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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di novembre:

 

In questo mese, sciami meteorici e costellazioni bellissime si affacciano all'orizzonte orientale, come Orione e Toro; la prima dalla sagoma inconfondibile brilla con la Cintura in bella evidenza, la seconda più alta nel cielo sembra osservarci con l'"occhio" di Aldebaran, una gigante rossa brillante. Gli splendidi ammassi aperti delle Iadi e delle Pleiadi ci segnalano l'arrivo dell'Inverno. Basta osservare la sera soprattutto verso Est, non fa ancora molto freddo e questo sicuramente aiuta la permanenza all'aperto.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio è osservabile ad occidente dopo il tramonto del Sole, estremamente basso sull'orizzonte.

 

Venere

La stella più brillante del cielo è ben visibile ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso è osservabile a Sud la sera intorno a mezzanotte e per tutta la notte. Il giorno 11 lascia la costellazione del Capricorno ed entra nell'Acquario.
 

Giove

Giove è oramai inosservabile.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli, osservabile la sera guardando a Sud-Ovest, purtroppo per un periodo sempre più breve dopo il tramonto del Sole .

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

ECONOMIA
Emissioni in crescita nel mondo (ma con alcune eccezioni)
28 marzo 2019
Altro che riduzione delle emissioni climalteranti a salvaguardia del sistema climatico, le emissioni crescono eccome, stando agli ultimi dati dell'IEA (International Energy Agency), pubblicati nel Rapporto "Global Energy & CO2 Status Report. The latest trends in energy and emissions in 2018". 
Risulta infatti che le emissioni globali di CO2 sono cresciute dell'1,7%  nell'anno appena trascorso, raggiungendo il picco storico di 33,1 Gt, vale a dire oltre 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera. Tutti i combustibili fossili hanno contribuito a questa crescita, attribuibile per i due terzi al settore della produzione di energia. Tale crescita è dovuta per l'85% a tre Paesi, la Cina, l'India, e gli Stati Uniti, ed è stata generata da un aumento della domanda di energia. Al contrario, in Paesi come la Germania, il Giappone, il  Messico, la Francia e il Regno Unito le emissioni sono diminuite.

Alla base della crescita delle emissioni inquinanti nel mondo c'è stato un forte aumento del consumo di energia, del 2,3%, quasi il doppio dell'incremento medio dal 2010, generato a sua volta dal buono stato dell'economia globale e dal diffondersi localmente di mezzi per il riscaldamento e il raffreddamento. La domanda è cresciuta per tutte le fonti, soprattutto per il gas naturale con il 45%, mentre il vettore principe è ovviamente l'elettricità. La famosa efficienza energetica resta nell'ombra.  Le centrali di produzione di energia alimentate a carbone continuano ad essere le maggiori sorgenti di emissioni climalteranti.

Si è detto della buona performance dell'economia globale - fatto che dal nostro Paese non appare evidente - con una crescita del 3,7%  dovuta prevalentemente ai 3 Paesi menzionati sopra che hanno inquinato di più: Cina, India, Stati Uniti. Questo fatto testimonia che, nonostante se ne parli da anni, il disaccoppiamento fra la crescita economica e la produzione di sostanze inquinanti derivanti dalla combustione non è ancora avvenuto. Qualcuno ricorderà che se ne era parlato in tempi recenti, nel 2015 per l'esattezza, con dati proprio dell'IEA che avevamo commentato in un post datato 18 marzo 2015.  All'epoca le emissioni erano rimaste invariate a 32,3 miliardi di tonnellate rispetto all'anno precedente (il 2014) nonostante la crescita economica. A livello italiano il mese scorso ne ha parlato anche l'Ispra, presentando dati abbastanza positivi. Ma se a livello mondiale siamo passati in pochi anni da 32,3 a 33,1 Gt è chiaro che qualcosa non ha funzionato nel tentativo di portare la crescita economica sulla strada delle rinnovabili e dell'efficienza, sganciandola dai combustibili fossili. Hanno matematicamente ragione i giovani e Greta Thunberg a protestare. Cifre alla mano. La strada per la decarbonizzazione dell'economia è un percorso difficile in sé, non è accettabile che non venga rispettato. Se le cifre sono queste, servirà ben altro che l'Accordo di Parigi per tracciare il solco di un percorso virtuoso. 
Il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò ha la sua peculiare importanza: infatti si tratta dell'unico grande Paese sviluppato e dotato di tutte le possibilità, tecnologiche e finanziarie, per cambiare le basi su cui si fonda lo sviluppo che continua, salvo ancora limitate eccezioni locali, ad inseguire la via più tradizionale allo sviluppo, incuranti dell'inquinamento che causano a livello mondiale, tendenza ancora più marcata sotto la Presidenza Trump. La responsabilità che hanno in questa fase non è certo marginale.

La più virtuosa resta, ancora una volta, l'Europa. Nonostante una crescita economica dell'1,8% - dato che non riguarda l'Italia, evidentemente - la domanda di energia è aumentata soltanto dello 0,2%. Che stia avvenendo qui il disaccoppiamento? Può darsi, visto che, nonostante mille difficoltà e ritardi, l'UE resta il luogo dove si fanno davvero politiche per ridurre gli impatti ambientali del consumo energetico, e si ottengono risultati concreti. La crescita della domanda in Europa in termini di energia primaria ha riguardato per la maggior parte le fonti rinnovabili, mentre il ricorso al carbone continua a diminuire. Le disomogeneità al suo interno non impediscono di raggiungere risultati nel complesso interessanti, e di porsi obiettivi performanti. Il futuro non può che costruirsi su un modello fatto di minori consumi, minori emissioni, maggiore efficienza  e rinnovabili.
Le tendenze antieuropeiste che serpeggiano nella politica rischiano di invalidare anche questi benemeriti risultati. Aggiungiamoli alla lista, lunga, dei benefici dell'Unione quando andremo a votare il 26 maggio prossimo, magari insieme alle significative immagini delle proteste e dell'impasse in cui si sono infilati gli inglesi nel tentativo incredibile nella sua assurdità di uscire dall'Unione Europea.

L'intero Rapporto dell'IEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.iea.org/geco/

POLITICA
Uno spiraglio da cui filtra la speranza
18 marzo 2019
Si può affermare che la partecipazione sia stata ampia, che l'entusiasmo delle migliaia di giovani presenti fosse tangibile, che i numeri descrivano la più grande manifestazione a livello mondiale; per contro si può sottolineare che la medesima verteva su un tema complesso forse non sempre analizzato nei termini dovuti, o prevedere che a fronte di tale complessità la volontà si spegnerà presto, o anche, come molti hanno fatto, che le richieste dei giovani in piazza sono già esaudite dal lavoro che la politica porta avanti, e cosa manifestate a fare.
Le considerazioni possono vertere su un aspetto o un altro, ma è un fatto che venerdì scorso, 15 marzo, si è svolta una manifestazione degna di nota: migliaia di giovani in tutto il mondo hanno chiesto azioni concrete a difesa del loro futuro (perché il futuro è loro) non sul piano dei diritti, delle retribuzioni, o di qualsiasi altra rivendicazione sacrosanta riguardante la propria condizione sociale, ma sul piano della conservazione di un ambiente naturale sulla Terra adatto al persistere della vita della nostra specie così come l'abbiamo conosciuto nelle ultime migliaia di anni, almeno dal Neolitico in poi. 
Un'iniziativa ben riuscita, partecipata, eta' media giovanissima, che ha avuto vasta eco, che può rappresentare un elemento cardine di un cambiamento, in un ambito comunque complesso e dalle conseguenze spesso indirette. Non è certo la prima manifestazione ambientalista, ma è la prima con tali caratteristiche.

Piaccia o no -  e le critiche anche aspre non sono mancate, soprattutto all'ideatrice della mobilitazione Greta Thunberg - si tratta di un evento di enorme rilevanza. Perché questo è il momento storico di una scelta radicale fra due possibilità: se continuare a portare avanti un modello di sviluppo che altera gli equilibri naturali fino a stravolgerli, o modificarlo alla radice aprendo la strada ad un paradigma diverso che non pregiudichi la nostra stessa esistenza. Il momento è questo non perché sta per cadere un asteroide, ma perché non siamo intervenuti adeguatamente nei decenni trascorsi ed ora il tempo stringe, fra gli eccessi dell'inquinamento, delle emissioni climalteranti, della temperatura che continua a salire ed il sistema climatico che continua a cambiare in modi sempre più estremi. Dai primi articoli sul riscaldamento globale generato dalle emissioni dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas sono passati oltre quarant'anni, dall'inclusione della variabile entropia nelle tesi sullo sviluppo altrettanto, dai primi studi di Svante Arrhenius sul riscaldamento globale generato da un aumento dell'anidride carbonica in atmosfera è trascorso oltre un secolo.  Decenni durante i quali è stata costruita una crescita economica totalmente svincolata dagli effetti sull'ambiente, fino a tempi recentissimi che hanno visto l'introduzione di deboli normative non sempre rispettate, lunghi periodi durante i quali la stessa cultura prevalente ha faticato, quando non ha omesso, a trovare vie di confronto con la emergente cultura ambientalista. Tempo perso che ci avvicina sempre più al momento cruciale della scelta.

Qualcosa si sta già muovendo da tempo, e sarebbe ingiusto oltre che sbagliato non ricordare la quota di energie rinnovabili che oggi copre una parte significativa dell'energia che consumiamo in Italia, la legge contro i reati ambientali, la raccolta differenziata dei rifiuti che nel nostro Paese è in aumento ed ha complessivamente superato la metà, fino ai comportamenti individuali sicuramente più attenti che nel passato come nel caso della continua crescita del settore del cibo biologico o a km zero. Va detto che si tratta di percorsi che in un modo o nell'altro traggono la loro origine nell'area ambientalista e nell'influenza che è riuscita ad avere in politica o nelle sensibilità diffuse, ma resta un fatto che qualcosa è cambiato rispetto ad un passato anche recente. L'Unione Europea ha da sempre operato per promuovere politiche energetiche di riduzione delle emissioni climalteranti. I trattati internazionali cercano di fare lo stesso, fra mille difficoltà e Paesi fortemente inquinanti come gli USA che non aderiscono (o che aderiscono a seconda della presidenza di turno). I Paesi in via di sviluppo faticano a tenere il passo per ragioni economiche che possono essere per loro molto gravose. 

