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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di novembre:

 

In questo mese, sciami meteorici e costellazioni bellissime si affacciano all'orizzonte orientale, come Orione e Toro; la prima dalla sagoma inconfondibile brilla con la Cintura in bella evidenza, la seconda più alta nel cielo sembra osservarci con l'"occhio" di Aldebaran, una gigante rossa brillante. Gli splendidi ammassi aperti delle Iadi e delle Pleiadi ci segnalano l'arrivo dell'Inverno. Basta osservare la sera soprattutto verso Est, non fa ancora molto freddo e questo sicuramente aiuta la permanenza all'aperto.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio è osservabile ad occidente dopo il tramonto del Sole, estremamente basso sull'orizzonte.

 

Venere

La stella più brillante del cielo è ben visibile ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso è osservabile a Sud la sera intorno a mezzanotte e per tutta la notte. Il giorno 11 lascia la costellazione del Capricorno ed entra nell'Acquario.
 

Giove

Giove è oramai inosservabile.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli, osservabile la sera guardando a Sud-Ovest, purtroppo per un periodo sempre più breve dopo il tramonto del Sole .

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA
Bioplastiche in grande crescita
14 dicembre 2018
Tra il 2012 e il 2017, vale a dire in soli cinque anni, il settore delle bioplastiche ha registrato un fatturato in aumento del 49%, arrivando a 545 milioni, e un incremento della produzione pari all'86%, a 73 mila tonnellate. Questi sono i dati contenuti nel rapporto annuale di Assobioplastiche, l'associazione della filiera delle bioplastiche compostabili in Italia, presentato a Roma. Il contenuto del rapporto è descritto in breve all'indirizzo in calce.

Il settore offre anche buone prospettive di occupazione: gli addetti che operano nel settore sono 2.450, con una crescita del 92% nello stesso periodo, mentre il numero delle aziende è salito del 69%, raggiungendo le 240 unità. Per il 2018 il settore prevede un'ulteriore crescita dei volumi pari al 15%.
Per quanto riguarda le destinazioni, le 73.000 tonnellate di polimeri lavorati sono diventate shopper monouso per la spesa per il il 68%, sacchi per la raccolta della frazione organica per il 13%, mentre il restante 19% si trova ripartito tra agricoltura, ristorazione, packaging alimentare e igiene della persona.

Nel 2017, e per la prima volta dall’introduzione della legge 28 del 2012, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, con 49.500 rispetto a 42.500 tonnellate.

La bioplastica è un tipo di plastica biodegradabile derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici mediante l’attività di microorganismi; al termine del processo le sostanze organiche di partenza vengono trasformate in molecole semplici. Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio, contro le migliaia di anni richieste dalle materie plastiche sintetiche, che si ottengono dal petrolio.
La compostabilità è la capacità di un materiale organico di essere riciclato organicamente assieme all’umido. Essi si trasformano in compost mediante il compostaggio, un processo di decomposizione della sostanza organica che possiamo attuare in condizioni controllate. 
La possibilità di ricorrere a processi naturali per esigenze che sono sempre state soddisfatte con materiali derivati dal petrolio, generando rifiuti inquinanti ed emissioni di composti climalteranti e dannosi, è un'opportunità eccezionale nella ricerca di vie diverse allo sviluppo che consentano di non rinunciare ai servizi utili mentre si difende la qualità dell'ambiente. La chimica verde è un settore molto promettente, in forte sviluppo, innovativo, capace di aprire strade nuove allo sviluppo sostenibile. Le applicazioni, molto concrete, che realizza consentono il risparmio di migliaia di tonnellate di Co2 che altrimenti sarebbero immesse nell'ambiente. Sono indispensabili strade nuove che ci consentano di lasciare sotto terra quanto resta di petrolio, carbone e metano, che abbiamo utilizzato in moltissimi ambiti, e rispondere adeguatamente alla minaccia di un cambiamento del sistema climatico sempre più pressante.

Vedremo gli esiti della riunione internazionale COP 24, che si sta svolgendo in queste ore in Polonia, a Katowice, per decidere com tradurre nella pratica l'Accordo di Parigi (del dicembre 2015; notare che siamo già nel dicembre 2018). 
Il luogo scelto non potrebbe essere più adatto: la Polonia fa un massiccio uso di carbone per soddisfare le sue esigenze energetiche. Anni fa ho visitato proprio la zona di Cracovia e dintorni, inclusa Katowice, in un periodo primaverile che da quelle parti significava ancora inverno. Non occorrevano i dati tecnici per capire come viene prodotta l'energia per qualsiasi uso: la neve era ovunque, anche nei piccoli paesi e accanto al bosco, ricoperta di una fuliggine nera, una polvere di origine inequivocabile, la combustione di carbone. Molti Paesi nel mondo, come la Polonia, non hanno ancora acquisito la capacità e lo sviluppo necessari a passare alle fonti rinnovabili abbandonando le fonti fossili, un problema che si può risolvere soltanto con un sistema di aiuti, sostegni, programmi comuni. Speriamo che la COP 24, indispensabile per attuare l'Accordo di Parigi, trovi risposte adeguate alla complessità ed urgenza del tema e condivise da tutti. Soltanto un'azione comune può essere incisiva. 
Anche perché il tempo stringe: qualche giorno fa Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change a Roma, ha avvertito che "tra due generazioni sarà troppo tardi. Effetti devastanti sulla salute. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento» (si veda la pagina del Corriere all'indirizzo in calce). E non è uno scherzo.

Gli indirizzi citati sono i seguenti:

https://www.lanuovaecologia.it/bioplastiche-report-assobioplastiche/

https://www.corriere.it/salute/18_dicembre_03/clima-rimangono-solo-20-anni-salvare-pianeta-bc73cfce-f6e1-11e8-bd62-81aafd946bf7.shtml

SOCIETA'
Illuminiamoci di meno (non per stare al buio, ma per guardare al futuro)
24 febbraio 2017
Si spengono le luci, oggi 24 febbraio dalle 18 alle 20, per riflettere sullo spreco di energia e sulla necessità di mettere in atto azioni a tutela dell'ambiente, del clima, per risparmiare preziose risorse energetiche. Un gesto simbolico per ricordare che la responsabilità riguarda tutti, privati cittadini e istituzioni, associazioni ed enti, e perché no, partiti politici, i più restii ad includere a pieno titolo e pari dignità la cultura ambientale e scientifica nel proprio orizzonte culturale tradizionale.
La 13/a edizione della campagna 'M'illumino di meno' promossa dal programma radiofonico 'Caterpillar' di Radio Rai 2 quest'anno invita alla condivisione poiché la maggiore dispersione energetica è causata dallo spreco in tutti gli ambiti dei nostri consumi: dagli alimentari ai trasporti, alla comunicazione. 

