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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA
Emissioni in crescita nel mondo (ma con alcune eccezioni)
28 marzo 2019
Altro che riduzione delle emissioni climalteranti a salvaguardia del sistema climatico, le emissioni crescono eccome, stando agli ultimi dati dell'IEA (International Energy Agency), pubblicati nel Rapporto "Global Energy & CO2 Status Report. The latest trends in energy and emissions in 2018". 
Risulta infatti che le emissioni globali di CO2 sono cresciute dell'1,7%  nell'anno appena trascorso, raggiungendo il picco storico di 33,1 Gt, vale a dire oltre 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera. Tutti i combustibili fossili hanno contribuito a questa crescita, attribuibile per i due terzi al settore della produzione di energia. Tale crescita è dovuta per l'85% a tre Paesi, la Cina, l'India, e gli Stati Uniti, ed è stata generata da un aumento della domanda di energia. Al contrario, in Paesi come la Germania, il Giappone, il  Messico, la Francia e il Regno Unito le emissioni sono diminuite.

Alla base della crescita delle emissioni inquinanti nel mondo c'è stato un forte aumento del consumo di energia, del 2,3%, quasi il doppio dell'incremento medio dal 2010, generato a sua volta dal buono stato dell'economia globale e dal diffondersi localmente di mezzi per il riscaldamento e il raffreddamento. La domanda è cresciuta per tutte le fonti, soprattutto per il gas naturale con il 45%, mentre il vettore principe è ovviamente l'elettricità. La famosa efficienza energetica resta nell'ombra.  Le centrali di produzione di energia alimentate a carbone continuano ad essere le maggiori sorgenti di emissioni climalteranti.

Si è detto della buona performance dell'economia globale - fatto che dal nostro Paese non appare evidente - con una crescita del 3,7%  dovuta prevalentemente ai 3 Paesi menzionati sopra che hanno inquinato di più: Cina, India, Stati Uniti. Questo fatto testimonia che, nonostante se ne parli da anni, il disaccoppiamento fra la crescita economica e la produzione di sostanze inquinanti derivanti dalla combustione non è ancora avvenuto. Qualcuno ricorderà che se ne era parlato in tempi recenti, nel 2015 per l'esattezza, con dati proprio dell'IEA che avevamo commentato in un post datato 18 marzo 2015.  All'epoca le emissioni erano rimaste invariate a 32,3 miliardi di tonnellate rispetto all'anno precedente (il 2014) nonostante la crescita economica. A livello italiano il mese scorso ne ha parlato anche l'Ispra, presentando dati abbastanza positivi. Ma se a livello mondiale siamo passati in pochi anni da 32,3 a 33,1 Gt è chiaro che qualcosa non ha funzionato nel tentativo di portare la crescita economica sulla strada delle rinnovabili e dell'efficienza, sganciandola dai combustibili fossili. Hanno matematicamente ragione i giovani e Greta Thunberg a protestare. Cifre alla mano. La strada per la decarbonizzazione dell'economia è un percorso difficile in sé, non è accettabile che non venga rispettato. Se le cifre sono queste, servirà ben altro che l'Accordo di Parigi per tracciare il solco di un percorso virtuoso. 
Il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò ha la sua peculiare importanza: infatti si tratta dell'unico grande Paese sviluppato e dotato di tutte le possibilità, tecnologiche e finanziarie, per cambiare le basi su cui si fonda lo sviluppo che continua, salvo ancora limitate eccezioni locali, ad inseguire la via più tradizionale allo sviluppo, incuranti dell'inquinamento che causano a livello mondiale, tendenza ancora più marcata sotto la Presidenza Trump. La responsabilità che hanno in questa fase non è certo marginale.

La più virtuosa resta, ancora una volta, l'Europa. Nonostante una crescita economica dell'1,8% - dato che non riguarda l'Italia, evidentemente - la domanda di energia è aumentata soltanto dello 0,2%. Che stia avvenendo qui il disaccoppiamento? Può darsi, visto che, nonostante mille difficoltà e ritardi, l'UE resta il luogo dove si fanno davvero politiche per ridurre gli impatti ambientali del consumo energetico, e si ottengono risultati concreti. La crescita della domanda in Europa in termini di energia primaria ha riguardato per la maggior parte le fonti rinnovabili, mentre il ricorso al carbone continua a diminuire. Le disomogeneità al suo interno non impediscono di raggiungere risultati nel complesso interessanti, e di porsi obiettivi performanti. Il futuro non può che costruirsi su un modello fatto di minori consumi, minori emissioni, maggiore efficienza  e rinnovabili.
Le tendenze antieuropeiste che serpeggiano nella politica rischiano di invalidare anche questi benemeriti risultati. Aggiungiamoli alla lista, lunga, dei benefici dell'Unione quando andremo a votare il 26 maggio prossimo, magari insieme alle significative immagini delle proteste e dell'impasse in cui si sono infilati gli inglesi nel tentativo incredibile nella sua assurdità di uscire dall'Unione Europea.

L'intero Rapporto dell'IEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.iea.org/geco/

POLITICA
A volte ritornano (le notizie energetiche, poi di solito cadono nel vuoto del dibattito italiano)
2 luglio 2018
Dal prossimo 1° luglio, la bolletta elettrica per una famiglia media italiana in tutela aumenterà del 6,5%  mentre quella del gas crescerà dell’8,2%, secondo quanto riporta l'ARERA (Autorità di regolazione energia reti e ambiente). Le principali cause sono da ricercare nella situazione politica internazionale che ha determinato un aumento del prezzo del petrolio.
Secondo quanto si legge nel comunicato del 28 giugno scorso (scaricabile dal sito all'indirizzo in calce), "Le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio, cresciute del 57% in un anno e del 9% solo nell’ultimo mese di maggio, hanno pesantemente influenzato anche i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che del mercato tutelato. Andamenti che si riflettono sull’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela per il terzo trimestre 2018. Per il settore elettrico, allo scopo di mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura, l’Autorita` e` intervenuta con una modulazione degli oneri generali di sistema, in modo da ridurre l’aumento di spesa per i clienti domestici e non domestici, con pari effetti sia sul mercato tutelato che su quello libero. Di conseguenza, dal prossimo 1° luglio la spesa per l’energia per la famiglia tipo in tutela registrera` un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale, in controtendenza rispetto ai forti ribassi (-8% per l’elettricita` e -5,7% per il gas) del secondo trimestre 2018. Per il gas l’impatto sulla spesa per i clienti domestici risulta meno significativo in considerazione dei bassissimi consumi del periodo estivo."
Il comunicato contiene anche il dettaglio della bolletta, con le ripartizioni delle spese in riferimento alle varie voci.
Inoltre - spiega la nota - "il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il PUN – Prezzo unico nazionale) a maggio ha segnato decisi incrementi rispetto allo stesso mese del 2017 e il pre-consuntivo di giugno risulta in ulteriore aumento; nello stesso periodo, aumenti significativi si registrano anche in numerose borse europee".

Può darsi, come sostiene qualcuno, che non siano argomenti che portano voti alle elezioni, ma riguardano direttamente la vita delle persone, e infatti finiscono sulle prime pagine dei giornali quando c'è un aumento in atto che comporterà un incremento di spesa per le famiglie e i cittadini in genere. Dunque dovrebbero interessare la politica. In questo caso, per l'appunto, la notizia è arrivata sulle prime pagine e nell'apertura dei telegiornali. Poi, finisce lì, di solito. 
Dunque, dove nasce la contraddizione per cui un argomento non porta voti nonostante coinvolga direttamente la vita delle persone?  Nella grande maggioranza dei casi, gli eventuali interventi sul tema si limitano all'affermazione che gli aumenti sono indesiderabili ed è sicuramente colpa di coloro che li hanno decisi o permessi; non capita mai che qualcuno avverta la necessità di ragionare su un tema importante, di cercare e descrivere le cause di ciò che accade in campo energetico. Anche perché, trattandosi di un tema complesso, pochi sono in grado di analizzarlo, soprattutto se seguono i dettami di una modalità di comunicazione spicciola, dove il non sapere fa tanto "comunicazione diretta", e in fondo, simpatia (il caso vaccini docet). Sarebbe opportuno riprendere l'abitudine all'approfondimento, rinunciare allo slogan facile, insistere a voler entrare nel merito. Anche andando controcorrente, anzi soprattutto andando controcorrente.

Siamo riusciti nella prodezza, tutta italiana, di fornire un forte sostegno alle fonti rinnovabili per un certo periodo e poi improvvisamente interromperlo, con la conseguenza di far quasi sparire il mercato. Ai quasi 9.500 MW di fotovoltaico connessi nel 2011 rispondono i circa 300 MW del 2015, dopo lo stop verticale degli incentivi, mentre le imprese del settore hanno chiuso e i fondi sono passati ad altri mercati, perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro. Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati da continui cambi di direzione, normative scollegate dai decreti attuativi, informazioni al cittadino altalenanti e spesso oscure, nell'incapacità assoluta di mantenere una rotta - cuore del problema, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog. E' interessante osservare che l'assenza di una linea condivisa non ha riguardato le fasi di alternanza politica fra destra e sinistra (e già sarebbe deprecabile, in questo ambito) ma anche governi diversi sostenuti da maggioranze analoghe, a conferma della prima conseguenza dell'opinione diffusa fra i candidati che "questi argomenti non portano voti" quindi chi se ne importa. Al contrario, gli stessi costituirebbero un'occasione ampia, articolata e soprattutto molto concreta di arricchimento del dibattito politico.   
Certo, è stata fatta la SEN (Strategia energetica nazionale). Gli obiettivi, ora, della medesima richiedono un impegno a largo raggio, una road map coerente e quantificata, definita nel tempo, per essere raggiunti. Esiste già una bozza di Decreto per le rinnovabili che prevede nuovi incentivi, e si spera, nuovi sistemi di consumo, vedremo. 
E' tuttavia indispensabile una pianificazione che consenta di evitare di guidare a vista, come si è fatto finora. Serve nuovamente un percorso per le fonti rinnovabili elettriche, termiche, per i trasporti, che includa ed integri energia e clima - come previsto dal Piano Integrato che entro fine anno dovremo preparare e presentare nelle sedi dell'Unione Europea - e venga associato ad una adeguata politica industriale. Insomma si tratta dello sviluppo - vorremmo dire sostenibile - dell'Italia. E le cifre in bolletta che tutti noi paghiamo dipendono da questo, dal sistema cioè, da come è strutturato, dalla quota di petrolio e suoi derivati, da quella di gas, dalle rinnovabili e dai vari tipi di rinnovabili, dalle tecnologie utilizzate, dall'efficienza del sistema, dal mercato dell'energia.

Troppo poco per attrarre voti? 
Meglio un paio di slogan sull'immigrazione, magari, nel vuoto cosmico che caratterizza l'espressione politica italiana (fatte alcune, rare, eccezioni), guardandosi bene, anche in questo caso, dall'analizzare cause e cercare rimedi di portata adeguata, oppure un intervento sui vitalizi, orientando l'attenzione di tutti lontano dai fenomeni che stanno plasmando il mondo e verso un dettaglio che, come dice il nome, risulta da un taglio minuto dunque non serve ad inquadrare l'insieme.