Il punto centrale del problema, in estrema sintesi, è che secondo i rilevamenti e gli studi scientifici, tutto ciò non basterà. L'atmosfera è già oggi talmente alterata dalle emissioni che se anche ci fermassimo ora dovremmo subire le conseguenze del cambiamento climatico. Occorre intervenire alla radice, orientando alla sostenibilità l'intero sistema produttivo, dei trasporti, dei servizi. Si tratta di una prospettiva di vasta portata, forse non semplice da affrontare, ma in grado di generare posti di lavoro, sviluppo inclusivo, impatti minori, un rapporto diverso con l'ambiente naturale.  Occorre interagire con i Paesi in via di sviluppo allo scopo di aiutare l'uscita delle popolazioni dalla miseria senza ripetere ciò che nel mondo occidentale abbiamo già fatto, e cioè inquinare oltre misura. 
Agire e agire per tempo, perché la posta in gioco è altissima, la stessa sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Perché il punto è questo: difendendo l'ambiente difendiamo noi stessi. Pur avendo un profondo significato preservare l'ambiente naturale in sé - e si apre qui un tema che richiederebbe vasta analisi - è fuori da ogni dubbio il fatto che stiamo mettendo in gioco le caratteristiche naturali che ci hanno consentito di vivere, di sviluppare civiltà, cultura, società, di diventare ciò che siamo. 

La più grande sfida che l'umanità abbia mai affrontato nella storia capita ora, a fronte dei rischi enormi che essa stessa ha creato. I rischi stanno superando i benefici, i costi dei danni stanno superando gli introiti. 
Se saremo in grado di capirlo e muoverci di conseguenza saremo la generazione che ha salvato il mondo. Altrimenti non lo saremo. Tertium non datur. 



POLITICA
Il Partito Democratico può ripartire - e tutti noi possiamo, venerdì 15 marzo
10 marzo 2019
C'è una prima considerazione evidente. Ora il Partito Democratico può ripartire. L'affluenza alle primarie è stata alta, superiore alle aspettative in questa fase difficile per il partito - possiamo dire di averlo felicemente previsto qui - ed il risultato è stato nettamente in favore di Nicola Zingaretti. Se questo è il momento, come lo sono tutti i momenti di crisi, di partire con un progetto nuovo Zingaretti ha una responsabilità molto grande, parzialmente alleggerita dal nostro aiuto che inizia sinceramente con l'augurio di buon lavoro. 
Per parte mia, spero davvero che si inizi un percorso per costruire un partito di sinistra moderna, capace di accogliere le istanze di oggi, di elaborarle per cercare risposte, capace di apertura e confronto, centro del ricamo sulla tela ormai strappata e logora della cultura progressista e di sinistra. Le questioni in campo sono enormi, diseguaglianze vecchie e nuove, diritti, la gigantesca questione ambientale che ancora troppo frequentemente cozza contro i canoni dell'economia tradizionale, l'automazione nel lavoro, la digitalizzazione, la globalizzazione, la finanza, la giustizia, un mondo che cambia più velocemente di quanto la politica (e il legislatore, l'amministratore) riesca a fare. Veloce più dei tempi dei congressi del PD, va detto. 
Zingaretti dovrà saper trovare strade per fare tutto questo. Strade che siano "nuove" perché, va detto anche questo, il timore che aleggia è quello di un ritorno al passato, che sarebbe la via più sicura per finire tutto quanto e andarcene a casa. Spero di no, pensando con un certo grado di fiducia che sappia distaccarsi quanto basta dal proprio passato per interpretare modi e sentire dell'oggi senza perdere le indispensabili radici.

L'attuale governo, che non sa decidersi se essere di destra o indefinibile, è lo specchio efficace del vuoto lasciato dai partiti tradizionali - e si sa che se si lascia un vuoto in politica poi arriva qualcuno a riempirlo. Il conflitto in Emilia Romagna fra governo locale e nazionale sta coinvolgendo principalmente il piano di infrastrutture localmente disegnato, a cui risponde il governo nazionale con modi e contenuti fumosi e incoerenti. La manifestazione in favore delle nuove strade previste dal progetto si è poi trasformata in un convegno, assai più appropriato, tenuto sabato 9 marzo al Palazzo dei Congressi di Bologna, con grande partecipazione. Vedremo gli sviluppi di una contesa che assume sempre più i toni di un contrasto politico invece che di un confronto nel merito delle questioni. 

Un momento particolarmente importante capiterà il prossimo venerdì 15 marzo, giorno in cui si terrà uno sciopero con manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l'attenzione sul tema del cambiamento climatico che rischia di stravolgere i cicli naturali della Terra, e di tutti quanti noi che ci viviamo sopra. E scusate se è poco. Possiamo definirlo un evento epocale. Speriamo che la partecipazione sia adeguata - quando si tratta di temi ambientali è difficile far previsioni - superiore agli studenti che l'hanno indetto meritoriamente, estesa al punto da portare un cambiamento. Un cambiamento necessario, si può dire indispensabile, del modello di sviluppo. Che non significhi tornare indietro, e nemmeno continuare ad andare avanti verso il baratro. E' necessaria un'elaborazione alternativa, e se non è un tema politico questo non so cosa lo sia. Appuntamento dunque da non mancare venerdì 15 marzo. Possiamo ripartire tutti da lì, per far sentire la propria voce a salvaguardia di quanto abbiamo di più prezioso, la Natura terrestre e la sua ricchezza.

POLITICA
Inquinamento e reddito: facce di una stessa medaglia, lo sviluppo iniquo
5 febbraio 2019
Una relazione interessante dell'AEA (Agenzia Europea per l'Ambiente, o EEA European Environment Agency) dal titolo «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa, l'indirizzo è riportato in calce) appensa uscita, punta il dito sugli stretti legami tra problemi sociali e problemi ambientali in Europa.

L'Agenzia dell'Unione Europea afferma che "è necessaria un’azione mirata per proteggere maggiormente i poveri, gli anziani e i bambini dai rischi ambientali quali l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali dell’Europa". Un tema di notevole importanza, soprattutto se paragonato alla sua sottovalutazione. Si tratta di prendere atto che il problema dell'inquinamento dell'ambiente è anche un tema sociale in cui le fasce più deboli della popolazione sono le più colpite, sia all'interno delle società sviluppate sia nel contesto delle diseguaglianze mondiali. Differenze di reddito, di istruzione, di occupazione si traducono in modi diversi di esposizione agli agenti inquinanti, di capacità di rispondere al problema, di consapevolezza dello stesso, esattamente come differenze geografiche, economiche e politiche sul piano internazionale corrispondono a diversi impatti degli inquinamenti locali o del cambiamento climatico. Insomma, la questione sociale si intreccia alla questione ambientale ed il legame è stretto e fatto di maglie intrecciate in modo complesso. Sul piano politico, abbiamo già scritto qui più volte di come la sinistra - che dovrebbe cogliere questi aspetti, almeno nel loro risvolto sociale - non lo abbia mai fatto, in particolare in Italia, commettendo un errore storico che ancora oggi, con i tempi tipicamente dilatati della cultura politica, diffonde le sue ombre. Per troppo tempo si è pensato che bastassero i documenti, gli accordi, i rapporti tecnici per affrontare una materia che invece è pienamente politica, rinunciando ad essa come se un trattato filosofico sul tempo fosse sostituibile con un orologio, o un minimo di conoscenza scientifica fosse rimpiazzabile con la lettura dell'indice dell'ultimo rapporto pubblicato.

Lo studio dell'AEA presenta delle carte geografiche tematiche che con l'uso di diversi colori forniscono informazioni che hanno il dono dell'immediatezza. L'Italia emerge per quantità e qualità dei problemi.  La Pianura Padana e le aree di Roma e di Napoli sono fra le zone più inquinate d'Europa per particolato fine (PM2,5). Il nostro Paese spicca anche per l'alto numero di disoccupati e di anziani (ovviamente, quest'ultimo dato è positivo e riguarda l'elevata vita media della popolazione italiana).
A livello europeo, scrive il Rapporto che "L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3)". Le differenze di reddito si fanno sentire anche all'interno delle zone maggiormente benestanti: secondo lo studio "Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche. Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2". L'inquinamento  acustico poi si differenzia notevolmente fra zone di diverso reddito, risultando che "L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati".
Infine, le aree del Sud dell'Europa, dove si colloca anche l'Italia, "sono caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute".

Si legge nello studio che è necessario un contesto di politiche attive per favorire azioni mirate e considerare le conseguenze dei rischi sanitari causati dai danni ambientali soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Non si può dire che manchino del tutto le politiche adeguate, ma quelle che ci sono non sono sufficienti e soprattutto non formano ancora un insieme capace di trovare risposte e cambiare una tendenza. Questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti: una periferia senza verde, attraversata da strade trafficate, vicina ad insediamenti produttivi magari pesantemente inquinanti è luogo di vita di coloro che non possono permettersi niente di meglio. Abbiamo esempi persino più gravi, nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania, dove la maggior incidenza di malattie gravi e' probabilmente legata agli smaltimenti illeciti dei rifiuti, inclusi i rifiuti tossici. Questioni sociali ed ambientali che si intrecciano, lasciando scie di degrado a volte inestricabili. 

Lo studio dell'AEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.eea.europa.eu/it/highlights/inquinamento-atmosferico-rumore-e-temperature


POLITICA
A grandi problemi occorrono grandi risposte
11 gennaio 2019
In questo clima davvero si fatica a portare avanti un discorso che sia alternativo al pensiero dominante. Il pensiero unico in cui siamo immersi ormai da oltre due decenni sta diventando sempre più inclinato a destra, sempre più chiaro nelle sue intenzioni, sempre più esplicito. Non occorre più nascondersi dietro ragionamenti capaci di salvare la facciata, basta farsi vedere alla luce del sole per ciò che si è. La vicenda di 49 - dicasi quarantanove - persone lasciate per due settimane a vagare per mare senza trovare un approdo che consentisse loro di sbarcare in Europa, e in Italia, resterà ad emblema del periodo storico che stiamo vivendo. E resterà, per fortuna, anche come primo grande errore del Salvini di Governo, incapace, anche da destra, di trovare una soluzione perlomeno accettabile. Salvini ha perso, sconfessato dal suo stesso Governo, una partita che aveva un unico sbocco, quello che ha avuto. A grandi problemi occorrono grandi risposte, non inerzia e propaganda.

