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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ECONOMIA
Emissioni in crescita nel mondo (ma con alcune eccezioni)
28 marzo 2019
Altro che riduzione delle emissioni climalteranti a salvaguardia del sistema climatico, le emissioni crescono eccome, stando agli ultimi dati dell'IEA (International Energy Agency), pubblicati nel Rapporto "Global Energy & CO2 Status Report. The latest trends in energy and emissions in 2018". 
Risulta infatti che le emissioni globali di CO2 sono cresciute dell'1,7%  nell'anno appena trascorso, raggiungendo il picco storico di 33,1 Gt, vale a dire oltre 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera. Tutti i combustibili fossili hanno contribuito a questa crescita, attribuibile per i due terzi al settore della produzione di energia. Tale crescita è dovuta per l'85% a tre Paesi, la Cina, l'India, e gli Stati Uniti, ed è stata generata da un aumento della domanda di energia. Al contrario, in Paesi come la Germania, il Giappone, il  Messico, la Francia e il Regno Unito le emissioni sono diminuite.

Alla base della crescita delle emissioni inquinanti nel mondo c'è stato un forte aumento del consumo di energia, del 2,3%, quasi il doppio dell'incremento medio dal 2010, generato a sua volta dal buono stato dell'economia globale e dal diffondersi localmente di mezzi per il riscaldamento e il raffreddamento. La domanda è cresciuta per tutte le fonti, soprattutto per il gas naturale con il 45%, mentre il vettore principe è ovviamente l'elettricità. La famosa efficienza energetica resta nell'ombra.  Le centrali di produzione di energia alimentate a carbone continuano ad essere le maggiori sorgenti di emissioni climalteranti.

Si è detto della buona performance dell'economia globale - fatto che dal nostro Paese non appare evidente - con una crescita del 3,7%  dovuta prevalentemente ai 3 Paesi menzionati sopra che hanno inquinato di più: Cina, India, Stati Uniti. Questo fatto testimonia che, nonostante se ne parli da anni, il disaccoppiamento fra la crescita economica e la produzione di sostanze inquinanti derivanti dalla combustione non è ancora avvenuto. Qualcuno ricorderà che se ne era parlato in tempi recenti, nel 2015 per l'esattezza, con dati proprio dell'IEA che avevamo commentato in un post datato 18 marzo 2015.  All'epoca le emissioni erano rimaste invariate a 32,3 miliardi di tonnellate rispetto all'anno precedente (il 2014) nonostante la crescita economica. A livello italiano il mese scorso ne ha parlato anche l'Ispra, presentando dati abbastanza positivi. Ma se a livello mondiale siamo passati in pochi anni da 32,3 a 33,1 Gt è chiaro che qualcosa non ha funzionato nel tentativo di portare la crescita economica sulla strada delle rinnovabili e dell'efficienza, sganciandola dai combustibili fossili. Hanno matematicamente ragione i giovani e Greta Thunberg a protestare. Cifre alla mano. La strada per la decarbonizzazione dell'economia è un percorso difficile in sé, non è accettabile che non venga rispettato. Se le cifre sono queste, servirà ben altro che l'Accordo di Parigi per tracciare il solco di un percorso virtuoso. 
Il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò ha la sua peculiare importanza: infatti si tratta dell'unico grande Paese sviluppato e dotato di tutte le possibilità, tecnologiche e finanziarie, per cambiare le basi su cui si fonda lo sviluppo che continua, salvo ancora limitate eccezioni locali, ad inseguire la via più tradizionale allo sviluppo, incuranti dell'inquinamento che causano a livello mondiale, tendenza ancora più marcata sotto la Presidenza Trump. La responsabilità che hanno in questa fase non è certo marginale.

La più virtuosa resta, ancora una volta, l'Europa. Nonostante una crescita economica dell'1,8% - dato che non riguarda l'Italia, evidentemente - la domanda di energia è aumentata soltanto dello 0,2%. Che stia avvenendo qui il disaccoppiamento? Può darsi, visto che, nonostante mille difficoltà e ritardi, l'UE resta il luogo dove si fanno davvero politiche per ridurre gli impatti ambientali del consumo energetico, e si ottengono risultati concreti. La crescita della domanda in Europa in termini di energia primaria ha riguardato per la maggior parte le fonti rinnovabili, mentre il ricorso al carbone continua a diminuire. Le disomogeneità al suo interno non impediscono di raggiungere risultati nel complesso interessanti, e di porsi obiettivi performanti. Il futuro non può che costruirsi su un modello fatto di minori consumi, minori emissioni, maggiore efficienza  e rinnovabili.
Le tendenze antieuropeiste che serpeggiano nella politica rischiano di invalidare anche questi benemeriti risultati. Aggiungiamoli alla lista, lunga, dei benefici dell'Unione quando andremo a votare il 26 maggio prossimo, magari insieme alle significative immagini delle proteste e dell'impasse in cui si sono infilati gli inglesi nel tentativo incredibile nella sua assurdità di uscire dall'Unione Europea.

L'intero Rapporto dell'IEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.iea.org/geco/

POLITICA
Su TAV e su TAP - e sulla politica
6 agosto 2018
In questo periodo sono tornati all'attenzione dei media due temi centrali da molto tempo, associati per la qualifica comune di "grandi opere": il TAV, il treno ad alta velocità Torino-Lione, e il TAP, il gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, di cui abbiamo già parlato in questo blog.
Vorrei affrontare il primo, riportando invece quanto già scritto nell'aprile dello scorso anno sul secondo.

In breve, il progetto di alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione nasce nei primi anni '90, con un primo studio di fattibilità e con il successivo inserimento della nuova linea fra i progetti europei prioritari nel settore dei trasporti. L'accordo fra Francia e Italia per la realizzazione dell'infrastruttura venne siglato una decina d'anni dopo, nel 2001. In seguito, fra progetti preliminari, osservatori tecnici, modifiche al progetto, e proteste degli abitanti delle località attraversate dalla linea, i lavori non partiranno mai, eccettuate alcune opere preparatorie. Attualmente è stato scavato poco più di un decimo di tutte le gallerie previste in totale per l'opera fra tunnel principale e gallerie accessorie. Nel complesso, il progetto definitivo approvato mostra un'opera rilevante: la tratta è lunga 65 chilometri, oltre 57 chilometri entro un tunnel da scavare nelle montagne, un costo totale stimato in 8,6 miliardi di euro, cofinanziati per il 40% dall'UE, il 35% dall'Italia, il 25% dalla Francia. La nuova linea connetterebbe Torino a Lione per 235 km affiancandosi alla linea storica.
Come si legge sul Sole24ore "il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti."  E' possibile trovare in rete molti dettagli dell'opera e dei lavori che essa comporta, stime dei costi della sua realizzazione e stime dei costi di un'eventuale rinuncia, quanti posti di lavoro sarebbero creati e quanti sono già attivi. 

Si tratta, come è noto, di una delle opere più contestate in assoluto, e le ragioni per realizzarla, o meno, non possono trovarsi nel prezzo che sarà necessario pagare - a questo punto, qualunque scelta si faccia - per portare avanti la stessa scelta. Certo sono valutazioni importanti ma non decisive: l'argomentazione più diffusa fra i fautori, quella dei due miliardi persi, è un argomento debole se paragonato alla reale utilità dell'opera, al tassello di una strategia, alla visione di futuro, anche industriale, che l'accompagna.
Originariamente, l'alta velocità Torino-Lione è stata concepita come parte integrante delle reti di trasporto europee, dovrebbe contribuire al trasporto di una quota maggiore di merci su ferro e fare parte in generale di una strategia di sviluppo economico che coinvolgerebbe il nostro Paese invece di lasciarlo fuori. Il progetto si basa su stime di flussi di traffico sulla direttrice in forte aumento nel corso dl tempo: si trova facilmente in rete un grafico molto esplicito, per esempio all'indirizzo in calce, che mostra una previsione fuori misura rispetto alla realtà. Far passare decenni per realizzare un progetto consente di osservare le previsioni su cui si fondava nella realtà, e in questo caso erano evidentemente gonfiate. Questa stima palesemente errata costituisce la principale contestazione da parte di coloro che sono contrari alla realizzazione dell'opera. Di recente, nel febbraio 2018, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri in un documento che si può scaricare all'indirizzo indicato sotto, ha riconosciuto che erano previsioni sbagliate e "smentite dai fatti". Può darsi che realizzando il TAV, come sostengono alcuni, poi il traffico aumenterebbe, ma se si intende convogliarlo su ferro invece che su gomma non si vede perchè contemporaneamente si realizzi anche il raddoppio dell'asse autostradale al Frejus, con seconda galleria.

Sul piano ambientale, va ricordato che le gallerie attraverso le montagne sono un danno enorme. Se ne parla poco, di ciò che accade quando si fa un traforo. Si tratta innanzitutto di lavorare in territori che, per fortuna, non sono ancora antropizzati, cementificati, industrializzati come le aree di pianura, territori dove ancora vivono gli animali selvatici, dove l'acqua compie il suo ciclo proprio attraverso i monti generando le sorgenti. La perforazione comporta la costruzione di cantieri, l'uso di macchinari adeguati, la produzione di rumore, l'estrazione di enormi quantità di terra e rocce, la costruzione di un qualsiasi tunnel causa un impatto rilevante sul percorso delle acque attraverso i monti. L'acqua piovana percola attraverso le strutture delle rocce, segue i suoi percorsi fino a "rinascere" nelle sorgenti, e dare luogo ai torrenti, ai fiumi, ai laghi. Una galleria comporta sempre l'interruzione del percorso dell'acqua e la contaminazione con i materiali utilizzati per la struttura. Spesso spariscono le sorgenti o i torrenti. Spesso vengo alterate, inquinate, rese instabili. Nessun progetto di traforo al mondo, per quanto studiato sul piano ambientale, potrà evitare queste conseguenze. 
Nel caso della Valle di Susa si parla di rocce con elevata presenza di amianto, su cui dover lavorare. C'è un sito del Politecnico di Torino che riporta una serie di studi che esaminano la questione in profondità con una visione completa, anche sul piano ambientale, lo indico fra gli indirizzi in calce. La lettura degli studi proposti porta una serie di problemi e aumenta i dubbi riguardo la realizzazione dell'opera.

E poi, c'è il piano politico. Credo che la fermezza e la durata negli anni delle proteste in Val di Susa  certifichino il fallimento della politica in questo frangente. Non si può realizzare una grande opera con la forza, contro gli abitanti delle zone interessate, fossero pure una minoranza ma non certo risicata, come sappiamo. Le frasi "slogan" dette anche in questi giorni, da destra e da sinistra, non fanno che aumentare il divario invece di cercare il confronto. Come si possa poi cercare il confronto ora, dopo decenni di scontro, è difficile a dirsi. Ma una cosa è certa: il metodo è stato sbagliato, fino dal principio. In un caso come questo, dove ci sono ragioni valide a favore, e ragioni altrettanto valide contro la realizzazione dell'opera TAV, arroccarsi su posizioni che sanno di imposizione è il peggior errore che si possa fare. La verità non si trova in tasca a nessuno, si tratta piuttosto di confrontarsi sul tipo di sviluppo con cui si intende governare il Paese.
Il 23 febbraio 2018 un gruppo di personalità ha sottoscritto un appello che mi sento di condividere e a cui aderisco: "La nuova linea ferroviaria Torino-Lione: riaprire il confronto", lo si può leggere al link in calce. Nell'appello si chiede di aprire una nuova fase. Non sarà facile, ma è la strada migliore da seguire.