Il comunicato dell'ARERA sugli aumenti in bolletta si trova ai seguenti indirizzi:

https://www.arera.it/it/index.htm#

https://www.arera.it/it/com_stampa/18/180628.htm




ECONOMIA
USA e Cina confermano la ratifica dell'Accordo di Parigi
8 settembre 2016
La buona notizia di questi giorni riguarda l'Accordo sul clima di Parigi della Cop21, con la ratifica dell'adesione da parte di Usa e Cina. In apertura del G20 che si è svolto ad Hangzhou  in Cina nei giorni scorsi, infatti, il presidente americano Barack Obama e il quello cinese Xi Jinping hanno reso noto l’impegno dei loro rispettivi Paesi a rispettare l’accordo di Parigi.
Ricordo che l'Accordo raggiunto lo scorso dicembre nella capitale francese dalla 21ma Conferenza delle Parti consiste in una serie di iniziative volte a contenere l'incremento della temperatura globale entro i 2 °C, e possibilmente entro 1,5 °C, al fine di limitare le modifiche al sistema climatico che un riscaldamento eccessivo potrebbe causare. L'Accordo riguarda ben 195 Paesi. Di questi, Stati Uniti e Cina costituiscono i maggiori emettitori mondiali di anidride carbonica e altri composti, cioè di sostanze capaci di alterare il sistema climatico mondiale a seguito della loro maggiore concentrazione in atmosfera che si riscontra da tempo. L'Accordo entrerà in vigore se sarà ratificato da almeno 55 Paesi che producono almeno il 55% delle emissioni climalteranti mondiali. Da soli, USA e Cina producono circa il 40% di tutte le emissioni mondiali, mentre con la loro ratifica salgono a 23 i Paesi che hanno confermato l'adesione. Dunque si tratta di una buona notizia sul versante della protezione ambientale, che ci consente di sperare in una veloce attivazione dei contenuti dell'Accordo. Manca ancora la ratifica dell'Italia, che è stata assicurata qualche giorno fa dal Ministro dell'Ambiente Galletti. Si tratta anche un fatto politicamente rilevante per gli Stati Uniti, dove la battaglia dei negazionisti è apertamente condotta e spesso influente sulle dinamiche politiche interne, e per la Cina, dove rappresenta la migliore presa d'atto del pesantissimo carico ambientale che lo sviluppo accelerato ha portato con sè.
Il grafico in basso, che mostra le emissioni di alcuni Paesi del mondo - e che traggo dal sito Climalteranti - è molto chiaro circa le quantità coinvolte e le responsabilità.

Frattanto, una delle principali cause dell'inquinamento locale e globale, il petrolio, è stato oggetto nei giorni scorsi di un patto fra Arabia Saudita e Russia, che intendono in tal modo contribuire a stabilizzarne il mercato. Si tratta di una novità importante contenuta nell'accordo sottoscritto a margine proprio dello stesso G20 di Hangzhou in Cina. Nel testo, Arabia Saudita e Russia
affermano di avere un «desiderio comune di espandere ulteriormente le relazioni bilaterali in campo energetico», che deriva dal fatto che insieme «hanno la responsabilità di produrre oltre il 21% della domanda globale di petrolio», e sostengono inoltre di accordarsi per agire «congiuntamente oppure con altri produttori» ai fini di mitigare la volatilità dei mercati.
I due Paesi hanno costituito un gruppo operativo per esaminare «i fondamentali di mercato e raccomandare misure e azioni comuni mirate ad assicurare la stabilità e la predicibilità dei mercati petroliferi», stabilendo una prossima riunione a ottobre a Mosca, e successivamente a novembre a margine del vertice Opec di Vienna. Grandi produttori di petrolio come Iran, e Iraq hanno reagito positivamente all'annuncio dell'accordo. Per ora non è chiaro quali saranno le conseguenze. La fase attuale, ormai da tempo, vede il prezzo del petrolio piuttosto basso, anche se ora non più ai livelli di qualche mese fa, in assenza di decisioni e interventi da parte dell'Opec, che tende a lasciare elevate produzioni e prezzi contenuti.
Il nostro sistema economico, fondato soprattutto sulle fonti energetiche fossili, ha garantito finora uno sviluppo accelerato di una parte dell'umanità, a spese di un notevole cambiamento delle condizioni atmosferiche con conseguenze su uno dei principali sistemi ambientali globali come quello climatico, e di diffusi inquinamenti locali - anche pesanti, come ben sanno oggi nelle città cinesi, ma un tempo anche le città europee - e la maggiore sfida del presente e del futuro immediato consiste nel creare le condizioni di uno sviluppo più equo per tutti e caratterizzato da minori impatti ambientali.




http://cait.wri.org/

www.climalteranti.it


ECONOMIA
Il Canada devastato dagli incendi - ovvero, la dicotomia fra accordi internazionali e realtà
16 maggio 2016

Mentre il mondo firma accordi internazionali per tentare di contenere gli effetti sul sistema climatico delle emissioni inquinanti generate dalla combustione di gas, carbone e petrolio – come il documento della CoP21 di Parigi, firmato pochi giorni fa da un numero e un’estensione di territori nazionali mai vista prima per un accordo sui temi ambientali – le industrie, e i medesimi Stati che firmano, continuano a utilizzare combustibili fossili e ad estrarli con ogni mezzo, spremendo fino all’ultima goccia le rocce del sottosuolo con il fracking o le sabbie bituminose.

Il vastissimo danno ambientale già creato in alcune zone del Canada da questi metodi, pesantemente invasivi, ora se possibile si è trasformato in una versione cercata e voluta dell’inferno, con una serie di incendi di proporzioni gigantesche che stanno bruciando foresta, costringendo persone a lasciare il territorio, minacciando animali e vegetazione (l’ultimo dei problemi che si pongono di solito coloro che governano), emettendo inquinanti in atmosfera  giusto quanto manca per completare l’opera.

La capitale mondiale dell’estrazione di idrocarburi dalle sabbie bituminose sta andando a fuoco. Il rogo è divampato nei pressi di Fort McMurray, nel nordest della provincia canadese dell’Alberta. Le fiamme, dopo aver carbonizzato 7.500 ettari di boschi e danneggiato terreni, hanno raggiunto la città, distruggendo o danneggiando migliaia di abitazioni e costringendo inizialmente circa 80 mila persone a fuggire, ed il governo a dichiarare lo stato di emergenza. Ora gli sfollati sono diventati circa 100.000. Il Ministro della Pubblica sicurezza, Ralph Goodale, ha parlato di «situazione pericolosa e imprevedibile», con oltre 100.000 sfollati, 1.600 abitazioni andate distrutte e circa 17.000 persone ancora da trarre in salvo. Sono stati bloccati i voli. Per fronteggiare il fuoco sono stati mobilitati 1.100 pompieri, 145 elicotteri, 138 mezzi pesanti e 22 aerei cisterna.

Fort McMurray è una città costruita per portare manodopera all’industria del petrolio che in Canada estrae dalle sabbie bituminose, con un pesantissimo impatto ambientale. Ora, questo incendio ha frenato la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada, portando al rialzo il prezzo del greggio. Il Wti è salito di oltre il 4%, mentre il rialzo del Brent si avvicina al 4%. Gli analisti stimano un calo della produzione compreso tra 500.000 e 800.000 barili al giorno attualmente in Canada a fronte di una produzione globale di circa 96 milioni di barili, di cui un milione considerato in eccesso. La produzione nella zona dell’incendio e' stata rallentata o sospesa per mettere al sicuro il personale.

C’è un altro aspetto che può contribuire a chiarire la situazione. Il riscaldamento globale – fenomeno in gran parte causato proprio dalla combustione di idrocarburi e da altre attività che alterano la composizione atmosferica – determina un allungamento della stagione degli incendi, a livello mondiale e locale. Pare infatti che negli ultimi anni le temperature medie dell’area del Canada interessata siano aumentate considerevolmente. Per questo nella regione gli inverni diventano sempre più secchi e meno piovosi, causando siccità e aumento degli incendi. Secondo uno studio pubblicato da Nature Communications nel 2015, dal 1979 la stagione degli incendi si sta allungando notevolmente in tutto il mondo.

Tutto ciò costituisce un’evidente contraddizione, fra la ricerca dei modi per ridurre i fenomeni di inquinamento e di alterazione del clima mondiale, che confluisce a livello internazionale in accordi siglati da ormai tutti gli Stati, e il perdurare, persino in modalità peggiori, delle tecniche di sfruttamento di quanto c’è di più sporco ed inquinante per la produzione di energia. Occorre fare chiarezza e mettere un fermo stabile ai metodi più inquinanti, invasivi dell’ambiente, climalteranti a cui ancora oggi si ricorre per produzioni energetiche ed industriali, altrimenti i documenti degli accordi internazionali rischiano seriamente di diventare carta straccia.

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Lo scorso venerdì 13 maggio si è tenuto a Roma, presso la sede del Partito Democratico, il terzo seminario di #Ambientealcentro, dal titolo: “Dalle buone leggi alle buone politiche: quali impatti nella applicazione delle nuove misure ambientali”. L’iniziativa è stata organizzata dal dipartimento Ambiente del PD e dall’associazione degli Ecologisti Democratici.

Dopo l’assemblea iniziale, molto partecipata, i lavori sono stati divisi fra quattro tavoli tematici: Economia circolare, Cambiamenti climatici e adattamento, Controlli e legalità, Territori e qualità ambientale. Successivamente, nel pomeriggio, durante una nuova seduta plenaria sono stati illustrati i risultati del lavoro dei tavoli.

Con un approccio concreto è stato portato avanti il discorso aperto su temi importanti, che attraversano molti aspetti della società, a partire dalla vita quotidiana per finire alla pratica politica e di governo.  Si tratta evidentemente di un ambito molto ampio, trasversale per sua natura, ma fortemente legato ad alcuni temi su cui la sensibilità di un partito di centrosinistra è particolarmente focalizzata.

Per saperne di più ci si può collegare con il sito del PD all’indirizzo seguente:

http://www.partitodemocratico.it/ambiente/

 

POLITICA
Ora e' indispensabile un cambiamento di rotta
18 aprile 2016

Ieri sono andata a votare con 15 milioni di belle persone, e ne sono felice.
Il voto e' un'espressione di partecipazione democratica che non può essere in alcun modo snobbata.

Il quorum non è stato raggiunto.

Oltre 85% dei votanti ha votato Si. 

Si tratta di un segnale forte. 
Ora, credo che il governo debba prendere in considerazione l'indifferibilita' di una politica energetica da portare avanti con coerenza e apertura. Ieri sera, nel discorso che ha fatto seguito alla chiusura dei seggi e ai primi dati, Matteo Renzi ha espresso il sentimento del governo nei confronti dei temi ambientali e delle fonti pulite, rimarcandone la vicinanza con i votanti e con il desiderio diffuso di riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente. 
Nel seguito, e' necessario un impegno vero, non più rinviabile, collaborativo e fattivo. Il governo, e il PD, non possono che trarne profitto.


Sin dalla sua formazione, questo governo e' "scoperto" sul fronte delle politiche ambientali ed energetiche, che non porta avanti politiche industriali, e le vicende di questi giorni ne sono la conseguenza. L'ho scritto più e più volte su questo blog. Si tratta di temi che non possono essere trascurati, ma in genere, se si lascia un vuoto politico poi se ne subiranno le conseguenze. Sarebbe ora necessaria una modifica della rotta seguita sin qui, un diverso orientamento che consenta al nostro Paese di essere all'avanguardia in ambiti che hanno potenzialità enormi.

POLITICA
Guida al Referendum del 17 aprile: una breve sintesi per punti. Con la quale andrò a votare, e voterò Sì.
12 aprile 2016

Pubblico una sintesi per temi riguardante il prossimo referendum del 17 aprile, sperando che possa tornare utile, indipendentemente dal voto (o dal non voto) che ciascuno vorrà scegliere. Sicuramente, le tesi qui espresse inducono a votare, e a votare Sì: sarà ciò che farò, senza ideologismi o estremizzazioni, semplicemente rispondendo ad un quesito che verrà posto ai cittadini italiani domenica prossima. Le ragioni del voto sono descritte nel precedente post del 5 aprile u.s.

Riassumendo, le ragioni del Sì sono sostanzialmente due: il fatto che la concessione sia diventata fino alla durata di vita utile del giacimento, che non condivido, e la necessità, che sta diventando impellente, di dare un segnale per far sì che si affrontino le tematiche energetiche nel loro complesso, invitando con forza ad operare per ridurre gli sprechi, aumentare l'efficienza, sostenere le fonti pulite.

Il testo del quesito referendario a cui siamo chiamati ad esprimerci la prossima domenica 17 aprile è il seguente:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Si tratta di un referendum abrogativo, uno strumento di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. In quanto tale, nel merito è sicuramente parziale e limitato. Il contenuto del quesito, inoltre, risente del percorso che ha portato ala richiesta di sei quesiti referendari, di cui 5 successivamente superati.