La tendenza allo spreco non è casuale, o normale conseguenza di una società che, nonostante mille difficoltà, è enormemente più ricca rispetto al passato; essa è piuttosto uno dei pilastri del pensiero liberista consumista che vede nel mercato e nella sua libertà di autoregolazione, e nell'individualismo competitivo, le linee portanti di un pensiero da tempo quasi unico, nell'oscuramento in cui si trovano le sinistre europee. Pensiero che nel mondo occidentale ha la sua massima espressione negli Stati Uniti d'America - che non per nulla consumano energia ed emettono inquinanti in misura pro-capite più che doppia rispetto all'Europa - mentre il Vecchio Continente è stato, e può ancora essere, luogo in cui sviluppare un pensiero diverso, che affondi le sue radici nelle esperienze socialdemocratiche che lì hanno avuto una storia ed un'esperienza concreta.  Nonostante la lunga crisi che stiamo attraversando da anni e le evidenti difficoltà riferibili al pensiero prevalente negli ultimi trent'anni, la sinistra a livello europeo appare ancora lontana da una ripresa che faccia sperare in una nuova stagione culturale e politica, tuttora vincolata ad orizzonti limitati che in buona parte si è autocostruita. 
Restando ai temi ambientali e guardando al nostro Paese, viene da chiedersi come sia stato possibile che la sinistra italiana non abbia colto la qualità progressista insita nelle tematiche ambientali ed energetiche, in vista di una diminuzione degli sprechi, di una migliore distribuzione delle risorse, di creazione di posti di lavoro, di un innalzamento della qualità della vita, mentre si è cercato, e si cerca tuttora, di far passare l'idea che si tratti di argomenti soltanto tecnici, senza valenza politica. Iniquo accesso alle risorse, emissioni inquinanti che colpiscono prevalentemente le fasce più deboli della popolazione, cambiamento climatico, profughi ambientali; è come se tutto ciò non riguardasse la sinistra italiana. Si tratta di uno dei più gravi errori, tuttora non pienamente compreso, figlio di una forma di chiusura innanzitutto culturale che ha sostanzialmente impedito di guardarsi attorno. 
C'è una buona fetta di futuro, invece, nella riduzione degli sprechi, in cui è facile vedere la formazione di nuove opportunità nello spazio che si apre. E sarà importante vedere in questa fase politica se qualcuno se ne accorgerà.
Dunque, spegniamo le luci ricordando che dietro un semplice gesto c'è un intero mondo fatto di ricerca scientifica, di produzione industriale avanzata, di posti di lavoro, di rispetto per l'ambiente, di rispetto, in fondo, per il mondo e per sè stessi. 

2.
A completamento della legge sugli ecoreati 68/2015, che guarda ai delitti di gestione illegale di rifiuti e scorie, ora c'è il disegno di legge sui reati contro flora e fauna presentato al Senato dalle senatrici Monica Cirinná (Pd), Loredana De Petris (gruppo misto, Si), Silvana Amati (Pd), Manuela Repetti (Gruppo Misto).
Da 2 a 6 anni di carcere per chi uccide un orso bruno o un'aquila reale, oltre a una multa da 15 mila euro a 150 mila: sono alcune delle misure previste. L'Italia è nel bacino del Mediterraneo seconda solo all'Egitto per numero di uccelli catturati o uccisi illegalmente, con circa 8 milioni di esemplari - secondo la Lipu - e si tratta di reati oggi punibili soltanto con un'ammenda. 
Ricordiamo ancora una volta che anche il lupo è oggi specie protetta, e che non saranno certo uccisioni legalizzate a fermare il bracconaggio, ma maggiori controlli e un corretto funzionamento della normativa vigente. 

3.
Terzo, ma non certo in ordine di importanza. Paola Clemente, un nome da ricordare, morta di fatica sotto il sole, nel meridione di uno dei Paesi più sviluppati, il nostro, mentre lavorava nei campi dei prodotti agricoli che arrivano sulle nostre mense, nell'anno 2015 d.C.  Lavoro nero, sottopagato e privo dei più elementari diritti, ancora oggi. Si stimano nell'ordine delle centinaia di migliaia i lavoratori agricoli senza regole vittime del caporalato in Italia. Il tema del lavoro, delle sue regole e dei suoi diritti, è tema attualissimo, su cui è necessario soffermarsi, innanzitutto per spezzare la catena dei nuovi abusi.

ECONOMIA
Quanto costa la vita umana? A volte, capita che costi meno di un sacco di carbone
9 agosto 2016
Quanto costa il carbone? I principali siti in materia ci informano che il prezzo del carbone sul mercato, che varia nel corso del tempo, si trova ben al di sotto dei cento dollari per tonnellata. Dunque, qualche centesimo di dollaro al chilo. Quanto costava nel 1956?
  
Un incendio investì la miniera a quasi mille chilometri sottoterra, propagandosi nei cunicoli e nelle gallerie, dopo che 274 minatori erano scesi ai vari livelli, per estrarre carbone. Era la mattina dell'8 agosto del 1956, esattamente 60 anni fa, il luogo era il Belgio, miniera Bois Du Cazier a Marcinelle, distretto di Charleroi. Morirono in 262, 136 erano italiani. Gli esiti furono infausti in tutti i loro aspetti: la Commissione belga, nella quale furono chiamati anche alcuni ingegneri minerari italiani, scagionò la società delle miniere del Bois du Cazier e nessuna tra le vittime ebbe giustizia né risarcimento.

Ma che cosa ci facevano tanti italiani lì? La povertà, le difficoltà, il periodo post-bellico, lo sappiamo, portarono ad una nuova emigrazione di necessità. Ma in questo caso, fu anche un accordo fra i governi italiano e belga che sostanzialmente consisteva in un'offerta di manodopera in cambio di carbone. Il 23 giugno 1946 fu firmato un Protocollo italo-belga che prevedeva l'invio di 50.000 lavoratori in cambio di carbone. Il carbone veniva considerato nel nostro Paese necessario allo sviluppo industriale italiano. Le condizioni di vita in cui andavano a trovarsi gli italiani costretti dalle circostanze a lavorare nelle miniere belghe venivano in seconda istanza, e vederle oggi nei pochi documentari che a volte vengono trasmessi impressiona per la povertà, la precarietà, la difficoltà. Fu dunque una decisione politica ad incrementare notevolmente i flussi migratori verso il Belgio, e verso le miniere belghe. Si stima che nel 1956 fra i 142 000 minatori impiegati, 63 000 erano stranieri e fra questi ultimi 44 000 erano italiani. Uomini in cambio di carbone.