Purtroppo, si fatica a trovare nella triste ed enorme vicenda dell'immigrazione una linea europea che si fondi sui valori che l'Europa esprime, e magari anche sui numeri che sono sempre molto utili  per capire i problemi. La maggior parte dei flussi migratori non riguarda infatti le barche che arrivano dall'Africa, nonostante queste siano sicuramente un impatto notevole per le comunità che vivono sulle coste meridionali dove avvengono gli sbarchi. Nel complesso, si sta comunque parlando di numeri in forte calo, mentre è in forte aumento l'emigrazione dall'Italia, un tema che dovrebbe far riflettere e ricevere maggior attenzione.
Un mondo diseguale in preda al cambiamento climatico che abbiamo provocato, questo è in sintesi il destino che ci stiamo costruendo con le nostre mani se non interverremo per tempo a modificare le cose. Le migrazioni saranno sempre più consistenti. Verso dove? Naturalmente, verso la parte ricca del mondo, se non si interverrà per creare condizioni adeguate anche altrove, dove la miseria, l'aridità, i cambiamenti del clima, l'assenza di un minimo di organizzazione preventiva non consentono di vivere una vita degna di tale nome.

Il Partito Democratico deve rappresentare in questo contesto l'alternativa politica, di pensiero, culturale. Il 2019 sarà un anno importante per varie ragioni, una delle quali sono le elezioni europee programmate proprio quest'anno. L'Unione Europea irrisa da coloro che detengono l'attuale maggioranza politica, in nome di una nuova versione del passato, il "sovranismo". Altrimenti detto chiusura, autoreferenzialità, campo recintato, nostalgia di un passato assai peggiore, rifiuto delle esperienze che possono portare ad un futuro migliore. Se le si sa costruire. Perché se le si mina per decenni si può effettivamente infine ottenere il risultato voluto, e sottotraccia, del disfacimento dell'Unione Europea. Questo sì, che sarebbe il risultato delle forze "sovrane", un bel ritorno indietro con annessi e connessi. Quello che stanno sperimentando più o meno in Gran Bretagna, dove probabilmente se rifacessero il referendum il "remain" vincerebbe con il 90%.

Dunque, buon anno. Come dicevo, in fondo inizia bene, con un sovranista sconfitto. Speriamo bene. E auguri a tutti.

ECONOMIA
Bioplastiche in grande crescita
14 dicembre 2018
Tra il 2012 e il 2017, vale a dire in soli cinque anni, il settore delle bioplastiche ha registrato un fatturato in aumento del 49%, arrivando a 545 milioni, e un incremento della produzione pari all'86%, a 73 mila tonnellate. Questi sono i dati contenuti nel rapporto annuale di Assobioplastiche, l'associazione della filiera delle bioplastiche compostabili in Italia, presentato a Roma. Il contenuto del rapporto è descritto in breve all'indirizzo in calce.

Il settore offre anche buone prospettive di occupazione: gli addetti che operano nel settore sono 2.450, con una crescita del 92% nello stesso periodo, mentre il numero delle aziende è salito del 69%, raggiungendo le 240 unità. Per il 2018 il settore prevede un'ulteriore crescita dei volumi pari al 15%.
Per quanto riguarda le destinazioni, le 73.000 tonnellate di polimeri lavorati sono diventate shopper monouso per la spesa per il il 68%, sacchi per la raccolta della frazione organica per il 13%, mentre il restante 19% si trova ripartito tra agricoltura, ristorazione, packaging alimentare e igiene della persona.

Nel 2017, e per la prima volta dall’introduzione della legge 28 del 2012, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, con 49.500 rispetto a 42.500 tonnellate.

La bioplastica è un tipo di plastica biodegradabile derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici mediante l’attività di microorganismi; al termine del processo le sostanze organiche di partenza vengono trasformate in molecole semplici. Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio, contro le migliaia di anni richieste dalle materie plastiche sintetiche, che si ottengono dal petrolio.
La compostabilità è la capacità di un materiale organico di essere riciclato organicamente assieme all’umido. Essi si trasformano in compost mediante il compostaggio, un processo di decomposizione della sostanza organica che possiamo attuare in condizioni controllate. 
La possibilità di ricorrere a processi naturali per esigenze che sono sempre state soddisfatte con materiali derivati dal petrolio, generando rifiuti inquinanti ed emissioni di composti climalteranti e dannosi, è un'opportunità eccezionale nella ricerca di vie diverse allo sviluppo che consentano di non rinunciare ai servizi utili mentre si difende la qualità dell'ambiente. La chimica verde è un settore molto promettente, in forte sviluppo, innovativo, capace di aprire strade nuove allo sviluppo sostenibile. Le applicazioni, molto concrete, che realizza consentono il risparmio di migliaia di tonnellate di Co2 che altrimenti sarebbero immesse nell'ambiente. Sono indispensabili strade nuove che ci consentano di lasciare sotto terra quanto resta di petrolio, carbone e metano, che abbiamo utilizzato in moltissimi ambiti, e rispondere adeguatamente alla minaccia di un cambiamento del sistema climatico sempre più pressante.

Vedremo gli esiti della riunione internazionale COP 24, che si sta svolgendo in queste ore in Polonia, a Katowice, per decidere com tradurre nella pratica l'Accordo di Parigi (del dicembre 2015; notare che siamo già nel dicembre 2018). 
Il luogo scelto non potrebbe essere più adatto: la Polonia fa un massiccio uso di carbone per soddisfare le sue esigenze energetiche. Anni fa ho visitato proprio la zona di Cracovia e dintorni, inclusa Katowice, in un periodo primaverile che da quelle parti significava ancora inverno. Non occorrevano i dati tecnici per capire come viene prodotta l'energia per qualsiasi uso: la neve era ovunque, anche nei piccoli paesi e accanto al bosco, ricoperta di una fuliggine nera, una polvere di origine inequivocabile, la combustione di carbone. Molti Paesi nel mondo, come la Polonia, non hanno ancora acquisito la capacità e lo sviluppo necessari a passare alle fonti rinnovabili abbandonando le fonti fossili, un problema che si può risolvere soltanto con un sistema di aiuti, sostegni, programmi comuni. Speriamo che la COP 24, indispensabile per attuare l'Accordo di Parigi, trovi risposte adeguate alla complessità ed urgenza del tema e condivise da tutti. Soltanto un'azione comune può essere incisiva. 
Anche perché il tempo stringe: qualche giorno fa Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change a Roma, ha avvertito che "tra due generazioni sarà troppo tardi. Effetti devastanti sulla salute. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento» (si veda la pagina del Corriere all'indirizzo in calce). E non è uno scherzo.

Gli indirizzi citati sono i seguenti:

https://www.lanuovaecologia.it/bioplastiche-report-assobioplastiche/

https://www.corriere.it/salute/18_dicembre_03/clima-rimangono-solo-20-anni-salvare-pianeta-bc73cfce-f6e1-11e8-bd62-81aafd946bf7.shtml

POLITICA
Ennesimo allarme sul clima (che dovrebbe sortire qualche effetto)
23 novembre 2018
E' uscito il nuovo rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ed è un nuovo allarme: stiamo distruggendo l'ambiente dell'intero pianeta e alterando il clima in modo e con velocità tali che rischia di diventare un processo irreversibile. 

Il tema è gravissimo, ma sembra fuori dal dibattito politico italiano, come al solito. Sui siti dei principali quotidiani si fa fatica a trovare la notizia, su Televideo si trova nella pagina delle "culture", ma soprattutto, nessuna intervista politica inizia con questo enorme, gravissimo, problema. Come se non ci riguardasse. Si tratta di un tema nel tema, ovvero, come fare comunicazione ambientale e comunicazione politica ambientale in modo tale da incidere sugli schemi prevalenti, modificando gli stili più diffusi. 

Il WMO Greenhouse Gas Bulletin ci informa sostanzialmente che i gas serra in atmosfera continuano a crescere, ed anche le ultime misure hanno raggiunto un nuovo record. La concentrazione globale media di biossido di carbonio ha raggiunto 405,5 parti per milione (ppm, unità di misura della concentrazione di un gas in atmosfera; per farsi un'idea, in epoca preindustriale era di circa 280 ppm), in continua crescita negli ultimi anni nonostante le regole introdotte nel corso del tempo e gli accordi a protezione del sistema climatico. Il metano e gli ossidi di azoto fanno lo stesso. I livelli di calore - si legge sul sito all'indirizzo in calce - intrappolati nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e la tendenza non mostra segni di inversione. Questo comporterà un cambiamento climatico a lungo termine, con innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani, fenomeni atmosferici estremi. Il potenziale di riscaldamento sul clima (total radiative forcing) è aumentato del 41% rispetto al 1990. I grafici che il Bulletin riporta sono estremamente eloquenti.

Si tratta di quote elevatissime, su cui occorre intervenire tempestivamente. Un altro parametro fondamentale infatti è il tempo: la riduzione delle emissioni inquinanti deve avvenire nel giro di pochi anni, se vogliamo evitare di oltrepassare il punto di irreversibilità. 
Le emissioni di CO2 devono raggiungere il livello zero al 2050 se intendiamo rispettare l'Accordo di Parigi e restare sotto 1,5 gradi di incremento della temperatura, secondo il rapporto WMO. Zero sul piano mondiale è una quota che richiede un impegno grandissimo. Probabilmente, sarà necessario intervenire con operazioni di rimozione del biossido di carbonio dall'atmosfera come molti studi suggeriscono. 
Dunque, non si tratta più di scegliere se fare lo sviluppo sostenibile, ma di come fare lo sviluppo sostenibile. Il tema è così pregnante che richiede uno sforzo comune, per il benessere umano, per lo stato degli ecosistemi, per l'agricoltura, per il futuro stesso dell'umanità.

