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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV fortemente inquinanti

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di giugno:

 

Giugno è il mese del Solstizio d'Estate, delle giornate più lunghe, del Sole di mezzanotte alle latitudini più settentrionali. Il Solstizio cade il giorno 21, quando avremo più di 15 ore di luce. La notte in compenso è breve, ma non ci sono problemi con la temperatura esterna, e le costellazioni osservabili sono tra le più belle del cielo, come Scorpione e Sagittario. La Via Lattea è intensa e splendida, ma va osservata con cieli assolutamente bui.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Questo mese è il miglior periodo del 2019 per tentare di osservare Mercurio, sempre abbastanza difficile. Intorno alla metà del mese si trova alla maggior distanza angolare dal Sole, e tramonta ben un'ora e quarantacinque minuti dopo. Lo si può trovare sull'orizzonte occidentale, dopo il tramonto.

 

Venere

La stella più brillante del cielo può essere osservata ad oriente, la mattina prima dell'alba.

 

Marte

Il pianeta rosso si trova dalle parti di Mercurio, basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove è stupendo: non si può non notarlo oservando il cielo verso Sud-Est. Brillante e di notevoli dimensioni è osservabile per tutta la notte a paartire dalle prime oscurità della sera. Vale sempre la pena di seguire la danza dei suoi satelliti (medicei) al passare dei giorni con l'ausilio di un buon binocolo, o di un telescopio.

 

Saturno

 

Splendido, il pianeta con gli anelli. Lo si può osservare guardando a Sud-Est dopo la mezzanotte. Si trova nel Sagittario.

 

 

 

 

 

 

 

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No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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SOCIETA'
Manifestare per qualcosa di grande
23 settembre 2019
Mentre si apre il vertice Onu sul clima milioni di giovani e giovanissimi manifestano per ottenere un cambio di strategia a livello mondiale. Sono guidati da Greta Thunberg, 16 anni, svedese perciò figlia di un Paese molto attento alle questioni ambientali, che ha iniziato il fenomeno ambientalista collettivo più eclatante che si sia mai visto rinunciando alla scuola per sedersi sui gradini del Parlamento del suo Paese con un cartello che spiegava che stava facendo uno "sciopero per il clima". Semplice e chiaro come acqua di fonte. Da quel momento, ha preso forma un movimento di portata mondiale che ha portato nelle piazze milioni di ragazzi e ragazze in età scolare, con appuntamenti ripetuti, accompagnati dagli interventi di Greta nei più importanti consessi internazionali, dall'assemblea delle Nazioni Unite, al Congresso USA, ai Parlamenti di numerosi Paesi. Ha raggiunto New York per il summit sul clima con una barca a vela ad emissioni zero.
E' stato scritto molto su di lei e sulle manifestazioni che è riuscita a provocare, ma alcune considerazioni possono aggiungersi o essere rimarcate, sperando di contribuire all'interesse che sicuramente si è formato attorno a lei e al movimento ambientalista in atto. 

