al contesto politico. Così, sgombriamo immediatamente il campo. Con questo non intendo certo affermare che le stesse abbiano sempre ragione, ma che siano rappresentative del tema e di chi lo segue. Gli altri non lo sono. Punto. 
In secondo luogo, il legame fra un movimento che si fonda su una forma di democrazia diretta e l'ecologia politica semplicemente non c'è. Non esiste in nessun modo una consequenzialità fra una forma di scelta degli eletti e uno stile di formazione del consenso e una linea politica, ambientalista o altro. Credo che l'azione del governo sia la dimostrazione plastica di questo: l'assenza totale di una linea politica identificabile. Ho scritto spesso della carenza identitaria del PD e dell'azione altrettanto scarsamente identificabile, ma ciò a cui assistiamo in questo periodo supera ogni livello. 

L'ambientalismo non si inventa dall'oggi al domani, non è una spilla da apporre sul bavero, non è nemmeno una qualifica identitaria. Per quanto mi riguarda deve essere scientificamente fondato, pur rispettando ogni forma di sensibilità verso l'ambiente naturale e i suoi equilibri. Collocarlo nel contesto politico non è facile. Ci hanno provato spesso, a sinistra, a destra, trasversale, in una formazione politica specifica. Norberto Bobbio, nel suo classico "Destra e Sinistra" richiama i concetti fondamentali per la sinistra di libertà, eguaglianza, pace, diritti, e ci invita alla fine "ad alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".  Ad "estendere i principi di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano". Se abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura e delle altre specie che abitano la Terra, essa si colloca in una visione progressista del mondo, mentre una visione di destra porta allo sfruttamento a cui stiamo purtroppo assistendo. Eguaglianza e diritti non esisteranno mai senza un mondo abitabile per tutti, ambiente e lavoro non possono essere in contrasto se non in un ambito produttivo vecchio stile orientato esclusivamente al profitto, la libertà di respirare aria pulita o vivere in centri urbani sostenibili non può essere privilegio di pochi, il cambiamento climatico è una sfida per tutti e non soltanto per gli abitanti delle periferie del terzo mondo.

L'estrema limitatezza, si può dire l'esiguità, del contributo della sinistra italiana da quando il tema ambientale è diventato prioritario nei fatti in contrasto spesso con le parole spese fa sembrare la posizione descritta sopra puramente retorica. Ma i limiti e gli errori fatti nel ricamo non possono cambiare la tela: una sinistra vera e degna di tale nome non può che essere anche ambientalista. Non c'è bisogno di inventarsi movimenti ad hoc, c'è piuttosto bisogno di impegnarsi, forse anche per recuperare il tempo perduto. 

Ringrazio Michele Serra per le sue Amache sempre capaci di suscitare riflessioni. Questa proprio non poteva sfuggirmi.


SCIENZA
Caldo artico
4 ottobre 2018
Se pensavate che la scorsa estate fosse stata più fresca, e che in fondo il riscaldamento globale che affligge la Terra fosse in realtà nelle descrizioni un po' esagerato, guardate questa grafica per ricredervi. Essa rappresenta l'Europa, ed i colori descrivono gli scarti delle temperature dalla media del periodo.
Dalle nostre parti in effetti gli scostamenti sono stati piuttosto bassi, ma questo è accaduto perchè il Nord Europa ha ricevuto più calore che mai. Un'estate caldissima sopra il Circolo Polare Artico, con picchi sopra i 30°C, siccità nei campi, incendi nei boschi. L'ondata di calore che quest'anno ha colpito il Nord è impressionante (e preoccupante).
Gli scostamenti dalla media nelle varie zone sono espressi in gradi Fahrenheit, più piccoli dei Celsius (la scala dal punto di congelamento dell'acqua al punto di ebollizione è divisa in 180 parti invece che in 100). Il grafico è stato infatti elaborato dal NOAA statunitense, e maggiori informazioni si possono trovare all'indirizzo in calce.