Per avere maggiori informazioni, ci si può collegare al sito WMO al seguente indirizzo.

https://public.wmo.int/en

POLITICA
Un Congresso Circolare (se il PD vuole guardare avanti, altrimenti tenterà di camminare con la testa rivolta all'indietro)
9 novembre 2018
A Rimini, questa settimana: è il luogo che dovrebbero visitare innanzitutto gli esponenti politici e coloro che governano o si candidano a governare a vario titolo. Precisamente alla Fiera di Rimini, a Ecomondo, che si conclude oggi. Se non sono andati quest'anno, sarebbe bene programmare una visita per il prossimo appuntamento.
Perché in quella vetrina è possibile farsi un'idea di come dovrebbe essere lo sviluppo futuro nel nostro Paese. La famosa Economia Circolare, che se non vai a vedere cos'è, o non ti informi adeguatamente, rischia di diventare uno dei tanti slogan che affollano un panorama sonoro indistinto e privo di senso compiuto.

L'Italia è un Paese che produce un alto Pil in condizioni che non hanno mai raggiunto le caratteristiche di un Paese avanzato. Abbiamo bisogno di investire in istruzione, in ricerca e sviluppo, di promuovere la cultura scientifica e tecnica, abbiamo bisogno di avviarci verso un modello di sviluppo sostenibile sganciandoci da uno che resta invece fortemente caratterizzato da fattori ancora arretrati o figli delle scelte del dopoguerra. Siamo passati da Paese agricolo a bassissima scolarità a Paese industriale a bassa scolarità: le politiche di sviluppo economico e industriale non sono state seguite da adeguate politiche di promozione dell'istruzione e della ricerca. Questo, insieme ad altri fattori atavici, ci pone usualmente nel fondo delle classifiche internazionali, ma soprattutto non ci permette di liberarci dei fardelli che portiamo e di costruire un percorso di sviluppo avanzato.   Il momento per intervenire è adesso, perché il mondo non aspetta, e perché prima non lo si è fatto (o non lo si è fatto adeguatamente). 

Il Partito Democratico va verso il congresso. Ci sarà un percorso, ci saranno i candidati alla guida del partito. Credo che sia indispensabile un cambiamento profondo che rilanci un progetto politico importante, bello, in cui in tanti abbiamo creduto ed in cui crediamo tuttora. Penso che il PD abbia bisogno di molte cose, ma fra esse in particolare riserverei posti speciali alla necessità di delineare contorni più netti per una formazione politica così importante, un disegno identificabile e chiaramente collocato nell'area di centro-sinistra, e alla necessità di scegliere senza dubbi o reticenze di fare politica ambientalista fondata sui dati e sulle risultanze scientifiche. Il tema ambientale deve diventare parte integrante della caratterizzazione politica del PD, qualificare l'attività di governo locale o nazionale, essere argomento di promozione e diffusione di cultura politica, insieme agli altri.    
I candidati dovranno essere chiari in proposito. Per quanto mi riguarda, e con grandissimo rispetto per tutti coloro che si candidano alla guida di una formazione politica, non sosterrò alcun candidato che non si impegni chiaramente in tal senso.

Si può consultare il sito della fiera Ecomondo a questo indirizzo:

https://www.ecomondo.com

TECNOLOGIE
Trent'anni dopo, sempre meno nucleare e sempre più rinnovabili
18 ottobre 2018
Il Rapporto sullo stato dell'industria nucleare nel mondo ci informa che si ricorre sempre meno a nuove installazioni per l'energia da fissione atomica, e sempre di più a nuova potenza rinnovabile.

Traggo la notizia da Ansa, all'indirizzo in calce. Testualmente "Il nucleare è in declino nel mondo e le rinnovabili sono in crescita. Nel 2017 e nella prima metà del 2018 sono stati installati solo 7 nuovi gigawatt di energia nucleare sui 257 gigawatt di nuova potenza complessiva installata. La nuova potenza in rinnovabili è stata di 157 gigawatt. Lo sostiene il rapporto del think tank internazionale World Nuclear Industry Status Report."
Nello specifico, "Nel 2017 la potenza nucleare installata è cresciuta a livello globale solo dell'1%, mentre quella solare del 35% e quella eolica del 17%. Le nuove centrali nucleari si trovano quasi tutte in Cina (6), poi in Russia (2) e in Pakistan (1)."

Dopo tanti anni fa piacere leggere di una tendenza che non è più un auspicio, ma è fondata su dati concreti. L'andamento in calo del nucleare è in atto da anni, ed i nuovi dati sono una conferma che delinea un trend ormai consolidato. Soltanto dieci, o quindici, anni fa sembrava che l'opzione nucleare si riaffacciasse nel panorama dell'energia in Italia, mentre venivano troppo facilmente attribuite le cause dei nostri problemi alla scelta di rinunciare al nucleare seguente il referendum di trent'anni fa. Sono passati trent'anni: l'8 novembre 1987 si svolsero nel nostro Paese tre referendum riguardanti il nucleare nei quali la maggioranza degli italiani che andò alle urne votò orientando le scelte dell' Italia in ambito energetico verso una direzione di uscita dal nucleare. Nel 1990 il programma nucleare italiano venne definitivamente sospeso, ed i tentativi successivi di riavviarlo non hanno avuto esito.
Abbiamo sostenuto per anni che la tecnologia atomica fosse troppo rischiosa, troppo costosa, troppo invasiva, generatrice di rifiuti estremamente pericolosi, e spesso legata ai sistemi di armi atomiche militari. Questo Rapporto lo conferma ancora una volta:  la tecnologia atomica col tempo diventa sempre più costosa, per le misure di sicurezza e per la manutenzione dei vecchi impianti e lo smaltimento delle scorie, mentre le rinnovabili al contrario costano sempre di meno. I paesi che continuano ad investire sul nucleare, secondo il Rapporto, lo fanno per i collegamenti che il medesimo ha col settore militare.

La direzione è tracciata verso una quota sempre maggiore di fonti energetiche rinnovabili, verso tecnologie di utilizzo sempre più efficienti quindi richiedenti minori quantità di energia a parità di servizio reso, verso tecnologie di produzione sempre più performanti, verso un mondo avanzato ma sostenibile. La ricerca tecnico-scientifica è indispensabile per alimentare il processo avviato.
C'è un'ultima opzione: la fusione nucleare. La ricerca in questo campo va sostenuta perchè si tratta di una possibile fonte pulita di grande potenza. Se diventerà possibile e sfruttabile commercialmente sarà in grado di superare le maggiori criticità delle rinnovabili, ovvero la loro diffusione nello spazio e la dipendenza dai fenomeni naturali.

La notizia riportata da Ansa si trova al seguente indirizzo:

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/energia/2018/10/16/nucleare-in-declino-nel-mondo-in-crescita-le-rinnovabili_f63bfa76-4bf4-490b-9733-4e8a85c5ba78.html

POLITICA
Questione di DNA
14 ottobre 2018
Nell'Amaca di Michele Serra pubblicata oggi (domenica 14 ottobre) su Repubblica viene proposta una visione netta, e per certi versi sorprendente, della struttura genetica del Movimento 5 Stelle: un movimento che possiede nel suo DNA l'ambientalismo. 
Serra parte infatti da un problema reale - l'incremento del livello consentito di sversamento di idrocarburi nei campi - per argomentare che "la sola qualità pentastellata sulla quale pareva si potesse confidare" fosse la cura ambientale, seppur ora minacciata dall'attività di governo, non così ambientalmente sostenibile. Dunque, l'ambientalismo, che "era nel DNA" del movimento, pare ora fuoriuscito dalla finestra aperta da una mutazione genetica - nè più nè meno che la stessa che hanno subito tutte le formazioni politiche che hanno governato il nostro Paese.

Possiamo affermare che non c'è stato nessun partito in Italia che abbia portato e perseguito al governo del Paese una politica coerente di decarbonizzazione dell'economia, senza apparire ingiusti se non ricordiamo diverse scelte positive in materia che pure sono state fatte. Conosco molti che, a seguito di questo fatto, hanno sostenuto i 5 Stelle riponendo la propria fiducia, a mio modo di vedere, su qualcosa che assomiglia molto all'ultima spiaggia. Conoscendo bene il PD, in cui sono entrata all'origine come socio fondatore, e la sua fatica a far propria una chiara politica ambientalista non sono sorpresa da una scelta di tal genere. 
Ma da qui ad affermare che il Movimento 5 Stelle abbia l'ambientalismo nel DNA ce ne corre. 
Averlo nel proprio patrimonio genetico significa innanzitutto averlo praticato nel corso del tempo, con tutto ciò che questo comporta, e senza togliere nulla a nessuno, credo che questa pratica appartenga in Italia soltanto alle associazioni ambientaliste - oltre agli organismi tecnico-scientifici, naturalmente, ma ci si riferisce qui al contesto politico. Così, sgombriamo immediatamente il campo. Con questo non intendo certo affermare che le stesse abbiano sempre ragione, ma che siano rappresentative del tema e di chi lo segue. Gli altri non lo sono. Punto. 
In secondo luogo, il legame fra un movimento che si fonda su una forma di democrazia diretta e l'ecologia politica semplicemente non c'è. Non esiste in nessun modo una consequenzialità fra una forma di scelta degli eletti e uno stile di formazione del consenso e una linea politica, ambientalista o altro. Credo che l'azione del governo sia la dimostrazione plastica di questo: l'assenza totale di una linea politica identificabile. Ho scritto spesso della carenza identitaria del PD e dell'azione altrettanto scarsamente identificabile, ma ciò a cui assistiamo in questo periodo supera ogni livello. 