Era da tempo che non si assisteva ad una tale mobilitazione su temi ambientali, forse soltanto con il nucleare si è riusciti a raggiungere una diffusione simile, tenendo conto anche del movimento no-global che includeva, fra le altre, tesi ambientaliste. Credo inoltre che non siano mai stati organizzati scioperi focalizzati sulla difesa di sistemi naturali prima d'ora. Gli attivisti di oggi hanno la caratteristica di essere giovanissimi e, per ora, di apparire determinati ad andare fino in fondo. Da sempre,  le iniziative su temi che non arrivano a coinvolgere le persone in modo diretto finiscono per annebbiarsi nel tempo, svanendo poco a poco nonostante i problemi evidenziati, spesso tutt'altro che risolti. Se i ragazzi di oggi sapranno passare oltre il limite insito nelle manifestazioni di piazza ed impegnarsi nel corso della loro vita su temi che certamente non termineranno sarà una vittoria di non poco conto. 
Ne hanno gli elementi. Manifestano per qualcosa di grande, la Terra. Hanno coniato slogan degni di nota. A partire dall'inconfutabile "non c'è un pianeta B". Infatti, non c'è nient'altro per noi che la Terra, anche per coloro che, come il Presidente Trump, dichiarano che gli USA non sono mai stati così bene e il vertice sul clima può attendere. Siamo noi a dover trovare, e a farlo per tempo, un sistema di sviluppo che consenta di conservare gli equilibri naturali del nostro pianeta, le aree ancora rimaste intatte, e di permettere a tutti l'accesso alle risorse indispensabili.  
Tutto ciò lo si può fare tramite le conoscenze che abbiamo e che possiamo utilizzare. Magari sollecitati da ragazzi che hanno bisogno della giustificazione per non andare a scuola quando c'è la manifestazione. Abbiamo costruito un sistema perfetto: estraiamo risorse che trasformiamo per le più diverse necessità, buttiamo i rifiuti (solidi, liquidi, aeriformi), mentre ad ogni livello dell'istruzione tecnica, umanistica o scientifica non vengono trasmessi i concetti di base della fisica terrestre, dei sistemi biologici e naturali in generale - fatta eccezione per ambiti specifici. Non si parla degli effetti che quel sistema ha sul mondo e sulla nostra stessa vita.
L'Economia che viene prevalentemente insegnata al livello universitario è quella classica, totalmente sganciata dalla Fisica e dalle altre scienze naturali, atta a costruire un sistema aperto, lineare, profondamente incidente sullo stato dell'ambiente. Il mondo scientifico, che da decenni denuncia i rischi a cui ci stiamo esponendo, procede su un binario parallelo, a meno che non si tratti di tecnologie militari, fossili, pesanti ed invasive. Da un decennio, o poco più, si incomincia a tener conto di tecnologie nuove a basso impatto, come quelle per le fonti rinnovabili, ancora una volta accompagnate da una miriade di dubbi, ostacoli, rallentamenti. 
Ma "Perché dovremmo andare a scuola se non ascoltate le persone istruite?" è una domanda perfetta, che sta bene insieme all'esortazione di Greta "stiamo uniti dietro la scienza". Il divario fra politica ed economia, e fisica, biologia, e le altre scienze naturali è diventato così grande che sono gli stessi studenti medi a chiederne conto. Chiediamoci dunque di quale istruzione stiamo parlando. Un sistema che premia ambiti adatti a peggiorare le cose, rifiutandosi di modificare i programmi per aggiornarli alle risultanze recenti? Eppure sono passati anni, o decenni, di attività di Georgescu-Roegen, Boulding, Daly, e degli altri esponenti dell'economia ecologica. Per non parlare del clima stesso, che dovrebbe far parte a pieno titolo della cultura generale insegnata in ogni percorso scolastico, insieme ad una forma di "educazione civica" che spieghi con chiarezza quali sono le conseguenze del buttare la plastica nell'ambiente, dell'uso di abiti con fibre artificiali, dei mozziconi di sigarette nella sabbia. 
E Svante Arrhenius, chi era costui? Un tale che nel 1896 (oltre un secolo fa!) presentò alla Stockholm Physical Society un articolo scientifico da titolo "Sull'influenza dell'anidride carbonica nell'aria sulla temperatura al suolo" in cui investigava gli effetti dell'incremento di carbonio nell'aria, concludendo che la temperatura sarebbe cresciuta di molti gradi al crescere della CO2. Arrhenius è stato il primo a quantificare il legame fra carbonio e effetto-serra, e a ragionare sulle conseguenze che una variazione della concentrazione atmosferica avrebbe sul clima. E' passato oltre un secolo, è sufficiente per inserirlo nei programmi scolastici?

Facciamo guerra alla Natura, dicono, in nome di una presunta libertà e superiorità umana, idee che hanno un lungo percorso alle spalle nella storia del pensiero umano. Eppure anche altri concetti hanno storie lunghe, l'idea di beni comuni, o di evoluzione, o di conservazione, per esempio. Per la religione cattolica, il concetto di custodia del creato, così ben espresso nell'enciclica "Laudato si'" di Papa Francesco. In realtà, abbiamo costruito un mondo diseguale, in cui la rapina delle risorse naturali è stata giustificata in nome del profitto, dunque una finalità che non c'entra nulla con la libertà e nemmeno con la superiorità. Si apre un altro capitolo d'analisi.   

PS: aderisco allo sciopero per il clima di venerdì 27 settembre, come nelle precedenti occasioni. Si tratta di una bellissima iniziativa.

Per l'articolo di Arrhenius ci si può collegare qui:

https://www.rsc.org/images/Arrhenius1896_tcm18-173546.pdf

POLITICA
L'ambiente costituente
10 settembre 2019
Articolo 9 della Costituzione: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione."
Questo è l'unico articolo della Costituzione italiana che fa riferimento all'ambiente, uno dei grandi temi in cui la Carta è evidentemente carente. Si tratta di un fatto noto da anni, ma ora un rinnovato impegno, che speriamo corrisponda davvero a una nuova sensibilità collettiva, ha portato  la mancanza nel dibattito pubblico. Mentre scrivo, il Presidente del Consiglio del nuovo Governo (se otterrà la fiducia anche al Senato questa sera) Giuseppe Conte ha affermato di nuovo la volontà di portare un cambiamento che inserisca la tutela ambientale fra i dettami della nostra Costituzione. "Ci adopereremo affinché la protezione dell'ambiente e delle biodiversità, e auspico anche dello sviluppo sostenibile, siano inseriti tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale" ha affermato Conte ieri alla Camera, secondo quanto riportato da ANSA.
Ovviamente, sono assolutamente d'accordo, ben sapendo che si tratta di una modifica che avrebbe dovuto essere fatta già da tempo. La nostra Costituzione parla di "paesaggio", e già qui occorrerebbe intendersi sul significato: a quale livello si tutela il paesaggio? Si legge sul Vocabolario Treccani, alla voce "paesaggio": "Veduta, panorama; parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato (...) Con riferimento a panorami caratteristici per le loro bellezze naturali, o a località di particolare interesse storico e artistico, ma anche, più in generale, a tutto il complesso dei beni naturali che sono parte fondamentale dell’ambiente ecologico da difendere e conservare". Da essa si deducono, sintetizzando molto, due livelli: uno, il territorio visibile, e due, i beni naturali con le loro bellezze. Interpretato in questo senso, l'Articolo 9 sembra pregno di significato, da cui si deduce che in larga misura non è stato applicato. Non è stato infatti tutelato il territorio così come lo si vedeva quando la Costituzione è entrata in vigore, e non sono stati tutelati i beni naturali, che al contrario sono stati sfruttati e inquinati dai residui degli sfruttamenti stessi. 
Negli anni del cosiddetto "boom economico" il paesaggio italiano ha subito modifiche impressionanti, fatte salve zone protette e alcune aree interne, con edificazioni selvagge, strade ovunque, opere incompiute, "cattedrali nel deserto", estensioni di quelle che un tempo erano le più belle città del mondo in periferie indistinte, cemento e asfalto, consumo di suolo, mentre i beni naturali inclusi i servizi ecosistemici che essi forniscono sono stati sfruttati, inquinati nell'aria, nell'acqua, nel suolo. Le normative a protezione sono arrivate molti anni dopo, e troppo spesso sono state disattese, o lo sono ancora oggi. 
Avvertiamo giustamente come attuale la volontà di consegnare alle generazioni future un ambiente integro e vivibile, va dunque ricordato che noi oggi siamo una generazione che ha ricevuto, oltre naturalmente ai benefici dello sviluppo economico, la zona con l'aria più inquinata del mondo (la Pianura Padana), ponti di cemento che si sgretolano e crollano (il Ponte Morandi, con 43 vittime), le conseguenze sanitarie dello smog (80.000 morti stimate all'anno solo in Italia, secondo l'OMS), il riscaldamento globale con il cambiamento climatico. 
Fatte salve alcune voci nel deserto, nessuno si è premurato negli anni trascorsi di applicare l'Articolo 9 della Costituzione, inteso in un senso o nell'altro. Ora, è certamente condivisibile la proposta di inserire parole più chiare in proposito, e mi auguro che avvenga davvero, ma poi esse vanno applicate. La Costituzione, di cui conosciamo la bellezza e la completezza, deve diventare reale, viva, visibile nella società italiana. 
La questione ambientale non è affatto semplice, non presenta scorciatoie utili a costruire bei discorsi, non si presta a soluzioni di massima. L'ambientalismo o è scientifico o non è. In questo senso dovrebbe entrare in Costituzione, e non per ribadire concetti generici. L'unico modo per consentire ad oltre 7 miliardi di terrestri di prosperare sul loro pianeta senza intaccarlo per le generazioni future consiste nel modificare l'idea che abbiamo di sviluppo e nell'affrontare le questioni che si presentano di volta in volta su base scientifica. Non ci sono altre strade. 
Lo sviluppo inteso come miglioramento della qualità della vita, come economia circolare, come sistema energetico pulito ed efficiente, come inclusione, come equità, come istruzione, come benefici consentiti dai sistemi naturali, e le conoscenze scientifiche al servizio di un sistema che si inserisca nell'ambiente senza entrarvi in conflitto.  Abbiamo fatto la guerra alla Natura, come dice Greta Thunberg, per troppo tempo.  Ora l'argomento è entrato nel dibattito pubblico come mai prima, rompendo gli argini che lo tenevano confinato fra esperti, ambientalisti, movimenti. Ora è il tempo di agire.