Che cosa andavano ad estrarre i poveri minatori? La risorsa più sporca, e più a buon mercato, in un sistema economico che pone gli impatti sanitari ed ambientali fuori dai suoi calcoli, estranei alle leggi dell'economia, avulsi dall'andamento dei mercati.
Il carbone è una roccia sedimentaria di origine organica, utilizzata come combustibile, che è "sporca" dall'origine, ricca di carbonio, di zolfo, di metalli pesanti, di composti capaci di produrre sostanze nocive per la salute e per l'ambiente: ossidi di azoto, di zolfo, polveri sottili. Assai prima di arrivare al luogo della combustione, il carbone inquina moltissimo sin dalla sua estrazione: le miniere causano la distruzione dell'ambiente originale, la contaminazione delle falde acquifere, l'erosione del suolo, e sono luoghi di notevoli emissioni di gas metano, spesso inglobato nei giacimenti. Carbonio e metano sono implicati nella formazione dell'effetto-serra che causa un incremento della temperatura media globale e alterazioni al sistema climatico. Lavorare in una miniera di carbone significa essere continuamente esposti ad agenti inquinanti dannosi, compromettere la propria salute, ed esporsi al rischio elevato di incidenti gravi.
Cina, India, Stati Uniti, ma anche Paesi avanzati come la Germania ricorrono ancora oggi a carbone per produrre energia. La maggior parte degli studi in materia prevedono che il consumo  aumenterà, almeno nei grandi Paesi in via di sviluppo che ne possiedono in abbondanza sul loro territorio. Gli incidenti nelle miniere sono ancora oggi frequentissimi, in vari Paesi, con decine di morti. 
E' chiaro che il problema della sicurezza sul lavoro non riguarda soltanto l'estrazione del carbone, ma riguarda anche le altre risorse minerarie, e si può aggiungere che non riguarda soltanto i minatori, ma tutti i lavoratori impegnati in operazioni che comportano una quota di rischio.    Ma se persino la parola "lavoro" è scomparsa dal vocabolario della politica e addirittura del maggior partito che in Italia rappresenta la sinistra - o il centrosinistra - quale è il Partito Democratico, appare sempre più arduo affrontare problemi che richiedono attenzione continua. 

Il Governo si è impegnato a portare a termine il ricorso al carbone per la produzione di elettricità nel nostro Paese, e si tratta di una posizione importante. Una scelta politica molto apprezzabile, che condivido. Un impegno specifico a largo raggio sul tema energetico da parte del governo - e per quanto riguarda il PD, anche dello stesso partito - potrebbe portare a risultati positivi. Come hanno rilevato in tanti, la politica in genere latita su questi temi. A volte, il ricordo di una tragedia serve a riportarli alla luce.

Dunque, ritorno alla domanda iniziale: quanto costa il carbone? E quanto costa la vita umana? 

politica interna
Se il Partito Democratico accetta la sfida di analizzare le proprie scelte e il proprio ruolo
29 febbraio 2016

L’affermazione che in un partito si discute e poi ad un certo punto si decide è ampiamente condivisibile, perfino ovvia nel suo collocarsi in un campo del sentire comunemente indicato con i termini di “buon senso”, ed altrettanto lo è la richiesta di rispetto reciproco fra le varie componenti di un partito per sua natura e nascita “plurale” come il Partito Democratico. Non credo che questo sia il vero problema, credo piuttosto che questi aspetti siano soltanto parte delle superfici di un problema che si trova più a fondo.

Il punto vero della questione è situato altrove. Condivido la tesi di coloro che sostengono che sia necessario maggior impegno nella cura del partito, anche nei termini del tempo da dedicarvi, e che pongono la questione di cosa voglia essere il PD e dove in realtà voglia andare. Il tema non sono i voti occasionali di formazioni politiche lontane per contenuti e valori – può capitare nella vita parlamentare – ma le caratteristiche e gli orientamenti della politica che il PD mette in atto. In realtà, i contorni della linea politica del PD sono ad oggi difficilmente identificabili.

Questo problema è probabilmente in larga misura implicito in una formazione politica “plurale”,  e c'è chi  sostiene che sia persino specchio di una società che è cambiata nel corso del tempo, e si presenta più frammentata. Può darsi, ma resta il fatto che nell'unico partito in grado attualmente di governare l’Italia (nel senso che può farlo con profitto, mentre le nuove formazioni o la destra appaiono molto inclini a ricorrere alle facili sirene del populismo) il tema è centrale e di interesse generale; dunque, richiede un approfondimento  adeguato.

Si può partire da esempi concreti: provvedimenti recenti come il Jobs Act, le riforme istituzionali, o lo “sblocca-Italia” contengono (spesso già nel nome) linee di intervento di orientamento diverso. Avrebbero richiesto maggior approfondimento, senza naturalmente pregiudicare il momento decisionale. Continuo a ritenere, per esempio, che l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori fosse una buona norma di tutela, e che la sua presenza, o assenza, non incida significativamente sull’andamento delle assunzioni a tempo indeterminato (il cui stesso carattere di “indeterminato” ora non è più certo), mentre i contratti a tutele crescenti e in generale il superamento dei numerosi contratti atipici e forme analoghe di precariato siano un passo avanti positivo. Per restare ai temi di rilevanza ambientale, provvedimenti come il cosiddetto “spalma-incentivi” o lo “sblocca-Italia” (che abbiamo già più volte affrontato qui) intervengono con modalità e finalità da discutere rispetto ai valori e agli obiettivi che il PD si è dato fin dalla nascita. Di politiche ambientali o energetiche si parla poco, ma la distanza fra scelte dipotenziale impatto  sul territorio o sulle fonti rinnovabili come quelle contenute nei due provvedimenti citati e gli stessi principi che hanno dato vita al PD è notevole. Sul fronte delle politiche energetiche siamo giunti al paradosso di un referendum (sui diritti di sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi, previsto il  prossimo 17 aprile) che è una diretta conseguenza dell’apertura alle trivelle voluta dal governo – che poi ha fatto parzialmente marcia indietro, confermando così l’assenza di una linea precisa e definita. Per contro, la legge sugli ecoreati è senz'altro un fatto positivo, oltre che atteso da vent’anni.

Questi temi (solo alcuni, ma il ragionamento si potrebbe estendere ad altri come la detassazione, gli investimenti, le politiche industriali, etc.) pongono una questione che interroga nel profondo il senso di una comunità, ed una più ampia che riguarda il contesto nel suo complesso. La domanda riguarda infatti anche il ruolo che vogliamo avere nella società globalizzata, nei confronti delle nuove forme di potere e delle nuove estensioni del potere. Nel momento in cui la partecipazione si riduce, il confronto si svolge sempre più ai vertici, i rapporti di forza si modificano, nuove oligarchie emergono, come semplice conseguenza del contesto nazionale e internazionale, la rappresentanza democratica ed il concetto stesso di democrazia sono in gioco.  In un bel libro di Massimo Salvadori uscito da poco, dal titolo “Democrazia”, viene delineato il percorso storico di un concetto fondamentale, la democrazia appunto, da Solone ai giorni nostri. Un lunghissimo arco di tempo per una delle più importanti idee umane. Emerge quanto quello che consideriamo un bene sia in realtà complesso, e quanto complessa sia la sua realizzazione. In sostanza, appare chiaro che si tratta di un bene da tutelare e custodire, sempre in evoluzione, ed assolutamente non scontato.  I dubbi che emergono sulla sua sussistenza nelle sue fondamentali caratteristiche nel mondo globalizzato di oggi sono legittimi. Fra le conclusioni – che mi sento di condividere – si sostiene che l’obiettivo di ridare sostanza e contenuto alla democrazia “può essere conseguito unicamente attraverso la rinascita di solide organizzazioni anzitutto partitiche in grado di rappresentare, difendere gli strati sociali più deboli e farne valere gli interessi”. Mi sembra un ottimo punto da cui partire.