Riguardo il Tap, riporto di seguito quanto ho scritto qualche tempo fa.
Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.
Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 
La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.

Dunque, sono favorevole al TAP nelle condizioni dette, mentre ho numerosi e profondi dubbi su TAV. Ma di una cosa sono certa: le scelte politiche vanno condivise con la popolazione, non è più tempo di grandi opere a caso, di cattedrali nel deserto, di concezioni dello sviluppo date per scontate come un percorso obbligato. D'altronde, a memoria ricordiamo facilmente le oltre venti centrali nucleari che a metà degli anni '80 avremmo dovuto realizzare pena la mancanza di elettricità ed il ritorno alla candela, le stesse riproposte dopo il black out del 2003 tanto le rinnovabili forniscono lo zerovirgola, o le decine di centrali turbogas autorizzate ben oltre le necessità, etc. Si potrebbe continuare a lungo. Ci fa piacere invece oggi avere un terzo dell'elettricità che consumiamo verde, nonostante i mille ostacoli...

Il grafico con le stime dei flussi di traffico:

http://www.today.it/cronaca/tav-documento-osservatorio-2017.html

Il documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/PDF/20180122_DOC_ME_FINALE_INTEGR_CIPE.pdf

Il sito del Politecnico di Torino:

https://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute

L'Appello citato:

http://controsservatoriovalsusa.org/159-riaprire-il-confronto


POLITICA
A volte ritornano (le notizie energetiche, poi di solito cadono nel vuoto del dibattito italiano)
2 luglio 2018
Dal prossimo 1° luglio, la bolletta elettrica per una famiglia media italiana in tutela aumenterà del 6,5%  mentre quella del gas crescerà dell’8,2%, secondo quanto riporta l'ARERA (Autorità di regolazione energia reti e ambiente). Le principali cause sono da ricercare nella situazione politica internazionale che ha determinato un aumento del prezzo del petrolio.
Secondo quanto si legge nel comunicato del 28 giugno scorso (scaricabile dal sito all'indirizzo in calce), "Le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio, cresciute del 57% in un anno e del 9% solo nell’ultimo mese di maggio, hanno pesantemente influenzato anche i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che del mercato tutelato. Andamenti che si riflettono sull’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela per il terzo trimestre 2018. Per il settore elettrico, allo scopo di mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura, l’Autorita` e` intervenuta con una modulazione degli oneri generali di sistema, in modo da ridurre l’aumento di spesa per i clienti domestici e non domestici, con pari effetti sia sul mercato tutelato che su quello libero. Di conseguenza, dal prossimo 1° luglio la spesa per l’energia per la famiglia tipo in tutela registrera` un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale, in controtendenza rispetto ai forti ribassi (-8% per l’elettricita` e -5,7% per il gas) del secondo trimestre 2018. Per il gas l’impatto sulla spesa per i clienti domestici risulta meno significativo in considerazione dei bassissimi consumi del periodo estivo."
Il comunicato contiene anche il dettaglio della bolletta, con le ripartizioni delle spese in riferimento alle varie voci.
Inoltre - spiega la nota - "il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il PUN – Prezzo unico nazionale) a maggio ha segnato decisi incrementi rispetto allo stesso mese del 2017 e il pre-consuntivo di giugno risulta in ulteriore aumento; nello stesso periodo, aumenti significativi si registrano anche in numerose borse europee".

Può darsi, come sostiene qualcuno, che non siano argomenti che portano voti alle elezioni, ma riguardano direttamente la vita delle persone, e infatti finiscono sulle prime pagine dei giornali quando c'è un aumento in atto che comporterà un incremento di spesa per le famiglie e i cittadini in genere. Dunque dovrebbero interessare la politica. In questo caso, per l'appunto, la notizia è arrivata sulle prime pagine e nell'apertura dei telegiornali. Poi, finisce lì, di solito. 
Dunque, dove nasce la contraddizione per cui un argomento non porta voti nonostante coinvolga direttamente la vita delle persone?  Nella grande maggioranza dei casi, gli eventuali interventi sul tema si limitano all'affermazione che gli aumenti sono indesiderabili ed è sicuramente colpa di coloro che li hanno decisi o permessi; non capita mai che qualcuno avverta la necessità di ragionare su un tema importante, di cercare e descrivere le cause di ciò che accade in campo energetico. Anche perché, trattandosi di un tema complesso, pochi sono in grado di analizzarlo, soprattutto se seguono i dettami di una modalità di comunicazione spicciola, dove il non sapere fa tanto "comunicazione diretta", e in fondo, simpatia (il caso vaccini docet). Sarebbe opportuno riprendere l'abitudine all'approfondimento, rinunciare allo slogan facile, insistere a voler entrare nel merito. Anche andando controcorrente, anzi soprattutto andando controcorrente.

Siamo riusciti nella prodezza, tutta italiana, di fornire un forte sostegno alle fonti rinnovabili per un certo periodo e poi improvvisamente interromperlo, con la conseguenza di far quasi sparire il mercato. Ai quasi 9.500 MW di fotovoltaico connessi nel 2011 rispondono i circa 300 MW del 2015, dopo lo stop verticale degli incentivi, mentre le imprese del settore hanno chiuso e i fondi sono passati ad altri mercati, perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro. Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati da continui cambi di direzione, normative scollegate dai decreti attuativi, informazioni al cittadino altalenanti e spesso oscure, nell'incapacità assoluta di mantenere una rotta - cuore del problema, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog. E' interessante osservare che l'assenza di una linea condivisa non ha riguardato le fasi di alternanza politica fra destra e sinistra (e già sarebbe deprecabile, in questo ambito) ma anche governi diversi sostenuti da maggioranze analoghe, a conferma della prima conseguenza dell'opinione diffusa fra i candidati che "questi argomenti non portano voti" quindi chi se ne importa. Al contrario, gli stessi costituirebbero un'occasione ampia, articolata e soprattutto molto concreta di arricchimento del dibattito politico.   
Certo, è stata fatta la SEN (Strategia energetica nazionale). Gli obiettivi, ora, della medesima richiedono un impegno a largo raggio, una road map coerente e quantificata, definita nel tempo, per essere raggiunti. Esiste già una bozza di Decreto per le rinnovabili che prevede nuovi incentivi, e si spera, nuovi sistemi di consumo, vedremo. 
E' tuttavia indispensabile una pianificazione che consenta di evitare di guidare a vista, come si è fatto finora. Serve nuovamente un percorso per le fonti rinnovabili elettriche, termiche, per i trasporti, che includa ed integri energia e clima - come previsto dal Piano Integrato che entro fine anno dovremo preparare e presentare nelle sedi dell'Unione Europea - e venga associato ad una adeguata politica industriale. Insomma si tratta dello sviluppo - vorremmo dire sostenibile - dell'Italia. E le cifre in bolletta che tutti noi paghiamo dipendono da questo, dal sistema cioè, da come è strutturato, dalla quota di petrolio e suoi derivati, da quella di gas, dalle rinnovabili e dai vari tipi di rinnovabili, dalle tecnologie utilizzate, dall'efficienza del sistema, dal mercato dell'energia.

Troppo poco per attrarre voti? 
Meglio un paio di slogan sull'immigrazione, magari, nel vuoto cosmico che caratterizza l'espressione politica italiana (fatte alcune, rare, eccezioni), guardandosi bene, anche in questo caso, dall'analizzare cause e cercare rimedi di portata adeguata, oppure un intervento sui vitalizi, orientando l'attenzione di tutti lontano dai fenomeni che stanno plasmando il mondo e verso un dettaglio che, come dice il nome, risulta da un taglio minuto dunque non serve ad inquadrare l'insieme.

Il comunicato dell'ARERA sugli aumenti in bolletta si trova ai seguenti indirizzi:

https://www.arera.it/it/index.htm#

https://www.arera.it/it/com_stampa/18/180628.htm




POLITICA
La Strategia Energetica Nazionale 2017
25 novembre 2017
Sarà importante attuarla davvero, la Strategia Energetica Nazionale (SEN) 2017, per ottenere nel concreto, sul territorio, gli effetti di un indirizzo in campo energetico che possiamo considerare positivamente nel suo complesso.

Se ne parla poco, anzi per nulla, di un documento che invece è importantissimo, e che non sarebbe disdicevole trovare come argomento centrale di un talk show al posto dei soliti, sicuramente altrettanto importanti, temi scelti per il grande pubblico immaginando che quello energetico non catturi spettatori. Eppure, i giornalisti scientifici ci sono, e potrebbero costruire un dialogo degno d'interesse. 
Un tema di grande rilevanza, si diceva, perché le linee scelte in campo energetico sono l'impalcatura su cui si costruisce l'edificio nazionale, quello concreto dove collocare lo sviluppo industriale, una buona parte della qualità della civile convivenza, un'altrettanto buona parte della qualità ambientale con i riflessi che ha sulla salute umana. Un tema di vitale importanza, che non dovrebbe passare in silenzio.

L'evoluzione positiva nel nostro Paese in materia c'è stata, ed ha consentito di passare negli ultimi vent'anni da pianificazioni sostanzialmente basate su fonti fossili, anche se edulcorate spesso da vocaboli "verdi" poi non corrispondenti ai quantitativi ed ai contenuti delle principali scelte, a strategie capaci di usare i parametri adeguati a costruire un sistema consono al presente, vale a dire ambientalmente, socialmente, economicamente sostenibile. Se possibile, dotato di visione proiettata verso il futuro, a medio e lungo termine, come richiede il tema energetico. 
C'è voluto molto tempo, è stata necessaria una nuova cultura ambientalista razionale e scientifica (formatasi prevalentemente nel mondo della scienza ed in quello associativo ambientalista, non in quello politico), ma gli effetti ora sono visibili e chiaramente identificabili in un nuovo modo di considerare il tema penetrato ormai anche agli alti livelli, come il Ministero dello Sviluppo economico e il Ministero dell'Ambiente, ai quali con il presente Governo si deve la SEN 2017.
Non sono passati moltissimi anni da quando alla guida del Paese si riteneva che le rinnovabili sarebbero servite per produrre una percentuale zero virgola, e si autorizzava un grande numero di centrali a gas, poi diventate una capacità installata in eccesso rispetto al fabbisogno. Un periodo caratterizzato da assenza di coerenza fra le scelte, dilazioni fra provvedimenti collegati, costi elevati non certo soltanto per gli incentivi alle rinnovabili (che sono stati comunque rilevanti) ma per l'assenza di una linea strategica capace di integrare mercato, sviluppo, geopolitica, ambiente, territorio. Costi che alla fine paga l'intero Paese. 
Ora con le rinnovabili abbiamo raggiunto in anticipo l'obiettivo UE del 17%, e superiamo un terzo dei consumi elettrici, con picchi nelle domeniche estive che oltrepassano l'80%. Un elemento positivo da cui partire, a cui se ne aggiungono altri, come l'intensità energetica piuttosto bassa, per formulare scenari sempre più sostenibili.

