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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

7,43 €/tCO2

(7/12/2017)

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 8.600 MW

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3 milioni m2 di pannelli

circa 2,1 GW termici

 

(dati Assolterm)

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV! (fortemente inquinanti)

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di novembre:

 

L'inverno solitamente consente ottime osservazioni, soprattutto nelle notti serene, che tendono ad offrire cieli più tersi. Ovviamente, la temperatura è più bassa.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio non si allontana mai molto dal Sole e rimane basso sull'orizzonte occidentale, ma lo si potrà osservare a fine mese fra le luci del crepuscolo dopo il tramonto del Sole. Il pianeta più vicino al Sole raggiungerà la massima elongazione, fino a 22°, il giorno 24.

 

Venere

La stella più brillante del cielo è stata ben visibile nel cielo del mattino per gran parte dell'anno, ma ora si avvicina velocemente al Sole. La si può osservare con difficoltà, molto bassa sull'orizzonte orientale, fra le luci dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso è visibile nelle prime ore della sera basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Dopo la congiunzione con il Sole del mese scorso, Giove torna ad essere visibile al mattino, quando in cielo inizia l'aurora. Per alcune settimane sarà molto basso sull'orizzonte orientale, e non sarà facile osservare la congiunzione con Venere la mattina del giorno 13.

 

Saturno

 

Il pianeta con gli anelli è osservabile in orario serale, poco dopo il tramonto del Sole, molto basso sull'orizzonte occidentale.

 

 

 

 * 

 

 

 

No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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POLITICA
La Strategia Energetica Nazionale 2017
25 novembre 2017
Sarà importante attuarla davvero, la Strategia Energetica Nazionale (SEN) 2017, per ottenere nel concreto, sul territorio, gli effetti di un indirizzo in campo energetico che possiamo considerare positivamente nel suo complesso.

Se ne parla poco, anzi per nulla, di un documento che invece è importantissimo, e che non sarebbe disdicevole trovare come argomento centrale di un talk show al posto dei soliti, sicuramente altrettanto importanti, temi scelti per il grande pubblico immaginando che quello energetico non catturi spettatori. Eppure, i giornalisti scientifici ci sono, e potrebbero costruire un dialogo degno d'interesse. 
Un tema di grande rilevanza, si diceva, perché le linee scelte in campo energetico sono l'impalcatura su cui si costruisce l'edificio nazionale, quello concreto dove collocare lo sviluppo industriale, una buona parte della qualità della civile convivenza, un'altrettanto buona parte della qualità ambientale con i riflessi che ha sulla salute umana. Un tema di vitale importanza, che non dovrebbe passare in silenzio.

L'evoluzione positiva nel nostro Paese in materia c'è stata, ed ha consentito di passare negli ultimi vent'anni da pianificazioni sostanzialmente basate su fonti fossili, anche se edulcorate spesso da vocaboli "verdi" poi non corrispondenti ai quantitativi ed ai contenuti delle principali scelte, a strategie capaci di usare i parametri adeguati a costruire un sistema consono al presente, vale a dire ambientalmente, socialmente, economicamente sostenibile. Se possibile, dotato di visione proiettata verso il futuro, a medio e lungo termine, come richiede il tema energetico. 
C'è voluto molto tempo, è stata necessaria una nuova cultura ambientalista razionale e scientifica (formatasi prevalentemente nel mondo della scienza ed in quello associativo ambientalista, non in quello politico), ma gli effetti ora sono visibili e chiaramente identificabili in un nuovo modo di considerare il tema penetrato ormai anche agli alti livelli, come il Ministero dello Sviluppo economico e il Ministero dell'Ambiente, ai quali con il presente Governo si deve la SEN 2017.
Non sono passati moltissimi anni da quando alla guida del Paese si riteneva che le rinnovabili sarebbero servite per produrre una percentuale zero virgola, e si autorizzava un grande numero di centrali a gas, poi diventate una capacità installata in eccesso rispetto al fabbisogno. Un periodo caratterizzato da assenza di coerenza fra le scelte, dilazioni fra provvedimenti collegati, costi elevati non certo soltanto per gli incentivi alle rinnovabili (che sono stati comunque rilevanti) ma per l'assenza di una linea strategica capace di integrare mercato, sviluppo, geopolitica, ambiente, territorio. Costi che alla fine paga l'intero Paese. 
Ora con le rinnovabili abbiamo raggiunto in anticipo l'obiettivo UE del 17%, e superiamo un terzo dei consumi elettrici, con picchi nelle domeniche estive che oltrepassano l'80%. Un elemento positivo da cui partire, a cui se ne aggiungono altri, come l'intensità energetica piuttosto bassa, per formulare scenari sempre più sostenibili.

Riguardo la SEN nello specifico, ci sarebbero molte cose da dire per riassumerla, ma è chiaro che rappresenta un passo in avanti sulla via della transizione energetica. Suggerisco di scaricarla dal sito del Ministero ed approfondirla, all'indirizzo in calce. Alcune scelte vanno rimarcate, su tutte la decisione di rinunciare al carbone dal 2025, vale a dire entro soli sette anni, un fatto senza precedenti. Una scelta importante che va nella direzione di lasciare il peggiore fra i combustibili fossili sotto terra, nonostante il basso costo e la sua diffusione nel mondo.  Sarebbe opportuno a questo scopo definire meglio i criteri di sostituzione, ragionando sul fatto che non può essere solo il gas a farla da padrone. 
Infatti, fra le critiche che si possono muovere alla SEN, una è senz'altro quella di puntare particolarmente sul gas, o di promuovere nel settore termico strumenti come le pompe di calore (che riappaiono dopo anni dal PAN, Piano d'Azione sulle fonti rinnovabili) a cui corrisponde la poca presenza del solare termico, e la seconda è quella della prospettiva di breve scadenza.
Rispetto al documento in consultazione nei mesi scorsi (vedi post "Presentata in Parlamento la nuova Strategia Energetica Nazionale") la SEN ha migliorato la percentuale delle rinnovabili, passando dal 27% al 28%, con le elettriche al 55%. Forse si può fare di più, ma questa e' già una buona prospettiva, attuando provvedimenti opportuni che consentano davvero di costruirla.

Le rinnovabili chiaramente non bastano: riguardo l'efficienza energetica nel contesto europeo, sulla SEN si legge che "intende promuovere una riduzione di consumi di energia finale da politiche attive pari a circa 10 Mtep/anno al 2030, da conseguire prevalentemente nei settori non-ETS. Si e` infatti convinti che l’efficienza energetica rappresenta una opportunita` per aumentare la sicurezza, ridurre la bolletta energetica e la spesa di famiglia e imprese, nonche´ per dare nuovo impulso alle filiere produttive italiane che operano nel settore." L'efficienza è forse la più ovvia ed insieme la più difficile opzione da realizzare.
Il documento non manca di analizzare le linee d'azione per la ricerca e l'innovazione, i mercati energetici, e il Piano Nazionale Energia e Clima di cui la SEN, si legge, "costituisce la base programmatica e politica per la preparazione".
La SEN inoltre opta per un orizzonte al 2030, come si è detto, molto limitato. Nel documento si sostiene che si tratti di "un percorso che e` coerente anche con lo scenario a lungo termine del 2050 stabilito dalla Road Map europea che prevede la riduzione di almeno l’80% delle emissioni rispetto al 1990". Non sarà facile raggiungere davvero il traguardo della Road Map, e la stessa SEN mostra un divario che andrà colmato da qui al 2050. Non appare però impossibile, con misure appropriate ed un forte impegno. 

In sostanza, si può dare un giudizio positivo sulla SEN 2017, tenendo conto della necessità di passare alla fase operativa senza ritardi e con scelte coerenti, e della opportunità di monitorare e riflettere sul percorso durante il periodo di attuazione, magari intervenendo se ci saranno elementi di criticità.
Sono convinta che se verranno messe in campo tutte le misure adeguate al raggiungimento degli obiettivi di rinnovabili, efficienza e risparmio, nei vari settori, emergerà un quadro in cui la necessità di gas metano sarà fortemente ridotta, tenuto conto anche del biometano.
Insomma, si tratta di un passo in avanti, ora da attuare concretamente.

Per approfondire la Strategia Energetica Nazionale si può scaricare qui:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/testo_della_StrategiaEnergeticaNazionale_2017.pdf

SCIENZA
L'importanza della deforestazione
11 settembre 2017
Quando si affronta il tema del cambiamento climatico, usualmente si punta l'attenzione sulla necessità di ridurre l'uso di combustibili fossili e promuovere fonti di energia rinnovabile, mentre sarebbe bene pensare anche all'uso del suolo e alla deforestazione. Secondo uno studio della Cornell University, di recente pubblicato, la deforestazione ed il conseguente uso del suolo per agricoltura e pastorizia, in particolare nelle zone tropicali, contribuiscono al cambiamento climatico più di quanto in precedenza si ritenesse.
L'articolo dal titolo “Are the Impacts of Land Use on Warming Underestimated in Climate Policy?” è stato pubblicato lo scorso 2 agosto in Environmental Research Letters (indirizzo web in calce).

In particolare, lo studio evidenzia che prevale attualmente una forte sottostima del fenomeno. Addirittura, anche nell'ipotesi di eliminare tutte le emissioni da fonti fossili, se la velocità attuale a cui vengono abbattute le foreste tropicali persistesse per un secolo si verificherebbe ugualmente un aumento di 1,5 gradi della temperatura globale media. Un dato estremamente significativo. Il meccanismo coinvolge sia il biossido di carbonio (CO2) contenuto nelle piante e rilasciato durante il taglio o l'incendio, sia altri gas serra, come gli ossidi di azoto e il metano, emessi nel cambio di uso dello stesso territorio destinandolo all'agricoltura o all'allevamento. Si tratta di composti con forte capacità di trattenere energia all'interno dell'atmosfera: si pensi che il metano ha un GWP (Global Warming Potential, una misura della capacità di trattenere il calore) 28 volte quello del CO2, e che l'ossido di diazoto ha un GWP 265 volte il CO2. 
Nell'articolo si specifica che le cause e gli effetti del fenomeno vanno esaminati su un periodo di tempo sufficientemente lungo, tenendo conto che tutti gli aspetti sono distribuiti su un arco di tempo superiore al secolo, e che con il cambiamento climatico l'ambiente terrestre avrà a che fare per i prossimi secoli.