 

2.  I fatti di queste ore richiedono, ancora una volta, alcune considerazioni. Non sono mai abbastanza, e si rischia di ripetere  concetti già espressi.  Sul piano morale, innanzitutto, alle immagini che arrivano dai vari confini delimitati da muri e filo spinato ai margini o all'interno dell'Unione Europea: migranti ammassati, sporcizia, bambini, vecchi, caos totale, scontri con le forze dell'ordine. Sono immagini vergonose, senza appello. Sul piano politico, sperare di governare flussi migratori di tale portata erigendo parapetti è velleitario, manifestazione di assoluta carenza organizzativa e miopia politica, a dire poco. Il fatto che il nostro Paese stia aprendo corridoi umanitari è estremamente positivo, nel quadro di una giusta posizione politica delineata fin da subito dal nostro governo.

POLITICA
Gli ecobonus funzionano: generano investimenti e posti di lavoro
13 ottobre 2015

Un volume di investimenti pari a 28,5 miliardi di euro, con un impatto positivo sull’occupazione stimabile in 424.800 posti di lavoro, comprensivi dell’indotto, nel solo anno 2014.  Sono questi i risultati più significativi che emergono dal rapporto  "Il recupero e la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio: una stima dell’impatto delle misure di incentivazione", predisposto dal Servizio studi della Camera dei Deputati in collaborazione con l’Istituto di ricerca CRESME. L’intero dossier si può scaricare all’indirizzo in calce.

Lo studio fa una stima dell’impatto delle detrazioni fiscali per il recupero e la ristrutturazione edilizia e la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, che sono state oggetto di modifiche nel corso del tempo ed hanno subito numerose proroghe. L’analisi rileva che sono stati oltre 12,5 milioni gli interventi che hanno usufruito degli incentivi fiscali dal 1998 al 2015, una quota notevole considerato che le abitazioni nel nostro Paese sono 31,2 milioni, e che sono stati attivati nello stesso periodo investimenti per 207 miliardi di euro, con conseguenze rilevanti per l’occupazione che dal 2008 al 2015 hanno riguardato oltre 2 milioni di occupati. Gli effetti delle agevolazioni fiscali sono particolarmente degni di nota dato che hanno attraversato il periodo di crisi economica persino migliorando i propri risultati nel corso del tempo. Tuttavia, dal punto di vista della finanza pubblica, a fronte di un calo degli introiti di 90,2 miliardi di euro si ha un gettito contributivo e fiscale pari a 77,7 miliardi di euro, il che genera un saldo totale negativo di 12,5 miliardi di euro, ma che un’analisi più approfondita che tenga conto della dilazione temporale e gli investimenti mobilitati porterebbe ad un saldo positivo che supera i 10 miliardi di euro, e conseguenze positive per l’intera economia. A tutto ciò si aggiunge naturalmente la riduzione dei consumi di energia e delle emissioni di composti climalteranti, due effetti che possono essere valutati anche sul piano economico, oltre che ambientale e di rispetto delle direttive europee e degli accordi internazionali.

I dati sono andati migliorando nel corso del tempo, ed un’analisi dell’ultimo periodo risulta particolarmente positiva, con i valori migliori nello scorso anno. Emerge peraltro che la quota riferibile in modo specifico alla riqualificazione energetica è più bassa. Il dato a consuntivo per il 2014 indica un volume di investimenti pari a 28,5 miliardi di euro, di cui 24,5 miliardi di euro riguardanti il recupero edilizio e 3,9 la riqualificazione energetica. Per quanto riguarda il 2015, i dati ricavati sulla base dell’andamento dei primi otto mesi segnalano un lieve calo rispetto ai valori del 2013 e del 2014. Per quanto riguarda l‘occupazione, nel 2014 si stimano 424.800 occupati, comprensivi anche dell’indotto.

Se queste misure non hanno salvato il settore edilizio sono andate molto vicino, dato che lo hanno aiutato moltissimo in un periodo di grave crisi, contribuendo inoltre a spostare una parte importante degli investimenti dal mercato delle nuove costruzioni a quello del recupero edilizio e dell’efficientamento energetico. Si tratta in sostanza di una modalità di indirizzo di un settore che è frutto di precise scelte politiche finalizzate al recupero ed al risparmio energetico, nella fattispecie, edilizio; un indirizzo che sta dando i suoi frutti.

Si può scaricare il dossier completo al seguente indirizzo:

http://www.nextville.it/normativa/2767/

politica interna
Il PD vince, ma il PD perde (la Liguria e molti voti). Breve analisi del voto
4 giugno 2015

Il risultato elettorale è favorevole al PD, ma risulta egualmente insoddisfacente per varie ragioni. Fra le maggiori, sicuramente il calo di voti in termini assoluti e l’elevato astensionismo, già ampiamente discusse dai commentatori, e dagli stessi esponenti PD.

Ad esse aggiungerei la percezione diffusa di divisione – purtroppo, non certo una novità per la sinistra – all’interno del Partito Democratico, che spesso rasenta la rottura e che non può non influire sulla lunga distanza anche sull’elettorato, che non gradisce certo le schermaglie interne. Inizio da qui, per rimarcare ancora una volta la carenza di unità che arriva ad incidere sull’immagine che il PD da’ di se' ogni volta che la critica supera la soglia del confronto nel merito per entrare nello spazio indistinto dell’intervento in opposizione fine a se’ stesso. Dalla sinistra del partito, che ha numerose ragioni per un’analisi critica (nella quale, per quanto emerge ad oggi, il più delle volte mi riconosco) delle scelte del governo, ci si aspettano elementi concreti di merito. Non dimentichiamo che su tematiche importanti c'è stato un vuoto per decenni, e sono diventate argomenti trainanti dei movimenti.