 

Affinché la domanda soggetta a referendum sia approvata occorre che si rechi a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto, e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”. Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età, si voterà in tutto il Paese, soltanto nella giornata di domenica 17 aprile, e potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum. Votando “No” la norma resterà.

Il referendum riguarda le attività connesse all'estrazione di idrocarburi nel mare italiano entro 12 miglia marine dalla costa. Gli idrocarburi sono il petrolio e il gas naturale, prevalentemente costituito da metano, che con il carbone sono ampiamente utilizzati per produrre energia per trasporto, elettricità, riscaldamento. Con il quesito referendario si chiede di cancellare la norma che permette alle società petrolifere di effettuare le loro attività di estrazione nella fascia costiera italiana entro le 12 miglia marine senza precisi limiti temporali; il quesito interessa tutti i titoli abilitativi già rilasciati e interviene sulla loro data di scadenza. Per contro, il quesito non riguarda le concessioni sulla terraferma, non riguarda quelle in mare che si trovano oltre tale limite, e nemmeno nuove concessioni entro la fascia costiera, che non potranno essere rilasciate poiché sono state vietate dalla Legge di Stabilità 2016.

In sostanza, con il referendum del prossimo 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di operare per estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo, senza una scadenza certa, ed in relazione alle attività già in corso, poiché in quella zona non potranno essercene di nuove.

La produzione di idrocarburi

I giacimenti di idrocarburi sono proprietà indisponibile dello Stato, la loro ricerca e il loro sfruttamento sono considerati di interesse pubblico e vengono effettuati da imprese private in un regime giuridico di concessione (titolo minerario). I titoli minerari sono il permesso di prospezione, il permesso di ricerca e la concessione di coltivazione. Gli elenchi delle concessioni sono disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico.

Il concessionario è soggetto al rispetto dei programmi, al pagamento di canoni proporzionati alla superficie interessata e al pagamento di royalties proporzionate alla quantità di idrocarburi prodotte.

Il percorso

Il limite delle 12 miglia marine è stato introdotto nel 2010 per le aree protette, a seguito dell’esplosione catastrofica della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che ha causato danni enormi all’ambiente marino di quelle zone, all’ecosistema, alla pesca, all’ambiente costiero. Successivamente, nel 2012 il limite è stato esteso all’intero litorale nazionale per le nuove ricerche, insieme all’obbligo di valutazione di impatto ambientale e al parere degli Enti locali interessati.

Precedentemente all’emendamento alla legge di Stabilità 2016 (che modifica il decreto legislativo 152/2006), la normativa in materia prevedeva una durata trentennale delle concessioni, prorogabile per altri vent’anni al massimo con apposita richiesta sottoposta a parere sul rinnovo da parte degli Enti locali interessati, e una durata di sei anni per la ricerca, anch’essa prorogabile.

Con la nuova normativa in oggetto, il governo ha vietato le nuove attività nella fascia entro le 12 miglia dalla costa, ma lo ha fatto eccettuati “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia potrà perciò continuare ad operare entro le 12 miglia se ha ottenuto la concessione prima, e farlo fino all’esaurimento del giacimento.

 

Con un comunicato del 5 febbraio scorso, il Ministero dello Sviluppo Economico informa che “tutte le domande di ricerca petrolifera entro le 12 miglia sono state rigettate. (…) Con i 27 provvedimenti è stata data piena attuazione al disposto di legge: all’interno  delle aree interdette non insistono più istanze di permesso di prospezione, di permesso di ricerca e di concessione di coltivazione di idrocarburi.” Dunque, la fascia costiera non è accessibile, ma restano attive per un tempo indeterminato le ricerche e le coltivazioni già in essere.

Il referendum è conseguenza di alcune scelte in materia di energia effettuate dal governo e dei contrasti che hanno suscitato con Amministrazioni locali, con associazioni ambientaliste e civiche.  Infatti, 9 consigli regionali - Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto - hanno inizialmente promosso sei quesiti. Solo uno è stato ammesso dalla Cassazione, mentre gli altri sono stati superati da nuove modifiche apportate alla legge di Stabilità approvata alla fine del 2015. Anche la decisione di non accorpare il referendum alla tornata elettorale di giugno è stata da molti giudicata incongrua.

Le conseguenze

Si pone il tema di cosa accade se vincono i Sì. In tal caso, a quorum superato, le concessioni in essere saranno valide fino alla scadenza, fra alcuni anni alcune, fra 20 anni altre. L’abrogazione della norma indicata nel quesito non implica perciò la chiusura di impianti o la perdita di posti di lavoro nell’immediato o nel prossimo futuro. Soltanto nel periodo successivo allo scadere di una concessione, in caso di vittoria del “Sì”, il tratto di mare interessato e situato nella fascia costiera entro 12 miglia marine resterà libero.

Se invece vincono i “No”, o se il referendum non supera il quorum, la norma recentemente introdotta resterà invariata. Le concessioni non avranno limiti temporali e saranno attive in ogni caso fino al termine dello sfruttamento del giacimento e non saranno sottoposte al vaglio delle Regioni e degli enti preposti.

Norme e territori

Una prima domanda da porsi riguarda la legittimità di una concessione a tempo indeterminato a proposito della libera concorrenza. L’assenza di scadenza per le concessioni già in attività, infatti, pone le compagnie interessate in una posizione di vantaggio rispetto ad altre che potrebbero subentrare. La normativa europea stabilisce regole precise in proposito ed è stato ipotizzato che un titolo a durata illimitata possa incorrere in un esame ed eventualmente una procedura d’infrazione da parte dell’UE.

Una seconda questione riguarda il significato che il titolo rappresenta per società e per il territorio. In alcune zone del Paese la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi rappresenta una parte considerevole dell’economia locale, anche in aree costiere. La concessione deve avere un senso per la comunità che la concede, in un quadro di scelte energetiche che riguardano il Paese intero. Non è più accettabile la contrapposizione fra ambiente e lavoro, il legame va sciolto sulla base di scelte razionali e capaci di guardare al futuro. Appare difficilmente giustificabile, però, che scelte in materia di energia vincolino la politica energetica futura a tempo indeterminato. Si tratta di un punto fondamentale: i futuri governi e legislatori non possono essere vincolati praticamente per sempre (fino ad esaurimento dei giacimenti) a decisioni prese ora.

L’energia

Ci si può interrogare sulla ragione della modifica introdotta, e sulla sua opportunità in termini di politica energetica.

La sicurezza energetica: la quantità di idrocarburi estratta dalla zona entro le 12 miglia dalla costa non è così significativa da mettere a rischio l’autosufficienza energetica – intorno al 2-3% dei consumi di gas, e circa 1% dei consumi di petrolio, considerando le piattaforme funzionanti. Per contro, può farci risparmiare una quota della nostra bolletta energetica con l’estero. Anche da questo punto di vista, si tratta di valutare se non siano opportune altre vie di risparmio.

Se si tratta di incrementare la quota nazionale di idrocarburi, allora essa va inserita in un contesto che nel suo complesso richieda tale scelta nella fascia costiera. L’argomento, perciò, non è soltanto una questione di paesaggio, già in sé importante, ma di politica energetica. Essa, come è noto, è geograficamente caratterizzata. Inoltre, la politica energetica per sua natura concerne il presente e si dilata nel futuro: le scelte fatte oggi influenzeranno i prossimi 20, 30, o 50 anni. Dunque si pongono in tutta la loro valenza i temi dell’approvvigionamento energetico futuro, delle scelte industriali ed economiche connesse, dell’influenza del consumo di idrocarburi sull’ambiente terrestre, sul sistema climatico, e il tema del rispetto dell’accordo internazionale sottoscritto alla COP21 a Parigi lo scorso dicembre nel quale la tendenza ad uscire dall’era del petrolio, del carbone e del gas, è scritta in termini chiarissimi.

Modificare lo stato delle cose, implica una serie di scelte atte ad orientare società, economia, energia verso minori consumi energetici da fonti fossili, capaci di ridurre in maniera consistente le emissioni inquinanti e climalteranti. Un complesso di azioni di questo tipo può portare ad un notevole miglioramento della qualità della vita, ed una riduzione delle diseguaglianze fra coloro che subiscono le conseguenze dirette di fenomeni di inquinamento locali, e del cambiamento climatico globale.

Ad oggi, alcune opzioni attuate dal governo con il decreto cosiddetto “spalma-incentivi”, o con lo stesso “sblocca-Italia”, appaiono in linea con una politica orientata al mantenimento di una quota complessivamente rilevante di idrocarburi nell’insieme energetico del nostro Paese. 

Il tema della politica energetica da adottare richiede comunque un’approfondita analisi e una trattazione a sé stante (ed è da anni l'oggetto principale di questo blog).

L’ambiente

La tutela dell’ecosistema marino è fondamentale per il mantenimento di un buon grado di equilibrio ecologico, per attività primarie come la pesca, per il turismo.

E’ noto che le piattaforme petrolifere sono diventate nel tempo luoghi ricchi di flora e fauna marina, rifugi di biodiversità. Accanto a questo benefico effetto, va tenuto conto che le attività di routine nelle piattaforme rilasciano normalmente nel mare sostanze chimiche inquinanti: Il Ministero dell’Ambiente effettua dei controlli periodici sulle conseguenze delle attività condotte. Anche la ricerca di gas o petrolio con la tecnica dell’Air-gun – esplosioni sottomarine con un dispositivo ad aria compressa per sondare il sottosuolo - è estremamente nociva all’ambiente marino e alla fauna.

Il rischio d’incidente, infine, nonostante la diversità degli impianti italiani, le minori dimensioni, e le norme stringenti, non si può escludere completamente. D’altro canto, se ad una minor produzione locale di idrocarburi corrispondesse una maggior importazione con l’arrivo di petroliere, aumenterebbe il rischio d’incidente di queste ultime. Ampliando questa considerazione si ricade nel grande tema della politica energetica; ci si può infatti interrogare sulla possibilità di ridurre i consumi di fonti fossili in modo da non aver bisogno di una quota, tutto sommato, marginale, di idrocarburi, e sui metodi per ottenere questo obiettivo.

L’economia

Energia ed economia sono strettamente legate. Da sempre, escludendo eventi eccezionali, alla crescita economica corrisponde una concomitante crescita dei consumi energetici e delle emissioni inquinanti dovute alla combustione delle fonti energetiche fossili.

Di recente, l’ultimo Rapporto IEA “Decoupling of global emissions and economic growth confirmed” (Agenzia Internazionale per l’Energia, rapporto scaricabile sul sito iea.org) mostra, per il secondo anno consecutivo, che le emissioni inquinanti generate dalla produzione energetica e industriale a livello mondiale hanno arrestato la loro crescita nonostante la crescita del PIL. In altre parole, le emissioni – finora legate, salvo eventi eccezionali, all’andamento dell’economia – paiono disaccoppiarsi dalla produzione di ricchezza. Questo evento caratterizza l’ultimo periodo dal 2013 ad oggi, quando al crescere del PIL mondiale di oltre il 3% non si è registrata un’analoga crescita delle emissioni inquinanti, che si sono stabilizzate. Le cause maggiori del fenomeno indicate nello studio sono il minor consumo di carbone, e la diffusione globale delle fonti energetiche rinnovabili.

Se il fenomeno continuerà, sarà un indicatore molto concreto che politiche di sviluppo sostenibile sono possibili. Forse sono anche auspicabili: maggior ricchezza con minori consumi di fonti energetiche fossili, grazie al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili, all’efficienza degli apparati produttivi e di consumo.

Scelte energetiche ed economiche sostenibili richiedono, per quanto riguarda i consumi di fonti fossili, particolare attenzione ai trasporti. Infatti, una parte rilevante dei consumi consiste nel consumo di carburanti. Per questa ragione, non basta prendere in considerazione le fonti rinnovabili, ma occorre tener conto delle nuove forme di mobilità, dei veicoli elettrici o ibridi, delle nuove tecnologie a basso consumo.

L’Unione Europea

Le Direttive dell’Unione Europea, le scelte in materia di energia, e l’insieme di azioni denominate sinteticamente “Climate Action” a tutela del sistema climatico locale e mondiale, pongono la questione energetica in primo piano ed indicano nell’insieme una direzione di marcia verso minori consumi, maggior efficienza e fonti pulite, in misura molto rilevante e con obiettivi sfidanti.