Research: Climate impacts of land use are underestimate. By David Nutt, August 30, 2017.

http://news.cornell.edu/stories/2017/07/research-climate-impacts-land-use-are-underestimated

ECONOMIA
Energie pulite in grande ascesa, nonostante tutto (anche in America)
12 agosto 2017
In un'analisi di Bloomberg descritta in un articolo pubblicato in rete ("The Cheap Energy Revolution Is Here, and Coal Won’t Cut It", a firma di Tom Randall, il link si trova in calce) lo stato delle cose in materia di energia nel mondo appare molto diverso da quello che vorrebbe costruire il Presidente Donald Trump, anche negli stessi Stati Uniti, dove il declino del carbone - molti ricorderanno le immagini del Presidente USA che per descrivere le sue intenzioni in campo energetico mima il gesto del minatore al lavoro - è sempre più evidente. Lo scenario energetico mondiale sta cambiando sotto l'influsso di forze potenti: le nuove tecnologie, i vincoli derivanti dai cambiamenti climatici, un mercato che ormai si è aperto alle fonti rinnovabili. Non sembra che qualcuno possa davvero resistervi, nemmeno nel Paese che per anni ha dato il contributo più intenso alle emissioni inquinanti che causano variazioni al sistema climatico ormai ben più che ipotetiche o opinabili.
Con 15 grafici viene descritta la situazione, che nel complesso appare come un'istantanea di un ambito in sempre più rapida evoluzione. Su tutte, la notizia che l'energia solare per la prima volta diventa la nuova forma di elettricità più a buon mercato nel mondo.

1. Gli investimenti in potenza rinnovabile sono oggi il doppio di quelli in fonti fossili. I sussidi hanno aiutato solare ed eolico, ma ora sono le economie di scala a guidare la caduta dei prezzi;
2. Nel mondo la generazione non è mai stata così pulita (ed escludendo il grande idroelettrico);
3. Anche in America le cose si muovono, e in alcuni Stati degli Stati Uniti le percentuali di rinnovabili sono elevate quanto quelle dei migliori Stati Europei;
4. A fronte di una domanda di elettricità calante, la potenza eolica e solare in US è in forte aumento;
5. La generazione a carbone registra un forte calo negli ultimi dieci anni;
6. La capacità utilizzata in USA è in calo. Anche l'occupazione risente del cambiamento: lo Stato della California da solo impiega più persone nell'industria solare che l'intero Paese nel carbone;
7. Gli impieghi legati al carbone vengono progressivamente rimpiazzati dalle macchine;
8. Con meno energia si produce più ricchezza (ma questo è dovuto anche alle tecniche invasive di estrazione dello shale gas in America);
9. La produzione di petrolio e gas cresce;
10. Ma l'efficienza dei veicoli aumenta notevolmente;
11. Si prevede una forte penetrazione nel mercato delle auto elettriche;
12. Mentre le batterie stanno migliorando prestazioni e prezzi;
13. Anche negli USA le emissioni stanno calando notevolmente, e l'obiettivo dell'accordo di Parigi nel complesso non appare fuori portata;
14. La spesa degli americani in energia è in forte calo;
15. Infine, il mondo ottiene più energia spendendo meno.

Sarebbero necessari maggiori dettagli, ma come veduta d'insieme si tratta di una situazione che lascia la porta aperta alla speranza. Nonostante il rifiuto che l'Amministrazione Trump ha posto all'Accordo di Parigi (raggiunto a dicembre 2015, quando il Presidente era Obama, che aderì) questi dati oggettivi mostrano un percorso ormai avviato. Il ruolo degli USA è fondamentale, visto che si tratta tuttora del Paese con le più elevate emissioni pro-capite, secondo come emissioni totali dopo il sorpasso della Cina, ed ovviamente estremamente influente sul piano politico. E' particolarmente importante sostenerlo e perseguire a livello mondiale questa direzione, tenuto conto anche del fatto che gli obiettivi di Parigi potrebbero non bastare e che, prima o poi, la decarbonizzazione dell'economia dovrà diventare realtà concreta.

L'articolo con i grafici citati si trova al seguente indirizzo:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-04-26/the-cheap-energy-revolution-is-here-and-coal-won-t-cut-it

ECONOMIA
Luci ed ombre nel nuovo pacchetto energia della Commissione Europea
17 dicembre 2016
La Commissione Europea ha presentato un pacchetto di misure "per mantenere l'Unione Europea competitiva mentre la transizione verso le energie pulite sta cambiando i mercati energetici globali", come si legge sul sito (gli indirizzi sono in calce). 
Il nuovo pacchetto energia, denominato “Energia pulita per tutti gli europei”, delinea le nuove vie comunitarie che seguiranno le rinnovabili, l'efficienza, il mercato elettrico e i trasporti, attraverso una serie di documenti che compongono il quadro d'intervento della Commissione Europea sul tema energetico.
La Commissione afferma la volontà che l'UE sia guida del processo transitorio verso un sistema ad energia pulita, e non sia soltanto capace di adattarvisi. Da ciò consegue l'impegno di tagliare di almeno il 40% al 2030 le emissioni di CO2, accompagnandolo da un processo di modernizzazione dell'economia che consenta crescita e lavoro per tutti i cittadini dell'Unione. Gli obiettivi da raggiungere in tal quadro sono tre: porre al primo posto l'efficienza energetica, raggiungere la leadership nelle energie rinnovabili, e costruire un mercato favorevole per i consumatori. 
Tra gli elementi più qualificanti del pacchetto energia, l’introduzione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica: una riduzione del 30% dei consumi energetici entro il 2030.  Si tratta di un provvedimento atteso da tempo. Nessuna modifica invece per le rinnovabili, il cui traguardo rimane al  27%, nonostante l’UE possa contare fin da oggi su una percentuale intorno al 24%. La scelta sembra dunque quella di non accelerare sulle energie verdi, considerazione che appare supportata anche dalla proposta di aggiornamento della Direttiva rinnovabili, dove viene inserita una misura sulla priorità di dispaccio, che prevede che nei Paesi con una quota di rinnovabili già ampia (del 15%) i nuovi impianti eolici e fotovoltaici non abbiano più diritto di precedenza sulle fonti fossili. La disposizione continuerà a valere solo per le centrali già esistenti e su piccola scala. 
In favore delle fonti fossili, invece, va l’estensione a tutti gli Stati membri del capacity payment, vincolato però a precisi limiti di emissione: gli impianti non devono emettere più di 550g di CO2 per kWh prodotto. Una misura che colpisce le centrali più vecchie ed obsolete, aprendo invece alla remunerazione della capacità impiegata per quelle più recenti. 
Per raggiungere il nuovo obiettivo di efficenza energetica del 30% al 2030, il pacchetto energia richiede anche un impegno sull'efficentamento degli edifici, a partire dagli standard per gli edifici ad energia quasi zero (Near Zero Energy Buildings), che include per i nuovi edifici la generazione di elettricità sul posto, e le infrastrutture necessarie alla mobilità elettrica, oltre a sistemi per riscaldamento, produzione di acqua calda, condizionamento e raffrescamento.
Anche i trasporti sono inclusi nei nuovi provvedimenti. Per esempio, si prevede che la mobilità elettrica entri a pieno titolo nella progettazione edilizia urbana. Secondo le nuove misure, tutti gli edifici non residenziali, di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazione importante, qualora dispongano di più di dieci posti auto, devono predisporne almeno uno ogni dieci con punti di ricarica elettrica. Gli Stati membri possono a loro discrezione estendere o meno questa normativa alle PMI.
La Commissione Europea pone, infine, l'accento sulla riforma del mercato dell'energia che dovrebbe modificare il ruolo dei consumatori europei, rendendoli "protagonisti centrali sui mercati dell’energia del futuro". I consumatori, infatti, secondo le nuove norme avranno la possibilità di produrre e vendere energia autonomamente, grazie a misure di revisione del mercato elettrico, mentre maggior conoscenza e chiarezza dovrebbe giungere dalla diffusione di contatori intelligenti, bollette chiare e condizioni di commutazione più facili. Negli intenti della Commissione si rileva anche l'indicazione del passaggio alla concorrenza effettiva, rimuovendo l'intervento pubblico sui prezzi, da realizzarsi secondo un percorso graduale.
La Commissione europea prevede che il pacchetto invernale mobiliti fino a 177 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati all’anno a partire dal 2021. Se le stime venissero rispettate si produrrebbe un aumento dell’1% del PIL nel prossimo decennio. 
Per quanto riguarda la transizione alle fonti rinnovabili, si delinea un quadro a luci ed ombre. Alcuni provvedimenti sono sicuramente positivi, altri più discutibili nell'ottica della decarbonizzazione del sistema energetico. 

Per i dettagli, si possono consultare i seguenti siti, dove è possibile scaricare i documenti relativi:

https://ec.europa.eu/energy/en/news/clean-energy-all-europeans-top-topic-eu-energy-council


https://ec.europa.eu/energy/en/news/commission-proposes-new-rules-consumer-centred-clean-energy-transition


POLITICA
Un primo approccio, da Presidente USA, alla questione ambientale
10 novembre 2016
Mentre alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Marrakech (CoP22) si aprono i tavoli tecnici negoziali per l’implementazione dell’Accordo di Parigi, alla Casa Bianca arriva un nuovo Presidente che non ha certo indicato i temi ambientali fra le priorità della sua agenda politica. Anzi, in aggiunta ad un programma praticamente vuoto sull’argomento, Donald Trump ha espresso dubbi - per così dire - sul fatto che il cambiamento climatico sia reale, ipotizzando addirittura che si tratti di una manovra cinese per danneggiare gli Stati Uniti, ha parlato a favore delle fonti fossili e contro l’Accordo di Parigi, e restando su un piano più generale, possiamo affermare con sufficiente sicurezza che il suo profilo di magnate costruttore si presenti come scarsamente aduso al confronto con regole ambientali e con limiti dello sviluppo. Il popolo americano è, naturalmente, sovrano, ed è giusto accogliere la nuova presidenza con grande rispetto, ma data l’influenza degli USA sulla politica internazionale è altrettanto naturale che ci si occupi delle possibili conseguenze della sua elezione che riguardano tutti, comprese quelle ambientali globali.

Innanzitutto, l’Accordo di Parigi sul clima nel momento in cui l'adesione degli Stati Uniti e' a rischio. Le clausole dell’Accordo prevedono che un Paese che intenda abbandonare il campo lo possa fare solo dopo quattro anni. In ogni caso, considerando l’attuale stato delle ratifiche comprendente l’adesione già di 102 Paesi, un’eventuale uscita degli Stati Uniti non lo invaliderebbe. La clausola del livello del 55% delle emissioni mondiali sarebbe infatti già garantita.   Conseguenze politiche importanti sarebbero, però, evidenti: è indubbio che l’uscita dall’Accordo degli Stati Uniti, che sono fra i massimi inquinatori del mondo, sarebbe un segnale fortemente negativo a fronte del percorso che l’umanità risulta, e risulterà sempre più in futuro, in grado di costruire per proteggere sé stessa e il proprio ambiente. Anche altri potrebbero avanzare dubbi, e la lentezza unita alla farraginosità dei provvedimenti potrebbero avere la meglio sulla loro efficacia.  