https://www.climate.gov/news-features/event-tracker/hot-dry-summer-has-led-drought-europe-2018


POLITICA
L'Europa che vogliamo
17 settembre 2018
Mercoledì scorso, 12 settembre, l'Unione Europea ha mostrato ciò che vorremmo sempre vedere: l'orgoglio di essere un'istituzione fondata su valori e principi forti, delimitata dalla loro condivisione, a cui si può appartenere soltanto su tale base, e non su altre come potrebbero essere l'etnia, il territorio, la religione, o caratteristiche diverse non conformi alla struttura etica e politica su cui si fonda l'Unione.

Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.

La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese, nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi:  un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.

Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban -  forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre. 

L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale. 

Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo.  Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante. 

CULTURA
Matematica - e scienza - democratica
5 settembre 2018
Tra pochi giorni inizia il nuovo anno scolastico, e trovandomi ad essere una docente di matematica e fisica al liceo, vorrei questa volta spendere qualche parola sulla scuola, esulando parzialmente e per una volta dai temi portanti di questo blog.

Secondo un'indagine dell'Ocse, è "analfabeta matematico" un ragazzo italiano su quattro, mentre il 24,7% degli alunni di 15 anni non supera il livello minimo di competenze in matematica.
Si legge sul sito di Save The Children (all'indirizzo indicato in calce) che secondo i test PISA "In Italia una percentuale non indifferente di adolescenti non è in grado di ragionare in modo matematico, utilizzare formule, procedure e dati, per descrivere, spiegare e prevedere fenomeni, in contesti diversi. L’Italia si colloca, nella speciale classifica dei ‘low achievers’ in matematica, al 24° posto su 34 paesi OCSE." E ancora: "In ambito europeo, l’Italia si posiziona prima soltanto del Portogallo, della Svezia e della Grecia, che presentano rispettivamente le seguenti percentuali di ‘low achievers’: 25%, 27% e 36%."
Pisa in questo caso è l'acronimo di Programma per la valutazione internazionale dello studente, su cui si possono avere maggiori informazioni all'indirizzo indicato più sotto. Sulla home page del sito si trovano alcune figure interattive dalle quali si può facilmente capire a quale livello si trovi l'Italia nel quadro internazionale in vari aspetti della preparazione scolastica ed in quella scientifica in particolare: nella media o sotto la media.

Siamo un popolo di ignoranti matematici, e più in generale, di ignoranti scientifici, e a dirla tutta, non occorrevano le statistiche a ricordarlo: di solito lo sappiamo da soli. Certo non tutti possono essere scienziati o ingegneri; si sta affrontando qui il problema da un punto di vista che di solito viene indicato come cultura generale. Una scarsa cultura matematica e scientifica caratterizza il nostro Paese da tempi immemori, e la scuola fatica a modificare quello che è principalmente un atteggiamento collettivo, ben radicato, e collocato fra le altre qualità che caratterizzano il nostro Paese.
L'idea che la matematica non serva nella vita a meno che non si affronti uno specifico indirizzo di studi è pervasiva, e di solito viene affiancata all'idea che la stessa sia troppo difficile rispetto alla norma. Lo stesso accade più o meno per tutte le discipline scientifiche, mentre non ho mai sentito nessuno mettere in discussione l'utilità dei Promessi Sposi - detto, sia chiaro, con tutto il dovuto rispetto al Manzoni. 
Sulle cause di questa tendenza anti-scientifica nazionale sonno state scritte molte pagine, non ne ripeteremo i concetti principali qui, perchè il punto ora importante è un altro: come uscirne. Come allargare le competenze tecniche e scientifiche in Italia, tenendo presente che il nostro Paese ha, ed ha sempre avuto, livelli di eccellenza nei settori scientifici.
Ma forse è bene spiegare prima perchè occorre farlo. 
Abbiamo costruito una civiltà tecnologica e scientifica. In essa viviamo la nostra vita, lavoriamo, ci relazioniamo con le altre persone, studiamo, curiamo le malattie, organizziamo la comunità, elaboriamo nuovi concetti, inventiamo nuovi strumenti e nuove modalità in ogni campo. Tutto ciò lo facciamo con motori, elettricità, apparecchi radiotelevisivi, radiografie, strumenti vari per la medicina, telefoni cellulari, computer, collegamenti ferroviari e stradali, pompe per l'acqua, dighe, macchine agricole, sensori, laser, radar, sonar, microchip, nuovi materiali, e molto altro ancora. A parte coloro che vivono ancora nella Natura, popoli che si trovano ai margini del villaggio globale e che ci restituiscono almeno l'dea di ciò che eravamo, tutti noi viviamo immersi nella tecnologia e di essa ci nutriamo ogni giorno. E di cosa sono fatti gli strumenti della tecnologia? Di materiali specifici, di onde elettromagnetiche, di elettroni, di campi magnetici, di campi elettrici, di onde sonore, di fotoni, delle leggi della Fisica. Queste ultime espresse (Galileo docet) in linguaggio matematico. 
Il linguaggio matematico si usa poi in molti altri campi, come l'economia. In generale le conoscenze scientifiche riguardano la biologia, la chimica, la geologia. E' poco? Certo no. Eppure nella scuola italiana vige ancora ampiamente l'anacronistica distinzione fra materie umanistiche e materie scientifiche, con precedenza e privilegi vari alle prime, eccettuato (forse) i casi in cui le seconde siano materie di indirizzo del corso di studi.