Di questa “percezione diffusa” di divisione hanno fatto parte anche le vicende locali della Liguria, e la comunicazione dei risultati della Commissione parlamentare Antimafia il venerdì precedente il voto, vale a dire meno di due giorni prima. Le polemiche scaturite hanno forse portato un certo numero di elettori in più a disertare le urne, non certo a partecipare entusiasti. (Per inciso, i risultati di una commissione parlamentare dovrebbero servire a costituire le liste sulla base di un codice di autoregolamentazione, e non a far sapere ai sicuramente increduli elettori una serie di nomi e cognomi che, stante il medesimo codice, non avrebbero dovuto essere in lista. Questo aspetto riguardante la tempistica, andava forse soppesato meglio).

Tutto ciò va ad incrementare la sfiducia nella politica ormai molto estesa, che non nasce certo ora, ma che presenta caratteristiche che continuano anche ora. Fra esse, la sensazione che tanto nulla cambi, o che non si trovino mai le soluzioni ai problemi. Ora, il governo sta cercando di trovare soluzioni, di questo gli va dato atto, ma forse pecca di una forma di autonomia che lo pone troppo spesso lontano dalle aspettative: la riforma della scuola sembra diventare un esempio di questo atteggiamento. E’ impensabile infatti costruire un serio cambiamento delle regole scolastiche ponendosi contro all'opinione della maggior parte del corpo docente, che esprime pareri contrari su molti aspetti della riforma. Ma preoccupa forse ancora di più la diversa sensibilità che sta emergendo fra governo e mondo della scuola, tenuto conto che il partito di maggioranza è proprio il PD, che rappresenta (fattivamente, dato che è stato eletto) una parte notevole di quel mondo. Sembra che emerga una diversa cultura della scuola, e questo sarebbe davvero un fatto  di notevole rilevanza. Sarebbe necessario aprire una riflessione, se le cose stanno in questi termini, indispensabile a questo punto.

Alcuni altri temi si sommano, e sono caratterizzati dalle stesse modalità: dalle tesi dello “sblocca-Italia”, a quelle del “Jobs Act”, che contengono alcuni elementi positivi posti su un’impalcatura ampiamente discutibile, passando da scelte energetiche contraddittorie, dall’assenza di politiche industriali, per finire alle riforme istituzionali e ai loro aspetti più critici. Ne abbiamo già parlato.

Se si vuole davvero tentare di trovare soluzioni concrete ai problemi, può essere utile aprire alla discussione e alle diverse opinioni. Senza posizioni ideologiche, e direi anche con meno fretta. La velocità sembra infatti essere diventata uno dei fini, invece che una proprietà dei mezzi, in un approccio accelerato e frammentato che fatica a costruire una visione del nostro Paese nel presente e nel futuro.

Ora, in politica si paga altrettanto velocemente il costo delle aspettative degli elettori. Una modalità più aperta e capace di ascolto potrebbe giovare, d’ora in poi.


ECONOMIA
Politiche per un lavoro "rinnovabile" - e in crescita
28 maggio 2015

Quando si parla di occupazione, ovvero del suo contrario, la disoccupazione o l’inoccupazione, sarebbe forse utile ricordare che si tratta in realtà di lavoro: i termini utilizzati a tutti gli effetti sono parte del ragionamento, le fondamenta, i mattoni, di ciò che si vuole esprimere. L’”occupazione” fa riferimento ad un’attività più leggera, soft, che sottintende il superamento, o la cancellazione nell’immaginario collettivo, della vera attività, il lavoro. E di lavoro utile sarebbe bene parlare, nel senso che ci dovrebbe essere l’intendimento di creare sviluppo sostenibile e funzionale alla società e al tempo attuali, grazie al quale “occuparsi” di qualcosa diventa atto di utilità personale e collettiva. Stiamo assistendo alla scomparsa di vocaboli di grande contenuto, e con essi alla perdita dei temi correlati, come la qualità, i diritti, le norme, le funzioni, l’utilità, del lavoro.  Pare che ci si debba “occupare” di qualcosa, e che il lavoro sia stato sostituito dall’”impiego” (traduzione letterale di job): essere dunque impiegati ad occupare il proprio tempo per fare qualcosa. Una visione che solleva di molto tutto ciò che grava sul lavoro, sciogliendo un nodo alla maniera di Alessandro: tagliandolo. Il cambiamento in atto di terminologia è funzionale ad una visuale delimitata da un’angolazione ristretta, che evita alcuni aspetti dei problemi semplicemente evitando di guardarli direttamente. Il frutto di almeno due decenni di trasposizione sistematica di parametri sociali in parametri individuali – nel mondo occidentale in particolare, e nel nostro Paese – va ora ad intaccare il linguaggio, la terminologia, i riferimenti. Se si perdono le parole, si perde anche il significato delle medesime; cioè, il mezzo con cui si passa all’elaborazione concettuale.

Per collegare l’argomento ai temi di questo blog c’è un Rapporto che opportunamente ci ricorda, ancora una volta ma ce n’è bisogno, che il lavoro può essere concretamente utile, ma che per renderlo tale occorrono politiche adeguate. Sul piano delle politiche industriali ci sono da anni dati che mostrano gli esiti positivi delle scelte in favore delle fonti rinnovabili d’energia, che creano posti di lavoro qualificati in un settore in crescita e sempre più solido. Aggrapparsi al petrolio, o al carbone, porta soltanto a rinviare scelte più opportune ed efficaci nel mondo di oggi, e a protrarne nel tempo le conseguenze negative – di quelle positive abbiamo già beneficiato nella prima fase dello sviluppo industriale.

Il Rapporto "Renewable Energy and Jobs - Annual Review 2015" dell’International Renewable Energy Agency mostra dati interessanti.   Oggi nel mondo sono 7,7 milioni le persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili, con una crescita del 18% rispetto all’anno scorso. Una quota elevata, e soprattutto in continua crescita. Come mostra la quasi totalità delle analisi, non ci sono elementi che facciano pensare ad una futura riduzione della diffusione delle fonti rinnovabili, al contrario sempre stimate in forte crescita.  Il fotovoltaico è il settore con il maggior numero di posti, per 2,5 milioni di persone, seguito dall'eolico, che ha superato il milione di unità. Segue il settore dei biocarburanti (1,8 milioni), delle biomasse (822.000) e biogas (381.000).  Gli addetti nel grande idroelettrico superano gli 1,5 milioni.

Rispetto agli anni scorsi, le rinnovabili hanno dunque creato milioni di posti di lavoro: dagli 1,5 milioni di occupati del 2004, si è passati a 3,5 milioni nel 2010 con una crescita che negli ultimi 4 anni ha portato a superare il loro raddoppio, appunto a 7,7 milioni di addetti.

 

Si tratta di una progressione che è stata influenzata moltissimo delle politiche a favore che numerosi Paesi hanno messo in atto, compreso il nostro, senza le quali difficilmente nuove tecnologie avrebbero oltrepassato la soglia del mercato di nicchia. Dunque, si tratta di scelte politiche, che riguardano la politica energetica e la politica industriale. Non sempre sono state coerenti da noi, ma ci sono ancora moltissime possibilità per intervenire proficuamente, accompagnando le rinnovabili all’efficienza energetica, e migliorando l’intensità energetica della nostra economia.