Riguardo la SEN nello specifico, ci sarebbero molte cose da dire per riassumerla, ma è chiaro che rappresenta un passo in avanti sulla via della transizione energetica. Suggerisco di scaricarla dal sito del Ministero ed approfondirla, all'indirizzo in calce. Alcune scelte vanno rimarcate, su tutte la decisione di rinunciare al carbone dal 2025, vale a dire entro soli sette anni, un fatto senza precedenti. Una scelta importante che va nella direzione di lasciare il peggiore fra i combustibili fossili sotto terra, nonostante il basso costo e la sua diffusione nel mondo.  Sarebbe opportuno a questo scopo definire meglio i criteri di sostituzione, ragionando sul fatto che non può essere solo il gas a farla da padrone. 
Infatti, fra le critiche che si possono muovere alla SEN, una è senz'altro quella di puntare particolarmente sul gas, o di promuovere nel settore termico strumenti come le pompe di calore (che riappaiono dopo anni dal PAN, Piano d'Azione sulle fonti rinnovabili) a cui corrisponde la poca presenza del solare termico, e la seconda è quella della prospettiva di breve scadenza.
Rispetto al documento in consultazione nei mesi scorsi (vedi post "Presentata in Parlamento la nuova Strategia Energetica Nazionale") la SEN ha migliorato la percentuale delle rinnovabili, passando dal 27% al 28%, con le elettriche al 55%. Forse si può fare di più, ma questa e' già una buona prospettiva, attuando provvedimenti opportuni che consentano davvero di costruirla.

Le rinnovabili chiaramente non bastano: riguardo l'efficienza energetica nel contesto europeo, sulla SEN si legge che "intende promuovere una riduzione di consumi di energia finale da politiche attive pari a circa 10 Mtep/anno al 2030, da conseguire prevalentemente nei settori non-ETS. Si e` infatti convinti che l’efficienza energetica rappresenta una opportunita` per aumentare la sicurezza, ridurre la bolletta energetica e la spesa di famiglia e imprese, nonche´ per dare nuovo impulso alle filiere produttive italiane che operano nel settore." L'efficienza è forse la più ovvia ed insieme la più difficile opzione da realizzare.
Il documento non manca di analizzare le linee d'azione per la ricerca e l'innovazione, i mercati energetici, e il Piano Nazionale Energia e Clima di cui la SEN, si legge, "costituisce la base programmatica e politica per la preparazione".
La SEN inoltre opta per un orizzonte al 2030, come si è detto, molto limitato. Nel documento si sostiene che si tratti di "un percorso che e` coerente anche con lo scenario a lungo termine del 2050 stabilito dalla Road Map europea che prevede la riduzione di almeno l’80% delle emissioni rispetto al 1990". Non sarà facile raggiungere davvero il traguardo della Road Map, e la stessa SEN mostra un divario che andrà colmato da qui al 2050. Non appare però impossibile, con misure appropriate ed un forte impegno. 

In sostanza, si può dare un giudizio positivo sulla SEN 2017, tenendo conto della necessità di passare alla fase operativa senza ritardi e con scelte coerenti, e della opportunità di monitorare e riflettere sul percorso durante il periodo di attuazione, magari intervenendo se ci saranno elementi di criticità.
Sono convinta che se verranno messe in campo tutte le misure adeguate al raggiungimento degli obiettivi di rinnovabili, efficienza e risparmio, nei vari settori, emergerà un quadro in cui la necessità di gas metano sarà fortemente ridotta, tenuto conto anche del biometano.
Insomma, si tratta di un passo in avanti, ora da attuare concretamente.

Per approfondire la Strategia Energetica Nazionale si può scaricare qui:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/testo_della_StrategiaEnergeticaNazionale_2017.pdf

ECONOMIA
Il Canada devastato dagli incendi - ovvero, la dicotomia fra accordi internazionali e realtà
16 maggio 2016

Mentre il mondo firma accordi internazionali per tentare di contenere gli effetti sul sistema climatico delle emissioni inquinanti generate dalla combustione di gas, carbone e petrolio – come il documento della CoP21 di Parigi, firmato pochi giorni fa da un numero e un’estensione di territori nazionali mai vista prima per un accordo sui temi ambientali – le industrie, e i medesimi Stati che firmano, continuano a utilizzare combustibili fossili e ad estrarli con ogni mezzo, spremendo fino all’ultima goccia le rocce del sottosuolo con il fracking o le sabbie bituminose.

Il vastissimo danno ambientale già creato in alcune zone del Canada da questi metodi, pesantemente invasivi, ora se possibile si è trasformato in una versione cercata e voluta dell’inferno, con una serie di incendi di proporzioni gigantesche che stanno bruciando foresta, costringendo persone a lasciare il territorio, minacciando animali e vegetazione (l’ultimo dei problemi che si pongono di solito coloro che governano), emettendo inquinanti in atmosfera  giusto quanto manca per completare l’opera.

La capitale mondiale dell’estrazione di idrocarburi dalle sabbie bituminose sta andando a fuoco. Il rogo è divampato nei pressi di Fort McMurray, nel nordest della provincia canadese dell’Alberta. Le fiamme, dopo aver carbonizzato 7.500 ettari di boschi e danneggiato terreni, hanno raggiunto la città, distruggendo o danneggiando migliaia di abitazioni e costringendo inizialmente circa 80 mila persone a fuggire, ed il governo a dichiarare lo stato di emergenza. Ora gli sfollati sono diventati circa 100.000. Il Ministro della Pubblica sicurezza, Ralph Goodale, ha parlato di «situazione pericolosa e imprevedibile», con oltre 100.000 sfollati, 1.600 abitazioni andate distrutte e circa 17.000 persone ancora da trarre in salvo. Sono stati bloccati i voli. Per fronteggiare il fuoco sono stati mobilitati 1.100 pompieri, 145 elicotteri, 138 mezzi pesanti e 22 aerei cisterna.

Fort McMurray è una città costruita per portare manodopera all’industria del petrolio che in Canada estrae dalle sabbie bituminose, con un pesantissimo impatto ambientale. Ora, questo incendio ha frenato la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada, portando al rialzo il prezzo del greggio. Il Wti è salito di oltre il 4%, mentre il rialzo del Brent si avvicina al 4%. Gli analisti stimano un calo della produzione compreso tra 500.000 e 800.000 barili al giorno attualmente in Canada a fronte di una produzione globale di circa 96 milioni di barili, di cui un milione considerato in eccesso. La produzione nella zona dell’incendio e' stata rallentata o sospesa per mettere al sicuro il personale.

C’è un altro aspetto che può contribuire a chiarire la situazione. Il riscaldamento globale – fenomeno in gran parte causato proprio dalla combustione di idrocarburi e da altre attività che alterano la composizione atmosferica – determina un allungamento della stagione degli incendi, a livello mondiale e locale. Pare infatti che negli ultimi anni le temperature medie dell’area del Canada interessata siano aumentate considerevolmente. Per questo nella regione gli inverni diventano sempre più secchi e meno piovosi, causando siccità e aumento degli incendi. Secondo uno studio pubblicato da Nature Communications nel 2015, dal 1979 la stagione degli incendi si sta allungando notevolmente in tutto il mondo.

Tutto ciò costituisce un’evidente contraddizione, fra la ricerca dei modi per ridurre i fenomeni di inquinamento e di alterazione del clima mondiale, che confluisce a livello internazionale in accordi siglati da ormai tutti gli Stati, e il perdurare, persino in modalità peggiori, delle tecniche di sfruttamento di quanto c’è di più sporco ed inquinante per la produzione di energia. Occorre fare chiarezza e mettere un fermo stabile ai metodi più inquinanti, invasivi dell’ambiente, climalteranti a cui ancora oggi si ricorre per produzioni energetiche ed industriali, altrimenti i documenti degli accordi internazionali rischiano seriamente di diventare carta straccia.

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Lo scorso venerdì 13 maggio si è tenuto a Roma, presso la sede del Partito Democratico, il terzo seminario di #Ambientealcentro, dal titolo: “Dalle buone leggi alle buone politiche: quali impatti nella applicazione delle nuove misure ambientali”. L’iniziativa è stata organizzata dal dipartimento Ambiente del PD e dall’associazione degli Ecologisti Democratici.

Dopo l’assemblea iniziale, molto partecipata, i lavori sono stati divisi fra quattro tavoli tematici: Economia circolare, Cambiamenti climatici e adattamento, Controlli e legalità, Territori e qualità ambientale. Successivamente, nel pomeriggio, durante una nuova seduta plenaria sono stati illustrati i risultati del lavoro dei tavoli.

Con un approccio concreto è stato portato avanti il discorso aperto su temi importanti, che attraversano molti aspetti della società, a partire dalla vita quotidiana per finire alla pratica politica e di governo.  Si tratta evidentemente di un ambito molto ampio, trasversale per sua natura, ma fortemente legato ad alcuni temi su cui la sensibilità di un partito di centrosinistra è particolarmente focalizzata.

Per saperne di più ci si può collegare con il sito del PD all’indirizzo seguente:

http://www.partitodemocratico.it/ambiente/

 

POLITICA
Ora e' indispensabile un cambiamento di rotta
18 aprile 2016

Ieri sono andata a votare con 15 milioni di belle persone, e ne sono felice.
Il voto e' un'espressione di partecipazione democratica che non può essere in alcun modo snobbata.

Il quorum non è stato raggiunto.

Oltre 85% dei votanti ha votato Si. 

Si tratta di un segnale forte. 
Ora, credo che il governo debba prendere in considerazione l'indifferibilita' di una politica energetica da portare avanti con coerenza e apertura. Ieri sera, nel discorso che ha fatto seguito alla chiusura dei seggi e ai primi dati, Matteo Renzi ha espresso il sentimento del governo nei confronti dei temi ambientali e delle fonti pulite, rimarcandone la vicinanza con i votanti e con il desiderio diffuso di riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente. 
Nel seguito, e' necessario un impegno vero, non più rinviabile, collaborativo e fattivo. Il governo, e il PD, non possono che trarne profitto.


Sin dalla sua formazione, questo governo e' "scoperto" sul fronte delle politiche ambientali ed energetiche, che non porta avanti politiche industriali, e le vicende di questi giorni ne sono la conseguenza. L'ho scritto più e più volte su questo blog. Si tratta di temi che non possono essere trascurati, ma in genere, se si lascia un vuoto politico poi se ne subiranno le conseguenze. Sarebbe ora necessaria una modifica della rotta seguita sin qui, un diverso orientamento che consenta al nostro Paese di essere all'avanguardia in ambiti che hanno potenzialità enormi.

POLITICA
Referendum trivelle I: le ragioni per andare a votare (se il governo lascia vuoti importanti ne subisce poi le conseguenze)
5 aprile 2016
Inizio con questo post una serie di interventi tesi a spiegare le ragioni insite nel referendum del prossimo 17 aprile, comunemente indicato come il referendum sulle “trivelle”, incominciando con le ragioni per cui andrò a votare.