L’aspetto geografico della questione energetica pone, inoltre, la questione dei rapporti con i Paesi nostri vicini o confinanti al centro dell’agenda politica. Per questo, il tema della ricerca ed estrazione degli idrocarburi in Adriatico deve diventare una questione europea, nel quadro di una politica comune. Il territorio dell’UE ha scarsa presenza di fonti primarie, e forte necessità di integrare le proprie politiche energetiche.

Sul piano ambientale, l’Unione è da sempre avanguardia delle politiche a difesa del sistema climatico a livello mondiale, ed ha inciso notevolmente nella definizione degli accordi internazionali e nell’evoluzione delle pratiche.

Il nostro Paese deve muoversi in questo contesto, tenendo conto dei molteplici aspetti della questione.

Il referendum del prossimo 17 aprile può, infine, essere considerato una consultazione su quanto la pubblica opinione è diventata cosciente della questione energetica e climatica.


POLITICA
Referendum trivelle I: le ragioni per andare a votare (se il governo lascia vuoti importanti ne subisce poi le conseguenze)
5 aprile 2016
Inizio con questo post una serie di interventi tesi a spiegare le ragioni insite nel referendum del prossimo 17 aprile, comunemente indicato come il referendum sulle “trivelle”, incominciando con le ragioni per cui andrò a votare.

La democrazia e, per quanto mi riguarda, la socialdemocrazia.

Considero un referendum, a prescindere dal suo contenuto, un momento di partecipazione popolare (nel senso letterale “del popolo”) che si trova alla base del concetto di democrazia. Il nostro modello democratico è di tipo rappresentativo, dove la sovranità del popolo è delegata ai suoi rappresentanti eletti nelle istituzioni. Credo sostanzialmente che si tratti di un modello soddisfacente, nel quale è racchiusa l’impossibilità (o l'indesiderabilità) di realizzare modelli diversi di democrazia in società complesse come la nostra, ma credo anche che la delega rappresentativa non esaurisca tutti gli spazi democratici che possono portare partecipazione e contribuire alla vita sociale della comunità. Uno di questi è il referendum.
L’istituto referendario nel nostro Paese è soltanto abrogativo, e prevede il raggiungimento di un quorum nella partecipazione del 50% più uno. Si è discusso molto sul significato del quorum introdotto dai padri costituenti, e senza entrare nel merito, si può affermare essere fuori di dubbio il fatto che fra le legittime scelte c'è quella di non partecipare al voto. Pur essendo una scelta legittima, però, è anche una decisione che ha un significato politico, che presenta almeno due aspetti: uno, cercare di fare fallire la consultazione referendaria addizionando l'astensione legata alla contrarietà al quesito all'astensione fisiologica, due, operare di fatto contro una consultazione popolare.
Per quanto un quesito referendario sia giudicabile e criticabile, suggerire di non rispondere astenendosi è - altrettanto fuori di dubbio - un'opzione contraria alla partecipazione popolare, all'attenzione positiva per l'espressione del parere della cittadinanza che un grande partito dovrebbe avere, contraria alla condivisione di spazi di democrazia. Una scelta difficilmente collocabile a sinistra, nel solco delle socialdemocrazie e dei principi che le guidano. Non basta che le scelte siano “legittime”, occorre anche che le scelte siano politicamente significative, e in questo caso il suggerimento della segreteria PD lo è, ma in senso contrario al sentire politico che dovrebbe esprimere.

La politica energetica.

Sembra incredibile, ma le uniche occasioni per parlare di scelte politiche in materia di energia sono i referendum che periodicamente ci ricordano che fra le azioni di governo ci sono anche queste.
Matteo Renzi domenica scorsa intervistato da Lucia Annunziata ha detto, fra le altre cose, che la scelta di ministri con profilo tecnico riguardo tematiche come quelle energetiche (in riferimento all'ex-ministro Federica Guidi) al momento della formazione del governo avviene anche a causa dell’opinione diffusa circa una carenza di competenze in materia da parte dei politici. Questa affermazione ha del surreale: in effetti, da anni viviamo la condizione per cui questi temi non entrano nell'agenda politica del Partito Democratico sulla pagina principale per scelta precisa di chi dirige il partito. Non si fatica ad immaginare che sia stata una scelta che ha guidato anche la formazione del governo. Semmai, è la ragione di tale scelta che Matteo Renzi dovrebbe spiegare agli italiani.
Una delle conseguenze di tale situazione, consiste nel vuoto, o quasi, lasciato: si sa che un vuoto, in politica, viene riempito da altri. Infatti, mentre da anni siamo pochi adepti a sostenere nel PD che occorre far politica anche energetica ed ambientale praticamente quasi invano (non dimentico la legge sugli ecoreati, ma non si tratta di politica energetica), altre formazioni si stanno occupando del tema, magari con facili posizioni decise sulla base della convenienza politica come il M5Stelle.
Invece, finalmente in questi giorni si parla di fonti di energia, di pozzi per la trivellazione del sottosuolo, delle ricerche nei fondali marini, di tecniche discutibili come l'air-gun per l'esplorazione e la ricerca, di oleodotti, di navi petroliere. Di rinnovabili, di Cop21, di carburanti e di industria. Vale a dire, della spina dorsale del sistema economico ed industriale italiano. Temi centrali per la politica e per il governo; ma temi di cui non si parla mai. Il ministro che ha dato le dimissioni pochi giorni fa, ricopriva nel governo guidato da Matteo Renzi uno degli incarichi principali.
Oltre a spiegare le ragioni per cui questi argomenti, nonostante la loro importanza, restano a margine del dibattito politico, sarebbe ora che il Partito Democratico (di cui Matteo Renzi è anche segretario) li ponesse al centro della propria azione politica, e che di conseguenza lo facesse il governo (a maggioranza PD).
Se tutto ciò è già significativo,  si può aggiunge la difficoltà politica inequivocabile legata al confronto fra il governo e le Regioni che hanno richiesto il referendum, molte governate da una maggioranza PD. Questo aspetto mostra un'azione politica sostanzialmente debole, incapace di mediare con gli enti locali interessati persino quando vicini politicamente.

Torno al tema del referendum, senza entrare nel merito della questione (lo farò nei prossimi giorni) per dire che andrò a votare.  Se l'unica possibilità  per esprimere il mio parere su un tema così importante passa da un quesito referendario, per quanto limitato o ostico possa essere, allora la raccolgo. E lo faccio senza lasciare cadere l'opportunità offerta da un istituto che, per quanto legittimamente vincolato ad un quorum, è un istituto di democrazia, di partecipazione, di coinvolgimento, in questo caso su temi che è ora che escano dalle segrete stanze.


POLITICA
La vera sfida è costruire e portare avanti una strategia di contenimento dei consumi di gas e petrolio, ed una concomitante crescita economica
16 gennaio 2016

Il Ministro Federica Guidi ha chiarito che il Ministero dello Sviluppo economico non ha concesso alcun permesso di effettuare esplorazioni in mare entro il limite delle 12 miglia e che non sono state rilasciate autorizzazioni alla vigilia della presentazione della legge di Stabilità, rispondendo così alle polemiche ormai accese da tempo e acuitesi in questi ultimi giorni.  

Secondo l’agenzia Reuters, il Ministro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic riguarda soltanto, e in una zona oltre le 12 miglia, la prospezione geofisica e non prevede alcuna  perforazione che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. La Legge di Stabilità, venendo incontro alle richieste referendarie, ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste. Il permesso alla Petroceltic non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia. Nessun altro permesso di ricerca, in nessun’altra parte del Paese, è stato rilasciato alla vigilia dell’approvazione della legge di Stabilità.”

Si tratta di un’importante posizione in quanto mira a far chiarezza in un contesto denso di schermaglie e confronti anche accesi – inclusivi di un referendum richiesto da associazioni ed enti locali – sul tema della politica energetica da perseguire. La maggior parte delle polemiche poteva forse essere evitata fin dal principio, assumendo una linea chiara. Ma va detto che, per costruirla, è necessario inserirla nel contesto internazionale che vede il petrolio e il gas protagonisti, nonostante tutto, di uno scenario globale che parte dai consumi, passa per l’Isis e quanto vi sta intorno, incrocia l’accordo di Parigi, finisce in Europa ed in Italia dove si stenta a trovare il bandolo della matassa per costruire la maglia di una politica energetica comune – che poi non è slegata da quella ambientale, su cui l’UE si è mostrata più unita.  Per fare esempi molto vicini a noi, il petrolio sotto l’Adriatico coinvolge anche la Croazia, i gasdotti che portano il gas naturale in Europa riguardano tutti i Paesi dell’Unione. 

Stiamo attraversando una fase di basso prezzo del petrolio (a dir poco: si potrebbe parlare di un vero e proprio crollo), e questo fatto porta con sé alcune conseguenze, non tutte positive come a prima vista si potrebbe pensare. Produrre energia costa sicuramente di meno, ma le minori entrate dei Paesi produttori implicano minori spazi per le esportazioni nostrane. In generale, in un’economia il cui sviluppo è stato fondato, e si è successivamente consolidato, sullo sfruttamento delle risorse energetiche fossili – petrolio, gas, carbone – ogni eccesso provoca squilibri, in un senso o nell’altro. La letteratura dedicata in questi giorni si sbizzarrisce in ipotesi diverse circa gli andamenti futuri, e su basi di solito estremamente ragionevoli può raggiungere conclusioni del tutto diverse (far previsioni sul petrolio è sempre stato difficilissimo, e quasi mai gli esiti reali sono conformi alle stesse). Ma sulle cause del crollo ci sono pochi dubbi a proposito degli effetti di un eccesso di crescita dell’offerta rispetto alla crescita della domanda. In altre parole, negli ultimi anni a livello globale la domanda è aumentata di poco mentre la capacità produttiva mondiale è aumentata di più, e la legge della domanda e dell’offerta ha dato i suoi risultati. Del tutto normali, stando alle leggi del mercato. La situazione più paradossale nasce dal fatto che la maggior parte dell’eccesso di offerta è dovuta allo shale oil statunitense (shale oil, shale gas, idrocarburi estratti dalle rocce del sottosuolo con una tecnica molto invasiva per l’ambiente, oltre alle sabbie bituminose canadesi), che ora va fuori mercato perché le tecniche utilizzate, molto costose, non reggono il basso prezzo di vendita. Si stima che l’estrazione con il fracking non sia più redditizia con un prezzo del petrolio al di sotto dei 65 dollari al barile (ora, gennaio 2016, siamo intorno a 30 $/bbl).

L’OPEC, dal canto suo, non è praticamente intervenuta per modificare la situazione. lasciando invariata la produzione (che, come si è detto, mette fuori gioco gli USA). La Eia – Agenzia per l’Energia statunitense, ha appena pubblicato un Rapporto in cui stima prezzi bassi del barile fino alla fine del prossimo anno (2017).  Forse un ruolo indiretto lo ricopre anche l’Isis, che si trova ad occupare parte del suolo iracheno e siriano dove il petrolio non manca, ed a svolgere un ruolo politico nel quadro mediorientale. Si stima che almeno il 55% delle entrate che sostengono lo Stato islamico provengano dal contrabbando di petrolio a prezzi stracciati, arrivando sui mercati in vari modi, magari non tracciabili.

In questo contesto la bolletta energetica nazionale cala, ma sarà meglio costruire fin da ora una linea da portare avanti che ci ponga ai ripari in futuro.

Innanzitutto, il governo italiano ha assunto da tempo, a mio avviso, una posizione corretta sul piano europeo e internazionale (pur con grande rispetto di Juncker e, ovviamente, della Commissione UE). L’opportunità di un ruolo più influente del nostro Paese in Europa può diventare ora realtà, visto che in varie occasioni ha espresso per primo posizioni corrette, che poi altri hanno sostenuto, in vai ambiti dai temi economici alla politica estera. Una posizione che va sostenuta e portata avanti con convinzione, perché il nostro Paese è sicuramente in grado di giocare un ruolo rilevante negli scenari politici ed energetici internazionali ed interni europei (scenari che ci riguardano molto da vicino, come abbiamo visto).