Ma al di là delle conseguenze dirette, è evidente che una posizione quale quella espressa da Trump di negazione persino dell'esistenza dei fenomeni del riscaldamento globale e del cambiamento climatico è un fatto che sconcerta, e che deve far riflettere. Un gran numero di centri di ricerca statunitensi, alcuni dei quali fra i più accreditati a livello mondiale, sono coinvolti negli studi sul cambiamento climatico, sono portatori di dati e di rilevamenti delle varie grandezze in gioco, contribuiscono a ricerche ad alto livello sul tema. Il fatto che il neo eletto Presidente USA sostenga il contrario, smentendoli senza che questo influisca sulla pubblica opinione, almeno su quella maggioritaria, è un segnale decisamente negativo, da valutare con attenzione. Senza pretesa di esaurire l’argomento, si può partire dalle conoscenze scientifiche e la loro diffusione nella popolazione, che risulta quanto mai scarsa, negli USA come da noi. In un’epoca di grande influenza della tecnica e della scienza, paradossalmente persino i fatti di base sono fuori dalla portata dei più. Su questo primo dato c’è assoluta indifferenza, nella società, e nella politica, che ne è espressione. Viviamo e vivremo sempre più nel mondo della tecnica, e se continuiamo così, lo faremo senza sapere come gestirlo, come interpretarlo, come indirizzarlo. Ad oggi, è un fatto che si può diventare Presidenti di una delle più grandi ed influenti nazioni del mondo senza sapere nulla del proprio effetto sul mondo – quello naturale. Negare l'evidenza del riscaldamento globale significa soltanto questo.  Si può considerare anche la de-responsabilizzazione riguardo le emissioni inquinanti e climalteranti generate nel proprio Paese che tale affermazione porta con se'. Un allontanamento di causa ed effetto, negando il secondo. Si può infine prendere in considerazione il manifesto scarso interesse per fenomeni che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

"Il futuro dell'umanità costituisce il primo dovere del comportamento umano collettivo nell'era della civiltà tecnica divenuta, modo negativo, onnipotente. In esso e' evidentemente incluso il futuro della natura in quanto condizione sine qua non; ma, anche indipendentemente da ciò, si tratta di una responsabilità metafisica in se' e per se', dal momento in cui l'uomo e' diventato un pericolo non soltanto per se stesso, ma per l'intera biosfera" scrive Hans Jonas ("Il principio responsabilità"), ricordandoci che la gestione del rischio deve essere in capo a chi lo ha generato, dandosi come obiettivo il mantenimento di una prospettiva di futuro per tutti (desiderabile).  Economia, ecologia, finanza, affari, fonti energetiche, inquinamento, clima, riscaldamento globale, non sono eventi slegati fra loro, ma le numerose facce di una stessa cosa che ci riguarda tutti da vicino, che ci troviamo ad essere Presidenti di grandi nazioni, o precari in cerca di un lavoro, o migranti in cerca di un posto in cui vivere, e con la quale dobbiamo fare i conti, in un modo o nell'altro, ma inevitabilmente.



politica interna
Casa Italia può costituire una notevole opportunità per il nostro Paese
24 settembre 2016
1.
Sembra apprezzabile il progetto di intervenire a largo raggio sul patrimonio edilizio del nostro Paese che sta preparando il governo e che risponde al nome di Casa Italia. Si tratterebbe di un'opera enorme, particolarmente utile, di cui si parla da anni, che avrebbe tutti i numeri per rilanciare il settore edilizio qualificando nel contempo, se ben condotta, il territorio e la sua urbanizzazione. Abbiamo sentito parlare - e abbiamo visto e subito le conseguenze - di "cementificazione" per decenni, abbiamo attaccato ed infierito con costruzioni di ogni genere e ovunque su millenni di civiltà insediativa che, nonostante tutto, ancora oggi caratterizza il nostro Paese, noncuranti dell'importanza dell'organizzazione degli spazi e della corretta gestione del territorio, degli effetti sulla qualità della vita e degli impatti sull'ambiente. Ci si è avventati sul territorio per decenni senza affrontare (o evitando) il senso politico dell'organizzazione dello spazio urbano e territoriale, della sua sicurezza, vivibilità, sostenibilità ambientale
Ora, con il piano Casa Italia si parla di riqualificazione edilizia ed energetica, di criteri antisismici, di manutenzione, prevenzione, adeguamento ambientale e, sulla base delle premesse di questi giorni, non può che ottenere un giudizio positivo. Un piano che programmi interventi sul lungo periodo con l'obiettivo della messa in sicurezza del patrimonio edilizio del nostro Paese, ampliando l'orizzonte alla modernizzazione e all'efficientamento, coglie un tema importantissimo, di cui si parla da molto tempo senza che sia mai iniziato alcun impegno reale in proposito. Un progetto del genere, inoltre, sarebbe in grado di rilanciare il settore edilizio - da tempo in crisi - e, se le fondamenta sono solide, di acquisire un know how specifico che potrebbe avere conseguenze positive in futuro. 
Le parti più difficili, però, non mancheranno: in particolare, la sua progettazione e la sua realizzazione pratica, con tutti gli elementi necessari a partire dai prevedibili cospicui investimenti. L'aspetto della concretezza è centrale, pena la riduzione dell'intero progetto ad uno slogan, o peggio, all'apertura ad interventi non qualificati.
Il terremoto della notte del 24 agosto scorso ha dato il via all'idea di trasformare la ricostruzione in un intervento più ampio che parli di prevenzione, a partire dalle zone maggiormente esposte al rischio sismico - e tenendo conto che in Italia il rischio zero praticamente non esiste. Esiste, invece, un enorme numero di abitazioni, edifici privati, edifici pubblici, scuole, palestre, strade, ferrovie esposti al rischio di crollo per agenti esterni o interni, ed esiste un analogo enorme numero di edifici e fabbricati che potrebbero essere definiti "a spreco energetico", che consumano un'enorme quantità di energia e il più delle volte offrono condizioni abitative qualitativamente scarse. La qualità dell'abitare è una parte considerevole della qualità della vita e si presta a caratterizzare il livello di vita e di sviluppo di un Paese. 
Le tragiche conseguenze di un terremoto, per parte loro, ci parlano di una spesa enorme ogni volta che si presenta la ricostruzione che potrebbe essere evitata con opportuni investimenti diretti alla prevenzione, per non citare i decessi, i feriti, e tutte le conseguenze non monetizzabili di un sisma disastroso. 

2.
A proposito di politiche energetiche, recenti dichiarazioni del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo  Calenda indicano una serie di misure di un certo rilievo. Si tratta, in estrema sintesi, di interventi per alleggerire il carico delle rinnovabili sulle aziende grandi consumatrici di energia (che già pagano di meno), di misure per remunerare la capacità elettrica installata, di rivedere il prossimo anno la Strategia Energetica Nazionale e di nuove politiche per le rinnovabili. Il Ministro ne ha parlato, secondo quanto riporta il sito di Qualenergia, a margine del convegno “The future of energy. Towards a sustainable development”, organizzato da The European House Ambrosetti ed Eni alcuni giorni fa. 
Sembra che la sua attenzione sia orientata principalmente alla generazione centralizzata tradizionale, ma vedremo nel seguito come queste misure si tradurranno nella pratica. 
L'articolo completo, "Il Ministro Calenda su rinnovabili, capacity market, ed energivori", si trova sul sito di Qualenergia:

http://www.qualenergia.it/articoli/20160921-ministro-calenda-su-rinnovabili-capacity-market-ed-energivori

ECONOMIA
USA e Cina confermano la ratifica dell'Accordo di Parigi
8 settembre 2016
La buona notizia di questi giorni riguarda l'Accordo sul clima di Parigi della Cop21, con la ratifica dell'adesione da parte di Usa e Cina. In apertura del G20 che si è svolto ad Hangzhou  in Cina nei giorni scorsi, infatti, il presidente americano Barack Obama e il quello cinese Xi Jinping hanno reso noto l’impegno dei loro rispettivi Paesi a rispettare l’accordo di Parigi.
Ricordo che l'Accordo raggiunto lo scorso dicembre nella capitale francese dalla 21ma Conferenza delle Parti consiste in una serie di iniziative volte a contenere l'incremento della temperatura globale entro i 2 °C, e possibilmente entro 1,5 °C, al fine di limitare le modifiche al sistema climatico che un riscaldamento eccessivo potrebbe causare. L'Accordo riguarda ben 195 Paesi. Di questi, Stati Uniti e Cina costituiscono i maggiori emettitori mondiali di anidride carbonica e altri composti, cioè di sostanze capaci di alterare il sistema climatico mondiale a seguito della loro maggiore concentrazione in atmosfera che si riscontra da tempo. L'Accordo entrerà in vigore se sarà ratificato da almeno 55 Paesi che producono almeno il 55% delle emissioni climalteranti mondiali. Da soli, USA e Cina producono circa il 40% di tutte le emissioni mondiali, mentre con la loro ratifica salgono a 23 i Paesi che hanno confermato l'adesione. Dunque si tratta di una buona notizia sul versante della protezione ambientale, che ci consente di sperare in una veloce attivazione dei contenuti dell'Accordo. Manca ancora la ratifica dell'Italia, che è stata assicurata qualche giorno fa dal Ministro dell'Ambiente Galletti. Si tratta anche un fatto politicamente rilevante per gli Stati Uniti, dove la battaglia dei negazionisti è apertamente condotta e spesso influente sulle dinamiche politiche interne, e per la Cina, dove rappresenta la migliore presa d'atto del pesantissimo carico ambientale che lo sviluppo accelerato ha portato con sè.
Il grafico in basso, che mostra le emissioni di alcuni Paesi del mondo - e che traggo dal sito Climalteranti - è molto chiaro circa le quantità coinvolte e le responsabilità.

Frattanto, una delle principali cause dell'inquinamento locale e globale, il petrolio, è stato oggetto nei giorni scorsi di un patto fra Arabia Saudita e Russia, che intendono in tal modo contribuire a stabilizzarne il mercato. Si tratta di una novità importante contenuta nell'accordo sottoscritto a margine proprio dello stesso G20 di Hangzhou in Cina. Nel testo, Arabia Saudita e Russia
affermano di avere un «desiderio comune di espandere ulteriormente le relazioni bilaterali in campo energetico», che deriva dal fatto che insieme «hanno la responsabilità di produrre oltre il 21% della domanda globale di petrolio», e sostengono inoltre di accordarsi per agire «congiuntamente oppure con altri produttori» ai fini di mitigare la volatilità dei mercati.
I due Paesi hanno costituito un gruppo operativo per esaminare «i fondamentali di mercato e raccomandare misure e azioni comuni mirate ad assicurare la stabilità e la predicibilità dei mercati petroliferi», stabilendo una prossima riunione a ottobre a Mosca, e successivamente a novembre a margine del vertice Opec di Vienna. Grandi produttori di petrolio come Iran, e Iraq hanno reagito positivamente all'annuncio dell'accordo. Per ora non è chiaro quali saranno le conseguenze. La fase attuale, ormai da tempo, vede il prezzo del petrolio piuttosto basso, anche se ora non più ai livelli di qualche mese fa, in assenza di decisioni e interventi da parte dell'Opec, che tende a lasciare elevate produzioni e prezzi contenuti.
Il nostro sistema economico, fondato soprattutto sulle fonti energetiche fossili, ha garantito finora uno sviluppo accelerato di una parte dell'umanità, a spese di un notevole cambiamento delle condizioni atmosferiche con conseguenze su uno dei principali sistemi ambientali globali come quello climatico, e di diffusi inquinamenti locali - anche pesanti, come ben sanno oggi nelle città cinesi, ma un tempo anche le città europee - e la maggiore sfida del presente e del futuro immediato consiste nel creare le condizioni di uno sviluppo più equo per tutti e caratterizzato da minori impatti ambientali.




http://cait.wri.org/

www.climalteranti.it


ECONOMIA
Il Canada devastato dagli incendi - ovvero, la dicotomia fra accordi internazionali e realtà
16 maggio 2016

Mentre il mondo firma accordi internazionali per tentare di contenere gli effetti sul sistema climatico delle emissioni inquinanti generate dalla combustione di gas, carbone e petrolio – come il documento della CoP21 di Parigi, firmato pochi giorni fa da un numero e un’estensione di territori nazionali mai vista prima per un accordo sui temi ambientali – le industrie, e i medesimi Stati che firmano, continuano a utilizzare combustibili fossili e ad estrarli con ogni mezzo, spremendo fino all’ultima goccia le rocce del sottosuolo con il fracking o le sabbie bituminose.