La democrazia e, per quanto mi riguarda, la socialdemocrazia.

Considero un referendum, a prescindere dal suo contenuto, un momento di partecipazione popolare (nel senso letterale “del popolo”) che si trova alla base del concetto di democrazia. Il nostro modello democratico è di tipo rappresentativo, dove la sovranità del popolo è delegata ai suoi rappresentanti eletti nelle istituzioni. Credo sostanzialmente che si tratti di un modello soddisfacente, nel quale è racchiusa l’impossibilità (o l'indesiderabilità) di realizzare modelli diversi di democrazia in società complesse come la nostra, ma credo anche che la delega rappresentativa non esaurisca tutti gli spazi democratici che possono portare partecipazione e contribuire alla vita sociale della comunità. Uno di questi è il referendum.
L’istituto referendario nel nostro Paese è soltanto abrogativo, e prevede il raggiungimento di un quorum nella partecipazione del 50% più uno. Si è discusso molto sul significato del quorum introdotto dai padri costituenti, e senza entrare nel merito, si può affermare essere fuori di dubbio il fatto che fra le legittime scelte c'è quella di non partecipare al voto. Pur essendo una scelta legittima, però, è anche una decisione che ha un significato politico, che presenta almeno due aspetti: uno, cercare di fare fallire la consultazione referendaria addizionando l'astensione legata alla contrarietà al quesito all'astensione fisiologica, due, operare di fatto contro una consultazione popolare.
Per quanto un quesito referendario sia giudicabile e criticabile, suggerire di non rispondere astenendosi è - altrettanto fuori di dubbio - un'opzione contraria alla partecipazione popolare, all'attenzione positiva per l'espressione del parere della cittadinanza che un grande partito dovrebbe avere, contraria alla condivisione di spazi di democrazia. Una scelta difficilmente collocabile a sinistra, nel solco delle socialdemocrazie e dei principi che le guidano. Non basta che le scelte siano “legittime”, occorre anche che le scelte siano politicamente significative, e in questo caso il suggerimento della segreteria PD lo è, ma in senso contrario al sentire politico che dovrebbe esprimere.

La politica energetica.

Sembra incredibile, ma le uniche occasioni per parlare di scelte politiche in materia di energia sono i referendum che periodicamente ci ricordano che fra le azioni di governo ci sono anche queste.
Matteo Renzi domenica scorsa intervistato da Lucia Annunziata ha detto, fra le altre cose, che la scelta di ministri con profilo tecnico riguardo tematiche come quelle energetiche (in riferimento all'ex-ministro Federica Guidi) al momento della formazione del governo avviene anche a causa dell’opinione diffusa circa una carenza di competenze in materia da parte dei politici. Questa affermazione ha del surreale: in effetti, da anni viviamo la condizione per cui questi temi non entrano nell'agenda politica del Partito Democratico sulla pagina principale per scelta precisa di chi dirige il partito. Non si fatica ad immaginare che sia stata una scelta che ha guidato anche la formazione del governo. Semmai, è la ragione di tale scelta che Matteo Renzi dovrebbe spiegare agli italiani.
Una delle conseguenze di tale situazione, consiste nel vuoto, o quasi, lasciato: si sa che un vuoto, in politica, viene riempito da altri. Infatti, mentre da anni siamo pochi adepti a sostenere nel PD che occorre far politica anche energetica ed ambientale praticamente quasi invano (non dimentico la legge sugli ecoreati, ma non si tratta di politica energetica), altre formazioni si stanno occupando del tema, magari con facili posizioni decise sulla base della convenienza politica come il M5Stelle.
Invece, finalmente in questi giorni si parla di fonti di energia, di pozzi per la trivellazione del sottosuolo, delle ricerche nei fondali marini, di tecniche discutibili come l'air-gun per l'esplorazione e la ricerca, di oleodotti, di navi petroliere. Di rinnovabili, di Cop21, di carburanti e di industria. Vale a dire, della spina dorsale del sistema economico ed industriale italiano. Temi centrali per la politica e per il governo; ma temi di cui non si parla mai. Il ministro che ha dato le dimissioni pochi giorni fa, ricopriva nel governo guidato da Matteo Renzi uno degli incarichi principali.
Oltre a spiegare le ragioni per cui questi argomenti, nonostante la loro importanza, restano a margine del dibattito politico, sarebbe ora che il Partito Democratico (di cui Matteo Renzi è anche segretario) li ponesse al centro della propria azione politica, e che di conseguenza lo facesse il governo (a maggioranza PD).
Se tutto ciò è già significativo,  si può aggiunge la difficoltà politica inequivocabile legata al confronto fra il governo e le Regioni che hanno richiesto il referendum, molte governate da una maggioranza PD. Questo aspetto mostra un'azione politica sostanzialmente debole, incapace di mediare con gli enti locali interessati persino quando vicini politicamente.

Torno al tema del referendum, senza entrare nel merito della questione (lo farò nei prossimi giorni) per dire che andrò a votare.  Se l'unica possibilità  per esprimere il mio parere su un tema così importante passa da un quesito referendario, per quanto limitato o ostico possa essere, allora la raccolgo. E lo faccio senza lasciare cadere l'opportunità offerta da un istituto che, per quanto legittimamente vincolato ad un quorum, è un istituto di democrazia, di partecipazione, di coinvolgimento, in questo caso su temi che è ora che escano dalle segrete stanze.


POLITICA
La vera sfida è costruire e portare avanti una strategia di contenimento dei consumi di gas e petrolio, ed una concomitante crescita economica
16 gennaio 2016

Il Ministro Federica Guidi ha chiarito che il Ministero dello Sviluppo economico non ha concesso alcun permesso di effettuare esplorazioni in mare entro il limite delle 12 miglia e che non sono state rilasciate autorizzazioni alla vigilia della presentazione della legge di Stabilità, rispondendo così alle polemiche ormai accese da tempo e acuitesi in questi ultimi giorni.  

Secondo l’agenzia Reuters, il Ministro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic riguarda soltanto, e in una zona oltre le 12 miglia, la prospezione geofisica e non prevede alcuna  perforazione che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. La Legge di Stabilità, venendo incontro alle richieste referendarie, ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste. Il permesso alla Petroceltic non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia. Nessun altro permesso di ricerca, in nessun’altra parte del Paese, è stato rilasciato alla vigilia dell’approvazione della legge di Stabilità.”

Si tratta di un’importante posizione in quanto mira a far chiarezza in un contesto denso di schermaglie e confronti anche accesi – inclusivi di un referendum richiesto da associazioni ed enti locali – sul tema della politica energetica da perseguire. La maggior parte delle polemiche poteva forse essere evitata fin dal principio, assumendo una linea chiara. Ma va detto che, per costruirla, è necessario inserirla nel contesto internazionale che vede il petrolio e il gas protagonisti, nonostante tutto, di uno scenario globale che parte dai consumi, passa per l’Isis e quanto vi sta intorno, incrocia l’accordo di Parigi, finisce in Europa ed in Italia dove si stenta a trovare il bandolo della matassa per costruire la maglia di una politica energetica comune – che poi non è slegata da quella ambientale, su cui l’UE si è mostrata più unita.  Per fare esempi molto vicini a noi, il petrolio sotto l’Adriatico coinvolge anche la Croazia, i gasdotti che portano il gas naturale in Europa riguardano tutti i Paesi dell’Unione. 

Stiamo attraversando una fase di basso prezzo del petrolio (a dir poco: si potrebbe parlare di un vero e proprio crollo), e questo fatto porta con sé alcune conseguenze, non tutte positive come a prima vista si potrebbe pensare. Produrre energia costa sicuramente di meno, ma le minori entrate dei Paesi produttori implicano minori spazi per le esportazioni nostrane. In generale, in un’economia il cui sviluppo è stato fondato, e si è successivamente consolidato, sullo sfruttamento delle risorse energetiche fossili – petrolio, gas, carbone – ogni eccesso provoca squilibri, in un senso o nell’altro. La letteratura dedicata in questi giorni si sbizzarrisce in ipotesi diverse circa gli andamenti futuri, e su basi di solito estremamente ragionevoli può raggiungere conclusioni del tutto diverse (far previsioni sul petrolio è sempre stato difficilissimo, e quasi mai gli esiti reali sono conformi alle stesse). Ma sulle cause del crollo ci sono pochi dubbi a proposito degli effetti di un eccesso di crescita dell’offerta rispetto alla crescita della domanda. In altre parole, negli ultimi anni a livello globale la domanda è aumentata di poco mentre la capacità produttiva mondiale è aumentata di più, e la legge della domanda e dell’offerta ha dato i suoi risultati. Del tutto normali, stando alle leggi del mercato. La situazione più paradossale nasce dal fatto che la maggior parte dell’eccesso di offerta è dovuta allo shale oil statunitense (shale oil, shale gas, idrocarburi estratti dalle rocce del sottosuolo con una tecnica molto invasiva per l’ambiente, oltre alle sabbie bituminose canadesi), che ora va fuori mercato perché le tecniche utilizzate, molto costose, non reggono il basso prezzo di vendita. Si stima che l’estrazione con il fracking non sia più redditizia con un prezzo del petrolio al di sotto dei 65 dollari al barile (ora, gennaio 2016, siamo intorno a 30 $/bbl).

L’OPEC, dal canto suo, non è praticamente intervenuta per modificare la situazione. lasciando invariata la produzione (che, come si è detto, mette fuori gioco gli USA). La Eia – Agenzia per l’Energia statunitense, ha appena pubblicato un Rapporto in cui stima prezzi bassi del barile fino alla fine del prossimo anno (2017).  Forse un ruolo indiretto lo ricopre anche l’Isis, che si trova ad occupare parte del suolo iracheno e siriano dove il petrolio non manca, ed a svolgere un ruolo politico nel quadro mediorientale. Si stima che almeno il 55% delle entrate che sostengono lo Stato islamico provengano dal contrabbando di petrolio a prezzi stracciati, arrivando sui mercati in vari modi, magari non tracciabili.

In questo contesto la bolletta energetica nazionale cala, ma sarà meglio costruire fin da ora una linea da portare avanti che ci ponga ai ripari in futuro.

Innanzitutto, il governo italiano ha assunto da tempo, a mio avviso, una posizione corretta sul piano europeo e internazionale (pur con grande rispetto di Juncker e, ovviamente, della Commissione UE). L’opportunità di un ruolo più influente del nostro Paese in Europa può diventare ora realtà, visto che in varie occasioni ha espresso per primo posizioni corrette, che poi altri hanno sostenuto, in vai ambiti dai temi economici alla politica estera. Una posizione che va sostenuta e portata avanti con convinzione, perché il nostro Paese è sicuramente in grado di giocare un ruolo rilevante negli scenari politici ed energetici internazionali ed interni europei (scenari che ci riguardano molto da vicino, come abbiamo visto).