L'ambientalismo non si inventa dall'oggi al domani, non è una spilla da apporre sul bavero, non è nemmeno una qualifica identitaria. Per quanto mi riguarda deve essere scientificamente fondato, pur rispettando ogni forma di sensibilità verso l'ambiente naturale e i suoi equilibri. Collocarlo nel contesto politico non è facile. Ci hanno provato spesso, a sinistra, a destra, trasversale, in una formazione politica specifica. Norberto Bobbio, nel suo classico "Destra e Sinistra" richiama i concetti fondamentali per la sinistra di libertà, eguaglianza, pace, diritti, e ci invita alla fine "ad alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".  Ad "estendere i principi di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano". Se abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura e delle altre specie che abitano la Terra, essa si colloca in una visione progressista del mondo, mentre una visione di destra porta allo sfruttamento a cui stiamo purtroppo assistendo. Eguaglianza e diritti non esisteranno mai senza un mondo abitabile per tutti, ambiente e lavoro non possono essere in contrasto se non in un ambito produttivo vecchio stile orientato esclusivamente al profitto, la libertà di respirare aria pulita o vivere in centri urbani sostenibili non può essere privilegio di pochi, il cambiamento climatico è una sfida per tutti e non soltanto per gli abitanti delle periferie del terzo mondo.

L'estrema limitatezza, si può dire l'esiguità, del contributo della sinistra italiana da quando il tema ambientale è diventato prioritario nei fatti in contrasto spesso con le parole spese fa sembrare la posizione descritta sopra puramente retorica. Ma i limiti e gli errori fatti nel ricamo non possono cambiare la tela: una sinistra vera e degna di tale nome non può che essere anche ambientalista. Non c'è bisogno di inventarsi movimenti ad hoc, c'è piuttosto bisogno di impegnarsi, forse anche per recuperare il tempo perduto. 

Ringrazio Michele Serra per le sue Amache sempre capaci di suscitare riflessioni. Questa proprio non poteva sfuggirmi.


SCIENZA
Caldo artico
4 ottobre 2018
Se pensavate che la scorsa estate fosse stata più fresca, e che in fondo il riscaldamento globale che affligge la Terra fosse in realtà nelle descrizioni un po' esagerato, guardate questa grafica per ricredervi. Essa rappresenta l'Europa, ed i colori descrivono gli scarti delle temperature dalla media del periodo.
Dalle nostre parti in effetti gli scostamenti sono stati piuttosto bassi, ma questo è accaduto perchè il Nord Europa ha ricevuto più calore che mai. Un'estate caldissima sopra il Circolo Polare Artico, con picchi sopra i 30°C, siccità nei campi, incendi nei boschi. L'ondata di calore che quest'anno ha colpito il Nord è impressionante (e preoccupante).
Gli scostamenti dalla media nelle varie zone sono espressi in gradi Fahrenheit, più piccoli dei Celsius (la scala dal punto di congelamento dell'acqua al punto di ebollizione è divisa in 180 parti invece che in 100). Il grafico è stato infatti elaborato dal NOAA statunitense, e maggiori informazioni si possono trovare all'indirizzo in calce.




https://www.climate.gov/news-features/event-tracker/hot-dry-summer-has-led-drought-europe-2018


POLITICA
L'Europa che vogliamo
17 settembre 2018
Mercoledì scorso, 12 settembre, l'Unione Europea ha mostrato ciò che vorremmo sempre vedere: l'orgoglio di essere un'istituzione fondata su valori e principi forti, delimitata dalla loro condivisione, a cui si può appartenere soltanto su tale base, e non su altre come potrebbero essere l'etnia, il territorio, la religione, o caratteristiche diverse non conformi alla struttura etica e politica su cui si fonda l'Unione.

Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.

La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese, nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi:  un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.

Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban -  forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre. 

L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale. 

Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo.  Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante. 

CULTURA
Matematica - e scienza - democratica
5 settembre 2018
Tra pochi giorni inizia il nuovo anno scolastico, e trovandomi ad essere una docente di matematica e fisica al liceo, vorrei questa volta spendere qualche parola sulla scuola, esulando parzialmente e per una volta dai temi portanti di questo blog.

Secondo un'indagine dell'Ocse, è "analfabeta matematico" un ragazzo italiano su quattro, mentre il 24,7% degli alunni di 15 anni non supera il livello minimo di competenze in matematica.
Si legge sul sito di Save The Children (all'indirizzo indicato in calce) che secondo i test PISA "In Italia una percentuale non indifferente di adolescenti non è in grado di ragionare in modo matematico, utilizzare formule, procedure e dati, per descrivere, spiegare e prevedere fenomeni, in contesti diversi. L’Italia si colloca, nella speciale classifica dei ‘low achievers’ in matematica, al 24° posto su 34 paesi OCSE." E ancora: "In ambito europeo, l’Italia si posiziona prima soltanto del Portogallo, della Svezia e della Grecia, che presentano rispettivamente le seguenti percentuali di ‘low achievers’: 25%, 27% e 36%."
Pisa in questo caso è l'acronimo di Programma per la valutazione internazionale dello studente, su cui si possono avere maggiori informazioni all'indirizzo indicato più sotto. Sulla home page del sito si trovano alcune figure interattive dalle quali si può facilmente capire a quale livello si trovi l'Italia nel quadro internazionale in vari aspetti della preparazione scolastica ed in quella scientifica in particolare: nella media o sotto la media.

Siamo un popolo di ignoranti matematici, e più in generale, di ignoranti scientifici, e a dirla tutta, non occorrevano le statistiche a ricordarlo: di solito lo sappiamo da soli. Certo non tutti possono essere scienziati o ingegneri; si sta affrontando qui il problema da un punto di vista che di solito viene indicato come cultura generale. Una scarsa cultura matematica e scientifica caratterizza il nostro Paese da tempi immemori, e la scuola fatica a modificare quello che è principalmente un atteggiamento collettivo, ben radicato, e collocato fra le altre qualità che caratterizzano il nostro Paese.
L'idea che la matematica non serva nella vita a meno che non si affronti uno specifico indirizzo di studi è pervasiva, e di solito viene affiancata all'idea che la stessa sia troppo difficile rispetto alla norma. Lo stesso accade più o meno per tutte le discipline scientifiche, mentre non ho mai sentito nessuno mettere in discussione l'utilità dei Promessi Sposi - detto, sia chiaro, con tutto il dovuto rispetto al Manzoni. 
Sulle cause di questa tendenza anti-scientifica nazionale sonno state scritte molte pagine, non ne ripeteremo i concetti principali qui, perchè il punto ora importante è un altro: come uscirne. Come allargare le competenze tecniche e scientifiche in Italia, tenendo presente che il nostro Paese ha, ed ha sempre avuto, livelli di eccellenza nei settori scientifici.
Ma forse è bene spiegare prima perchè occorre farlo. 
Abbiamo costruito una civiltà tecnologica e scientifica. In essa viviamo la nostra vita, lavoriamo, ci relazioniamo con le altre persone, studiamo, curiamo le malattie, organizziamo la comunità, elaboriamo nuovi concetti, inventiamo nuovi strumenti e nuove modalità in ogni campo. Tutto ciò lo facciamo con motori, elettricità, apparecchi radiotelevisivi, radiografie, strumenti vari per la medicina, telefoni cellulari, computer, collegamenti ferroviari e stradali, pompe per l'acqua, dighe, macchine agricole, sensori, laser, radar, sonar, microchip, nuovi materiali, e molto altro ancora. A parte coloro che vivono ancora nella Natura, popoli che si trovano ai margini del villaggio globale e che ci restituiscono almeno l'dea di ciò che eravamo, tutti noi viviamo immersi nella tecnologia e di essa ci nutriamo ogni giorno. E di cosa sono fatti gli strumenti della tecnologia? Di materiali specifici, di onde elettromagnetiche, di elettroni, di campi magnetici, di campi elettrici, di onde sonore, di fotoni, delle leggi della Fisica. Queste ultime espresse (Galileo docet) in linguaggio matematico. 
Il linguaggio matematico si usa poi in molti altri campi, come l'economia. In generale le conoscenze scientifiche riguardano la biologia, la chimica, la geologia. E' poco? Certo no. Eppure nella scuola italiana vige ancora ampiamente l'anacronistica distinzione fra materie umanistiche e materie scientifiche, con precedenza e privilegi vari alle prime, eccettuato (forse) i casi in cui le seconde siano materie di indirizzo del corso di studi.

Questo stato di cose comporta la cronica mancanza di personale con competenze tecniche nell'industria, e negli altri ambiti in cui sono richieste. Ma la carente cultura matematica e scientifica italiana ha una conseguenza ben più grave: il fatto di vivere in una civiltà tecnologica avanzata senza conoscerne le proprietà di base, anzi spesso senza saperne proprio nulla. Al contrario, per prendere decisioni occorrerebbe un minimo di conoscenze specifiche: per decidere se ricorrere all'energia nucleare oppure no, o per decidere se essere a favore delle vaccinazioni obbligatorie oppure no, o per affrontare il tema del cambiamento climatico, tanto per fare esempi clamorosi. Dato che la cultura scientifica non si forma navigando su internet, ma andando a scuola e studiando, ecco dove nasce il problema. 
La questione può avere evidentemente conseguenze anche sulla qualità della democrazia in Italia, visto che se nessuno, o almeno non una parte adeguata della popolazione, sa effettuare scelte in ambiti così importanti, finisce poi che qualcun altro arriva a farle al posto nostro. Sarebbe uno scippo di una fetta importante di democrazia, con conseguenze imprevedibili. 
Un livello così elevato di progresso tecnologico e scientifico quale quello attuale, se non può essere certo raggiunto da tutti, richiede però che i saperi diffusi non si fermino alle quattro operazioni o alla rotondità della Terra. Non intendo affrontare qui il tema più ampio del rapporto fra tecnica e democrazia, e fra tecnica e politica, ma semplicemente porre l'accento sul divario fra i traguardi specifici scientifici e tecnologici e il minimo comun denominatore della cultura collettiva in materia, e le sue possibili conseguenze. Si tratta di un gap enorme che richiede di essere colmato, e non sarà facile, ma la scuola italiana deve imprimere una svolta capace di cambiare una direzione ormai obsoleta.

Buon lavoro dunque a tutti i colleghi lettori di questo blog, e un pensiero particolare ai colleghi delle materie scientifiche. Il futuro si forma a partire da oggi, e la qualità dell'istruzione media sarà elemento determinante dell'Italia nei prossimi anni. 