Il vastissimo danno ambientale già creato in alcune zone del Canada da questi metodi, pesantemente invasivi, ora se possibile si è trasformato in una versione cercata e voluta dell’inferno, con una serie di incendi di proporzioni gigantesche che stanno bruciando foresta, costringendo persone a lasciare il territorio, minacciando animali e vegetazione (l’ultimo dei problemi che si pongono di solito coloro che governano), emettendo inquinanti in atmosfera  giusto quanto manca per completare l’opera.

La capitale mondiale dell’estrazione di idrocarburi dalle sabbie bituminose sta andando a fuoco. Il rogo è divampato nei pressi di Fort McMurray, nel nordest della provincia canadese dell’Alberta. Le fiamme, dopo aver carbonizzato 7.500 ettari di boschi e danneggiato terreni, hanno raggiunto la città, distruggendo o danneggiando migliaia di abitazioni e costringendo inizialmente circa 80 mila persone a fuggire, ed il governo a dichiarare lo stato di emergenza. Ora gli sfollati sono diventati circa 100.000. Il Ministro della Pubblica sicurezza, Ralph Goodale, ha parlato di «situazione pericolosa e imprevedibile», con oltre 100.000 sfollati, 1.600 abitazioni andate distrutte e circa 17.000 persone ancora da trarre in salvo. Sono stati bloccati i voli. Per fronteggiare il fuoco sono stati mobilitati 1.100 pompieri, 145 elicotteri, 138 mezzi pesanti e 22 aerei cisterna.

Fort McMurray è una città costruita per portare manodopera all’industria del petrolio che in Canada estrae dalle sabbie bituminose, con un pesantissimo impatto ambientale. Ora, questo incendio ha frenato la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada, portando al rialzo il prezzo del greggio. Il Wti è salito di oltre il 4%, mentre il rialzo del Brent si avvicina al 4%. Gli analisti stimano un calo della produzione compreso tra 500.000 e 800.000 barili al giorno attualmente in Canada a fronte di una produzione globale di circa 96 milioni di barili, di cui un milione considerato in eccesso. La produzione nella zona dell’incendio e' stata rallentata o sospesa per mettere al sicuro il personale.

C’è un altro aspetto che può contribuire a chiarire la situazione. Il riscaldamento globale – fenomeno in gran parte causato proprio dalla combustione di idrocarburi e da altre attività che alterano la composizione atmosferica – determina un allungamento della stagione degli incendi, a livello mondiale e locale. Pare infatti che negli ultimi anni le temperature medie dell’area del Canada interessata siano aumentate considerevolmente. Per questo nella regione gli inverni diventano sempre più secchi e meno piovosi, causando siccità e aumento degli incendi. Secondo uno studio pubblicato da Nature Communications nel 2015, dal 1979 la stagione degli incendi si sta allungando notevolmente in tutto il mondo.

Tutto ciò costituisce un’evidente contraddizione, fra la ricerca dei modi per ridurre i fenomeni di inquinamento e di alterazione del clima mondiale, che confluisce a livello internazionale in accordi siglati da ormai tutti gli Stati, e il perdurare, persino in modalità peggiori, delle tecniche di sfruttamento di quanto c’è di più sporco ed inquinante per la produzione di energia. Occorre fare chiarezza e mettere un fermo stabile ai metodi più inquinanti, invasivi dell’ambiente, climalteranti a cui ancora oggi si ricorre per produzioni energetiche ed industriali, altrimenti i documenti degli accordi internazionali rischiano seriamente di diventare carta straccia.

_

Lo scorso venerdì 13 maggio si è tenuto a Roma, presso la sede del Partito Democratico, il terzo seminario di #Ambientealcentro, dal titolo: “Dalle buone leggi alle buone politiche: quali impatti nella applicazione delle nuove misure ambientali”. L’iniziativa è stata organizzata dal dipartimento Ambiente del PD e dall’associazione degli Ecologisti Democratici.

Dopo l’assemblea iniziale, molto partecipata, i lavori sono stati divisi fra quattro tavoli tematici: Economia circolare, Cambiamenti climatici e adattamento, Controlli e legalità, Territori e qualità ambientale. Successivamente, nel pomeriggio, durante una nuova seduta plenaria sono stati illustrati i risultati del lavoro dei tavoli.

Con un approccio concreto è stato portato avanti il discorso aperto su temi importanti, che attraversano molti aspetti della società, a partire dalla vita quotidiana per finire alla pratica politica e di governo.  Si tratta evidentemente di un ambito molto ampio, trasversale per sua natura, ma fortemente legato ad alcuni temi su cui la sensibilità di un partito di centrosinistra è particolarmente focalizzata.

Per saperne di più ci si può collegare con il sito del PD all’indirizzo seguente:

http://www.partitodemocratico.it/ambiente/

 

POLITICA
Temi di dettaglio per la politica di oggi? (Un giorno d'aprile a Chernobyl)
26 aprile 2016

Alle ore 1.23 (ora locale) del 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl (esattamente a Pripyat, in Ucraina, all’epoca parte dell’URSS) esplose, causando il più grave incidente nucleare della  storia insieme a quello della centrale di Fukushima, in Giappone, e sicuramente il più grave per cause tecniche e umane (il disastro di Fukushima e' stato conseguenza dello tsunami causato da un terremoto).

Mi trovavo a Trieste, in quel periodo, ad un corso della Scuola Superiore di Fisica che si trova nei pressi di Miramare, e la notizia dell'incidente fu tanto clamorosa quanto può esserlo in un conclave di fisici. Quali fossero le ragioni che avevano causato la perdita del controllo di una centrale nucleare da parte del personale tecnico, degli esperti, dei sofisticati sistemi di sicurezza era la questione che sicuramente occupava menti e colloqui di tutta la comunità scientifica mondiale.    Va detto che l’energia prodotta nelle centrali con la fissione nucleare era considerata, nel periodo che ha inizio dal dopoguerra, un simbolo del potere della tecnica, un fiore all’occhiello della tecnologia moderna, un apparato di enorme potenza al servizio dell’umanità. Vanno sottolineate le grandi professionalità presenti nel settore, anche in Italia, la filiera industriale avanzata collegata, il patrimonio di conoscenze e competenze di alto livello.    Accanto, vanno ricordate le vittime dell’incidente, ancora oggi non stimabili perché tuttora in corso, l’incredibile carenza di professionalità  nella gestione delle conseguenze dell’incidente, l’enorme estensione della  nube radioattiva, che vagò per mesi sopra i cieli d’Europa rilasciando radionuclidi ovunque che sono ancora oggi presenti nel suolo, nella vegetazione ed entrano nella catena alimentare, la città evacuata e ora davvero fantasma, il “sarcofago” che ricopre il reattore e le sue attuali condizioni pericolanti.

Per chi intendeva laurearsi in Fisica, rappresentava un dilemma etico e sociale di non poco conto.

Le ragioni del dubbio sono, ancora oggi, sostanzialmente tre:  l’enorme potenza che, se sfugge al controllo umano, può causare disastri di dimensioni straordinarie, il sistema costoso, complicato e di per sé rischioso della gestione dei rifiuti radioattivi, soprattutto quelli ad alta radioattività, e il legame con la produzione di armi nucleari, che se è vero che non è obbligato è però altrettanto vero che viene attuato con grande interesse da parte di numerosi Stati, anche sfuggendo agli accordi internazionali. Tre problemi che nemmeno i più convinti sostenitori del nucleare possono sottovalutare.  Il sistema nucleare è di una portata  mai vista prima nella storia dell'uomo, ed è grazie ad esso che oggi abbiamo la possibilità di distruggere la Terra con pochi atti di breve durata. Le scorie radioattive sono materiarli con proprietà peculiari che non sono trattabili con modalità chimiche, per cui è indispensabile isolare le più pericolose per periodi di tempo lunghissimi, superiori a quelli dell'intera storia umana attuale. I trattamenti di tipo fisico portano comunque alla necessità di isolare i residui.  Ad oggi, nel mondo sono presenti (e sono una sorta di regalo per le prossime generazioni) migliaia di tonnellate di scorie ad alta radioattività. Ad esse, si aggiungono le armi nucleari, e i rischi connessi ai possibili traffici illeciti di materiali radioattivi.

Il disastro di Chernobyl ebbe importanti conseguenze sulle scelte energetiche del nostro Paese quasi immediatamente: la raccolta di firme per un referendum organizzata dalle associazioni ambientaliste ottenne un milione di sottoscrittori, il risultato referendario portò all’uscita del nucleare dalle opzioni energetiche italiane. Come accade sempre in casi simili, non mancò la tendenza ad approfittare della situazione per portare avanti una politica a favore di petrolio e gas, oggi principali cause delle emissioni inquinanti che producono danni alla salute e alterano il sistema climatico mondiale. Efficienza, rinnovabili, e risparmio energetico – che però, come suggerisce il nome, non fa guadagnare nessuno, eccetto gli italiani se lo si praticasse davvero – dovranno attendere ancora molti anni per vedere gli incentivi in Conto Energia, per essere continuamente sottoposte alle accuse dei detrattori che dieci anni fa sostenevano che non potessero dare un contributo superiore all’1% (idroelettrico escluso), mentre ora si lamentano che non supereranno il 50%, per sopportare i continui andirivieni delle iniziative dei vari governi (compreso l’attuale) che si succedono, sempre omettendo qualche provvedimento utile o inserendo qualche complicanza.