In secondo luogo, va pensata e potenziata una strategia che ci consenta progressivamente di liberarci dal petrolio acquistato all’estero non soltanto estraendolo dai nostri mari e dalle nostre terre, ma riducendone i consumi senza intaccare la crescita economica. Una strategia che in parte già esiste, fatta di una miriade di imprese green che hanno per lo più mostrato di reggere la crisi meglio delle altre, e di una altrettanta miriade di sindaci e amministratori che sperimentano sul territorio soluzioni nuove per alleggerire gli impatti ambientali, ma che va sostenuta e potenziata con un adeguato impegno in settori ad alto valore aggiunto di innovazione tecnologica a basso impatto ambientale.

Non sarà l’estrazione dell’ultima goccia di petrolio, o di gas, dal sottosuolo, magari spremendo la roccia come un limone con impianti più costosi di ciò che riesci a tirar fuori, a far la fortuna economica di un Paese, ma la capacità di impegnarsi nei settori più adatti alle proprie caratteristiche in un mondo che avrà estremo bisogno di ripulire l’aria, l’acqua, il suolo, e limitare i danni. Un impegno nella fascia dell’innovazione tecnologica, della qualità, della ricerca, legato ad un analogo impegno sul fronte della formazione, dell’istruzione e della successiva collocazione dei giovani, invece di consentire, o addirittura favorire, la loro emigrazione.

 

 

politica interna
I temi ambientali ed energetici da porre, senza riserve, nell'agenda politica del centrosinistra
7 gennaio 2016
Mentre il prezzo del petrolio è sempre più basso e gli interessi che vi ruotano attorno sono sempre più alti, in contrasto totale con gli esiti della conferenza Cop 21 sul cambiamento climatico di Parigi (in verità piuttosto modesti in quanto fondati su dichiarazioni d'intenti, come abbiamo già discusso), ed allo smog che ha inquinato aria e polmoni dei cittadini italiani durante le feste di fine anno sono state proposte dal Ministro dell'Ambiente Galletti cure palliative in attesa che la pioggia portasse le polveri e gli agenti inquinanti nel suolo e nelle falde - non certamente nel nulla come viene fatto credere -  il fenomeno del riscaldamento globale continua la sua strada imperturbabile, come deve essere, ai problemi energetici dell'umanità.

Risulta dai rilievi scientifici che il 2015 è stato l’anno più caldo di sempre, dentro un andamento in ascesa in cui 13 degli ultimi 14 anni più caldi sono stati registrati durante questo secolo. Durante la fine del mese di dicembre e l'inizio del mese di gennaio 2016 è stato persino stabilito un record: al Polo Nord, la temperatura dell’aria ha superato 0 °C, facendo segnare +4 °C sul termometro. Le serie storiche indicano che, in questo periodo dell’anno, la colonnina di mercurio dovrebbe oscillare entro una forbice tra i -13 °C e i -43 °C, con una media di -30. Si stimano dunque circa 35 °C sopra la media del periodo. Una temperatura che porta i ghiacci del Oceano Artico a sciogliersi, o a non formarsi nemmeno. Il calore sta sciogliendo enormi volumi di ghiaccio marino durante i mesi primaverili, estivi e autunnali: resta soltanto l’inverno per ricreare uno strato gelato, che con simili temperature rischia di non formarsi affatto.
Ma il fenomeno del riscaldamento globale è destinato ad influenzare anche le produzioni energetiche, in una sorta di feedback socioeconomico-ambientale tendente ad aggravare la crisi. I fiumi di tutto il mondo hanno una portata d'acqua sempre minore, e sempre più calda. Una combinazione che può avere serie conseguenze sulla produzione di elettricità a livello globale. Secondo uno studio pubblicato  sulla rivista scientifica Science (all'indirizzo in calce), condotto su più di 25 mila impianti termici e idroelettrici, la dipendenza delle centrali di produzione d'energia dall’acqua per attivare le turbine le rende estremamente vulnerabili alle conseguenze dell'effetto-serra. L'analisi ha rilevato i parametri di posizione, capacità, potenza e tecnologia utilizzata per oltre 24.000 impianti idroelettrici e 1.427 centrali termoelettriche (ricorrenti ai vari combustibili nucleari, fossili, biomasse) che rappresentano rispettivamente il 78% e il 28% della capacità installata nel mondo. I risultati mostrano che, a partire dal 2040-2069, più di tre quarti degli impianti studiati soffriranno di riduzioni consistenti nella capacità di produrre energia, stimate in molti casi intorno al 30%.

Fra le notizie positive di questo periodo si segnala l'approvazione del Collegato Ambientale alla Legge di Stabilità. Ne parleremo diffusamente più avanti, ma le premesse sembrano buone. Si parla di trasporti sostenibli, con 35 milioni di euro messi a disposizione per il programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro, del fondo per la progettazione delle opere contro il dissesto idrogeologico, di 11 milioni per l’abbattimento degli edifici abusivi costruiti in zone a rischio, del credito d’imposta per le imprese che lavorano alla bonifica dall’amianto, degli appalti verdi, con i criteri ambientali minimi cui deve attenersi ogni pubblica amministrazione nei suoi acquisti, del sistema del ‘vuoto a rendere‘ introdotto per un anno in via sperimentale e volontaria, delle compostiere di comunità, della responsabilità del trasportatore in caso di sversamento in mare di sostanze pericolose, fino alle multe per chi getta in terra mozziconi e piccoli oggetti, e al divieto di pignoramento per gli animali d’affezione. Una serie di norme di civiltà insieme a provvedimenti interessanti e attesi da tempo.

Sul piano prettamente politico, credo che le prossime elezioni amministrative di primavera saranno un banco di prova anche su questi temi, che mi auguro entrino a pieno titolo nel dibattito e nelle basi per la costruzione delle alleanze, alla pari di altri argomenti. Mi aspetto che il contesto sia situato nel quadro offerto da un centrosinistra moderno e riformista.  
Penso che il Partito Democratico abbia ancora molta strada da fare sui temi che qui affrontiamo su un piano quasi esclusivamente tecnico e scientifico. Va ricordato che fra le ragioni della condizione di difficoltà del nostro Paese sul piano interno e internazionale, soprattutto in rapporto a Paesi a noi vicini culturalmente e storicamente, c'è lo scarso impegno a promuovere la ricerca scientifica e tecnica che da sempre ci caratterizza.

Lo studio citato pubblicato su Science Daily si trova al seguente indirizzo:

http://www.sciencedaily.com/releases/2016/01/160104130416.htm

POLITICA
Buone notizie: la Shell abbandona le trivellazioni nell'Artico, e in Regione Emilia-Romagna si adotta una buona legge sui rifiuti
1 ottobre 2015
La compagnia petrolifera Shell abbandona "per quanto prevedibile in futuro" le trivellazioni nell'Artico.
La notizia è stata data dalla stessa Shell, ed è stata accolta (prevedibilmente) con grandissima soddisfazione dagli ambientalisti, che da tempo si opponevano alla ricerca di idrocarburi nel mare dell'Alaska. La decisione di ritirarsi è conseguente al fatto che le perforazioni esplorative hanno portato a ritenere che le quantità di idrocarburi presenti fossero limitate al punto da rendere più costosa l'estrazione che la resa. In  sostanza, un investimento non in grado di generare profitto. Si tratta di una conclusione molto diversa da quanto ritenuto in precedenza da Shell sulla base degli studi fatti, che evidentemente avevano sovrastimato le riserve dell'area. Un fatto come questo rafforza le posizioni contrarie che si sono fatte sentire in questi anni, anche sotto forma di proteste pubbliche, e indebolisce notevolmente la posizione della compagnia, che ormai si appella come tutte alla qualifica di "combustibile di transizione" almeno per il gas naturale. Negli Stati Uniti le compagnie petrolifere sono molto forti anche sul piano comuncativo e culturale, e non sono inclini ad accettare nemmeno risultanze scientifiche come il cambiamento climatico. Il territiorio delle ricerche in questione, inoltre, è uno degli ultimi angoli veramente naturali del pianeta, un luogo dove il valore dell'ambiente valica i freddi calcoli sul fabbisogno energetico, arrivando a rappresentare plasticamente cosa intendiamo fare della Natura rimasta. La Shell si ritira e ne siamo felici. Altrettanto, si può affermare che un mondo sviluppato e privo di idrocarburi è ancora lontano, e la transizione in atto va gestita come fenomeno voluto poichè considerato indispensabile.
In questi giorni anche nel nostro Paese si sono fatte sentire le voci contrarie alle ricerche di idrocarburi nel nostro mare, ed in particolare all'apertura con regole più larghe voluta dal governo. Dieci regioni chiedono che il tema sia sottoposto a referendum. Credo che il tema di una politica energetica italiana ed europea non sia più rinviabile, e che le scelte debbano essere inserite in un contesto più ampio che faccia riferimento proprio alla transizione energetica verso un sistema più sostenibile. Anche le utility europee possono orientarsi verso una conversione, e in parte lo stanno già facendo. I costi delle rinnovabili sono in calo, i nuovi sistemi di accumulo sono sempre più efficienti, mentre il nucleare è praticamente finito su scala mondiale, l'inquinamento deve essere ridotto e lo shale gas e oil sono troppo invasivi per il territorio e troppo costosi. La sfida è verde, senza alcun dubbio.

Segnalo che è stata approvata in Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna una buona legge: la nuova legge regionale sui rifiuti urbani. Si tratta di un testo innovativo che si fonda sul modello di "economia circolare",  vale a dire un sistema economico che formi un ciclo chiuso dove si riduca, fino ad azzerare, la necessità e il ricorso a risorse esterne e il rilascio dei rifiiuti nell'ambiente. La legge introduce finalmente la tariffazione puntuale (si paga in base a quanto si conferisce) per i rifiuti, incentivi per i Comuni più virtuosi e premi alle imprese che smaltiscono in modo migliore.
Gli obiettivi, davvero ambiziosi,  sono di raggiungere entro cinque anni una raccolta differenziata del 73%, una riduzione del 25% delle produzione pro-capite di rifiuti, un riciclaggio al 70%, il contenimento del numero di discariche e di inceneritori e l'autosufficienza regionale. Con voto a maggioranza, favorevoli Pd e Sel, astenuti M5s e Aer, contrari gli altri, l'Assemblea legislativa ha approvato il progetto di legge. Su temi come questi sorprende l'astensione del Movimento 5 Stelle che, come ha detto il Presidente della Regione Bonaccini, hanno perso una buona occasione.

Per maggiori informazioni:

http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/primo-piano/rifiuti-urbani-approvata-in-assemblea-la-nuova-legge

politica interna
Fra il dibattito per Bologna e le trivelle in Regione
17 luglio 2015
La partita del futuro governo della città, già molto attiva in questi giorni a Bologna, non dovrebbe far dimenticare i temi legati all'ambiente. Anche in Regione alcuni interventi mostrano una linea politica a luci ed ombre, che in alcuni casi e' persino di difficile identificazione, come nel caso energetico. Nulla di nuovo, si potrebbe dire, per un Partito Democratico che nel suo complesso fatica a capire cosa vuol fare da grande su questi argomenti.
Come emerso in un incontro pubblico lo scorso venerdì 10 luglio, a cui ha partecipato fra gli altri l'attuale Assessore all'Ambiente e Urbanistica Patrizia Gabellini, la città mostra tuttora un divario con altre città europee analoghe per altri aspetti a Bologna su molti ambiti riferibili ai temi ambientali, nonostante una serie di interventi sicuramente condivisibili e utili a sbloccare una situazione di quasi stasi ultradecennale - per citarne un paio, il PAES Piano d'azione per l'energia sostenibile nel quadro del Patto dei Sindaci, o il più recente Blue Ap, un interessante piano per l'adattamento ai cambiamenti climatici che punta molto sull'incremento di verde. In effetti, i problemi del traffico urbano e periurbano, della presenza tuttora di impianti di riscaldamento obsoleti a gasolio, di una scarsa quota di ambientalizzazione degli edifici, compresi quelli pubblici come per esempio le scuole, insieme a questioni più specifiche come la presenza di amianto o di inquinamento acustico o luminoso, caratterizzano ancora oggi il contesto urbano di una città che per molti versi e' fra le più avanzate, con un livello di qualità dei servizi fra i più alti. La differenza fra Bologna e Amburgo o Copenhagen, per non dire di Friburgo, e' evidente, basta andarci e muoversi sui mezzi pubblici o sulle biciclette, che consentono di raggiungere anche la provincia, o vedere gli edifici a basso consumo che formano interi quartieri, la raccolta e il riuso dell'acqua, l'altissima percentuale di raccolta differenziata. Nel corso degli ultimi vent'anni abbiamo in realtà assistito all'allontanarsi delle vie percorse dalle Amministrazioni locali, con scelte molto green per le une, più tradizionali per Bologna. Chiunque si sia occupato di ambiente in tale periodo sa che troppo spesso le aspettative poste da pianificazioni o dichiarazioni sono andate deluse. 
Ora che il territorio provinciale e' Città Metropolitana, inoltre, la sfida e' maggiore ma favorita dal contesto di area vasta in cui meglio si inquadrano i temi ambientali. Il territorio provinciale influisce molto e direttamente sull'ambito urbano, basti pensare che oltre il 50% del traffico in città proviene dalla provincia. Sarà indispensabile raccordare le politiche cittadine con quelle metropolitane.