I link ai siti citati nell'articolo:

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/i-ragazzi-italiani-non-sanno-usare-la-matematica

http://www.repubblica.it/scuola/2016/12/05/news/matematica_e_scienze_gli_alunni_italiani_restano_indietro-153486884/

https://www.oecd.org/pisa/

POLITICA
Un obbrobrio di ponte
24 agosto 2018
Il ponte Morandi è (era) situato fra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano a cavallo del letto del torrente Polcevera e di buona parte della città di Genova. Venne costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua SpA su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi. Lungo 1.182 metri con una campata massima di 210 metri, un’altezza media del piano stradale intorno ai 45 metri, e i tre piloni alti circa 90 metri. Venne inaugurato il 4 settembre 1967 alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Fin dall'inizio presentò problemi strutturali, nel corso degli anni fu oggetto di diversi interventi di manutenzione e di rinforzo.

In questi giorni si possono trovare molte informazioni al suo riguardo in rete, sui quotidiani, altre se ne possono ascoltare in televisione o in radio. Dettagli riguardanti la struttura, la storia della sua progettazione e costruzione, tutti gli interventi effettuati nel corso del tempo. 
Perché quel ponte è crollato. 
Il viadotto che attraversa e sovrasta la città di Genova si è letteralmente smembrato, è crollato su ciò che c'era sotto, trascinando nel baratro - perché tale è un'altezza di circa cinquanta metri - coloro che stavano sopra, che lo stavano percorrendo in auto, in camion, ignari del pericolo. Un volo improvviso di chi non riesce a fermare in tempo il proprio veicolo vedendo mancare la struttura, un salto nel vuoto fisico, e nel vuoto di valori, di coesione, di sicurezza che questo Paese sta presentando in misura sempre più drammatica. Per anni ci hanno riempito le orecchie - da destra - della necessità di sicurezza contro qualche forma di delinquenza, magari dal volto straniero, mentre - da sinistra - ci si accodava senza uno straccio di analisi alternativa; ora possiamo tristemente osservare da dove arriva l'insicurezza, precisamente dall'interno del nostro Paese, con modalità che nessuna "ronda" di notte potrà mai evitare. 

Quel crollo ha causato, ad oggi, 43 morti, e un buon numero di feriti. Ci siamo stretti attorno alle famiglie delle vittime, abbiamo sofferto con loro, ci auguriamo tutti che non vengano lasciate sole. 
Ma ogni tempo ha il suo momento di riflessione, la necessità del cordoglio, e quella del pensiero, dell'analisi. 
Le persone che si trovavano sopra il ponte e quelle che si trovavano sotto, la città di Genova e tutta l'Italia dovevano avere la certezza che il viadotto fosse sicuro. La magistratura accerterà se ci sono colpevoli o meno. Ma è un fatto che la collettività ha il diritto della sicurezza delle infrastrutture dedicate al trasporto. Questa è venuta a mancare, nel modo più tragico. Si legge sui giornali delle polemiche che da sempre hanno caratterizzato la vita del viadotto, a dimostrazione che si sapeva del pericolo, ed il pericolo ha potuto tranquillamente procedere fino a diventare realtà, a trasformare in tragedia la torre di Babele che ci siamo costruiti. Sempre più alta: che meraviglia, quasi due chilometri sopraelevati su un'intera città, sostegni da novanta metri, campate da duecento, che sviluppo, che futuro. Mancano solo il ponte sullo Stretto, i trafori, le funivie che hanno trasformato le Alpi in un Luna Park, e magari una rampa di lancio per lo Space Shuttle. Come ricordavo nel post precedente, avremmo dovuto inoltre costruire oltre venti centrali nucleari, pena il ritorno alla candela, negli spazi rimasti del Bel Paese, sperando che non fossero sismici.

Ma c'è ancora qualcuno che, a tragedia avvenuta, ci descrive in tv la bellezza del ponte Morandi di Genova. Ingegneri che ne magnificano le sorti, se non fosse crollato naturalmente. Un ponte "ardito", da fare visitare agli studenti, un simbolo dello sviluppo dell'Italia nel dopoguerra. Non fa male ricordare che all'epoca si trattava di un Paese dove i laureati in materie scientifiche e tecniche era una sparuta minoranza, dunque priva di confronto con linee di pensiero diverse, magari capaci di mettere in discussione la linea prevalente portando avanti un dialogo che sempre in questi casi si rivela costruttivo. Questo è accaduto in tempi recenti, sicuramente dopo il '67, nonostante anche oggi le conoscenze tecniche in Italia siano poco diffuse in generale. 

Ma è proprio sulla presunta bellezza del ponte Morandi che vorrei porre l'attenzione. Cominciando dal fatto che sin da quando visitai Genova la prima volta lo trovai orribile, un vero obbrobrio, un elemento fortemente deturpante l'armonia della città. Penso ancora esattamente questo: che quel viadotto fosse un obbrobrio. Non soltanto insicuro - e basterebbe già questo - ma brutto. Così brutto da influire pesantemente sulla percezione della bellezza della città. Siamo i pronipoti di coloro che hanno inventato e fatto il Rinascimento: sicuramente pronipoti degeneri.
Che dire poi del fatto che tutti tacessero? Dove sono quelli che si scagliano contro gli impianti eolici? Se deturpano il paesaggio, i viadotti come questo invece no?
Chiarisco subito che non tutti gli impianti eolici vanno bene, così come non tutti i viadotti sono da cancellare. Occorrerebbe una diffusa competenza tecnica, a partire dagli uffici comunali, e una diffusa competenza paesaggistica, capaci di contaminare anche la politica.
Ma ci accontenteremmo anche di una sana manutenzione di ciò che abbiamo già costruito, e del bene più prezioso che abbiamo, il nostro territorio. La più grande opera pubblica da fare in Italia riguarda la manutenzione dell'esistente, da farsi nei modi corretti secondo le tecniche migliori sul piano strutturale e ambientale. Per non correre il rischio di ritrovarci con un paio di linee ferroviarie Alta Velocità mentre tutto il Paese procede a manovella, con le lavagne multimediali dentro scuole che cadono a pezzi, o con "arditi" viadotti per aiutare lo spostamento dei giovani che scelgono di andare all'estero a vivere la propria vita.

Aggiungo soltanto che, sul piano politico, credo che la sinistra in generale, e il PD in particolare debba decidere da che parte stare: se continuare a sostenere un modello di sviluppo invasivo, affiancati in questo alla destra, o promuovere un tipo di sviluppo diverso, che oggi esiste ed è noto da tempo grazie soprattutto ad una parte della cultura ambientalista. In questi giorni, ed ancora una volta, non è emersa alcuna distinzione, alcuna analisi nel merito che ponesse le basi per una proposta politica autonoma e identificabile, diversa dalla destra. Speriamo nei tempi futuri, come sempre.

POLITICA
Il cambiamento climatico non si trova solo negli studi scientifici, ma nei barconi che attraversano il Mediterraneo
24 luglio 2018
Invece di limitarsi a discutere se i migranti sono "economici" o sono profughi di guerra sarebbe bene allargare lo sguardo al presente - e orami al recente passato - per includere la qualifica di rifugiato ambientale fra le principali cause del fenomeno migratorio.

I cambiamenti in atto del sistema climatico si collocano all'origine di modifiche all'ambiente che localmente sono in grado di alterare equilibri delicati che sono stati per secoli alla base di economie nelle comunità. Il cambiamento del clima è oltretutto un fenomeno diseguale, per il quale le aree tropicali della Terra sono destinatarie delle maggiori conseguenze rispetto alle altre zone climatiche; le stesse zone sono per lo più abitate da popolazioni che vivono in difficoltà in Paesi poveri. Innalzamento del livello del mare, alluvioni, nubifragi e uragani, siccità e aumento delle aree desertiche, sono già oggi realtà nel Sud-Est asiatico, o in Africa. Lo sono anche in zone meno povere ma molto esposte come tutta l'area del Golfo del Messico, fra Messico appunto e Stati Uniti.

Per guardare al di là del Mediterraneo con un po' più di attenzione, occorre almeno includere la qualità dell'ambiente nell'area intorno al deserto del Sahara. Si tratta di una zona enorme, che va in latitudine dal Mediterraneo ai Paesi del centro dell'Africa, in longitudine dal Marocco all'Egitto. Da quest'area circostante il Sahara partono molti dei migranti che arrivano con mezzi di fortuna alle nostre coste, attraversando il Mediterraneo. Il cambiamento climatico incide già moltissimo sulle condizioni ambientali locali, dove siccità e desertificazione rendono impossibile l'agricoltura, difficoltoso l'allevamento del bestiame, e causano a lungo andare la frantumazione delle comunità locali, la perdita delle culture tradizionali, lo smembramento della società, con la fuga di coloro che possono alla ricerca di un mondo migliore nei Paesi più ricchi e più vicini, i Paesi europei. Non sono viaggi di piacere, quelli verso l'Europa, sono spostamenti con ragioni serissime, in un mondo diseguale dove la povertà e il disgregamento della propria società convivono con Paesi ricchi separati da un braccio di mare. Non che i secondi non soffrano diseguaglianze al loro interno, anzi, ma proprio l'immigrazione viene utilizzata da coloro che intendono conservarle per portare l'attenzione altrove.
Spesso, basterebbe ricostruire un ambiente con le qualità adatte alla vita per risolvere molti problemi, come ad esempio tenta di fare il Green Belt Movement ideato da Wangari Maathai in Kenya (indirizzo web in calce), arginando così il fenomeno della desertificazione e ricreando condizioni ospitali. Sull'efficacia delle barriere di vegetazioni ai margini dei deserti non mancano le perplessità, ma il coinvolgimento delle comunità locali per ripristinare la qualità di un territorio può fare la differenza grazie alla conoscenza del luogo che possiedono.