Le scelte energetiche sono fondamentali per un Paese, lo sono sempre, e lo sono a maggior ragione in un Paese industrializzato come il nostro. Il fatto di aver delegato ad altri il Ministero dello Sviluppo Economico e le competenze in materia di energia limita fortemente il ruolo e la portata del Partito Democratico nel governo, nonostante sia la formazione politica ampiamente di maggioranza.    Le scelte energetiche sono fondamentali anche nella linea di indirizzo politico che un governo intende assumere, e che un partito intende proporre ai cittadini.

La portata di questo tema politico non viene però colta nelle sue reali dimensioni, né dalla politica italiana in genere, né dal PD. Occorrerebbe un salto di qualità per aprire un ragionamento che coinvolga anche questi temi,  e aggiunga il grande tema della ricerca scientifica. E’ stata apprezzabile l’evoluzione che ha portato, in Italia, in anni recenti a porre l’accento su un insieme di opere a vario titolo denominate "beni culturali”, ma è sorprendente il fatto che con il vocabolo “cultura” ci si riferisca nel nostro Paese sempre e soltanto alla cultura di tipo umanistico.  

Se faremo la scelta di diventare un Paese a-scientifico, rischieremo seriamente di allontanarci dai Paesi avanzati.

Consiglio di visitare un’interessante mostra in corso a Bologna: una bella iniziativa dedicata ad Enrico Fermi. Un grandissimo scienziato, italiano  come molti altri assai poco conosciuti, che proprio sul nucleare ha effettuato studi fondamentali.

POLITICA
Ora e' indispensabile un cambiamento di rotta
18 aprile 2016

Ieri sono andata a votare con 15 milioni di belle persone, e ne sono felice.
Il voto e' un'espressione di partecipazione democratica che non può essere in alcun modo snobbata.

Il quorum non è stato raggiunto.

Oltre 85% dei votanti ha votato Si. 

Si tratta di un segnale forte. 
Ora, credo che il governo debba prendere in considerazione l'indifferibilita' di una politica energetica da portare avanti con coerenza e apertura. Ieri sera, nel discorso che ha fatto seguito alla chiusura dei seggi e ai primi dati, Matteo Renzi ha espresso il sentimento del governo nei confronti dei temi ambientali e delle fonti pulite, rimarcandone la vicinanza con i votanti e con il desiderio diffuso di riduzione degli impatti sulla salute e sull'ambiente. 
Nel seguito, e' necessario un impegno vero, non più rinviabile, collaborativo e fattivo. Il governo, e il PD, non possono che trarne profitto.


Sin dalla sua formazione, questo governo e' "scoperto" sul fronte delle politiche ambientali ed energetiche, che non porta avanti politiche industriali, e le vicende di questi giorni ne sono la conseguenza. L'ho scritto più e più volte su questo blog. Si tratta di temi che non possono essere trascurati, ma in genere, se si lascia un vuoto politico poi se ne subiranno le conseguenze. Sarebbe ora necessaria una modifica della rotta seguita sin qui, un diverso orientamento che consenta al nostro Paese di essere all'avanguardia in ambiti che hanno potenzialità enormi.

POLITICA
Guida al Referendum del 17 aprile: una breve sintesi per punti. Con la quale andrò a votare, e voterò Sì.
12 aprile 2016

Pubblico una sintesi per temi riguardante il prossimo referendum del 17 aprile, sperando che possa tornare utile, indipendentemente dal voto (o dal non voto) che ciascuno vorrà scegliere. Sicuramente, le tesi qui espresse inducono a votare, e a votare Sì: sarà ciò che farò, senza ideologismi o estremizzazioni, semplicemente rispondendo ad un quesito che verrà posto ai cittadini italiani domenica prossima. Le ragioni del voto sono descritte nel precedente post del 5 aprile u.s.

Riassumendo, le ragioni del Sì sono sostanzialmente due: il fatto che la concessione sia diventata fino alla durata di vita utile del giacimento, che non condivido, e la necessità, che sta diventando impellente, di dare un segnale per far sì che si affrontino le tematiche energetiche nel loro complesso, invitando con forza ad operare per ridurre gli sprechi, aumentare l'efficienza, sostenere le fonti pulite.

Il testo del quesito referendario a cui siamo chiamati ad esprimerci la prossima domenica 17 aprile è il seguente:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Si tratta di un referendum abrogativo, uno strumento di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. In quanto tale, nel merito è sicuramente parziale e limitato. Il contenuto del quesito, inoltre, risente del percorso che ha portato ala richiesta di sei quesiti referendari, di cui 5 successivamente superati.

 

Affinché la domanda soggetta a referendum sia approvata occorre che si rechi a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto, e che la maggioranza dei votanti si esprima con un “Sì”. Hanno diritto di votare al referendum tutti i cittadini italiani che abbiano compiuto la maggiore età, si voterà in tutto il Paese, soltanto nella giornata di domenica 17 aprile, e potranno votare anche gli italiani residenti all’estero. Votando “Sì” i cittadini avranno la possibilità di cancellare la norma sottoposta a referendum. Votando “No” la norma resterà.

Il referendum riguarda le attività connesse all'estrazione di idrocarburi nel mare italiano entro 12 miglia marine dalla costa. Gli idrocarburi sono il petrolio e il gas naturale, prevalentemente costituito da metano, che con il carbone sono ampiamente utilizzati per produrre energia per trasporto, elettricità, riscaldamento. Con il quesito referendario si chiede di cancellare la norma che permette alle società petrolifere di effettuare le loro attività di estrazione nella fascia costiera italiana entro le 12 miglia marine senza precisi limiti temporali; il quesito interessa tutti i titoli abilitativi già rilasciati e interviene sulla loro data di scadenza. Per contro, il quesito non riguarda le concessioni sulla terraferma, non riguarda quelle in mare che si trovano oltre tale limite, e nemmeno nuove concessioni entro la fascia costiera, che non potranno essere rilasciate poiché sono state vietate dalla Legge di Stabilità 2016.

In sostanza, con il referendum del prossimo 17 aprile si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di operare per estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo, senza una scadenza certa, ed in relazione alle attività già in corso, poiché in quella zona non potranno essercene di nuove.

La produzione di idrocarburi

I giacimenti di idrocarburi sono proprietà indisponibile dello Stato, la loro ricerca e il loro sfruttamento sono considerati di interesse pubblico e vengono effettuati da imprese private in un regime giuridico di concessione (titolo minerario). I titoli minerari sono il permesso di prospezione, il permesso di ricerca e la concessione di coltivazione. Gli elenchi delle concessioni sono disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico.

Il concessionario è soggetto al rispetto dei programmi, al pagamento di canoni proporzionati alla superficie interessata e al pagamento di royalties proporzionate alla quantità di idrocarburi prodotte.

Il percorso

Il limite delle 12 miglia marine è stato introdotto nel 2010 per le aree protette, a seguito dell’esplosione catastrofica della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che ha causato danni enormi all’ambiente marino di quelle zone, all’ecosistema, alla pesca, all’ambiente costiero. Successivamente, nel 2012 il limite è stato esteso all’intero litorale nazionale per le nuove ricerche, insieme all’obbligo di valutazione di impatto ambientale e al parere degli Enti locali interessati.

Precedentemente all’emendamento alla legge di Stabilità 2016 (che modifica il decreto legislativo 152/2006), la normativa in materia prevedeva una durata trentennale delle concessioni, prorogabile per altri vent’anni al massimo con apposita richiesta sottoposta a parere sul rinnovo da parte degli Enti locali interessati, e una durata di sei anni per la ricerca, anch’essa prorogabile.

Con la nuova normativa in oggetto, il governo ha vietato le nuove attività nella fascia entro le 12 miglia dalla costa, ma lo ha fatto eccettuati “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia potrà perciò continuare ad operare entro le 12 miglia se ha ottenuto la concessione prima, e farlo fino all’esaurimento del giacimento.

 

Con un comunicato del 5 febbraio scorso, il Ministero dello Sviluppo Economico informa che “tutte le domande di ricerca petrolifera entro le 12 miglia sono state rigettate. (…) Con i 27 provvedimenti è stata data piena attuazione al disposto di legge: all’interno  delle aree interdette non insistono più istanze di permesso di prospezione, di permesso di ricerca e di concessione di coltivazione di idrocarburi.” Dunque, la fascia costiera non è accessibile, ma restano attive per un tempo indeterminato le ricerche e le coltivazioni già in essere.

Il referendum è conseguenza di alcune scelte in materia di energia effettuate dal governo e dei contrasti che hanno suscitato con Amministrazioni locali, con associazioni ambientaliste e civiche.  Infatti, 9 consigli regionali - Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto - hanno inizialmente promosso sei quesiti. Solo uno è stato ammesso dalla Cassazione, mentre gli altri sono stati superati da nuove modifiche apportate alla legge di Stabilità approvata alla fine del 2015. Anche la decisione di non accorpare il referendum alla tornata elettorale di giugno è stata da molti giudicata incongrua.

Le conseguenze

Si pone il tema di cosa accade se vincono i Sì. In tal caso, a quorum superato, le concessioni in essere saranno valide fino alla scadenza, fra alcuni anni alcune, fra 20 anni altre. L’abrogazione della norma indicata nel quesito non implica perciò la chiusura di impianti o la perdita di posti di lavoro nell’immediato o nel prossimo futuro. Soltanto nel periodo successivo allo scadere di una concessione, in caso di vittoria del “Sì”, il tratto di mare interessato e situato nella fascia costiera entro 12 miglia marine resterà libero.

Se invece vincono i “No”, o se il referendum non supera il quorum, la norma recentemente introdotta resterà invariata. Le concessioni non avranno limiti temporali e saranno attive in ogni caso fino al termine dello sfruttamento del giacimento e non saranno sottoposte al vaglio delle Regioni e degli enti preposti.

Norme e territori

Una prima domanda da porsi riguarda la legittimità di una concessione a tempo indeterminato a proposito della libera concorrenza. L’assenza di scadenza per le concessioni già in attività, infatti, pone le compagnie interessate in una posizione di vantaggio rispetto ad altre che potrebbero subentrare. La normativa europea stabilisce regole precise in proposito ed è stato ipotizzato che un titolo a durata illimitata possa incorrere in un esame ed eventualmente una procedura d’infrazione da parte dell’UE.

Una seconda questione riguarda il significato che il titolo rappresenta per società e per il territorio. In alcune zone del Paese la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi rappresenta una parte considerevole dell’economia locale, anche in aree costiere. La concessione deve avere un senso per la comunità che la concede, in un quadro di scelte energetiche che riguardano il Paese intero. Non è più accettabile la contrapposizione fra ambiente e lavoro, il legame va sciolto sulla base di scelte razionali e capaci di guardare al futuro. Appare difficilmente giustificabile, però, che scelte in materia di energia vincolino la politica energetica futura a tempo indeterminato. Si tratta di un punto fondamentale: i futuri governi e legislatori non possono essere vincolati praticamente per sempre (fino ad esaurimento dei giacimenti) a decisioni prese ora.

L’energia

Ci si può interrogare sulla ragione della modifica introdotta, e sulla sua opportunità in termini di politica energetica.