Si producono posti di lavoro: qualificati, innovativi, ed utili. A fronte di una tendenza in atto ad una generale dequalificazione del lavoro di cui sono vittime anche moltissimi laureati o diplomati specializzati.


POLITICA
Il Partito Democratico c'è - ed anche i temi non mancano
4 maggio 2015

E’ stata una bella giornata ieri per il PD a Bologna, alla Festa dell’Unità nel parco storico della Montagnola, con Matteo Renzi, Stefano Bonaccini, Francesco Critelli e una buona presenza di pubblico. Il resoconto dell’iniziativa si trova su tutti i giornali.   Il Partito Democratico è forte delle sue amplissime potenzialità, della sua mancanza di avversari credibili, della sua apertura (i dissidi interni, comunque li si consideri, mostrano capacità di confronto aperto). Ma non nascondiamoci i problemi, che ci sono, e il cui riconoscimento è la base per un’eventuale soluzione. Senza piangerci addosso, come dice Renzi giustamente.  

La contestazione della riforma della scuola ha fatto sentire la sua voce, più volte e a dire il vero animatamente (ed anche sgarbatamente, come è accaduto al ministro Stefania Giannini qualche giorno fa), la frattura sulle riforme istituzionali non è secondaria, ed infine e come al solito i dati economici ed occupazionali ancora non sono eccelsi. Si tratta di temi importanti, gravosi, pregnanti.  Credo che se qualcosa viene contestato in più punti da una parte rilevante di coloro che lavorano in quell’ambito sia opportuno continuare un confronto avviato, confronto che avrebbe dovuto proseguire anche sulle riforme, per non smentire l’attitudine all’apertura che caratterizza il PD e che deve restare fra i suoi tratti fondamentali.

E veniamo alla richiesta della fiducia sull’Italicum. In realtà, si è parlato molto dell’Italicum e della combinazione fra legge elettorale e riforme istituzionali, anche in termini estremizzati che pongono in questione la sussistenza della democrazia nel nostro Paese. Non esiste un problema del genere, e fanno sorridere i crisantemi in Parlamento: se davvero fosse in pericolo la democrazia, altro che fiori, dovremmo essere tutti in piazza insieme ai deputati fioristi a difendere il nostro bene principale.  Si è parlato di Italicum più che di Jobs Act o di Sblocca-Italia (temi qui affrontati in vari post precedenti). Di sicuro è importante, ma non sarebbe male riportare le cose entro la loro misura.    Altrettanto di sicuro, da parte del governo la fiducia non andava chiesta. E qui, con tutto il sostegno al governo medesimo che si può esprimere (e che ho sempre espresso), credo che l’unica risposta possibile ad una cosa che non andava chiesta sia l’assenza di risposta.  Questo è stato fatto da alcuni deputati, che non hanno raggiunto le quattro decine, ma che hanno espresso ragioni diverse per la loro scelta. Credo francamente che non vi siano altre ragioni che questa: la mancata risposta ad una domanda mal posta, o da non porre, sotto ogni profilo, politico e istituzionale.

Resta la situazione economica, riguardo la quale non c’è nulla di prevedibile in modo semplice. E’ molto probabile, però, che sarebbe utile una maggiore attenzione, un richiamo, all’ambito forse unico rimasto intonso finora, ovvero il mondo delle imprese. Se il medesimo ha tratto giovamento dalle modifiche delle regole del mercato del lavoro (o così pare), a maggior ragione dovrebbe impegnarsi sul fronte degli investimenti, dell’innovazione, rendendo di conseguenza il capitalismo italiano meno fossile di quanto spesso non sia. Qualcosa che si muove c’è, e c’è sempre stato, ma non basta per rianimare l’economia del nostro Paese. A questo potrebbe servire un impegno del governo nel favorire l’innovazione finalizzata al basso impatto ambientale, svecchiando processi produttivi, incrementando il ricorso alle energie rinnovabili, migliorando l’efficienza energetica. Ci sono elementi positivi che occorrerebbe sfruttare, come la riduzione dell’intensità energetica: il disaccoppiamento fra consumi di energia e produzione di ricchezza dovrebbe essere favorito per efficientare la nostra economia, riducendo le spese, e le fonti inquinanti. Questa strada potrebbe portare a conseguenze interessanti se accompagnata da coerente politica industriale.



politica interna
Politica: Ecoreati e Jobs Act
4 marzo 2015
Il Senato ha approvato il disegno di legge sui reati ambientali, con 165 voti favorevoli, 49 contrari e 18 astenuti. Il ddl torna quindi all'esame della Camera per il passaggio definitivo. I gruppi favorevoli sono stati Pd, Sel, Ncd e M5S.
Finalmente: si tratta di una norma che possiamo definire storica, attesa da decenni dalle organizzazioni ambientaliste, parte di un lungo percorso che porta all'assunzione di responsabilità e alla formazione di consapevolezza di ciascuno di noi nei confronti dell'ambiente. Una tappa di un cammino che porta alla nostra casa ("oikos", da cui "eco", in greco) e non fuori, lontano da essa. 
Nel merito, il testo inserisce nel codice penale un nuovo titolo, dedicato ai delitti contro l'ambiente, all'interno del quale vengono previsti i nuovi delitti di inquinamento ambientale, di disastro ambientale, di traffico e abbandono di materiale radioattivo e di impedimento al controllo. In particolare, il nuovo delitto di inquinamento ambientale punisce con la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 10.000 a 100.000 euro chiunque, abusivamente, causi una compromissione o un deterioramento, significativi e misurabili,  delle acque o dell'aria o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo e di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna.
L'introduzione dei reati ambientali nel Codice penale consente di avere termini di legge e regole specifiche. Si prenda ad esempio il caso Eternit: l'intervenuta prescrizione che ha determinato l'assoluzione degli imputati e' dipesa anche dall'esistenza di forme di reato assolutamente inadeguate rispetto alla gravità' dei fatti.
La norma inoltre introduce il divieto di esplosioni in mare per attività di ricerca e ispezione dei fondali. Su questo punto però il governo era stato battuto, con l'emendamento al ddl sugli ecoreati proposto da Gal e Fi, mentre l'esecutivo aveva dato parere contrario.