Due ricerche recenti, dell'FMI (Fondo Monetario Internazionale) dell'Università di Otago in Nuova Zelanda hanno mostrato che le tempeste, le alluvioni, le ondate di caldo e la siccità influenzano pesantemente le migrazioni. I ricercatori del FMI hanno esaminato i legami tra eventi atmosferici estremi e migrazioni in più di 100 Paesi per oltre tre decenni, scoprendo che "un aumento della temperatura e una maggiore incidenza di disastri meteorologici aumentano le percentuali di emigrazione". Per non parlare dell'innalzamento del livello dl mare, in grado di mobilitare milioni di persone e che colpirebbe direttamente anche il nostro Paese, con allagamento di vaste zone costiere, come uno studio recente dell'Enea ha dimostrato.

Se ne parla da anni, ma non si è ancora arrivati a riconoscere giuridicamente lo status di "rifugiato climatico". Al momento non esiste una definizione universalmente accettata per coloro che si spostano a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Spesso si utilizza il termine "rifugiati climatici", ma le Nazioni Unite non ne hanno mai approvato formalmente l’adozione. La Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 non considera i disastri causati dalle condizioni ambientali o climatiche come ragione per il riconoscimento del diritto d’asilo. All'Art. 1 della Convenzione, si chiarisce che la richiesta di protezione può essere fatta da “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti". In sostanza, i rifugiati climatici sono senza protezione giuridica internazionale.
I numeri però sono molto concreti: si parla di decine di milioni di persone, con previsioni in aumento. Lo United Nation High Commissioner for Refugee (UNHCR, Alto Commissariato ONU per i rifugiati, indirizzo in calce) stima che dal 2009 ad oggi una persona al secondo abbia perso la propria casa a causa di disastri naturali, per un totale di oltre 22 milioni di persone all'anno. Si tratta di stime davvero impressionanti nella loro portata, soprattutto se si tiene conto dell'andamento, che viene determinato in forte crescita.

Siamo di fronte ad un mondo che cambia, che lo fa velocemente, ma la direzione del cambiamento può essere almeno in parte determinata da noi, dalle nostre scelte, da quello che la comunità internazionale farà per limitare quanto possibile un cambiamento del sistema climatico che assume contorni sempre più preoccupanti e per ridurre le diseguaglianze.  Sono queste le vere cause di fenomeni migratori di dimensioni epocali e su di esse occorrerebbe agire per ottenere qualche risultato. Oltre, ovviamente, alla gestione del fenomeno a livello nazionale ed europeo, in cui si può fare molto senza chiudere i porti, ma da cui è necessario alzare lo sguardo per vedere il problema nel suo insieme.

Il sito del Green Belt Movement:

 http://www.greenbeltmovement.org

Il sito dell'Alto Commissariato ONU per i rifugiati:

http://www.unhcr.it

ECONOMIA
La transizione energetica è in atto, e non si fermerà. Ma occorre puntare sulle rinnovabili con decisione.
6 giugno 2018
L'Italia si trova al quinto posto nel mondo per potenza solare installata e al quarto posto per capacità fotovoltaica pro-capite. Questi sono i principali dati riguardanti il nostro Paese che emergono dal nuovo Rapporto sulle fonti energetiche rinnovabili "Renewables 2018 Global Status Report" di REN 21 (Renewable Energy Policy Network for 21st Century). Guardando bene, però, la buona posizione è stata ottenuta negli anni passati, mentre ora risulta evidente il notevole rallentamento delle nuove installazioni.

REN 21 è una rete internazionale di portatori di interesse nel campo dell'energia ed in particolare delle fonti rinnovabili, costituita da organizzazioni governative, non governative, scientifiche, industriali.  Ogni anno, dal 2005, propone il rapporto Renewables Global Status Report, a cui collaborano oltre 900 esperti, sulle politiche sull'industria e sul mercato delle energie rinnovabili.  Il sito è ben costruito e propone l'intero Rapporto, oppure gli highlights, infographics, dati e tabelle distintamente (l'indirizzo è in calce). I dati proposti sono estremamente interessanti, ed offrono una visione complessiva dello stato e delle tendenze nell'ambito delle energie pulite a livello mondiale. Molti ambiti richiedono una lettura diretta, ma possiamo riassumere qui alcuni dati degni di nota.

L'anno trascorso 2017 ha ruperato vari record per le energie rinnovabili, innanzitutto segnando la maggior crescita delle potenza installata e la maggior decrescita dei costi delle stesse, accompagnate ad una diffusione sempre più capillare nel mondo di normative e provvedimenti tesi a favorirle. Nel complesso i valori appaiono positivi.

Le fonti rinnovabili hanno costituito il 70% di tutta la nuova capacità di produzione elettrica globale, segnando il più grande aumento mai registrato.
La performance migliore è del fotovoltaico. La nuova capacità FV è aumentata del 29% rispetto al 2016, raggiungendo i 98 GW e superando la quota di nuovi impianti a fonti fossili (carbone, gas e
energia nucleare) insieme. A livello mondiale l’elettricità solare ha rappresentato il 55% della nuova potenza rinnovabile installata, seguita da eolico e idroelettrico con contributi che superano il 29% e
l’11%, rispettivamente. A fine 2017 sono stati raggiunti 2.195 GW di potenza, in grado di fornire il 26,5% dell’elettricità mondiale.

I dati non sono altrettanto buoni nei settori del riscaldamento e dei trasporti, che insieme rappresentano la maggior parte della domanda globale di energia. Si tratta degli ambiti dove è più difficile ridurre il ricorso ai combustibili fossili. Per quanto riguarda il riscaldamento, la maggior quota rinnovabile proviene dalle biomasse tradizionali, che rappresentano circa il 16,4% della domanda globale di calore. Nel settore dei trasporti, addirittura il 92% della domanda è soddisfatto da derivati del petrolio, mentre sono solo 42 le nazioni che hanno fissato obiettivi di sostenibilità ambientale.

Nel complesso, l'analisi mostra che le rinnovabili possono avere un ruolo centrale nel sistema energetico mondiale, sia nei Paesi di più antica industrializzazione, sia nei Paesi in via di sviluppo.  Il settore delle rinnovabili è un settore dinamico, capace di innovare i modelli di business e di indurre rapidi cambiamenti. Il punto centrale ora, come viene sottolineato nello studio, consiste nel passare da una transizione elettrica, già in corso, ad una transizione energetica, che sia capace cioè di includere tutti gli ambiti a cui si devono gli elevati consumi di energia mondiali.

In questo contesto, il nostro Paese non sfigura, soprattutto per la forte crescita del solare fotovoltaico indotta dagli incentivi in conto energia degli anni scorsi. L’Italia riesce a mantenere una posizione ottima piazzandosi fra i primi cinque Paesi al mondo per la capacità cumulata, dopo Cina, Stati Uniti, Giappone e Germania, ed al quarto posto per capacità pro-capite. A livello nazionale il fotovoltaico da solo nel 2017 ha contribuito a quasi il 9% della produzione elettrica nazionale, coprendo quasi l'8% della domanda. Forse qualcuno ricorda, senza polemica ma a beneficio della sostenibilità energetica, la crisi del 2003 con black out nazionale e l'opinione diffusa allora che con il solare avremmo raggiunto solo cifre decimali.

Purtroppo, non figuriamo ai primi posti per nuova capacità installata, un tema che va affrontato per non perdere quanto di buono si è fatto finora.
Nell'analisi specifica per fonte siamo in buona posizione anche riguardo la geotermia, siamo presenti nell'eolico, siamo troppo indietro nel solare termico. Ancora peggio nei trasporti, dove mancano decisioni forti in favore di un diverso modello di mobilità. Per contro, non figuriamo nell'idroelettrico pur avendone una buona quota perchè siamo superati da grandi Paesi, mentre l'efficienza energetica, anch'essa piuttosto buona nel nostro Paese, viene esaminata solo su scala globale.

Il Rapporto sostiene in buona sintesi che la transzione verso un nuovo modello energetico è da tempo iniziata e non si fermerà. Aggiunge però che non è detto che basti ad evitare un riscaldamento della temperatura media globale di 2°C, e ancor meno di 1,5°C (secondo l'Accordo di Parigi). Anzi, è molto probabile che non basti, perchè siamo costantemente in carenza di tempo: siamo più lenti dei processi naturali, mentre dovremmo accelerare la transizione per evitare le conseguenze peggiori.

Il sito dove si può scaricare il Rapporto di REN21:

http://www.ren21.net/gsr-2018/

SCIENZA
Minimo record dei ghiacci nel mare di Bering
7 maggio 2018
Il riscaldamento globale non procede in modo uniforme su tutte el aree geografiche del pianeta, e non riguarda ogni ecosistema nella stessa misura. Quando da noi sembra che le cose procedano in modo quasi normale -  ma la siccità dello scorso anno è stata anomala e preoccupante - altrove sono presenti condizioni del tutto eccezionali. Spesso, l'eccezionalità finisce per diventare tendenza, quando traccia una strada che viene ripercorsa in modo simile in tempi successivi.

Una zona della Terra che presenta fenomeni molto intensi legati al cambiamento climatico è l'Artico. Ogni anno gli scienziati forniscono misure di forte riscaldamento, scioglimento dei ghiacci, riduzione del permafrost e delle loro conseguenze per gli abitanti di quelle zone e per l'intero ecosistema artico. Gli orsi bianchi sono ormai simbolo del climate change.

Gli ultimi dati ci informano che nel 2018 la copertura invernale di ghiaccio marino nel mare di Bering è stata appena la metà di quella del minimo invernale mai registrato prima (nel 2001), segnando un minimo record.

Lo studio è dell'International Arctic Research Center, dell'Università dell'Alaska a Fairbanks. Secondo colui che ha guidato la ricerca, John Walsh, ed il climatologo del NOAA Rick Thoman, negli ultimi 160 anni "non c'è mai stato nulla di neppur lontanamente simile per il ghiaccio marino" nel Mare di Bering. La notizia è riportata da Le Scienze (all'indirizzo in calce).

Una concorrenza di condizioni, si legge, - tra cui le alte temperature dell'aria e degli oceani, insieme alle persistenti tempeste - ha posto le basi per questa drammatica flessione in una regione che finora non era stata una delle principali cause della riduzione complessiva dei ghiacci marini dell'Artico.
Alla fine di aprile il mare di Bering era quasi libero dal ghiaccio, con quattro settimane di anticipo sui tempi previsti. Con il Sole splendente, l'oceano aperto sta assorbendo una quantità di calore che potrebbe creare un altro ritardo nel congelamento il prossimo autunno.