In secondo luogo, va pensata e potenziata una strategia che ci consenta progressivamente di liberarci dal petrolio acquistato all’estero non soltanto estraendolo dai nostri mari e dalle nostre terre, ma riducendone i consumi senza intaccare la crescita economica. Una strategia che in parte già esiste, fatta di una miriade di imprese green che hanno per lo più mostrato di reggere la crisi meglio delle altre, e di una altrettanta miriade di sindaci e amministratori che sperimentano sul territorio soluzioni nuove per alleggerire gli impatti ambientali, ma che va sostenuta e potenziata con un adeguato impegno in settori ad alto valore aggiunto di innovazione tecnologica a basso impatto ambientale.

Non sarà l’estrazione dell’ultima goccia di petrolio, o di gas, dal sottosuolo, magari spremendo la roccia come un limone con impianti più costosi di ciò che riesci a tirar fuori, a far la fortuna economica di un Paese, ma la capacità di impegnarsi nei settori più adatti alle proprie caratteristiche in un mondo che avrà estremo bisogno di ripulire l’aria, l’acqua, il suolo, e limitare i danni. Un impegno nella fascia dell’innovazione tecnologica, della qualità, della ricerca, legato ad un analogo impegno sul fronte della formazione, dell’istruzione e della successiva collocazione dei giovani, invece di consentire, o addirittura favorire, la loro emigrazione.

 

 

POLITICA
Buone notizie: la Shell abbandona le trivellazioni nell'Artico, e in Regione Emilia-Romagna si adotta una buona legge sui rifiuti
1 ottobre 2015
La compagnia petrolifera Shell abbandona "per quanto prevedibile in futuro" le trivellazioni nell'Artico.
La notizia è stata data dalla stessa Shell, ed è stata accolta (prevedibilmente) con grandissima soddisfazione dagli ambientalisti, che da tempo si opponevano alla ricerca di idrocarburi nel mare dell'Alaska. La decisione di ritirarsi è conseguente al fatto che le perforazioni esplorative hanno portato a ritenere che le quantità di idrocarburi presenti fossero limitate al punto da rendere più costosa l'estrazione che la resa. In  sostanza, un investimento non in grado di generare profitto. Si tratta di una conclusione molto diversa da quanto ritenuto in precedenza da Shell sulla base degli studi fatti, che evidentemente avevano sovrastimato le riserve dell'area. Un fatto come questo rafforza le posizioni contrarie che si sono fatte sentire in questi anni, anche sotto forma di proteste pubbliche, e indebolisce notevolmente la posizione della compagnia, che ormai si appella come tutte alla qualifica di "combustibile di transizione" almeno per il gas naturale. Negli Stati Uniti le compagnie petrolifere sono molto forti anche sul piano comuncativo e culturale, e non sono inclini ad accettare nemmeno risultanze scientifiche come il cambiamento climatico. Il territiorio delle ricerche in questione, inoltre, è uno degli ultimi angoli veramente naturali del pianeta, un luogo dove il valore dell'ambiente valica i freddi calcoli sul fabbisogno energetico, arrivando a rappresentare plasticamente cosa intendiamo fare della Natura rimasta. La Shell si ritira e ne siamo felici. Altrettanto, si può affermare che un mondo sviluppato e privo di idrocarburi è ancora lontano, e la transizione in atto va gestita come fenomeno voluto poichè considerato indispensabile.
In questi giorni anche nel nostro Paese si sono fatte sentire le voci contrarie alle ricerche di idrocarburi nel nostro mare, ed in particolare all'apertura con regole più larghe voluta dal governo. Dieci regioni chiedono che il tema sia sottoposto a referendum. Credo che il tema di una politica energetica italiana ed europea non sia più rinviabile, e che le scelte debbano essere inserite in un contesto più ampio che faccia riferimento proprio alla transizione energetica verso un sistema più sostenibile. Anche le utility europee possono orientarsi verso una conversione, e in parte lo stanno già facendo. I costi delle rinnovabili sono in calo, i nuovi sistemi di accumulo sono sempre più efficienti, mentre il nucleare è praticamente finito su scala mondiale, l'inquinamento deve essere ridotto e lo shale gas e oil sono troppo invasivi per il territorio e troppo costosi. La sfida è verde, senza alcun dubbio.

Segnalo che è stata approvata in Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna una buona legge: la nuova legge regionale sui rifiuti urbani. Si tratta di un testo innovativo che si fonda sul modello di "economia circolare",  vale a dire un sistema economico che formi un ciclo chiuso dove si riduca, fino ad azzerare, la necessità e il ricorso a risorse esterne e il rilascio dei rifiiuti nell'ambiente. La legge introduce finalmente la tariffazione puntuale (si paga in base a quanto si conferisce) per i rifiuti, incentivi per i Comuni più virtuosi e premi alle imprese che smaltiscono in modo migliore.
Gli obiettivi, davvero ambiziosi,  sono di raggiungere entro cinque anni una raccolta differenziata del 73%, una riduzione del 25% delle produzione pro-capite di rifiuti, un riciclaggio al 70%, il contenimento del numero di discariche e di inceneritori e l'autosufficienza regionale. Con voto a maggioranza, favorevoli Pd e Sel, astenuti M5s e Aer, contrari gli altri, l'Assemblea legislativa ha approvato il progetto di legge. Su temi come questi sorprende l'astensione del Movimento 5 Stelle che, come ha detto il Presidente della Regione Bonaccini, hanno perso una buona occasione.

Per maggiori informazioni:

http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/primo-piano/rifiuti-urbani-approvata-in-assemblea-la-nuova-legge

politica interna
Fra il dibattito per Bologna e le trivelle in Regione
17 luglio 2015
La partita del futuro governo della città, già molto attiva in questi giorni a Bologna, non dovrebbe far dimenticare i temi legati all'ambiente. Anche in Regione alcuni interventi mostrano una linea politica a luci ed ombre, che in alcuni casi e' persino di difficile identificazione, come nel caso energetico. Nulla di nuovo, si potrebbe dire, per un Partito Democratico che nel suo complesso fatica a capire cosa vuol fare da grande su questi argomenti.
Come emerso in un incontro pubblico lo scorso venerdì 10 luglio, a cui ha partecipato fra gli altri l'attuale Assessore all'Ambiente e Urbanistica Patrizia Gabellini, la città mostra tuttora un divario con altre città europee analoghe per altri aspetti a Bologna su molti ambiti riferibili ai temi ambientali, nonostante una serie di interventi sicuramente condivisibili e utili a sbloccare una situazione di quasi stasi ultradecennale - per citarne un paio, il PAES Piano d'azione per l'energia sostenibile nel quadro del Patto dei Sindaci, o il più recente Blue Ap, un interessante piano per l'adattamento ai cambiamenti climatici che punta molto sull'incremento di verde. In effetti, i problemi del traffico urbano e periurbano, della presenza tuttora di impianti di riscaldamento obsoleti a gasolio, di una scarsa quota di ambientalizzazione degli edifici, compresi quelli pubblici come per esempio le scuole, insieme a questioni più specifiche come la presenza di amianto o di inquinamento acustico o luminoso, caratterizzano ancora oggi il contesto urbano di una città che per molti versi e' fra le più avanzate, con un livello di qualità dei servizi fra i più alti. La differenza fra Bologna e Amburgo o Copenhagen, per non dire di Friburgo, e' evidente, basta andarci e muoversi sui mezzi pubblici o sulle biciclette, che consentono di raggiungere anche la provincia, o vedere gli edifici a basso consumo che formano interi quartieri, la raccolta e il riuso dell'acqua, l'altissima percentuale di raccolta differenziata. Nel corso degli ultimi vent'anni abbiamo in realtà assistito all'allontanarsi delle vie percorse dalle Amministrazioni locali, con scelte molto green per le une, più tradizionali per Bologna. Chiunque si sia occupato di ambiente in tale periodo sa che troppo spesso le aspettative poste da pianificazioni o dichiarazioni sono andate deluse. 
Ora che il territorio provinciale e' Città Metropolitana, inoltre, la sfida e' maggiore ma favorita dal contesto di area vasta in cui meglio si inquadrano i temi ambientali. Il territorio provinciale influisce molto e direttamente sull'ambito urbano, basti pensare che oltre il 50% del traffico in città proviene dalla provincia. Sarà indispensabile raccordare le politiche cittadine con quelle metropolitane.

E sarà indispensabile raccordarle anche con quelle regionali. L'Amministrazione della Regione Emilia-Romagna si sta muovendo a luci ed ombre riguardo questi temi, passando da un piano dei rifiuti con obiettivi sfidanti di differenziata e riciclo, all'apertura alle ricerche di idrocarburi, dopo un breve periodo di stop quando si è pensato che potessero influire sui terremoti, in perfetta linea con il governo nazionale. 
Ora, non è che si devono fermare le ricerche degli idrocarburi; il problema e' che le si devono inserire in un insieme di atti e linee di indirizzo che formino una coerente politica energetica. Questo e' ciò che manca, e che purtroppo manca da anni, a partire dal livello nazionale.
Restando in Regione, le dichiarazioni dell'Assessore alle attività produttive Palma Costi circa il fatto che il metano sarebbe il combustibile della transizione energetica, spiegando così l'apertura alle trivelle, sono discutibili. Infatti, il ragionamento sul gas come combustibile della transizione e' vecchio di vent'anni (o più), ed è proprio per questo che in Italia abbiamo talmente tanto gas da poterne importare il doppio di quello che consumiamo. Semmai, le ragioni sono economiche, ovvero la volontà sfruttare il gas presente sul nostro territorio. Dunque poniamo le ragioni economiche, ma costruiamo anche uno scenario energetico che verifichi gli obiettivi pregressi e ne ponga dei nuovi, considerando la necessità di ridurre l'inquinamento e il ricorso agli idrocarburi (appunto).

ECONOMIA
Energia: meglio, ma ancora non basta
11 luglio 2015
Secondo Bloomberg New Energy Finance saranno almeno 5 le linee guida che caratterizzeranno la transizione del sistema energetico a livello mondiale nel prossimo futuro. Lo studio è il nuovo Energy Outlook 2015, che è possible reperire all'indirizzo in calce. In breve, il sistema di approvvigionamento energetico mondiale vedrà la situazione attuale letteralmente capovolgersi: da oltre 60% di energia da fonti fossili, ad oltre il 60% da fonti rinnovabili.

I maggiori drivers energetici individuati sono:

1. Il solare. L'energia solare è destinata a diventare una delle maggiori tecnologie utilizzate per coprire il fabbisogno. In particolare, il calo dei costi porterà una forte crescita degli investimenti nel solare fotovoltaico, sia a grande scala sia a piccola scala. Si stimano 3,7 miliardi di dollari.
2. La democrazia energetica. L'energia sarà sempre più appannaggio degli utenti, i tetti saranno solari, i sistemi energetici locali, così come gli accumuli. Nella parte del mondo in via di sviluppo, queste caratteristiche saranno spesso le prime ad essere conosciute, in località che avranno accesso all'energia per la prima volta. 
3. Calo della crescita della domanda. La domanda di energia sarà sì in crescita, ma in misura minore che nel passato. Si stima 1,8% all'anno, invece del 3% che ha caratterizzato gran parte degli ultimi 20 anni. Nei Paesi OECD la domanda di energia sarà inferiore nel 2040 rispetto al 2014.
4.  Il gas naturale sarà una parentesi. La grande crescita nel consumo di gas che ha fatto da ponte verso le rinnovabili è stata propria di alcuni Paesi Occidentali e degli USA, ma non sarà lo stesso per i Paesi in via di sviluppo. Molti di essi passeranno direttamente dal carbone alle rinnovabili, e spesso ricorreranno direttamente ad entrambi. 
5.  Resta il pericolo rappresentato dai cambiamenti climatici. Nonostante tutto, si stima che le emissioni di CO2 ed altri gas climalteranti saranno in crescita. Considerato cioè  l'impegno per le rinnovabili e per l'efficienza, la presenza ancora di grandi impianti a fonti fossili e il legame con il carbone di molti Paesi limiteranno gli effetti positivi auspicati.