E sarà indispensabile raccordarle anche con quelle regionali. L'Amministrazione della Regione Emilia-Romagna si sta muovendo a luci ed ombre riguardo questi temi, passando da un piano dei rifiuti con obiettivi sfidanti di differenziata e riciclo, all'apertura alle ricerche di idrocarburi, dopo un breve periodo di stop quando si è pensato che potessero influire sui terremoti, in perfetta linea con il governo nazionale. 
Ora, non è che si devono fermare le ricerche degli idrocarburi; il problema e' che le si devono inserire in un insieme di atti e linee di indirizzo che formino una coerente politica energetica. Questo e' ciò che manca, e che purtroppo manca da anni, a partire dal livello nazionale.
Restando in Regione, le dichiarazioni dell'Assessore alle attività produttive Palma Costi circa il fatto che il metano sarebbe il combustibile della transizione energetica, spiegando così l'apertura alle trivelle, sono discutibili. Infatti, il ragionamento sul gas come combustibile della transizione e' vecchio di vent'anni (o più), ed è proprio per questo che in Italia abbiamo talmente tanto gas da poterne importare il doppio di quello che consumiamo. Semmai, le ragioni sono economiche, ovvero la volontà sfruttare il gas presente sul nostro territorio. Dunque poniamo le ragioni economiche, ma costruiamo anche uno scenario energetico che verifichi gli obiettivi pregressi e ne ponga dei nuovi, considerando la necessità di ridurre l'inquinamento e il ricorso agli idrocarburi (appunto).

ECONOMIA
Le energie pulite non si fermano
7 febbraio 2015

In un articolo intitolato “Sette ragioni per cui il basso prezzo del petrolio non fermerà le rinnovabili” Tom Randall di Bloomberg spiega sinteticamente ed efficacemente le ragioni della sua conclusione nettamente a favore delle fonti di energia rinnovabile. Si può leggere l’intero articolo all’indirizzo in calce.

In sostanza, Randall si pone la domanda che tutti noi ci poniamo: ma ora che il prezzo del petrolio è calato fino a dimezzarsi e il gas è altrettanto a buon mercato, che fine faranno le rinnovabili? Dato che tutto funziona in termini economici, e non certo fisici, si tornerà ad un periodo dominato dalle fonti fossili, in cui le rinnovabili resteranno al margine come è stato per decenni prima del recente cambiamento favorevole alle energie pulite? La risposta è no, le rinnovabili continueranno a crescere, e le ragioni sono espresse in 7 punti.

Innanzitutto, la considerazione base: il sole non compete con il petrolio e i suoi derivati, semmai con il gas, ma appare ormai ben consolidato nel panorama energetico ed elettrico, e sempre in crescita, nel mondo ed in alcune aree del mondo fra cui l’Europa. Per quanto ci riguarda, ci sarebbero considerazioni da fare sulla nuova Commissione Europea guidata da Juncker e sulle scelte che ha fatto riguardo energia e clima, e sul nostro Paese, dove il governo non riesce a mantenere una linea sulle modalità di incentivazione, ma ne parleremo in altra occasione. Seguono poi una serie di considerazioni sui prezzi dell’elettricità e delle fonti rinnovabili da adattare anch’esse al contesto locale, dalle quali emerge comunque il velocissimo abbassamento del costo del solare negli ultimi anni, e il contesto favorevole alle auto elettriche - anche in questo caso, una scelta che ancora oggi non riguarda l’Italia. Infine, che il prezzo del petrolio non resterà sempre così basso e che gli investimenti in energie pulite sono in continua crescita.

Frattanto, è notizia di questi giorni che la Chevron abbandona i suoi progetti di ricerca ed estrazione di gas dalle rocce,  lo shale gas, in Polonia poiché non sono più redditizi. Chevron ha rinunciato dopo che i suoi guadagni per il quarto trimestre del 2014 erano scesi di quasi l 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il basso prezzo del petrolio ha fra le sue conseguenze benefiche quella di spingere fuori dal mercato l’estrazione di shale gas/oil tramite il fracking, una tecnica di frantumazione delle rocce del sottosuolo ed estrazione degli idrocarburi contenuti con l’ausilio di prodotti chimici altamente invasiva per l’ambiente. In Europa sembra dunque che il fracking resti fortunatamente al palo, visto che anche i pochi Paesi UE che avevano mostrato apertura alle compagnie petrolifere ora sono investiti dagli eventi che frenano il settore (che non avevano previsto).

Dati gli ampi spazi in cui sarebbe possibile operare per una riconversione ecologica dell’economia e in cui sarebbe possibile promuovere settori nuovi, in crescita, ad alto contenuto di ricerca e innovazione, non si capisce perché si insiste con metodi e scopi vecchi, superati, capaci soltanto di ancorarci al passato e frenare lo sviluppo del futuro, che non può essere altro che sostenibile. Il governo italiano, ad oggi, nel quadro a luci ed ombre che va dipingendo, non riesce ancora ad imboccare una strada matura in questa direzione, e fatica a svincolarsi da un’ottica superata che anche Matteo Renzi, nella sua proposta di innovazione, non riesce ad assumere. Modificare i meccanismi di incentivazione alle rinnovabili non è innovativo, ridurre i vincoli ambientali nemmeno, immaginare che la crescita economica avvenga oggi con gli stessi criteri e presupposti degli anni del dopoguerra meno che mai. Ma le cose da fare non mancano, anzi attendono da anni, e sarebbero capaci di lanciare il nostro Paese davvero nel futuro.

Attendiamo con fiducia la “svolta buona” anche qui.


L’articolo citato si trova al seguente indirizzo:

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-01-30/seven-reasons-cheap-oil-can-t-stop-renewables-now

La notizia su Chevron che lascia la Polonia si trova qui:

http://www.rinnovabili.it/ambiente/chevron-polonia-fracking-333/

politica interna
Quando la voglia di fare, da sola, non basta (anche se ci piace)
6 gennaio 2015
Ho apprezzato la lettera inviata da Matteo Renzi agli iscritti PD per augurare un buon 2015, propositivo e ricco di spunti. L'ho apprezzata per la voglia di fare che riesce a trasmettere, per l'approccio diretto ai problemi su cui poi, senza facili entusiasmi, proveremo ad entrare interessandoci al merito. Contiene molti temi su cui vale la pena soffermarsi, ma partiamo dal nostro, il più negletto nel Partito Democratico che, invece, ritengo dovrebbe essere fra quelli posti più in luce.
Renzi cita fra i tanti anche un prossimo Green Act, un testo su ambiente ed economia che arriverà nei prossimi mesi (non mi fisso sul cronoprogramma). Si tratta di una scelta favorevole allo sviluppo dell'Italia in termini attuali e favorevole ad una riduzione degli impatti ambientali, un processo positivo in se'. Questo prossimo testo sull'ambiente dovrà inserirsi, però, nel contesto formatosi nel tempo anche a seguito di decisioni prese dall'attuale governo, che comprende vari provvedimenti, di cui abbiamo più volte parlato, finalizzati a ridurre regole e vincoli per promuovere uno sviluppo largamente tradizionale (ovvero ambientalmente invasivo). Ci sono stati anche provvedimenti positivi, come il collegato ambientale alla legge di stabilità, ed altri ne arrivano, come la Strategia per l'Adattamento ai cambiamenti climatici, ma resta un quadro assolutamente non definito sul tema. 
La scelta discutibile di aprire alla ricerca di idrocarburi nei nostri mari, evidentemente presa da qualcuno che non ha previsto il recente calo del prezzo del petrolio, in realtà non è mai stata discussa nel PD. Credo che, in ultima analisi, si tratti di una scelta addirittura estranea alla linea di politica energetica che il PD dovrebbe avere, stante la sua collocazione politica, e stanti i suoi documenti di "nascita", Statuto e Manifesto dei Valori - fermo restando che nel governo il PD non è solo. 
Il tema di quale sia la politica energetica del Partito Democratico resta presente da sempre ed e' tuttora invariato; si tratta di un tema fondamentale sia per la sua importanza, sia per il fatto che è un tema in grado di caratterizzare la collocazione politica di un partito. Non è trascurabile sapere quali indirizzi una formazione politica  intende portare avanti in questo ambito. Gli elettori PD credo che siano interessati a sapere se la formazione che hanno votato o intendono votare punta su rinnovabili, efficienza e risparmio, oppure su fonti fossili, carburanti, consumi e impatti relativi su ambiente e salute. Se, secondo Bobbio, la sinistra si caratterizza per la ricerca dell'eguaglianza, allora l'eguaglianza riguarda anche le generazioni future che dovranno abitare questo pianeta e vivere nel suo ambiente (non abbiate paura, colleghi politici e di partito, a pronunciare questo bel vocabolo), se la sinistra, secondo Renzi, si caratterizza per la predisposizione all'innovazione, allora non c'è ora innovazione migliore sotto ogni profilo di quella per le energie pulite ed il risparmio. 
Questo sarebbe il vero cambiamento da portare avanti da parte di chi afferma di voler "cambiare l'Italia", la vera trasformazione utile alla collettività, anche a rischio di toccare qualche posizione beneficiante dello status quo. Vedremo se Matteo Renzi sarà in grado di raccogliere la sfida, e vedremo se anche gli altri leaders del partito saranno analogamente in grado, visto che ora la politica sceglie altri percorsi in modo molto netto, ma poco dibattuto. Se la voglia di fare non è sostenuta da profonde analisi politiche e sociali si rischia l'incompiuto, un luogo della pratica politica e amministrativa potenzialmente più deleterio del business as usual per il nostro Paese.