La sicurezza energetica: la quantità di idrocarburi estratta dalla zona entro le 12 miglia dalla costa non è così significativa da mettere a rischio l’autosufficienza energetica – intorno al 2-3% dei consumi di gas, e circa 1% dei consumi di petrolio, considerando le piattaforme funzionanti. Per contro, può farci risparmiare una quota della nostra bolletta energetica con l’estero. Anche da questo punto di vista, si tratta di valutare se non siano opportune altre vie di risparmio.

Se si tratta di incrementare la quota nazionale di idrocarburi, allora essa va inserita in un contesto che nel suo complesso richieda tale scelta nella fascia costiera. L’argomento, perciò, non è soltanto una questione di paesaggio, già in sé importante, ma di politica energetica. Essa, come è noto, è geograficamente caratterizzata. Inoltre, la politica energetica per sua natura concerne il presente e si dilata nel futuro: le scelte fatte oggi influenzeranno i prossimi 20, 30, o 50 anni. Dunque si pongono in tutta la loro valenza i temi dell’approvvigionamento energetico futuro, delle scelte industriali ed economiche connesse, dell’influenza del consumo di idrocarburi sull’ambiente terrestre, sul sistema climatico, e il tema del rispetto dell’accordo internazionale sottoscritto alla COP21 a Parigi lo scorso dicembre nel quale la tendenza ad uscire dall’era del petrolio, del carbone e del gas, è scritta in termini chiarissimi.

Modificare lo stato delle cose, implica una serie di scelte atte ad orientare società, economia, energia verso minori consumi energetici da fonti fossili, capaci di ridurre in maniera consistente le emissioni inquinanti e climalteranti. Un complesso di azioni di questo tipo può portare ad un notevole miglioramento della qualità della vita, ed una riduzione delle diseguaglianze fra coloro che subiscono le conseguenze dirette di fenomeni di inquinamento locali, e del cambiamento climatico globale.

Ad oggi, alcune opzioni attuate dal governo con il decreto cosiddetto “spalma-incentivi”, o con lo stesso “sblocca-Italia”, appaiono in linea con una politica orientata al mantenimento di una quota complessivamente rilevante di idrocarburi nell’insieme energetico del nostro Paese. 

Il tema della politica energetica da adottare richiede comunque un’approfondita analisi e una trattazione a sé stante (ed è da anni l'oggetto principale di questo blog).

L’ambiente

La tutela dell’ecosistema marino è fondamentale per il mantenimento di un buon grado di equilibrio ecologico, per attività primarie come la pesca, per il turismo.

E’ noto che le piattaforme petrolifere sono diventate nel tempo luoghi ricchi di flora e fauna marina, rifugi di biodiversità. Accanto a questo benefico effetto, va tenuto conto che le attività di routine nelle piattaforme rilasciano normalmente nel mare sostanze chimiche inquinanti: Il Ministero dell’Ambiente effettua dei controlli periodici sulle conseguenze delle attività condotte. Anche la ricerca di gas o petrolio con la tecnica dell’Air-gun – esplosioni sottomarine con un dispositivo ad aria compressa per sondare il sottosuolo - è estremamente nociva all’ambiente marino e alla fauna.

Il rischio d’incidente, infine, nonostante la diversità degli impianti italiani, le minori dimensioni, e le norme stringenti, non si può escludere completamente. D’altro canto, se ad una minor produzione locale di idrocarburi corrispondesse una maggior importazione con l’arrivo di petroliere, aumenterebbe il rischio d’incidente di queste ultime. Ampliando questa considerazione si ricade nel grande tema della politica energetica; ci si può infatti interrogare sulla possibilità di ridurre i consumi di fonti fossili in modo da non aver bisogno di una quota, tutto sommato, marginale, di idrocarburi, e sui metodi per ottenere questo obiettivo.

L’economia

Energia ed economia sono strettamente legate. Da sempre, escludendo eventi eccezionali, alla crescita economica corrisponde una concomitante crescita dei consumi energetici e delle emissioni inquinanti dovute alla combustione delle fonti energetiche fossili.

Di recente, l’ultimo Rapporto IEA “Decoupling of global emissions and economic growth confirmed” (Agenzia Internazionale per l’Energia, rapporto scaricabile sul sito iea.org) mostra, per il secondo anno consecutivo, che le emissioni inquinanti generate dalla produzione energetica e industriale a livello mondiale hanno arrestato la loro crescita nonostante la crescita del PIL. In altre parole, le emissioni – finora legate, salvo eventi eccezionali, all’andamento dell’economia – paiono disaccoppiarsi dalla produzione di ricchezza. Questo evento caratterizza l’ultimo periodo dal 2013 ad oggi, quando al crescere del PIL mondiale di oltre il 3% non si è registrata un’analoga crescita delle emissioni inquinanti, che si sono stabilizzate. Le cause maggiori del fenomeno indicate nello studio sono il minor consumo di carbone, e la diffusione globale delle fonti energetiche rinnovabili.

Se il fenomeno continuerà, sarà un indicatore molto concreto che politiche di sviluppo sostenibile sono possibili. Forse sono anche auspicabili: maggior ricchezza con minori consumi di fonti energetiche fossili, grazie al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili, all’efficienza degli apparati produttivi e di consumo.

Scelte energetiche ed economiche sostenibili richiedono, per quanto riguarda i consumi di fonti fossili, particolare attenzione ai trasporti. Infatti, una parte rilevante dei consumi consiste nel consumo di carburanti. Per questa ragione, non basta prendere in considerazione le fonti rinnovabili, ma occorre tener conto delle nuove forme di mobilità, dei veicoli elettrici o ibridi, delle nuove tecnologie a basso consumo.

L’Unione Europea

Le Direttive dell’Unione Europea, le scelte in materia di energia, e l’insieme di azioni denominate sinteticamente “Climate Action” a tutela del sistema climatico locale e mondiale, pongono la questione energetica in primo piano ed indicano nell’insieme una direzione di marcia verso minori consumi, maggior efficienza e fonti pulite, in misura molto rilevante e con obiettivi sfidanti.

L’aspetto geografico della questione energetica pone, inoltre, la questione dei rapporti con i Paesi nostri vicini o confinanti al centro dell’agenda politica. Per questo, il tema della ricerca ed estrazione degli idrocarburi in Adriatico deve diventare una questione europea, nel quadro di una politica comune. Il territorio dell’UE ha scarsa presenza di fonti primarie, e forte necessità di integrare le proprie politiche energetiche.

Sul piano ambientale, l’Unione è da sempre avanguardia delle politiche a difesa del sistema climatico a livello mondiale, ed ha inciso notevolmente nella definizione degli accordi internazionali e nell’evoluzione delle pratiche.

Il nostro Paese deve muoversi in questo contesto, tenendo conto dei molteplici aspetti della questione.

Il referendum del prossimo 17 aprile può, infine, essere considerato una consultazione su quanto la pubblica opinione è diventata cosciente della questione energetica e climatica.


POLITICA
Referendum trivelle I: le ragioni per andare a votare (se il governo lascia vuoti importanti ne subisce poi le conseguenze)
5 aprile 2016
Inizio con questo post una serie di interventi tesi a spiegare le ragioni insite nel referendum del prossimo 17 aprile, comunemente indicato come il referendum sulle “trivelle”, incominciando con le ragioni per cui andrò a votare.

La democrazia e, per quanto mi riguarda, la socialdemocrazia.

Considero un referendum, a prescindere dal suo contenuto, un momento di partecipazione popolare (nel senso letterale “del popolo”) che si trova alla base del concetto di democrazia. Il nostro modello democratico è di tipo rappresentativo, dove la sovranità del popolo è delegata ai suoi rappresentanti eletti nelle istituzioni. Credo sostanzialmente che si tratti di un modello soddisfacente, nel quale è racchiusa l’impossibilità (o l'indesiderabilità) di realizzare modelli diversi di democrazia in società complesse come la nostra, ma credo anche che la delega rappresentativa non esaurisca tutti gli spazi democratici che possono portare partecipazione e contribuire alla vita sociale della comunità. Uno di questi è il referendum.
L’istituto referendario nel nostro Paese è soltanto abrogativo, e prevede il raggiungimento di un quorum nella partecipazione del 50% più uno. Si è discusso molto sul significato del quorum introdotto dai padri costituenti, e senza entrare nel merito, si può affermare essere fuori di dubbio il fatto che fra le legittime scelte c'è quella di non partecipare al voto. Pur essendo una scelta legittima, però, è anche una decisione che ha un significato politico, che presenta almeno due aspetti: uno, cercare di fare fallire la consultazione referendaria addizionando l'astensione legata alla contrarietà al quesito all'astensione fisiologica, due, operare di fatto contro una consultazione popolare.
Per quanto un quesito referendario sia giudicabile e criticabile, suggerire di non rispondere astenendosi è - altrettanto fuori di dubbio - un'opzione contraria alla partecipazione popolare, all'attenzione positiva per l'espressione del parere della cittadinanza che un grande partito dovrebbe avere, contraria alla condivisione di spazi di democrazia. Una scelta difficilmente collocabile a sinistra, nel solco delle socialdemocrazie e dei principi che le guidano. Non basta che le scelte siano “legittime”, occorre anche che le scelte siano politicamente significative, e in questo caso il suggerimento della segreteria PD lo è, ma in senso contrario al sentire politico che dovrebbe esprimere.

La politica energetica.

Sembra incredibile, ma le uniche occasioni per parlare di scelte politiche in materia di energia sono i referendum che periodicamente ci ricordano che fra le azioni di governo ci sono anche queste.
Matteo Renzi domenica scorsa intervistato da Lucia Annunziata ha detto, fra le altre cose, che la scelta di ministri con profilo tecnico riguardo tematiche come quelle energetiche (in riferimento all'ex-ministro Federica Guidi) al momento della formazione del governo avviene anche a causa dell’opinione diffusa circa una carenza di competenze in materia da parte dei politici. Questa affermazione ha del surreale: in effetti, da anni viviamo la condizione per cui questi temi non entrano nell'agenda politica del Partito Democratico sulla pagina principale per scelta precisa di chi dirige il partito. Non si fatica ad immaginare che sia stata una scelta che ha guidato anche la formazione del governo. Semmai, è la ragione di tale scelta che Matteo Renzi dovrebbe spiegare agli italiani.
Una delle conseguenze di tale situazione, consiste nel vuoto, o quasi, lasciato: si sa che un vuoto, in politica, viene riempito da altri. Infatti, mentre da anni siamo pochi adepti a sostenere nel PD che occorre far politica anche energetica ed ambientale praticamente quasi invano (non dimentico la legge sugli ecoreati, ma non si tratta di politica energetica), altre formazioni si stanno occupando del tema, magari con facili posizioni decise sulla base della convenienza politica come il M5Stelle.
Invece, finalmente in questi giorni si parla di fonti di energia, di pozzi per la trivellazione del sottosuolo, delle ricerche nei fondali marini, di tecniche discutibili come l'air-gun per l'esplorazione e la ricerca, di oleodotti, di navi petroliere. Di rinnovabili, di Cop21, di carburanti e di industria. Vale a dire, della spina dorsale del sistema economico ed industriale italiano. Temi centrali per la politica e per il governo; ma temi di cui non si parla mai. Il ministro che ha dato le dimissioni pochi giorni fa, ricopriva nel governo guidato da Matteo Renzi uno degli incarichi principali.
Oltre a spiegare le ragioni per cui questi argomenti, nonostante la loro importanza, restano a margine del dibattito politico, sarebbe ora che il Partito Democratico (di cui Matteo Renzi è anche segretario) li ponesse al centro della propria azione politica, e che di conseguenza lo facesse il governo (a maggioranza PD).
Se tutto ciò è già significativo,  si può aggiunge la difficoltà politica inequivocabile legata al confronto fra il governo e le Regioni che hanno richiesto il referendum, molte governate da una maggioranza PD. Questo aspetto mostra un'azione politica sostanzialmente debole, incapace di mediare con gli enti locali interessati persino quando vicini politicamente.