Dunque, in vista del 2040 la struttura del sistema energetico mondiale sarà profondamente trasformata. Tutto ciò, secondo questo Rapporto, non sarà ancora abbastanza per fermare il cambiamento climatico in atto e ridurre le emissioni climalteranti. Data la difficoltà insita nel fare stime di questo tipo, resta la possibilità di intervenire ora in misura tale da migliorare le prestazioni future. 

Il dossier completo si trova al seguente indirizzo:
http://www.bloomberg.com/company/new-energy-outlook/
ECONOMIA
Le energie pulite non si fermano
7 febbraio 2015

In un articolo intitolato “Sette ragioni per cui il basso prezzo del petrolio non fermerà le rinnovabili” Tom Randall di Bloomberg spiega sinteticamente ed efficacemente le ragioni della sua conclusione nettamente a favore delle fonti di energia rinnovabile. Si può leggere l’intero articolo all’indirizzo in calce.

In sostanza, Randall si pone la domanda che tutti noi ci poniamo: ma ora che il prezzo del petrolio è calato fino a dimezzarsi e il gas è altrettanto a buon mercato, che fine faranno le rinnovabili? Dato che tutto funziona in termini economici, e non certo fisici, si tornerà ad un periodo dominato dalle fonti fossili, in cui le rinnovabili resteranno al margine come è stato per decenni prima del recente cambiamento favorevole alle energie pulite? La risposta è no, le rinnovabili continueranno a crescere, e le ragioni sono espresse in 7 punti.

Innanzitutto, la considerazione base: il sole non compete con il petrolio e i suoi derivati, semmai con il gas, ma appare ormai ben consolidato nel panorama energetico ed elettrico, e sempre in crescita, nel mondo ed in alcune aree del mondo fra cui l’Europa. Per quanto ci riguarda, ci sarebbero considerazioni da fare sulla nuova Commissione Europea guidata da Juncker e sulle scelte che ha fatto riguardo energia e clima, e sul nostro Paese, dove il governo non riesce a mantenere una linea sulle modalità di incentivazione, ma ne parleremo in altra occasione. Seguono poi una serie di considerazioni sui prezzi dell’elettricità e delle fonti rinnovabili da adattare anch’esse al contesto locale, dalle quali emerge comunque il velocissimo abbassamento del costo del solare negli ultimi anni, e il contesto favorevole alle auto elettriche - anche in questo caso, una scelta che ancora oggi non riguarda l’Italia. Infine, che il prezzo del petrolio non resterà sempre così basso e che gli investimenti in energie pulite sono in continua crescita.

Frattanto, è notizia di questi giorni che la Chevron abbandona i suoi progetti di ricerca ed estrazione di gas dalle rocce,  lo shale gas, in Polonia poiché non sono più redditizi. Chevron ha rinunciato dopo che i suoi guadagni per il quarto trimestre del 2014 erano scesi di quasi l 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il basso prezzo del petrolio ha fra le sue conseguenze benefiche quella di spingere fuori dal mercato l’estrazione di shale gas/oil tramite il fracking, una tecnica di frantumazione delle rocce del sottosuolo ed estrazione degli idrocarburi contenuti con l’ausilio di prodotti chimici altamente invasiva per l’ambiente. In Europa sembra dunque che il fracking resti fortunatamente al palo, visto che anche i pochi Paesi UE che avevano mostrato apertura alle compagnie petrolifere ora sono investiti dagli eventi che frenano il settore (che non avevano previsto).

Dati gli ampi spazi in cui sarebbe possibile operare per una riconversione ecologica dell’economia e in cui sarebbe possibile promuovere settori nuovi, in crescita, ad alto contenuto di ricerca e innovazione, non si capisce perché si insiste con metodi e scopi vecchi, superati, capaci soltanto di ancorarci al passato e frenare lo sviluppo del futuro, che non può essere altro che sostenibile. Il governo italiano, ad oggi, nel quadro a luci ed ombre che va dipingendo, non riesce ancora ad imboccare una strada matura in questa direzione, e fatica a svincolarsi da un’ottica superata che anche Matteo Renzi, nella sua proposta di innovazione, non riesce ad assumere. Modificare i meccanismi di incentivazione alle rinnovabili non è innovativo, ridurre i vincoli ambientali nemmeno, immaginare che la crescita economica avvenga oggi con gli stessi criteri e presupposti degli anni del dopoguerra meno che mai. Ma le cose da fare non mancano, anzi attendono da anni, e sarebbero capaci di lanciare il nostro Paese davvero nel futuro.

Attendiamo con fiducia la “svolta buona” anche qui.


L’articolo citato si trova al seguente indirizzo:

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-01-30/seven-reasons-cheap-oil-can-t-stop-renewables-now

La notizia su Chevron che lascia la Polonia si trova qui:

http://www.rinnovabili.it/ambiente/chevron-polonia-fracking-333/

ECONOMIA
Quale futuro: più petrolio o meno consumo?
20 maggio 2014

Tentare di risolvere la questione energetica non è cosa semplice, ma alcuni fatti che ne stanno alla base possono servire al dibattito, senza pretesa alcuna, ma con spirito di confronto.

L’occasione la offre Romano Prodi che, con un articolo pubblicato il 18 maggio scorso su Il Messaggero, interviene sulla questione energetica portando all’attenzione un aspetto che riguarda da vicino scelte fondamentali per il futuro del nostro Paese: la presenza di giacimenti di idrocarburi nel sottosuolo, in terra e in mare, italiano ed il loro sfruttamento.

In sostanza, Prodi sostiene che potremmo avere a disposizione maggiori risorse per altri scopi aumentando notevolmente la produzione nazionale, e riducendo così la cifra che paghiamo per l’importazione di prodotti petroliferi e gas. In tal modo potremmo anche dare un impulso alla crescita economica. L’occasione la offre la Croazia, che intende fare ricerche per sfruttare giacimenti in mare aperto, nell’Adriatico, dove sembra vi siano quantitativi promettenti.

Nel merito, non condivido questa posizione, e cercherò di spiegare perché.

Oltre a quanto qui riassunto (l’articolo completo si trova all’indirizzo in calce), infatti, la questione energetica comprende alcuni punti, importanti per formare una linea di intervento, che vale la pena di considerare.

Il primo di essi, riguarda le ragioni per cui utilizziamo il petrolio e il gas. Il primo soprattutto nei trasporti, e secondariamente nel riscaldamento, il secondo soprattutto per produrre elettricità, e poi anch’esso nel riscaldamento. Dunque, la priorità dovrebbe riguardare come fare per ridurre i consumi di petrolio e di gas:  intervenendo per esempio nel settore trasporti con politiche adeguate, e nella produzione di calore e di elettricità con le moderne tecnologie che consentono di produrre in modo rinnovabile o di risparmiare e recuperare. Sarebbe una scelta di grande significato politico preparare un Piano dei Trasporti finalizzato alla razionalizzazione e complessiva riduzione dei consumi di carburanti in un Paese, l’Italia, che ha fatto dell’autotrasporto di persone e merci la cifra del proprio sviluppo economico post-bellico. Potremmo scoprire che si può risparmiare tanto quanto estraendo petrolio dalla Basilicata o dal Mar Adriatico, o forse anche di più.

Il secondo, riguarda l’ammontare reale delle riserve nel sottosuolo, e la quota estraibile con profitto. Secondo dati del Ministero dello Sviluppo Economico, si stima un totale di 282 Mtep fra riserve certe e possibili, ma si leggono stime diverse, come 700 Mtep sul Sole24ore, che comunque sarebbero capaci di alimentare una produzione soltanto di una percentuale maggiore dell’attuale. In ogni caso, al ritmo di 60 Mtep consumati nel nostro Paese, si tratta di allungare di qualche decina d’anni la sopravvivenza di una larga quota di combustibili fossili nel nostro sistema economico e produttivo.

Ma questo significa allungare di altrettanto l’impegno verso la costruzione di un sistema nuovo, che ci liberi gradualmente dalle fonti energetiche più costose ed inquinanti, e formi un sistema industriale, dei trasporti, residenziale, etc. innovativo e più sostenibile per l’ambiente. Questo è il punto centrale, e preminentemente politico. L'innovazione a basso impatto ambientale, il recupero di energia e materia, la ricerca, credo che costituiscano la strada per il futuro della nostra economia, da imboccare senza traumi eccessivi, ma con decisione. L’altra è l’economia del passato, quella che ha portato, grazie alla combustione in atmosfera di composti estratti dal sottosuolo, alla modifica della composizione dell'atmosfera, al riscaldamento globale e all’alterazione del sistema climatico.  Un sistema economico che non potrà, comunque, continuare per sempre: i giacimenti finiscono, mentre l’ambiente inquinato resta.

Terzo, la Croazia. Premesso che le considerazioni qui esposte valgono ovunque, si tratta di un Paese che deve ancora fare una sua parte di sviluppo, dunque che si trova, o dovrebbe trovarsi, in una posizione ben diversa dalla nostra: la posizione di chi dovrebbe scegliere in modo più diretto un tipo di sviluppo maggiormente sostenibile. Ma il nostro Paese dovrebbe trovarsi ora in un percorso innovativo, non rincorrere lo sviluppo dei decenni del boom economico quando dovrebbe già essere oltre, nella fase della costruzione di un’economia più avanzata.

Quarto, il rischio ambientale. Oltre all’inquinamento dell’aria, sappiamo che trivellare in mare comporta rischi seri per l’ambiente: dagli incidenti alle piattaforme di estrazione, a quelli alle navi che trasportano gli idrocarburi, per finire alla subsidenza delle zone costiere (ma si propone di spostarsi in mare aperto, comunque un aspetto da verificare). Nel caso dell’Adriatico (o del Mediterraneo), un mare chiuso e densamente abitato sulle coste, una simile evenienza comporterebbe gravissime conseguenze – e costi altissimi.

Mentre si discutono questi aspetti, non va dimenticato che le fonti rinnovabili hanno raggiunto una quota intorno al 30% dell’energia elettrica (anche grazie a scelte fatte dai governi Prodi), smentendo coloro (fra cui numerosi esponenti politici di primo piano) che soltanto pochi anni fa decretavano che non avrebbero coperto che una frazione marginale. Il risparmio e l’efficienza possono raggiungere obiettivi anche superiori, sarebbe importante intervenire sul settore dei trasporti. Investendo in questi settori si può promuovere il settore industriale italiano che necessita, innanzitutto, di politiche adeguate e scelte precise, e contemporaneamente operare per ridurre la spesa energetica, nel rispetto dell’ambiente e degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti che l’Unione Europea ha stabilito.