ECONOMIA
La frantumazione del prezzo del petrolio
1 dicembre 2014
Quando si dice che basterebbe una nuova fonte per risolvere il proprio problema energetico: le conseguenze possono essere, a volte, impreviste e mostrare che quando si parla di energia e' bene farlo in riferimento ad un insieme di fonti e non ad un unica "panacea" che non risolverà mai (forse: attendiamo la fusione nucleare) tutti i problemi. Lo si è detto per gli Stati Uniti: l'ampia diffusione della tecnica del fracking per estrarre gli idrocarburi non convenzionali e' sembrata a molti, un po' incauti, la soluzione del loro problema energetico.  In realtà, dato che la questione energetica e' un argomento complesso, e la politica energetica e' cosa seria, le cose si sono seriamente complicate. 
Mentre, infatti, l'Europa rallenta il suo impegno su rinnovabili ed efficienza (con l'accordo 40-27-27 al 2030, poco discosto dallo scenario previsto a politiche invariate) mostrando un'indecisione inedita sul tema, il prezzo del petrolio continua a scendere, e lo fa in misura non prevista dagli analisti negli scorsi mesi o anni.
I greggi WTI e Brent si trovano, ad oggi, al di sotto di 70 dollari al barile, in calo continuo dal mese di giugno. Per esempio, il Brent e' passato da 115 a 69 dollari, una diminuzione del 40% in sei mesi. Vediamo di sintetizzare brevemente quali possono esserne le cause.
I fattori che determinano l'andamento del prezzo del petrolio sono sempre numerosi, e sarebbe assurdo considerarne uno solo; ma sembra evidente che la maggior disponibilità di greggio sui mercati sia fra le principali cause del fenomeno. Il forte impegno statunitense posto nella produzione di idrocarburi non convenzionali - con una tecnica molto invasiva che prevede la frantumazione delle rocce nel sottosuolo e l'estrazione con l'ausilio di agenti chimici, il fracking, avversato da chi si occupa di ambiente per ragioni di tutela e salute) ha fatto si che gli USA praticamente dimezzassero le importazioni di petrolio nel giro di una decina d'anni, causando, visto che sono i maggiori consumatori mondiali, un notevole incremento del greggio disponibile sui mercati mondiali. A questo fatto si sono accompagnati una riduzione della domanda nei Paesi industrializzati, un incremento inferiore al previsto della domanda nei Paesi in via di industrializzazione, ed un aumento della produzione dovuto agli investimenti fatti nel recente periodo. Tutti i fattori messi insieme hanno portato ad un eccesso di offerta sul mercato globale, ed alla conseguente diminuzione del prezzo. 
Ora, l'Opec e' orientata a mantenere il livello basso. Infatti, alla conferenza di Vienna ha deciso di non variare la produzione, restando sui 30 milioni di barili al giorno. Questo potrebbe mettere fuori mercato la produzione non convenzionale americana: l'estrazione dalle rocce e' una tecnica che richiede ingenti investimenti iniziali che potrebbero non essere più coperti dai ricavi. Secondo un'analisi di Bloomberg, sono già 19 i giacimenti di shale americani non più redditizi con le attuali quotazioni del petrolio.


ECONOMIA
Quale futuro: più petrolio o meno consumo?
20 maggio 2014

Tentare di risolvere la questione energetica non è cosa semplice, ma alcuni fatti che ne stanno alla base possono servire al dibattito, senza pretesa alcuna, ma con spirito di confronto.

L’occasione la offre Romano Prodi che, con un articolo pubblicato il 18 maggio scorso su Il Messaggero, interviene sulla questione energetica portando all’attenzione un aspetto che riguarda da vicino scelte fondamentali per il futuro del nostro Paese: la presenza di giacimenti di idrocarburi nel sottosuolo, in terra e in mare, italiano ed il loro sfruttamento.

In sostanza, Prodi sostiene che potremmo avere a disposizione maggiori risorse per altri scopi aumentando notevolmente la produzione nazionale, e riducendo così la cifra che paghiamo per l’importazione di prodotti petroliferi e gas. In tal modo potremmo anche dare un impulso alla crescita economica. L’occasione la offre la Croazia, che intende fare ricerche per sfruttare giacimenti in mare aperto, nell’Adriatico, dove sembra vi siano quantitativi promettenti.

Nel merito, non condivido questa posizione, e cercherò di spiegare perché.

Oltre a quanto qui riassunto (l’articolo completo si trova all’indirizzo in calce), infatti, la questione energetica comprende alcuni punti, importanti per formare una linea di intervento, che vale la pena di considerare.

Il primo di essi, riguarda le ragioni per cui utilizziamo il petrolio e il gas. Il primo soprattutto nei trasporti, e secondariamente nel riscaldamento, il secondo soprattutto per produrre elettricità, e poi anch’esso nel riscaldamento. Dunque, la priorità dovrebbe riguardare come fare per ridurre i consumi di petrolio e di gas:  intervenendo per esempio nel settore trasporti con politiche adeguate, e nella produzione di calore e di elettricità con le moderne tecnologie che consentono di produrre in modo rinnovabile o di risparmiare e recuperare. Sarebbe una scelta di grande significato politico preparare un Piano dei Trasporti finalizzato alla razionalizzazione e complessiva riduzione dei consumi di carburanti in un Paese, l’Italia, che ha fatto dell’autotrasporto di persone e merci la cifra del proprio sviluppo economico post-bellico. Potremmo scoprire che si può risparmiare tanto quanto estraendo petrolio dalla Basilicata o dal Mar Adriatico, o forse anche di più.

Il secondo, riguarda l’ammontare reale delle riserve nel sottosuolo, e la quota estraibile con profitto. Secondo dati del Ministero dello Sviluppo Economico, si stima un totale di 282 Mtep fra riserve certe e possibili, ma si leggono stime diverse, come 700 Mtep sul Sole24ore, che comunque sarebbero capaci di alimentare una produzione soltanto di una percentuale maggiore dell’attuale. In ogni caso, al ritmo di 60 Mtep consumati nel nostro Paese, si tratta di allungare di qualche decina d’anni la sopravvivenza di una larga quota di combustibili fossili nel nostro sistema economico e produttivo.

Ma questo significa allungare di altrettanto l’impegno verso la costruzione di un sistema nuovo, che ci liberi gradualmente dalle fonti energetiche più costose ed inquinanti, e formi un sistema industriale, dei trasporti, residenziale, etc. innovativo e più sostenibile per l’ambiente. Questo è il punto centrale, e preminentemente politico. L'innovazione a basso impatto ambientale, il recupero di energia e materia, la ricerca, credo che costituiscano la strada per il futuro della nostra economia, da imboccare senza traumi eccessivi, ma con decisione. L’altra è l’economia del passato, quella che ha portato, grazie alla combustione in atmosfera di composti estratti dal sottosuolo, alla modifica della composizione dell'atmosfera, al riscaldamento globale e all’alterazione del sistema climatico.  Un sistema economico che non potrà, comunque, continuare per sempre: i giacimenti finiscono, mentre l’ambiente inquinato resta.

Terzo, la Croazia. Premesso che le considerazioni qui esposte valgono ovunque, si tratta di un Paese che deve ancora fare una sua parte di sviluppo, dunque che si trova, o dovrebbe trovarsi, in una posizione ben diversa dalla nostra: la posizione di chi dovrebbe scegliere in modo più diretto un tipo di sviluppo maggiormente sostenibile. Ma il nostro Paese dovrebbe trovarsi ora in un percorso innovativo, non rincorrere lo sviluppo dei decenni del boom economico quando dovrebbe già essere oltre, nella fase della costruzione di un’economia più avanzata.

Quarto, il rischio ambientale. Oltre all’inquinamento dell’aria, sappiamo che trivellare in mare comporta rischi seri per l’ambiente: dagli incidenti alle piattaforme di estrazione, a quelli alle navi che trasportano gli idrocarburi, per finire alla subsidenza delle zone costiere (ma si propone di spostarsi in mare aperto, comunque un aspetto da verificare). Nel caso dell’Adriatico (o del Mediterraneo), un mare chiuso e densamente abitato sulle coste, una simile evenienza comporterebbe gravissime conseguenze – e costi altissimi.

Mentre si discutono questi aspetti, non va dimenticato che le fonti rinnovabili hanno raggiunto una quota intorno al 30% dell’energia elettrica (anche grazie a scelte fatte dai governi Prodi), smentendo coloro (fra cui numerosi esponenti politici di primo piano) che soltanto pochi anni fa decretavano che non avrebbero coperto che una frazione marginale. Il risparmio e l’efficienza possono raggiungere obiettivi anche superiori, sarebbe importante intervenire sul settore dei trasporti. Investendo in questi settori si può promuovere il settore industriale italiano che necessita, innanzitutto, di politiche adeguate e scelte precise, e contemporaneamente operare per ridurre la spesa energetica, nel rispetto dell’ambiente e degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti che l’Unione Europea ha stabilito.

 

L’articolo di Romano Prodi si trova al seguente indirizzo:

 

http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/prodi_quel_mare_di_petrolio_che_giace_sotto_l_amp_rsquo_italia/697134.shtml

 

 

TECNOLOGIE
Limiti UE alle emissioni delle automobili
25 febbraio 2014

Fra le novità che giungono dagli organismi dell’Unione Europea c’è l’obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti dei veicoli a motore che dovrà dare nuovo impulso al cammino di taglio alle emissioni già intrapreso.

Il nuovo traguardo consiste nel limite di 95 grammi di CO2 per chilometro dal 2021, coerente con la proposta recente della Commissione per il periodo che giunge al 2030.  In pratica, le nuove automobili dovranno contenere le emissioni entro tale limite, considerato raggiungibile con le tecnologie attuali, ma si tratta di una media complessivamente calcolata sulla flotta, consentendo la decurtazione del 27% rispetto al limite di 130 grammi al chilometro del 2015.

La decisione è considerata una scelta “win-win”, vale a dire vincente sotto ogni punto di vista, per i costruttori di automobili che possono spendere sul mercato un elemento competitivo, per i proprietari automobilisti che possono ammortizzare un prezzo maggiore con minori consumi di carburante, e per l’economia europea che può risparmiare in bolletta energetica (di importazione) e consentire ai propri cittadini una maggior possibilità di spendere in altri settori di consumo.

Questa scelta sarà seguita da altre analoghe, confermando ancora una volta il percorso “green economy” promosso dall’Unione. Si tratta di un fatto positivo, anche se nel caso specifico dei veicoli a motore un contenimento delle emissioni non può bastare riguardo il problema enorme dell'inquinamento e delle emissioni climalteranti. Il traffico veicolare infatti è una sorgente forte ed altrettanto difficile da contenere, data la vasta propensione alla mobilità con i mezzi a disposizione. Assai più complessa risulta diffondere una scelta in favore di mezzi alternativi che consentano di minimizzare il ricorso al veicolo privato.

 

Ogni ulteriore informazione si trova sul sito “Climate Action” della Commissione Europea al seguente indirizzo:

 

http://ec.europa.eu/clima/news/articles/news_2014022501_en.htm

 

politica estera
I venti di guerra in Siria passano anche attraverso i tubi del gas
30 agosto 2013

Sicuramente la guerra in Siria ha generato una catastrofe umanitaria, con decine di migliaia di morti e oltre un milione di rifugiati, a cui non si può restare indifferenti e si può persino pensare di rispondere con un intervento in armi, come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia ipotizzano in questi giorni (e forse è già più che un'ipotesi), ma sotto il velo dell'orrore giace come sempre la tela degli interessi economici ed energetici.
La Siria possiede petrolio, ma in fase calante, con il picco della produzione convenzionale superato nel 1996. I diversi interessi che può suscitare non sono perciò dovuti particolarmente alla produzione interna, ma alla sua posizione geografica, oltre che alla politica condotta dal suo regime, trovandosi nel bel mezzo della vasta area che dall'Europa orientale passa dal Medioriente e circonda il Mediterraneo a Sud: un'area che quando non è produttrice diretta è comunque attraversata dai flussi di petrolio o di gas. Un'area, inoltre, che è già direttamente investita da effetti evidenti, anche economicamente, del cambiamento climatico.
Pare infatti che in gioco vi siano accordi diversi per gasdotti diversi, con almeno uno che porterebbe il gas dall'Iran verso occidente attraverso l'Iraq e la Siria, e un altro che porterebbe il gas dal Qatar attraverso l'Arabia Saudita e la Siria. Con le conseguenze politiche del caso, nel primo incrementando le quotazioni politiche internazionali dell'Iran, nel secondo del Qatar (la questione è stata descritta in un articolo del Guardian lo scorso mese di maggio).  Altri scenari sono possibili, ma tutti sono legati al controllo delle risorse energetiche. Le implicazioni di una guerra condotta in Siria vanno dunque ben al di là del sollievo che possono portare alle popolazioni.
La Siria si trova in una situazione estremamente difficile anche sul piano ambientale, poichè il cambiamento climatico si fa sentire con un aumento dei periodi siccitosi in un'area che possiede già ampi territori desertici o semi-desertici. Le risorse idriche sono diminuite della metà, e la produzione di grano non è più sufficiente. L'acqua e le produzioni alimentari diventeranno le risorse da tutelare (e controllare) nel futuro, quando interi Stati saranno sotto il giogo del cambiamento climatico.
Parallelamente, i venti di guerra fanno aumentare il prezzo del petrolio, e c'è già chi prevede 150 dollari al barile (indirizzi in calce).  Può essere utile, oltre a progettare scenari geopolitici, tentare di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e dal gas?