Fra i fatti degni di nota, naturalmente il Jobs Act (nessuno ha ancora spiegato perché dobbiamo ricorrere ad una terminologia anglosassone), e i decreti ad esso legati. 
I primi presentano una serie di luci ed ombre per un tema che, forse, avrebbe dovuto essere affrontato dal Parlamento invece di delegare al governo. 
Innanzitutto, il governo non ha tenuto conto della richiesta delle Commissioni lavoro di Camera e Senato di esonerare dalla nuova disciplina i licenziamenti collettivi. La “tutela reale del reintegro” (art. 18 Statuto dei lavoratori) non è più operativa per la stragrande parte dei licenziamenti, quelli per motivi economici, e viene sostituita da indennità monetarie variabili in relazione all’anzianità lavorativa. 
Per il riordino delle tipologie contrattuali, vengono cancellati alcuni tipi di contratto, ma ne restano altri assolutamente precari, come il contratto a chiamata. Nel complesso, la precarietà non sparisce, ma viene modificata semplificando lo schema.
In una materia così delicata, che va a modificare i rapporti fra le parti coinvolte nel contratto di lavoro, il governo si assume una grande responsabilità. Inutile ripercorrere ancora una volta come si è arrivati sin qui, poiché  comunque per quanto mi riguarda non cambia il fatto che non condivido la monetarizzazione del rapporto di lavoro che si va delineando. Il fatto che la cosiddetta "flessibilità", che a seconda del punto di vista diventa "precarietà", si sia diffusa ed abbia moltiplicato le sue forme anche durante governi del centrosinistra negli anni scorsi non comporta come conseguenza l'allentamento dei vincoli nei rapporti di lavoro più tutelati. Ma la perdita di una cultura specifica di un ambito (perché di questo si tratta) porta con se' conseguenze enormi, ed è probabile che non finiranno qui.

Ora, l'unica possibilità per indagare nel merito andando dentro la corrente prevalente di pensiero, che rischia di diventare veramente un pensiero unico, e vedere se problemi e soluzioni possono trovare strade diverse consiste nell'apertura. A sinistra qualcosa si sta muovendo, ma senza adeguata apertura non si andrà da nessuna parte. Una specie di legge del contrappasso: dopo decenni di autoreferenzialita' (un termine che non ho certo inventato io, ma che riferito alla sinistra e' forse il più ricorrente) ora la via può essere individuata soltanto da un atteggiamento aperto, dal riferirsi, non soltanto ma anche, fuori dai propri confini tradizionali - che, fra l'altro, non sono più così definiti. C'è un mondo la' fuori, che insieme a quello dentro può aiutare a trovare la via, e che in ogni caso, porta ricchezza di idee.

politica interna
Chiaroscuri
14 novembre 2014
Ci sono diverse importanti novità in questi giorni: e' stato trovato l'accordo nel Partito Democratico sul Jobs Act, e' passato il collegato ambientale alla Legge di stabilità 2014, ha preso l'avvio l'attività della Struttura per il dissesto idrogeologico, e in Emilia-Romagna ci si avvicina alle elezioni regionali del 23 novembre.
Su un tema delicato come la riforma del lavoro hanno vinto il dialogo e la disamina nelle sedi parlamentari del suo contenuto, evitando la questione di fiducia in un passaggio complesso, sia sul piano tecnico sia sul piano politico. La minoranza di sinistra del PD si è mossa bene (ma persistono pareri diversi sul risultato) trovando le strade giuste per una mediazione che, oltre a portare all'apertura verso l'intervento nel merito, comporta una specifica e dovuta attività parlamentare sul tema. Il PD ne guadagna, dando di se' un'immagine più forte e capace.
Il tema ambiente, invece, ancora vacilla fra posizioni buone e posizioni quasi retrive, in una alternanza che non fa vedere finora una linea precisa e coerente. Ne sono esempi perfetti il collegato ambientale e lo "sblocca-Italia": se il primo contiene molti elementi positivi in grado di creare linee di indirizzo per la riduzione del consumo delle risorse e lo sviluppo della green economy, il secondo apre all'alleggerimento delle regole in troppi campi, riuscendo a volte a scavalcare all'indietro posizioni già raggiunte da enti locali, o altre realtà del nostro Paese. Accanto, ci si sta muovendo sul versante della tutela del territorio contro il dissesto che oramai assume il profilo di piaga nazionale (come avvertiva il mondo ambientalista da decenni, casualmente). Situazioni che saranno sempre più aggravate dal cambiamento climatico, che oramai - con buona pace dei negazionisti attivi, per nostra fortuna, soprattutto nel mondo anglosassone - non ha nemmeno bisogno dei dati scientifici visto che è sotto gli occhi di tutti, basta chiedere ad un contadino, o ricordare come erano i novembri in Pianura Padana fino ad un decennio fa, con una decina di gradi in meno degli incredibili 15-20 degli ultimi due anni.
Di questi temi assolutamente ancora non si parla in questa campagna elettorale in Emilia-Romagna dove, dopo primarie che hanno visto la più bassa partecipazione mai registrata, ci si avvicina alle elezioni per la Regione. I temi economici e del lavoro tengono banco, ma privi del legame con i temi ambientali, che sarebbero fondamentali. D'altronde, sono pochi nelle liste gli esponenti ambientalisti candidati, e nessuno a Bologna, come era prevedibile. L'alto livello delle candidature nelle liste non è comunque in discussione, e sono consultabili sul sito del PD regionale.
Nell'insieme, un quadro in chiaroscuro che denota una fase di passaggio in corso, nella quale sarà indispensabile un miglioramento della qualità democratica che possa portare a una vera pluralità capace di alimentare un dibattito e approfondire un contenuto, senza dogmi o rendite di posizione. In questo modo, quello che è attualmente di gran lunga il maggior partito italiano (ed europeo) avrà l'opportunità, come dice il Presidente del Consiglio, di cambiare l'Italia, speriamo in meglio, intervenendo come mai è stato fatto prima per aprire le porte al futuro.


 
politica interna
Disoccupazione giovanile al 43%
1 luglio 2014
La disoccupazione resta altissima nel nostro Paese, concentrata soprattutto sui giovani, e su una quota consistente di donne: un dato economico su cui riflettere (con urgenza). 
I dati forniti dall'Istituto di Statistica confermano una crisi che si protrae da troppo tempo, rischiando di consolidarsi con tutte le conseguenze del caso. Colpisce sempre il dato riguardante i giovani: il 43% non lavora. Anche la disoccupazione femminile e' preoccupante, con la percentuale ragguardevole del 13,8%. L'analisi temporale descrive un andamento in leggero calo rispetto allo scorso aprile, ma crescente rispetto ad un anno fa.
Sono cifre che fanno impressione, sulle quali pesa anche una disomogeneità' territoriale molto forte nel nostro Paese: nelle zone più svantaggiate le percentuali rischiano di alzarsi di molto, creando un vero e proprio caso sociale. 
Il problema è' fortemente economico, mentre l'approccio è' ancora molto incentrato sulle regole del lavoro. Maggiore flessibilità pare che sia ancora una delle possibili cure, mentre si stenta a trovare i soldi per gli ammortizzatori sociali. Ma il lavoro non si crea modificando le regole, semmai intervenendo sul piano economico, su quello produttivo, sulle politiche industriali, energetiche, etc. La cultura ambientalista ha suggerito da molto tempo modalità e ambiti diversi in cui intervenire, che finora hanno probabilmente trovato maggior spazio in una parte del mondo imprenditoriale che non nelle azioni di governo, spesso scollegate o intermittenti nel tempo. Sarebbe necessario maggior impegno in tal senso, ma la politica ancora non concede molti spazi. Al contrario, le "svolte" passano anche da qui, e sono svolte importanti. Prima di parlare di Statuto dei Lavoratori (mi rivolgo al Ministro Guidi, di cui peraltro apprezzo l'impegno per il Made in Italy) occorre forse approfondire l'esistenza di percorsi diversi che possono aprire nuove strade. 
A tutto ciò si lega anche il decreto "spalma-incentivi", che ha generato grande preoccupazione nel mondo delle rinnovabili: una ulteriore penalizzazione di un settore causata soprattutto dall'incertezza che da sempre riguarda le regole per le rinnovabili stesse. Al momento in cui scrivo il decreto e' all'esame del Senato; si spera in una sua modifica in Parlamento, anche per evitare la condizione di incostituzionalità che, probabilmente, lo riveste.