 

L’articolo di Romano Prodi si trova al seguente indirizzo:

 

http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/prodi_quel_mare_di_petrolio_che_giace_sotto_l_amp_rsquo_italia/697134.shtml

 

 

politica estera
I venti di guerra in Siria passano anche attraverso i tubi del gas
30 agosto 2013

Sicuramente la guerra in Siria ha generato una catastrofe umanitaria, con decine di migliaia di morti e oltre un milione di rifugiati, a cui non si può restare indifferenti e si può persino pensare di rispondere con un intervento in armi, come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia ipotizzano in questi giorni (e forse è già più che un'ipotesi), ma sotto il velo dell'orrore giace come sempre la tela degli interessi economici ed energetici.
La Siria possiede petrolio, ma in fase calante, con il picco della produzione convenzionale superato nel 1996. I diversi interessi che può suscitare non sono perciò dovuti particolarmente alla produzione interna, ma alla sua posizione geografica, oltre che alla politica condotta dal suo regime, trovandosi nel bel mezzo della vasta area che dall'Europa orientale passa dal Medioriente e circonda il Mediterraneo a Sud: un'area che quando non è produttrice diretta è comunque attraversata dai flussi di petrolio o di gas. Un'area, inoltre, che è già direttamente investita da effetti evidenti, anche economicamente, del cambiamento climatico.
Pare infatti che in gioco vi siano accordi diversi per gasdotti diversi, con almeno uno che porterebbe il gas dall'Iran verso occidente attraverso l'Iraq e la Siria, e un altro che porterebbe il gas dal Qatar attraverso l'Arabia Saudita e la Siria. Con le conseguenze politiche del caso, nel primo incrementando le quotazioni politiche internazionali dell'Iran, nel secondo del Qatar (la questione è stata descritta in un articolo del Guardian lo scorso mese di maggio).  Altri scenari sono possibili, ma tutti sono legati al controllo delle risorse energetiche. Le implicazioni di una guerra condotta in Siria vanno dunque ben al di là del sollievo che possono portare alle popolazioni.
La Siria si trova in una situazione estremamente difficile anche sul piano ambientale, poichè il cambiamento climatico si fa sentire con un aumento dei periodi siccitosi in un'area che possiede già ampi territori desertici o semi-desertici. Le risorse idriche sono diminuite della metà, e la produzione di grano non è più sufficiente. L'acqua e le produzioni alimentari diventeranno le risorse da tutelare (e controllare) nel futuro, quando interi Stati saranno sotto il giogo del cambiamento climatico.
Parallelamente, i venti di guerra fanno aumentare il prezzo del petrolio, e c'è già chi prevede 150 dollari al barile (indirizzi in calce).  Può essere utile, oltre a progettare scenari geopolitici, tentare di ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e dal gas?

Riferimenti:
www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/may/13/1
www.oilandgasiq.com/strategy-management-and-information/columns/150-dollar-oil-is-the-least-flammable-consequence/
www.nbcnews.com/business/how-syria-conflict-could-hit-oil-markets-best-worst-cases-8C11028644
 

ECONOMIA
Straordinaria riduzione del prezzo dell'elettricità: a zero!
19 giugno 2013

Domenica scorsa è accaduto un fatto storico. Per la prima volta, infatti, il 16 giugno 2013, tra le ore 14 e le 15,  il prezzo d'acquisto dell’energia elettrica (PUN, Prezzo Unico Nazionale) è sceso a zero su tutto il territorio italiano, mostrando che in quelle ore le fonti di energia rinnovabile, sole, vento, idroelettrico, hanno prodotto il 100% dell'elettricità utilizzata.
Questo fatto era già accaduto in alcune zone soltanto, ma mai nell'intero territorio del nostro Paese, dove sole e vento al Sud e bacini idrici al Nord hanno fatto gioco di squadra rendendo possibile, seppur per breve lasso di tempo, ciò che fino a pochissimo tempo fa sembrava impossibile.
I dati a consuntivo dei fabbisogni orari giornalieri pubblicati da Terna ci dicono che alle ore 14 del 16 giugno la richiesta è stata di 31.199 MW, mentre alle ore 15 è stata di 30.565 MW.  Il fatto che il PUN abbia raggiunto il livello zero significa che si è formato quando il costo "marginale" era zero, ovvero l'energia proveniva da fonti rinnovabili.
Infatti, il Mercato del Giorno Prima (MGP), dove si forma il PUN, è strutturato in modo che la remunerazione dell'energia prodotta è pari all'offerta dell'impianto più costoso ("marginale") dispacciato. La produzione da fonte rinnovabile, essendo priva di combustibile, viene offerta a prezzo zero, ma di solito viene remunerata comunque visto che il prezzo si forma sulla base del prezzo determinato dalla fonte marginale (gas, per esempio). Uno degli effetti della grande penetrazione delle rinnovabili è quello di spingere con questo meccanismo progressivamente fuori mercato gli impianti tradizionali a fonte fossile. A parità di fabbisogno, la presenza crescente di impianti a fonte rinnovabile fa sì che l'impianto marginale sia nel tempo sempre meno costoso, perciò il prezzo che si forma sul mercato diventa minore. Nelle fasce orarie coperte dal fotovoltaico, si riduce così il prezzo dell'elettricità, e l'effetto è evidente da tempo.
Chiaramente, quello che è successo domenica 16 giugno è frutto di un mercato ancora calibrato sulle fonti fossili e sul sistema di produzione di energia tradizionale. Invece, adesso le rinnovabili stanno influenzando il mercato notevolmente, e non si può più evitare il tema del ruolo che hanno le varie componenti ammesse a fornire la copertura del fabbisogno elettrico.
Ora, le varie fonti rinnovabili collaborano alla riuscita dell'impresa:  la produzione da fotovoltaico si fa sentire nelle ore centrali della giornata, mentre subentrano nel tardo pomeriggio le centrali idroelettriche, mentre l'eolico si somma, dando origine ad un contributo abbastanza stabile a copertura del fabbisogno. I cicli combinati a gas forniscono la capacità necessaria alla sicurezza energetica. Questo è il futuro, volenti o nolenti, non il carbone.
Sta scendendo anche il fabbisogno di gas, a causa della crisi e, anche in questo caso, del maggior contributo delle rinnovabili elettriche. Grande offerta di gas e bassa richiesta portano a prezzi più bassi sul mercato a breve termine, con conseguenze positive sulla spesa per l'energia.
Sarebbe opportuno, quando si parla della spesa per gli incentivi alle rinnovabili, presentata di solito n forma molto critica, fare un calcolo completo, anche se limitato temporalmente, per comprendere davvero il bilancio costi/benefici, fermo restando che i benefici ambientali e sanitari sono il punto di partenza. 

Riferimenti sui siti di Terna, del GME, di Qualenergia, agli indirizzi a lato. 

ECONOMIA
70% della nuova capacità installata sarà rinnovabile, competitiva rispetto alle fonti fossili
23 aprile 2013

Nonostante condizioni di mercato definite difficili, si prevede una forte crescita delle rinnovabili dovuta al miglioramento della competitività che le porterà a coprire intorno al 70% della nuova capacità installata nel mondo al 2030.
Secondo Bloomberg New Energy Finance, che presenta l'analisi in uno studio portato al Summit annuale a New York, gli investimenti annualmente diretti a nuova potenza rinnovabile cresceranno da due volte e mezzo fino a oltre quattro volte e mezzo nei prossimi vent'anni, con uno scenario più probabile che vede un salto del 230%. Gli indicatori di una tale forte crescita si trovano nel continuo miglioramento della competitività del vento e del solare rispetto alle fonti fossili, e nella crescita delle fonti non intermittenti e pulite come idro, geotermia, biomasse.
Bloomberg stessa dice che la previsione si fonda su modelli che tengono conto di tutti i parametri del futuro energetico, compresi lo stato dell'economia, la crescita della domanda, l'evoluzione dei costi delle tecnologie, le politiche per i cambiamenti del clima, le tendenze del mercato delle fonti fossili. Dunque, si tratta di drivers ben fondati che, nel quadro che si è formato negli ultimi anni, mostrano una tendenza molto favorevole alle rinnovabili, pià delle previsioni formatesi negli anni recenti, e al di là del loro ruolo pur importante sul piano puramente ambientale. Una tendenza che si sta consolidando e che sta modificando le previsioni nate soltanto pochi anni fa e molto ottimistiche circa una lunga fase favorevole al gas (supportate, come è noto, anche dall'IEA nel World Energy Outlook del 2011).
Nel settore della generazione elettrica, le proiezioni stimano un 70% di nuova potenza rinnovabile installata al 2030, e soltanto il 25% di potenza da fonti fossili come carbone, petrolio o gas.  Riguardo quest'ultimo, le previsioni parlano di una stabilizzazione del prezzo a 9$/MMBtu (circa 7€) in Europa.
Uno dei dirigenti di Bloomberg NEF, Guy Turner, sostiene che "le tecnologie rinnovabili saranno il perno della nuova capacità installata, anche in una visione meno ottimistica dell'economia mondiale e delle policy effettive. Il principale driver della crescita futura del settore rinnovabile in questo lasso di tempo sarà il passaggio da politiche di supporto a costi in calo e domanda naturale". Sottolinea anche l'importanza di programmare l'integrazione delle rinnovabili intermittenti nella rete e sui mercati.
Scenari come questi descrivono un'evoluzione parzialmente diversa da quanto previsto nella Strategia Energetica Nazionale, che sceglie impegni dovuti e normalmente attesi sul fronte delle rinnovabili e dell'effiicenza, e impegni ben più gravosi sul fronte delle fonti fossili. Da tempo le cose stanno cambiando rispetto alle previsioni effettuate alcuni anni fa e che appaiono alla base delle scelte della SEN, occorre tenerne conto.

Maggiori dettagli sullo studio di Bloomberg si trovano al seguente indirizzo:
http://about.bnef.com/press-releases/strong-growth-for-renewables-expected-through-to-2030

NB politica:   Nel quadro desolante dipinto dal PD nell'ultimo periodo, Debora Serracchiani ha vinto in Friuli, congratulazioni e auguri.  Non ci vuole un genio a comprendere che la dirigenza (che non è certo la segreteria di Bersani soltanto) che ha gestito il partito negli ultimi vent'anni è ampiamente superata e immediatamente da sostituire con coloro che vincono le elezioni. Per restare al merito e ai temi che ci interessano, ieri sera Matteo Renzi intervistato da Lilli Gruber ha lamentato più volte la scarsa ma necessaria presenza dei temi ambientali ed energetici nel dibattito politico. Chi si occupa di temi concreti apprezza gli interventi politici che richiamano gli stessi perchè sa che è la chiave per il passaggio culturale che consente di introdurli e affrontarli. Senza quel passaggio, non si fa nulla (che è poi quello che si è fatto finora: nulla).  Staremo a vedere. Con fiducia.
 