La figura mostra l'estensione dei ghiacci marini nel Mare di Bering in miglia quadrate negli ultimi 168 anni. La posizione dei rilevamenti del 2018 parla da sè.






L'articolo si trova al seguente link:

http://www.lescienze.it/news/2018/05/04/news/riduzione_record_ghiaccio_marino_alaska-3964960/
SOCIETA'
Una Giornata di successo (a cui sarebbe bene prestare attenzione)
27 aprile 2018
Un mese e un giorno dopo l'equinozio di Primavera si celebra in tutto il mondo la Giornata della Terra, o Earth Day, nella lingua più internazionale. 
Il 22 aprile è stato l'Earth Day 2018, una giornata speciale con migliaia di iniziative in tutto il mondo, dai convegni alle attività dirette di ripulitura dell'ambiente. Nel nostro Paese l'evento centrale è stato il Villaggio della Terra a Roma, visitato da oltre centocinquantamila persone, un record che mostra tutto l'interesse che il tema suscita.  A 48 anni dalla prima edizione, l'iniziativa voluta dall'ONU è un evento internazionale capace di coinvolgere moltissimi Paesi del mondo e milioni di persone. La questione ambientale è forse oggi l'unico tema capace di superare barriere e unire popoli di diverse culture, o persone di diversa estrazione, mostrando che la salvaguardia dell'ambiente è un obiettivo comune a tutti con la forza adeguata per unire e mobilitare, far riflettere e costruire letteralmente nuovi ambiti culturali.

Un tema enorme che i partiti politici tradizionali, ed evidentemente coloro che ne dirigono le sorti, si ostinano a trascurare da tempo immemore, senza dubbi e nemmeno incertezze di sorta. Dato che in questo blog campeggia sulla colonna a sinistra il simbolo del PD, a cui sono iscritta, mi sento di segnalare il silenzio quest'anno del Partito Democratico su un tema così importante come l'Earth Day (fatta eccezione per dichiarazioni di Martina e Gentiloni riportate dalle agenzie), silenzio peraltro in linea con il progressivo affievolimento dell'argomento nel quadro politico interno. Nessuno ha avuto niente da dire in proposito, mentre il movimento politico ambientalista sta sparendo dal PD.  Spesso, pare che siano altri i temi da affrontare, nella debolezza culturale che ha caratterizzato la sinistra per decenni - mentre la destra perorava i propri. Questo è il quadro attuale.

Tornando all'ambiente, l'edizione di quest'anno della Giornata della Terra è stata dedicata al problema della plastica. Si stima che 8 milioni di tonnellate di plastica ogni anno finiscano nei nostri mari e oceani, e che il numero dei pesci nel 2050 sarà superato da detriti di plastica e delle famigerate micro-plastiche, che le barriere coralline spariranno o saranno fortemente deteriorate, e che enormi isole di rifiuti sintetici galleggeranno ovunque nei mari. Plastica ovunque. Intera o frammentata, o microplastica dall'origine. Quest'ultima, la si usa infatti per creme cosmetiche esfolianti o altri tipi di cosmetici e sanitari, nelle fibre tessili sintetiche, nell'edilizia, nelle sostanze per lavare e togliere residui dalle imbarcazioni, e finisce in mare, e nella catena alimentare, dai pesci fino a noi. Un problema enorme su cui è necessario intervenire con normative opportune. Nell'ultima legge di bilancio, prima della fine della legislatura, sono state introdotte norme contro i cotton-fioc non biodegradabili e contro le microplastiche nei cosmetici: un passo avanti importante. 

L'Earth Day, la Giornata della Terra, ci ricorda che abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura, che si fonda sull'enorme potere che ha acquisito la nostra specie di intervenire sui processi naturali, sulla necessità e sul beneficio di conservare i sistemi naturali e la loro vitalità, sul legame con le nostre future generazioni. Ciascuno di noi può fare moltissimo, adottando progressivamente stili di vita meno impattanti, controllando la qualità ambientale dei prodotti acquistati, scegliendo abiti in fibre naturali, rendendo più salubre il proprio ambiente domestico, sostenendo politiche adeguate delle amministrazioni pubbliche. Non è la Luna, si tratta di qualcosa che ciascuno può fare, a proprio beneficio ed a quello di tutti. 

Il link al sito Earth Day:

wwww.earthday.org


POLITICA
L'agroecologia per migliorare e diffondere localmente la produzione di cibo
4 aprile 2018
L'agroecologia può migliorare la produzione di cibo mondiale, rendendola più salubre e più vicina a criteri di sosteniblità. Questa introduzione pregnante proviene dal Secondo Simposio Internazionale sull'Agroecologia della FAO (l'organizzazione sull'agricoltura e il cibo dell'ONU) in corso a Roma, nei giorni dal 3 al 5 aprile, da parte del Direttore José Graziano da Silva. Associandola, aggiungerei, alla riduzione delle diseguaglianze si può cambiare il mondo, in meglio naturalmente.

In sostanza, dal convegno emerge che sarebbe bene cambiare il sistema attuale prevalente, in cui la maggior parte della produzione di cibo è basata su consumi intensivi di risorse ed elevati costi ambientali, con degrado continuo del suolo, dell'acqua, della vegetazione, dell'aria. Lo schema delineato dall'incremento produttivo ad ogni costo non è inoltre sufficiente ad eradicare la fame nel mondo, anzi segue e produce esso stesso squilibri fra coloro che possono permettersi ogni sorta di cibo e coloro che non possono permettersi nemmeno l'indispensabile.
Si tratta di un tema noto da tempo: la fame nel mondo non è dovuta nel complesso a carenza di cibo (che può certamente essere un problema a livello locale), ma a condizioni che non consentono l'accesso al cibo. Povertà estrema, esclusione sociale, mancanza di denaro insieme a degrado ambientale locale, portano a condizioni di disagio a volte estremo, ma ci parlano di diseguaglianze più che di carenze produttive globali di alimenti. A questi aspetti si aggiunge il cambiamento climatico globale che investe soprattutto i luoghi che si trovano già in difficoltà - che per paradosso non hanno prodotto le cause del cambiamento climatico stesso - come le aree limitrofe ai deserti, le zone aride, le zone costiere più povere, le piccole isole. Si tratta di aree enormi in alcuni casi, come l'area sahariana e le sue zone limitrofe in Africa.

L'agroecologia applica criteri ecologici e sociali, unendo tradizioni e conoscenze scientifiche, e può diventare l'approccio del futuro. Sistemi di produzione circolari, capaci di salvaguardare risorse naturali e biodiversità, e di promuovere l'inevitabile adattamento e la mitigazione al cambiamento climatico, magari adattati a fattorie familiari in cui si possano integrare con i sistemi tradizionali. Queste potenzialità vanno sostenute organizzativamente ed economicamente in vista dei benefici che possono portare.

La politica italiana parla spesso del fenomeno dell'immigrazione, soprattutto dall'Africa. Gli sbarchi di migranti in condizioni disumane dopo aver attraversato il Mediterraneo su gommoni e barche pericolose, i morti in mare, i salvataggi, colpisono la coscienza di tutti. Ma il fenomeno non può essere limitato al problema dell'arrivo: ci sono ragioni per cui persone in condizioni di estrema difficoltà lasciano il proprio paese. Le ragioni si trovano nelle guerre, che sono più facili da identificare, nell'estrema povertà, nel tracollo dell'economia tradizionale in molte zone dell'Africa, soprattutto subsahariana, meno facilmente delineabili. Spesso il degrado ambientale locale non consente più di coltivare ciò che un tempo era possibile, le condizioni climatiche sono estreme, la miseria e la fame sono il quotidiano, la società tradizionale si frantuma, chi può se ne va incontrando mille ostacoli. Un'umanità che tenta di salvarsi, ma che prende le mosse da un contesto fortemente compromesso da iniquità colossali ed in aumento costante. Le migrazioni sono destinate ad aumentare, e non basta certo affermare, come è giusto, che i popoli si sono sempre spostati, sarebbe bene guardare alle ragioni del fenomeno, che possono parlarci di ciò che sta accadendo. Diseguaglianze e degrado ambientale in proporzioni enormi e destinate ad incrementare. Questo è il mondo che si sta formando se non interverremo per tempo, alla radice, invertendo la rotta.

Parlare di rimandare a casa centinaia di migliaia di persone è irresponsabilità pura, nonchè mancanza di senso di realtà. Limitarsi a tentare di ridurre gli sbarchi senza guardare il fenomeno nel suo complesso è miopia, al minimo.


Il sito della Fao che segue il simposio di Roma si trova al seguente indirizzo:

http://www.fao.org/news/story/en/item/1113475/icode/

SCIENZA
I tre anni più caldi (finora)
5 febbraio 2018
Lo scorso anno 2017 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, in una sequenza che vede primo il 2016 e secondo il 2015. In altre parole, la temperatura globale media del pianeta Terra è in aumento da anni, e gli ultimi tre costituiscono una sequenza temporale inequivocabile di livelli alti, i massimi registrati finora.
Se il Presidente americano Trump nutre dei dubbi, potrebbe chiedere agli scienziati del suo Paese: alla Nasa e al Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) potrebbero spiegargli cosa sta succedendo. L'immagine, tratta dal sito noaa.gov, mostra le variazioni di temperatura per l'anno 2017 rispetto alla media secondo un codice a colori. Le zone più calde sono mostrate con sfumature di rosso più intenso, la media è bianca, il grigio è assenza di misure. Lo scorso anno è stato leggermente meno caldo dei due precedenti a causa della minore influenza del fenomeno "El Nino", ma si colloca in un'impressionante sequenza che vede i sei anni più caldi mai registrati tutti successivi al 2010. I dati rilevati sono simili a quelli misurati dal WMO (World Meteorological Organization).







http://www.noaa.gov/news/noaa-2017-was-3rd-warmest-year-on-record-for-globe


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