politica interna
Il governo cambia le regole per l'occupazione
8 maggio 2014

E’ in dirittura d’arrivo il decreto del governo sul lavoro: primo passo su una strada non facile per un tema delicatissimo. Fra l’altro, il congresso della più grande organizzazione sindacale italiana (CGIL) si è svolto proprio in questi giorni, rimarcando l’attenzione su un argomento complesso sotto ogni punto di vista, da quello tecnico, a quello politico.  Per quanto riguarda il primo, il dispositivo contiene novità specifiche che devono riuscire nella non facile impresa di coniugare tutele e regole nuove che siano utili a tutti, superando un lungo periodo caratterizzato da una divisione molto marcata fra ambiti regolati e ambiti che non lo sono. Per quanto riguarda il secondo, il punto di vista politico coinvolge un’ampia gamma di metodi e valori, dalle modalità nei rapporti fra le parti sociali, agli stessi valori espressi da una parte politica vicina ai temi del lavoro, la sinistra, che va molto oltre la specificità delle regole.

Il testo del governo è stato già modificato, a mio avviso proficuamente, dalla sinistra del Partito Democratico, ed ora esprime un punto d’incontro ragionato. Da parte sua, il governo ha intenzione di attuare un processo di riforma impegnativo, su cui è necessario riflettere per contribuire al raggiungimento di risultati positivi.  Il monitoraggio a 12 mesi consentirà di valutare i primi effetti.

La precarietà del lavoro è, comunque la si veda, un frutto degli ultimi decenni, durante i quali evidentemente non si è trovata la via per risolvere un problema che ha creato un esercito di non tutelati, che spesso non riescono nemmeno a migliorare, in qualche misura, la propria condizione. Accanto a loro, resta l’impiego tradizionale che gode di maggiori tutele, anche se non è certo privo di problematiche. I due vasi, troppo spesso, non sono comunicanti.

Il punto centrale di tutta la questione resta comunque il seguente: aumentare il livello di tutele e diritti degli uni non implica diminuire il livello dei medesimi degli altri.   La competizione nel mondo globalizzato non può certo essere risolta a spese dei diritti dei lavoratori. Su questo punto di partenza si può costruire un’architettura diversa; fermo restando che il lavoro non lo si crea sulla base delle regole, ma sulla base delle politiche di sviluppo ed economiche.

politica interna
La Stabilità del lavoro
22 dicembre 2013

Sarebbe necessario ben di più, per smuovere l’Italia dalla stasi in cui si trova, di quanto contenuto nella legge finanziaria, la Legge di Stabilità (denominazione assurda, fra l’altro), anche se elementi positivi non mancano, dalla riduzione della tassazione sul lavoro, all’accesso al credito per le piccole imprese, insieme ad elementi critici come evidenziato da sindaci, sindacati e imprese.  Un “di più” che formi un quadro completo fatto di politiche industriali, energetiche, ambientali, dell’agroalimentare, della ricerca scientifica e della cultura, capace di delineare una visione di futuro accessibile e concreta. Una scelta riguardante il tipo di sviluppo che intendiamo realizzare e le modalità con cui intendiamo attuarlo; senza dubbio una cosa maggiormente indicata ad una parte politica che ad un governo di coalizione, e che investe anche la dimensione europea, nella quale il nostro Paese da troppo tempo risulta, nei fatti e nella costruzione delle politiche, marginale.

Ora, arriva il Job Act del PD, la proposta sul lavoro, di cui almeno ci potremmo risparmiare la denominazione anglosassone: non si capisce perché in Italia il lavoro, o l’impiego, debba chiamarsi con un “j”, una “o” e una “b”, e un proposta con una “a”, una ”c” e una “t”, se non per un ulteriore incomprensibile smembramento della nostra lingua. Fra la “stabilità” di un provvedimento che dovrebbe portare alla crescita, e il “job” del lavoro, ci si perde in un linguaggio burocratico o anglofilo che dovrebbe invece parlare a tutti e risultare comprensibile nell'immediato.

Ma nonostante l’ampio spazio offerto alla discussione, e nel contesto difficile che stiamo attraversando, ancora una volta ci si ritrova a discutere di quello che oramai nel nostro Paese è un totem che appare ogni volta che si parla di occupazione (e di disoccupazione): la modifica, o la negazione, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (già inutilmente modificato da Fornero).  Di solito se ne parla per rimuovere l'ostacolo, per sostenere cioè la necessità di una modifica che ne alleggerisca la portata, in quanto impedimento ad una maggior occupazione.

L’idea che si aumenti l’occupazione riducendo le regole e le garanzie a protezione del lavoratore sorvola su un aspetto certo non trascurabile, ovvero la capacità di creare lavoro a partire da una scelta precisa di sviluppo, e non dalla situazione stante impoverita nelle regole, mentre il fatto che sia opportuno ridurre tali garanzie dato che soltanto una parte dei lavoratori ne gode segue un percorso logico al contrario di eguaglianza al livello basso, in cui è facile riconoscere l’impostazione economica di sfruttamento umano e ambientale che si solito denominiamo “neoliberismo”. La stessa “creazione” di lavoro non può più prescindere da un lavoro che sia utile, cioè svincolato dalla necessità di fare senza uno scopo preciso e inserito in un contesto più ampio. Utilità che risponderà alle esigenze del presente, nel quale molti settori di mercato sono saturi, mentre altri sono necessari. Nuove idee in proposito saranno la leva per lo sviluppo, e non certo la deregolazione di un contesto che semplicemente non può continuare per sempre così come è stato configurato finora. 

Anche il sistema economico deve avere un senso.

 

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