ECONOMIA
Solare competitivo con il gas
3 marzo 2013

Le grandi marche del mercato elettronico entreranno con grande probabilità nel mercato dell'energia solare, favorendo una forte crescita nelle installazioni di pannelli che sorpasserà le aspettative, mentre la tecnologia diventerà più economica di quella per il gas. Un Rapporto di Citigroup sostiene che il solare farà diventare gli impianti a gas, oggi la tecnologia tradizonale più economica, efficiente e consolidata, un esempio di costi elevati.
In particolare, cambierà presto la necessità di incentivazioni economiche, che hanno sostenuto la grande crescita delle installazioni solari fino ad oggi, una crescita valutata in media del 59% all'anno dal 2007 al 2012 nel mondo.
La grid parity è stata ormai raggiunta in molte regioni nelle forniture a scala residenziale, e si valuta che in prospettiva si estenderà rendendo inutili gli incentivi. Ma ora c'è lo shale gas in America. Su scala più grande, le grandi centrali solari dovranno essere competitive rispetto agli impianti a gas a cicli combinati, un traguardo che sembra difficile con le nuove caratteristiche del mercato del gas, dove lo shale gas si vende a 3 dollari per milioni Btu. Secondo Citigroup, questa cifra non riflette i veri costi di produzione. In ogni caso, gli analisti ritengono che il sistema muoverà verso un sistema capacity-payment per bassi tassi di utilizzo di impianti che servono per backup generation.
Infine, le grandi compagnie dell'elettronica entreranno nel mercato, favorendo economie di scala e costi più bassi grazie al vantaggio tecnologico di alcuni anni.
In ultima analisi, il Rapporto mostra uno scenario in cui ci saranno nuove strade che apriranno opportunità al mercato del solare, con nuovi mezzi di produzione con le tecnologie più avanzate e maggiori possibilità per il futuro, capaci di rendere anche le tecnologie più avanzate tradizionali, come quelle per il gas, obsolete.

Maggiori dettagli si trovano al seguente indirizzo:
http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=can-solar-challenge-natural-gas

N.B. Politica:  ora che il Partito Democratico ha quasi perso le elezioni (che i suoi dirigenti, e non solo, erano sicuri di vincere), ora che ha rinunciato alla sua vocazione ambientalista, alla sua vocazione scientifica - potrei continuare ma mi sembra che basti - sui temi legati alla questione ambientale dovrà confrontarsi con i 5Stelle. Bersani ha fatto persino la proposta di non nominare un Ministro dell'Ambiente. A questo si doveva arrivare. Non credo di sbagliarmi molto se immagino che più che un suo sentimento anti-ambientalista si tratti di una mancanza di sbocchi politici nel partito. Una parte minoritaria ma ben posizionata lavora per impedire qualsiasi rinnovamento, non importa con quali conseguenze politiche. Questo è il dramma del Partito Democratico che ha portato a perdere le elezioni e che il Segretario nazionale non è riuscito a modificare se non di una misura ininfluente.
Fermando con determinazione i propri esponenti ambientalisti ora la partita si farà con qualcuno che appare assai meno incline al compromesso, e forse anche alla semplice mediazione.   Ritengo che sul piano politico i responsabili di questo fallimento ne debbano rispondere.
 

ECONOMIA
I combustibili fossili prevalgono ancora
26 gennaio 2013

Mentre le compagnie delle energie fossili dichiarano di non ricevere alcun contributo, Fatih Birol (International Energy Agency) sostiene che i "contributi ai combustibili fossili sono il nemico pubblico numero uno della la lotta al cambiamento climatico".
Questo fatto ha delle conseguenze sull'assetto mondiale delle fonti di energia, tema di cui si è discusso ad Abu Dhabi al World Future Energy Summit 2013, nei giorni scorsi.
Secondo il rapporto Renewables Global Report Futures, negli ultimi 10 anni la quota delle fonti rinnovabili nel mix energetico mondiale è aumentata di più del 15%, ma sembra allontanarsi l'obiettivo della quota del 30% entro il 2030. Questo accade sia perchè i combustibili fossili rappresentano ancora l'80% consumo energetico mondiale, sia perchè la crescita nei consumi riduce la percentuale di energia pulita sul totale. Nel suo intervento, l'Executive Secretary dell'United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), Christina Figueres, ha ricordato che «Il passaggio verso l'energia low carbon è iniziato, ma non sta avvenendo al livello o alla velocità necessari». Questo è un punto fondamentale, dato che si rischia di fallire non per mancanza di impegno, ma per eccessiva lentezza rispetto ai processi naturali alterati dalle emissioni inquinanti. Per parte sua, Birol ha aggiunto che  "I contributi ai combustibili fossili nel 2011 hanno raggiunto i 523 miliardi dollari, in crescita di oltre il 30% rispetto all'anno precedente. Questo rende i combustibili fossili a buon mercato e ne incoraggia, piuttosto che scoraggiarne, l'uso".
A tutto ciò si aggiunge il fatto che il prezzo del gas sarà probabilmente a buon mercato a seguito dell'incremento dell'offerta, dovuta anche allo shale gas soprattutto dal nord America, con conseguente posizione competitiva nei confronti delle rinnovabili, ed effetti su tutto il mercato energetico mondiale, oltre che locale.   Inoltre, secondo l'ultimo rapporto Bloomberg New Energy Finance, nel 2012 gli investimenti nelle energie rinnovabili sono calati dell'11% a 268 miliardi di dollari, quando nel 2011 avevano raggiunto i 302 miliardi dollari, con un aumento di oltre il 30% rispetto al 2010, dati che mostrano uno stallo recente rispetto all'andamento degli ultimi anni.
Al contempo, sempre secondo i rilievi di Bloomberg, per i sistemi innovativi di trasmissione, controllo e misura dell'elettricità - le cosiddette smart grid - sono stati investiti l'anno scorso a livello mondiale 13,9 miliardi di dollari, il 7% in più rispetto al 2011.   Il cambiamento del sistema energetico procede quindi in modo contraddittorio, e non sarà facile trovare un equilibrio nel percorso evolutivo, come non sarà facile intervenire per dare al percorso un orientamento sempre più eco-friendly, al fine di ridurre il livello di inquinamento globale e le sue pesanti conseguenze.

Parte delle notizie riportate si trovano ai seguenti indirizzi:
http://www.worldfutureenergysummit.com/
http://about.bnef.com/
 

politica interna
Un fatto: energia e ambiente sono esclusi dal dibattito politico
12 gennaio 2013

I temi sono praticamente assenti dal dibattito, salvo alcuni cenni sommari, e questo va insieme alle decisive difficoltà che incontrano nei partiti coloro che se ne occupano.  Si tratta di un fatto notato e reso pubblico ormai da moltissimi commentatori.    

Non è dato sapere le ragioni di una scelta precisa e condivisa da tutti di questo genere. Si tratta di una scelta estremamente preoccupante per il futuro del nostro Paese, chiunque vada a governarlo.
 

ECONOMIA
La nuova Strategia Energetica è carente in termini strategici
4 ottobre 2012

Secondo quanto si legge in questi ultimi giorni, la Strategia Energetica Nazionale di cui il governo parla da tempo e di cui esisterebbe una bozza sarebbe basata su almeno tre punti importanti:  sviluppo delle estrazioni di petrolio e gas nazionali, ruolo dell’Italia come hub europeo del gas, e incremento delle rinnovabili elettriche. Questi obiettivi richiederebbero modifiche alla normativa esistente per quanto riguarda le regole per le trivellazioni, a terra e in mare, semplificazioni delle procedure autorizzative, compresa la proposta, nel caso del gas, che la  realizzazione di infrastrutture strategiche abbia garanzia di copertura dei costi di investimento "a carico del sistema", vale a dire a carico dei contribuenti nel caso non ce la facciano i privati.
Chiaramente, la proposta fa notizia nel momento in cui si vuole aprire all'estrazione di idrocarburi casalinghi passando dall'attuale 7% ad un 12-14%:  un punto importante da analizzare nel contesto dei consumi energetici italiani. Prescindendo dai rischi ambientali diretti, se è vero che un aumento dell'estrazione degli idrocarburi potrebbe ridurne l'acquisto dall'estero, è altrettanto vero che la stessa quota potrebbe essere risparmiata sui consumi, per esempio in un settore famelico come i trasporti. Non basta fare riferimento all'efficienza e al risparmio energetico nella produzione di elettricità e nella produzione di calore quando si parla di idrocarburi:  occorre includere l'ampio ambito della mobilità. Dato che i trasporti nel nostro Paese assorbono il 31% dell'energia che utilizziamo, corrispondenti a circa 42 Mtep, spero che la Strategia includa un Piano dei Trasporti da cui non si può prescindere che descriva la situazione, stabilisca obiettivi, tempi e metodi, sulla base di una linea di indirizzo che determini il percorso da effettuare. In caso di interventi virtuosi volti al risparmio, l'estrazione interna ridurrebbe comunque l'acquisto dall'estero, ma almeno sarebbe inserita in un quadro di risparmio energetico e razionalizzazione complessivo che porterebbe soltanto benefici.

L'ambizioso obiettivo di diventare un hub del gas e la proposta di nuovi gasdotti e rigassificatori si inserisce in tutto e per tutto nel quadro per nulla razionale attuale (di cui abbiamo parlato spesso in questo blog). In sintesi, ricordiamo che abbiamo una capacità ricettiva ben superiore al fabbisogno, con oltre 120 miliardi di metri cubi contro i meno di 80 miliardi di metri cubi, fra l'altro in un periodo in cui il consumo di metano è in calo, e che non ci mancano i gasdotti mentre siamo carenti di rigassificatori. Il prezzo dell'energia da metano non è legato a carenza di materia prima, ma ad una serie di fattori pertinenti il sistema elettrico sul piano tecnico e sul piano del mercato. I proclami che si ripetono da un po' circa la volontà di abbassare per decreto il prezzo dell'elettricità sono destinati a finire nel nulla, se non si interviene con razionalità. Nuovi gasdotti non faranno certo ridurre il prezzo, mentre rischiano al contrario di finire a carico del contribuente. Facciamo ben attenzione, perchè una strategia non ben calibrata in questo campo porta a costi ulteriori per i consumatori, privati e imprese, mentre si parla di volerli abbattere in bolletta, e finisce oltretutto per caratterizzare il sistema energetico italiano per i prossimi decenni, non per un mese o per la durata di questo governo. L'intento poi di diventare un hub del gas, già criticato da Enel non senza ragioni, può portare verso ulteriori posizioni di rischio, comunque da analizzare con attenzione nel dettaglio.
Manca - e non poteva essere altrimenti in questo ambito - la regia politica. Non possono i tecnici definire strategie importanti come quella energetica, con valenza strategica per l'Italia per molti anni a venire, e a mio avviso non debbono farlo. Va proposto un percorso di politica energetica che riguardi l'intero Paese, con l'orizzonte non delle prossime elezioni, ma dei prossimi decenni, nel quadro delle direttive europee attuali, e promuovendo strategie comuni che superino i confini nazionali. Anche questa bozza di Strategia Energetica Nazionale sembra limitata a tamponare problemi contingenti, e sembra priva di una visione complessiva di lungo periodo.
 

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