Torno al tema del referendum, senza entrare nel merito della questione (lo farò nei prossimi giorni) per dire che andrò a votare.  Se l'unica possibilità  per esprimere il mio parere su un tema così importante passa da un quesito referendario, per quanto limitato o ostico possa essere, allora la raccolgo. E lo faccio senza lasciare cadere l'opportunità offerta da un istituto che, per quanto legittimamente vincolato ad un quorum, è un istituto di democrazia, di partecipazione, di coinvolgimento, in questo caso su temi che è ora che escano dalle segrete stanze.


ECONOMIA
I nuovi dati confermano la straordinaria notizia dello scorso anno: le emissioni inquinanti si sono disaccoppiate dalla crescita economica (ma dal Governo l'attenzione a questi temi è ad oggi scarsa)
17 marzo 2016

Ora, speriamo che non si tratti di un evento temporaneo– ed operiamo affinché non lo sia – ma la sorprendente notizia dello scorso anno che la crescita economica mondiale sembra separarsi dall’andamento delle emissioni inquinanti viene confermata quest’anno dalla IEA (International energy Agency). In altre parole, per il secondo anno consecutivo alla crescita del PIL mondiale non corrisponde una concomitante crescita delle emissioni di composti climalteranti, che appaiono stabilizzati.

I dati preliminari per il 2015 pubblicati dalla IEA confermano infatti i dati del 2014 (di cui a suo tempo avevamo scritto in questo blog), lasciando sperare che si tratti di una vera tendenza in atto, e non soltanto di un evento circoscritto. Tali dati mostrano che l’andamento delle emissioni è stabile per il secondo anno consecutivo a livello mondiale, nonostante una crescita della produzione di ricchezza del 3,4% nel 2014 e del 3,1% nel 2015. Il grafico in figura mostra l’andamento delle emissioni dal 1975 ad oggi (IEA, indirizzo in calce).

Per quanto riguarda la crescita economica, va rilevato il fatto che alle nostre difficoltà interne non corrisponde un’analoga stasi mondiale, dove in media invece il PIL è in crescita. Per quanto riguarda le emissioni, si ha che nel 2015 il comparto energetico ha rilasciato nell’atmosfera circa 32,1 miliardi di tonnellate di CO2 (eq.), una quota che rimane approssimativamente stabile dal 2013. Secondo la ricerca dell'IEA, le principali cause sono due: il minor ricorso al carbone, e la crescita delle fonti energetiche rinnovabili.

Consideriamo i due principali Paesi inquinatori. In Cina, il carbone ha generato meno del 70% dell’energia elettrica, dieci punti percentuali in meno di quattro anni fa (nel 2011), mentre le fonti pulite sono passate dal 19% al 28%; negli Stati Uniti, le emissioni sono diminuite del 2%, per via del passaggio dal carbone al gas. Le riduzioni sono poi state in parte compensate da un aumento delle emissioni nelle altre economie asiatiche in via di sviluppo e nel Medio Oriente. Quanto alle fonti rinnovabili, esse hanno rappresentato circa il 90% della nuova generazione elettrica nell’anno trascorso, con l’eolico che copre più della metà della nuova generazione elettrica. In Europa si registra una lieve crescita, ma l’UE resta capofila dell’impegno contro le emissioni inquinanti e climalteranti e le loro conseguenze. Nel complesso, i dati mostrano un andamento quasi statico. Le nuove strategie iniziano a dare il loro contributo, nonostante tutto. Ora e' indispensabile che l'accordo di Parigi trovi concreta attuazione.

Tuttociò sta accadendo nonostante le negazioni dell’evidenza da parte dei sostenitori del vecchio sistema economico-energetico, le affermazioni dell'impossibilita' di cambiare le cose, si potrebbe dire, per usare il linguaggio del Presidente del Consiglio, alla faccia dei “gufi” (non fosse che, da animalista, sono certa che si tratti di animali beneauguranti). Ora mi permetto di suggerire a Matteo Renzi che se il Governo prestasse maggior attenzione a questi temi sarebbe meglio: eviteremmo un referendum che è frutto proprio dell'incapacità  mostrata dal Governo di elaborare strategie energetiche coerenti e dialogare con Enti locali e mondo civico, avremmo una linea di politica energetica, magari meno inquinante, ed anche bene accetta nel mondo degli investitori, che si lamentano da anni proprio del percorso ondivago e spesso inconcludente delle scelte in materia di energia nel nostro Paese. Si tratta di un suggerimento volto a determinare un beneficio, in un ambito dove emerge con evidenza tutta la debolezza dell’azione di governo.

Il tema è vecchio di decenni, dunque non nasce con questo Governo, ma ci si aspetta che ora si inverta una tendenza. Questo è possibile: sul piano tecnico, infatti, il nostro Paese come abbiamo detto più volte non è in una condizione particolarmente negativa, o se si preferisce, ha i “fondamentali” per andare avanti e farlo bene. Ma occorre maggior impegno e, soprattutto, una precisa scelta  politica.



www.iea.org




POLITICA
La vera sfida è costruire e portare avanti una strategia di contenimento dei consumi di gas e petrolio, ed una concomitante crescita economica
16 gennaio 2016

Il Ministro Federica Guidi ha chiarito che il Ministero dello Sviluppo economico non ha concesso alcun permesso di effettuare esplorazioni in mare entro il limite delle 12 miglia e che non sono state rilasciate autorizzazioni alla vigilia della presentazione della legge di Stabilità, rispondendo così alle polemiche ormai accese da tempo e acuitesi in questi ultimi giorni.  

Secondo l’agenzia Reuters, il Ministro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il permesso di ricerca concesso alla società Petroceltic riguarda soltanto, e in una zona oltre le 12 miglia, la prospezione geofisica e non prevede alcuna  perforazione che, comunque, non potrebbe essere autorizzata se non sulla base di una specifica valutazione di impatto ambientale. La Legge di Stabilità, venendo incontro alle richieste referendarie, ha escluso qualsiasi nuova ricerca entro le 12 miglia dalle coste. Il permesso alla Petroceltic non ha quindi nulla a che vedere con la legge di Stabilità visto che si tratta di ricerche al di fuori del limite delle 12 miglia. Nessun altro permesso di ricerca, in nessun’altra parte del Paese, è stato rilasciato alla vigilia dell’approvazione della legge di Stabilità.”

Si tratta di un’importante posizione in quanto mira a far chiarezza in un contesto denso di schermaglie e confronti anche accesi – inclusivi di un referendum richiesto da associazioni ed enti locali – sul tema della politica energetica da perseguire. La maggior parte delle polemiche poteva forse essere evitata fin dal principio, assumendo una linea chiara. Ma va detto che, per costruirla, è necessario inserirla nel contesto internazionale che vede il petrolio e il gas protagonisti, nonostante tutto, di uno scenario globale che parte dai consumi, passa per l’Isis e quanto vi sta intorno, incrocia l’accordo di Parigi, finisce in Europa ed in Italia dove si stenta a trovare il bandolo della matassa per costruire la maglia di una politica energetica comune – che poi non è slegata da quella ambientale, su cui l’UE si è mostrata più unita.  Per fare esempi molto vicini a noi, il petrolio sotto l’Adriatico coinvolge anche la Croazia, i gasdotti che portano il gas naturale in Europa riguardano tutti i Paesi dell’Unione. 

Stiamo attraversando una fase di basso prezzo del petrolio (a dir poco: si potrebbe parlare di un vero e proprio crollo), e questo fatto porta con sé alcune conseguenze, non tutte positive come a prima vista si potrebbe pensare. Produrre energia costa sicuramente di meno, ma le minori entrate dei Paesi produttori implicano minori spazi per le esportazioni nostrane. In generale, in un’economia il cui sviluppo è stato fondato, e si è successivamente consolidato, sullo sfruttamento delle risorse energetiche fossili – petrolio, gas, carbone – ogni eccesso provoca squilibri, in un senso o nell’altro. La letteratura dedicata in questi giorni si sbizzarrisce in ipotesi diverse circa gli andamenti futuri, e su basi di solito estremamente ragionevoli può raggiungere conclusioni del tutto diverse (far previsioni sul petrolio è sempre stato difficilissimo, e quasi mai gli esiti reali sono conformi alle stesse). Ma sulle cause del crollo ci sono pochi dubbi a proposito degli effetti di un eccesso di crescita dell’offerta rispetto alla crescita della domanda. In altre parole, negli ultimi anni a livello globale la domanda è aumentata di poco mentre la capacità produttiva mondiale è aumentata di più, e la legge della domanda e dell’offerta ha dato i suoi risultati. Del tutto normali, stando alle leggi del mercato. La situazione più paradossale nasce dal fatto che la maggior parte dell’eccesso di offerta è dovuta allo shale oil statunitense (shale oil, shale gas, idrocarburi estratti dalle rocce del sottosuolo con una tecnica molto invasiva per l’ambiente, oltre alle sabbie bituminose canadesi), che ora va fuori mercato perché le tecniche utilizzate, molto costose, non reggono il basso prezzo di vendita. Si stima che l’estrazione con il fracking non sia più redditizia con un prezzo del petrolio al di sotto dei 65 dollari al barile (ora, gennaio 2016, siamo intorno a 30 $/bbl).

L’OPEC, dal canto suo, non è praticamente intervenuta per modificare la situazione. lasciando invariata la produzione (che, come si è detto, mette fuori gioco gli USA). La Eia – Agenzia per l’Energia statunitense, ha appena pubblicato un Rapporto in cui stima prezzi bassi del barile fino alla fine del prossimo anno (2017).  Forse un ruolo indiretto lo ricopre anche l’Isis, che si trova ad occupare parte del suolo iracheno e siriano dove il petrolio non manca, ed a svolgere un ruolo politico nel quadro mediorientale. Si stima che almeno il 55% delle entrate che sostengono lo Stato islamico provengano dal contrabbando di petrolio a prezzi stracciati, arrivando sui mercati in vari modi, magari non tracciabili.