Riferimenti:
www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/may/13/1
www.oilandgasiq.com/strategy-management-and-information/columns/150-dollar-oil-is-the-least-flammable-consequence/
www.nbcnews.com/business/how-syria-conflict-could-hit-oil-markets-best-worst-cases-8C11028644
 

politica interna
La regressione energetica del governo Letta: dopo il nucleare, il carbone
16 maggio 2013

La centrale di Porto Tolle ormai è un emblema di un paradigma energetico che non si vuole cambiare; persino la sua localizzazione, fra le nebbie, le acque, gli uccelli del Delta del Po, contribuisce a creare l'immagine dell'attacco alla Natura che resiste negli obiettivi di amministratori pubblici e di gestori energetici, riproducendo il conflitto fra ambiente e lavoro, fra salute ed economia, oltre la realtà, fuori dal tempo come soltanto un impianto dentro una fra le ultime aree naturali d'Italia può essere.
Il carbone costa poco, e questo dovrebbe bastare al gestore per fare una scelta riguardante il tipo di impianto, naturalmente, migliorando la situazione ambientale con la tecnologia  moderna, che consente di inquinare di meno rispetto al precedente impianto ad olio combustibile.  In realtà, questo non basta affatto, viste le emissioni di CO2 e soprattutto, vista la possibilità di convertire l'impianto a metano, come prevedeva la normativa riguardante il Parco del Delta del Po in cui si trova la centrale prima che la Regione Veneto la modificasse. Un modo non più accettabile di fare scelte energetiche: considerare avanti a tutto il costo del combustibile. Tutto ciò, poi , in un contesto italiano con grande eccesso di potenza elettrica installata, grande crescita delle rinnovabili, e notevole margine di risparmio energetico, che consentirebbe di ridurre proprio l'uso delle fonti energetiche più inquinanti e climalteranti.
E' vero che il carbone ha prezzo basso, che stanno aumentando le importazioni nei Paesi UE dagli USA, che con gli idrocarburi di scisto stanno modificando il mercato mondiale, ma è altrettanto vero che nel nostro Paese c'è la concreta possibilità di evitare i combustibili peggiori sul piano ambientale, dati alcuni aspetti del nostro sistema energetico, che non ha mai visto una quota rilevante di carbone e vede ora una quota sempre più interessante di rinnovabili.
La politica energetica dovrebbe farla, appunto, la politica, e qui nascono i problemi. Dopo l'apertura nientemeno che sul nucleare, il Ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato (PD) afferma di voler accelerare l'iter per la conversione dell'impianto a carbone, oggi sospeso in attesa della nuova Valutazione d’Impatto Ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente, in accordo con Luca Zaia (PdL), presidente della Regione Veneto.   Si tratta di un grave errore, frutto di una visione quantomeno vecchia della questione energetica. Ad essa si somma la considerazione praticamente nulla, stanti l'assenza di dichiarazioni, di un Parco di importanza naturalistica internazionale. Il Ministro, oltretutto, è del Partito Democratico, mentre la Responsabile Ambiente dello stesso, Stella Bianchi, si è espressa in senso contrario, in un quadro variopinto del partito in cui ognuno fa e dice quello che vuole. Naturalmente, condivido la posizone contraria.   Per l'ennesima volta, sperando che la querelle finisca, insieme al carbone.   Sarebbe interessante a questo punto sapere cosa ne pensa il Ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, anche lui del Partito Democratico.
 

ECONOMIA
70% della nuova capacità installata sarà rinnovabile, competitiva rispetto alle fonti fossili
23 aprile 2013

Nonostante condizioni di mercato definite difficili, si prevede una forte crescita delle rinnovabili dovuta al miglioramento della competitività che le porterà a coprire intorno al 70% della nuova capacità installata nel mondo al 2030.
Secondo Bloomberg New Energy Finance, che presenta l'analisi in uno studio portato al Summit annuale a New York, gli investimenti annualmente diretti a nuova potenza rinnovabile cresceranno da due volte e mezzo fino a oltre quattro volte e mezzo nei prossimi vent'anni, con uno scenario più probabile che vede un salto del 230%. Gli indicatori di una tale forte crescita si trovano nel continuo miglioramento della competitività del vento e del solare rispetto alle fonti fossili, e nella crescita delle fonti non intermittenti e pulite come idro, geotermia, biomasse.
Bloomberg stessa dice che la previsione si fonda su modelli che tengono conto di tutti i parametri del futuro energetico, compresi lo stato dell'economia, la crescita della domanda, l'evoluzione dei costi delle tecnologie, le politiche per i cambiamenti del clima, le tendenze del mercato delle fonti fossili. Dunque, si tratta di drivers ben fondati che, nel quadro che si è formato negli ultimi anni, mostrano una tendenza molto favorevole alle rinnovabili, pià delle previsioni formatesi negli anni recenti, e al di là del loro ruolo pur importante sul piano puramente ambientale. Una tendenza che si sta consolidando e che sta modificando le previsioni nate soltanto pochi anni fa e molto ottimistiche circa una lunga fase favorevole al gas (supportate, come è noto, anche dall'IEA nel World Energy Outlook del 2011).
Nel settore della generazione elettrica, le proiezioni stimano un 70% di nuova potenza rinnovabile installata al 2030, e soltanto il 25% di potenza da fonti fossili come carbone, petrolio o gas.  Riguardo quest'ultimo, le previsioni parlano di una stabilizzazione del prezzo a 9$/MMBtu (circa 7€) in Europa.
Uno dei dirigenti di Bloomberg NEF, Guy Turner, sostiene che "le tecnologie rinnovabili saranno il perno della nuova capacità installata, anche in una visione meno ottimistica dell'economia mondiale e delle policy effettive. Il principale driver della crescita futura del settore rinnovabile in questo lasso di tempo sarà il passaggio da politiche di supporto a costi in calo e domanda naturale". Sottolinea anche l'importanza di programmare l'integrazione delle rinnovabili intermittenti nella rete e sui mercati.
Scenari come questi descrivono un'evoluzione parzialmente diversa da quanto previsto nella Strategia Energetica Nazionale, che sceglie impegni dovuti e normalmente attesi sul fronte delle rinnovabili e dell'effiicenza, e impegni ben più gravosi sul fronte delle fonti fossili. Da tempo le cose stanno cambiando rispetto alle previsioni effettuate alcuni anni fa e che appaiono alla base delle scelte della SEN, occorre tenerne conto.

Maggiori dettagli sullo studio di Bloomberg si trovano al seguente indirizzo:
http://about.bnef.com/press-releases/strong-growth-for-renewables-expected-through-to-2030

NB politica:   Nel quadro desolante dipinto dal PD nell'ultimo periodo, Debora Serracchiani ha vinto in Friuli, congratulazioni e auguri.  Non ci vuole un genio a comprendere che la dirigenza (che non è certo la segreteria di Bersani soltanto) che ha gestito il partito negli ultimi vent'anni è ampiamente superata e immediatamente da sostituire con coloro che vincono le elezioni. Per restare al merito e ai temi che ci interessano, ieri sera Matteo Renzi intervistato da Lilli Gruber ha lamentato più volte la scarsa ma necessaria presenza dei temi ambientali ed energetici nel dibattito politico. Chi si occupa di temi concreti apprezza gli interventi politici che richiamano gli stessi perchè sa che è la chiave per il passaggio culturale che consente di introdurli e affrontarli. Senza quel passaggio, non si fa nulla (che è poi quello che si è fatto finora: nulla).  Staremo a vedere. Con fiducia.
 

POLITICA
Futuro energetico incerto fra trivelle, incentivi e approssimazione
28 aprile 2012

Le parole del Ministro Passera a proposito delle scelte in materia di energia che il governo attuale intende fare sono inequivocabili:  un sostegno alla ricerca di idrocarburi nel nostro Paese che, a suo dire, sarebbe foriero di sviluppo e posti di lavoro. La contrapposizione con le idee precedentemente espresse sulle rinnovabili, descritte come un costo in bolletta (elettrica), è parsa subito evidente ed è stata criticata aspramente da organizzazioni ambientaliste e di settore.  Secondo Passera, “se si aumentasse la produzione nazionale (di idrocarburi), adeguando la normativa italiana a quella europea, si potrebbe avere una riduzione della nostra dipendenza dall'estero, un aumento di 25.000 occupati con un aumento del Pil dello 0,5%", e ipotizza che "potrebbe consentire di attivare 15 miliardi di euro di investimenti, con 25mila posti di lavoro stabili e addizionali”.
Per chiarire, va detto subito che gli idrocarburi come gas e derivati del petrolio servono prevalentemente per i trasporti e per il riscaldamento, mentre le rinnovabili a cui si fa riferimento quando si esamina la struttura della bolletta sono quelle in grado di produrre elettricità. Quest'ultima è ottenuta ancora per la maggior parte con gas e petrolio, ma le rinnovabili sono in rapida crescita e coprono ormai una quota rilevante - secondo il GSE il 24% del CIL.
Le rinnovabili termiche e l'efficienza energetica, che sarebbero in grado di modificare in parte consistente la nostra necessità di combustibili da destinare al riscaldamento, restano indietro e per qualche ragione in posizione da sempre sottovalutata nel dibattito.
Detto questo, non si vede ancora una strada coerente che il governo intenda percorrere per affrontare la questione energetica: sembra piuttosto che i tentativi di coniugare modernità e mantenimento dello status quo si intersechino casualmente, offrendo apertura eccessiva a coloro che stanno tentando di ostacolare una vera transizione verso un nuovo sistema energetico. Il sostegno che troppo spesso la stampa fornisce è un terreno di coltura formidabile, nel momento in cui si saldano le preoccupazioni espresse ormai da anni per l'impatto sul territorio degli impianti a fonti rinnovabili alla quota in bolletta elettrica destinata agli incentivi, addirittura presentata nei telegiornali come la causa dell'aumento di questi giorni (vedi il post precedente).  Inoltre, una maggiore apertura alle trivelle non può non far pensare agli interessi di potenti compagnie per gli idrocarburi non convenzionali, ottenuti con tecniche altamente invasive per l'ambiente a partire dalle rocce del sottosuolo (scisto bituminoso).
Da qui la preoccupazione, a mio avviso corretta, che emerge dal mondo ambientalista e da coloro che hanno investito nel settore:  che in realtà si ritardi o si cerchi di arrestare lo sviluppo delle rinnovabili in un'ottica che non ha nulla a che fare con la sicurezza del sistema elettrico italiano, o più in generale del sistema energetico, ma che semplicemente difende interessi consolidati e particolari, e che tutto ciò sia parte di una cultura di governo dell'energia.
Questo è l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare la politica (energetica), e cioè delineare una strategia di lungo termine in cui il percorso verso un sistema energetico più pulito, sicuro e meno costoso sia guidato progressivamente, e non proceda a balzi in un verso o nell'altro a distanza di sei mesi, ed in cui i principali attori siano pienamente coinvolti. 
Per fare questo, bisogna intervenire con una programmazione nazionale coerente e di lungo periodo, con una revisione del Piano d'Azione Nazionale per le rinnovabili, che è nato con cifre assolutamente discutibili ed ora è già largamente obsoleto, con un Piano dei trasporti (altrimenti è inutile parlare di idrocarburi o meno), esaminando la situazione di una fonte strategica e che lo sarà sempre più in futuro come il gas, di cui peraltro non manca di sicuro la capacità ricettiva, anche se andrebbe diversificata. 
Ho i miei dubbi che il presente governo sia in grado di fare questo, come molte altre cose che si fanno attendere, forse perchè non sono nelle corde del gruppo dei "tecnici". In primis, la crescita economica, che non si fa soltanto facendo quadrare i conti, ma con iniziative specifiche. Queste ultime, a mio avviso, per le scelte che comportano possono costituire pienamente soltanto l'attività di un governo politico, nel senso che sia frutto di una scelta degli elettori.

La notizia con le parole del Ministro Passera può essere letta al seguente indirizzo della Reuters:
http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE83P04A20120426
 

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