Questo stato di cose comporta la cronica mancanza di personale con competenze tecniche nell'industria, e negli altri ambiti in cui sono richieste. Ma la carente cultura matematica e scientifica italiana ha una conseguenza ben più grave: il fatto di vivere in una civiltà tecnologica avanzata senza conoscerne le proprietà di base, anzi spesso senza saperne proprio nulla. Al contrario, per prendere decisioni occorrerebbe un minimo di conoscenze specifiche: per decidere se ricorrere all'energia nucleare oppure no, o per decidere se essere a favore delle vaccinazioni obbligatorie oppure no, o per affrontare il tema del cambiamento climatico, tanto per fare esempi clamorosi. Dato che la cultura scientifica non si forma navigando su internet, ma andando a scuola e studiando, ecco dove nasce il problema. 
La questione può avere evidentemente conseguenze anche sulla qualità della democrazia in Italia, visto che se nessuno, o almeno non una parte adeguata della popolazione, sa effettuare scelte in ambiti così importanti, finisce poi che qualcun altro arriva a farle al posto nostro. Sarebbe uno scippo di una fetta importante di democrazia, con conseguenze imprevedibili. 
Un livello così elevato di progresso tecnologico e scientifico quale quello attuale, se non può essere certo raggiunto da tutti, richiede però che i saperi diffusi non si fermino alle quattro operazioni o alla rotondità della Terra. Non intendo affrontare qui il tema più ampio del rapporto fra tecnica e democrazia, e fra tecnica e politica, ma semplicemente porre l'accento sul divario fra i traguardi specifici scientifici e tecnologici e il minimo comun denominatore della cultura collettiva in materia, e le sue possibili conseguenze. Si tratta di un gap enorme che richiede di essere colmato, e non sarà facile, ma la scuola italiana deve imprimere una svolta capace di cambiare una direzione ormai obsoleta.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi lettori di questo blog, e un pensiero particolare ai colleghi delle materie scientifiche. Il futuro si forma a partire da oggi, e la qualità dell'istruzione media sarà elemento determinante dell'Italia nei prossimi anni. 

I link ai siti citati nell'articolo:

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/i-ragazzi-italiani-non-sanno-usare-la-matematica

http://www.repubblica.it/scuola/2016/12/05/news/matematica_e_scienze_gli_alunni_italiani_restano_indietro-153486884/

https://www.oecd.org/pisa/

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