In questo contesto la bolletta energetica nazionale cala, ma sarà meglio costruire fin da ora una linea da portare avanti che ci ponga ai ripari in futuro.

Innanzitutto, il governo italiano ha assunto da tempo, a mio avviso, una posizione corretta sul piano europeo e internazionale (pur con grande rispetto di Juncker e, ovviamente, della Commissione UE). L’opportunità di un ruolo più influente del nostro Paese in Europa può diventare ora realtà, visto che in varie occasioni ha espresso per primo posizioni corrette, che poi altri hanno sostenuto, in vai ambiti dai temi economici alla politica estera. Una posizione che va sostenuta e portata avanti con convinzione, perché il nostro Paese è sicuramente in grado di giocare un ruolo rilevante negli scenari politici ed energetici internazionali ed interni europei (scenari che ci riguardano molto da vicino, come abbiamo visto).

In secondo luogo, va pensata e potenziata una strategia che ci consenta progressivamente di liberarci dal petrolio acquistato all’estero non soltanto estraendolo dai nostri mari e dalle nostre terre, ma riducendone i consumi senza intaccare la crescita economica. Una strategia che in parte già esiste, fatta di una miriade di imprese green che hanno per lo più mostrato di reggere la crisi meglio delle altre, e di una altrettanta miriade di sindaci e amministratori che sperimentano sul territorio soluzioni nuove per alleggerire gli impatti ambientali, ma che va sostenuta e potenziata con un adeguato impegno in settori ad alto valore aggiunto di innovazione tecnologica a basso impatto ambientale.

Non sarà l’estrazione dell’ultima goccia di petrolio, o di gas, dal sottosuolo, magari spremendo la roccia come un limone con impianti più costosi di ciò che riesci a tirar fuori, a far la fortuna economica di un Paese, ma la capacità di impegnarsi nei settori più adatti alle proprie caratteristiche in un mondo che avrà estremo bisogno di ripulire l’aria, l’acqua, il suolo, e limitare i danni. Un impegno nella fascia dell’innovazione tecnologica, della qualità, della ricerca, legato ad un analogo impegno sul fronte della formazione, dell’istruzione e della successiva collocazione dei giovani, invece di consentire, o addirittura favorire, la loro emigrazione.

 

 

ECONOMIA
Scoperto da ENI un giacimento di gas di grandi dimensioni nel Mar Mediterraneo
3 settembre 2015
La notizia notevole in campo energetico in questi giorni e' senza dubbio la scoperta da parte di ENI di un enorme giacimento di gas nel Mar Mediterraneo, e precisamente in Egitto. 
Presso il prospetto esplorativo denominato Zohr e' stato identificato un enorme giacimento che, in base alle valutazioni geologiche e ai dati forniti dal pozzo della scoperta, si stima possa contenere fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in un'area di un centinaio di chilometri quadrati. Si tratta dunque di una rimarchevole scoperta che premia ENI, e in particolare il suo impegno nell'area mediterranea.

Ci si chiede ora quali possano essere le conseguenze, per noi e per lo scenario energetico mondiale. Senza dubbio gli effetti saranno positivi per ENI e per le aziende della filiera, come tutti gli analisti hanno osservato. Le ricadute saranno perciò positive per il nostro Paese, naturalmente anche in virtù del fatto che ENI e' una partecipata statale. A tutto ciò, già abbondantemente evidenziato dalla stampa, non è secondario ricordare il fatto che l'azienda è stata uno dei principali artefici dello sviluppo economico post-bellico dell'Italia, con marcato ruolo di politica energetica che ai politici mancava assolutamente. Va a suo merito, e più in generale alle nostre istituzioni, l'essere ancora oggi detentrice di posizioni di vertice sul piano internazionale; un fatto che senza dubbio giova anche al nostro Paese.

In un quadro di scenario energetico, le cose sono più complicate. A parte l'Egitto, che può beneficiare direttamente della scoperta, e per quanto si è scritto sopra l'Italia, e' abbastanza difficile che la medesima vada ad incidere fortemente sugli scenari energetici italiani e mondiali. Per quanto riguarda il gas naturale, infatti, il nostro Paese possiede già una capacità d'importazione che doppia di quanto consuma. E' vero che la crisi di questi ultimi anni ha fatto la sua parte, ma comunque siamo ben al di sopra dei consumi, anche precedenti la crisi. Non abbiamo, inoltre, gasdotti che ci colleghino all'Egitto, per cui sarebbe necessario realizzarli o realizzare le connessioni. In alternativa, c'è la liquefazione, con successivo trasporto e rigassificazione. In questo ambito non siamo molto attrezzati, ed ora abbiamo a disposizione soltanto tre rigassificatori, comunque sottoutilizzati. La prossimità ai siti di consumo, o la facile raggiungibilita', sono sempre stati un aspetto centrale del gas naturale. E' vero peraltro che importiamo una quota rilevante di gas da un unico fornitore, la Russia, mentre invece diversificare la provenienza di una fonte così importante e' uno dei sistemi per incrementare la sicurezza energetica.
Nello scenario mondiale, e' chiaro che anche a fronte di un buon livello di produzione raggiungibile in tempi ragionevolmente brevi, e a costi che si stimano più bassi, si resta nelle piccole percentuali relativamente all'intero contesto, vale a dire quote significative, ma che difficilmente alterano profondamente il mercato.

Le politiche a protezione del clima dovrebbero infine fornire il quadro in cui effettuare le scelte e sviluppare le linee di indirizzo. Da questo punto di vista, molto e' stato fatto e altrettanto resta da fare, auspicabilmente, per costruire una cornice di sicurezza per l'umanità. 
Il gas naturale, pur avendo buone prospettive di crescita su scala mondiale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo ed in sostituzione del petrolio, e' vincolato dalle scelte di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO2) ed esso stesso e' un potente gas serra, essendo costituito quasi interamente da metano (CH4). La CO2 e il metano sono fra i composti elencati dal Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni climalteranti e da tutte le convenzioni sul clima, e rientrano nelle politiche dell'Unione Europea aventi la stessa finalità. I consumi di fonti fossili sono inevitabilmente destinati a ridursi prima o poi per evitare che l'alterazione della composizione atmosferica dovuta alle emissioni della combustione diventi insostenibile.
Dunque tutto ciò va visto in una visione d'insieme, nella quale guidare i processi in modo razionale diventa una priorità legata agli effetti globali, che in gran parte sono già in atto. Le risorse sono importantissime, la loro gestione lo è altrettanto. 

PS:  sabato 12 settembre, presso la Festa dell'Unita di Bologna, al Parco Nord, parleremo di questi argomenti in un'iniziativa pubblica dal titolo: "La febbre del pianeta: nuove energie contro i cambiamenti climatici".   Sala Metropolitana, alle 18.30.

ECONOMIA
I Comuni Rinnovabili crescono, e mostrano una bella realtà
14 maggio 2015

Il Premio Comuni Rinnovabili 2015 di Legambiente mostra una realtà in positiva evoluzione.   Mai come in questi casi ci si sente partecipi di un processo che coinvolge tutti coloro che vogliono cambiare una situazione negativa sotto ogni profilo – ambientale, energetico, sanitario, sociale – e portarla verso un modello di sviluppo migliore. Si potrebbe davvero dire da una situazione “fossile” ad un processo evolutivo leggero e pulito. La grande crescita delle rinnovabili in Italia è stata nel corso degli anni fortemente sostenuta dai movimenti ambientalisti e da tutti coloro che nelle istituzioni hanno operato con lungimiranza in favore di una riduzione dei consumi energetici accompagnata da un maggior ricorso alle fonti pulite.

Quest’anno, il Premio per il Comune 100% Rinnovabile va a Campo Tures (in provincia di Bolzano, e bisogna dire che sono numerosi i Comuni altoatesini nelle classifiche del Rapporto Comuni Rinnovabili), un modello europeo di innovazione e autoproduzione, con bollette ridotte del 30%.

Secondo il Rapporto di Legambiente “complessivamente in Italia nel 2014 le rinnovabili hanno contribuito a soddisfare il 38,2% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi energetici finali (quando nel 2005 eravamo al 5,3%). Oggi l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad Aprile 2015 oltre l’11%!). La produzione da fonti rinnovabili è passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, ed è cresciuta la distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città, sempre più spesso integrati con smart grid e sistemi di accumulo o in autoproduzione, che oggi sono la frontiera dell’innovazione energetica nel mondo. Attraverso il contributo di questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il Clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia elettrica”.

I dati sono positivi, ma credo che la riduzione nel settore termoelettrico sia in buona parte dovuta alla crisi economica che stiamo attraversando, e di cui occorrerebbe tener conto. Va detto anche che promuovere politiche di questo genere può contribuire in misura determinante a generare crescita economica innovativa, leggera per l’ambiente e la salute.

Per quanto riguarda Campo Tures, l’amministrazione è riuscita a “portare avanti una lungimirante politica di interventi che ha permesso di arrivare a soddisfare l’intero fabbisogno energetico del territorio grazie a un mix di 7 tecnologie da fonti rinnovabili elettriche e termiche e alla gestione locale dell’intera filiera energetica (sia la rete elettrica che quella di teleriscaldamento sono di proprietà comunale). Nel Comune, di circa 5.200 abitanti, una cooperativa energetica con 1.500 soci tra cui lo stesso Comune, serve le circa 2.000 utenze, sia per la parte elettrica che per quella termica, con un risparmio medio del 30% rispetto ai prezzi di mercato. L’obiettivo ora è diventare un Comune a emissioni zero. Per questo, raggiunta l’autonomia energetica, l’amministrazione sta iniziando a lavorare sulla mobilità sostenibile con l’introduzione di mezzi pubblici a trazione elettrica e distributori con carburanti alternativi, dal biogas all’idrogeno. Campo Tures è uno dei 35 Comuni 100% Rinnovabili in Italia, ossia quelli nei quali le fonti rinnovabili installate riescono a superare i fabbisogni sia elettrici che termici dei cittadini (riscaldamento delle case, acqua calda per usi sanitari, elettricità), attraverso impianti a biomasse e geotermici allacciati a reti di teleriscaldamento”.

Alcune buone notizie, non molte in realtà, riguardano l’Emilia_Romagna:  Bologna si trova ai primi posti per la realizzazione di impianti solari negli edifici pubblici. Ma soprattutto il Comune di Forlì si è aggiudicato il premio Buona Pratica per l’innovazione in campo energetico.  A Forlì, infatti, è stato inaugurato recentemente il primo campo solare termico a concentrazione in Italia a servizio di utenze industriali: un progetto pilota finalizzato alla sostituzione dei combustibili fossili con energie rinnovabili in un’area industriale di circa 20mila mq utilizzando solo materiali completamente riciclabili.

Per maggiori dettagli e per scaricare il dossier completo ci si collega qui:

http://www.legambiente.it/contenuti/dossier/comuni-rinnovabili-2015

 

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