POLITICA
La prova più difficile
30 agosto 2019
Sono queste le ore della formazione del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, con l'appoggio del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle, e di altre forze politiche di minor estensione della rappresentanza. Ore difficili, dove la politica corre sul filo di lana delle possibilità, sfidando gli esiti, rimaneggiando ciò che è stato fatto e detto. Giuseppe Conte, che ha saputo guadagnare consensi personali con il precedente governo, passa da un governo con forte coloritura di destra, ad uno che, presumibilmente, avrà chiari tratti di sinistra (o almeno, tali ce li immaginiamo). Un percorso tutto da costruire, che passa inevitabilmente dai decreti che potremmo classificare di estrema destra voluti da Salvini a qualcosa di diverso. Di qualsiasi cosa si tratti, dovrà essere fondato e credibile. Su questo il PD si gioca la faccia, come si dice, la propria storia, il proprio ruolo nella politica italiana.

Vedremo gli sviluppi, ma partiamo dal primo passo. Il primo fatto certo è l'uscita dal governo dell'ormai ex-Ministro dell'Interno Matteo Salvini. L'autore principale degli ignobili Decreti "Sicurezza", che di sicurezza non hanno nulla mentre sono adeguati ai peggiori attributi morali che si possa pensare, non governa più l'Italia. Questo fatto ci pone al riparo da decisioni ancora peggiori, come un'ipotetica uscita dalla moneta unica Euro, o persino dall'Unione Europea, dunque è estremamente positivo. Anche in un'ottica di destra, la sua capacità politica a lungo enfatizzata emerge in questi giorni fortemente ridimensionata: ha fatto cadere il Governo di cui faceva parte, dopo un'estate finalizzata al raccoglimento di consensi nei modi più plateali, ha tentato di ricostituirlo invano, ed ora esprime reprimende varie su coloro che stanno cercando di formare un governo per il Paese. Una parabola degna di nota. 
Il secondo fatto certo è l'immediato miglioramento della nostra immagine sul piano europeo e internazionale. L'uscita di una forza politica che opera attivamente contro l'Unione Europea, che la snobba quando va bene, che descrive i contesti sovranazionali di cui facciamo parte come deputati a dirigere dall'estero il nostro Paese, non può che essere accolta positivamente. L'Italia ha delle difficoltà oggettive riassumibili nell'elevato debito pubblico, nella condizione economica statica e nella mancanza quasi totale di innovazione: sono questi i punti che vanno aggrediti per creare sviluppo ambientalmente sostenibile, evitando in ogni modo di isolarci per tornare alla svalutazione della lira. Ricerca scientifica, trasferimento alle imprese, innovazione di processo e di prodotto, finalità "green" in ogni campo, infrastrutture viarie e mobilità comprese, costituiscono insieme l'unica chiave capace di aprire le porte del futuro. L'unica chiave: il desiderio dei "sovranisti" di un ritorno al passato ci porterebbe alla miseria, e non basterebbe certo attribuirne la colpa agli immigrati, alle diverse culture, o alla sinistra "spendacciona" (con buona pace anche del capo di tutti i populisti italiani, Silvio Berlusconi).
Il terzo passo positivo sarà il confronto fra un partito tradizionale e una forza politica che è nata sulla critica, a volte anche molto aspra, ai partiti tradizionali. La chiusura e l'autoreferenzialità presenti nel PD, e derivanti in buona parte dai precedenti partiti che l'hanno formato, non sono certo invenzione dei 5 stelle. Sono fatti assodati e criticati più volte, a vari livelli, e sono fra le cause - per fare un esempio eclatante - della mancanza nel PD di temi fondamentali, come quello ambientale. Va detto che ora è stato inserito fra i punti posti dal PD per trovare l'accordo; che sorpresa!  Fino ad oggi nel PD parlare d'ambiente equivaleva a declamare nel deserto, chissà che non si profili un cambiamento all'orizzonte.

Vedremo cosa succederà, ma tre fatti positivi di questa portata sono già un punto di partenza notevole. Il resto bisognerà giocarselo sul campo. Credo sia lecito nutrire dubbi, francamente non avrei visto negativamente un ricorso alle urne, pur con tutte le conseguenze del caso.
Però non capisco Calenda, e mi dispiace. Il 23 maggio scorso mi sono affrettata, a fronte di altri impegni, per partecipare alla manifestazione di chiusura della campagna elettorale per il Parlamento europeo in Piazza San Francesco a Bologna. Capolista era Carlo Calenda, che interveniva dal palco insieme agli altri candidati ed esponenti politici. Esattamente tre mesi dopo, da parlamentare europeo eletto, se ne va. Grazie e arrivederci. Mi sento delusa, e immagino che molti altri lo siano. Mi scuserà Calenda se non mi affretterò più per partecipare alle "sue" iniziative. 
Non so se c'erano patti precedenti, e non voglio immaginare scenari fantapolitici. Ma gli iscritti non possono essere utili soltanto per fare numero alle iniziative e sostenere le Feste dell'Unità. Maggior chiarezza da parte dei dirigenti del partito sarebbe un buon inizio, anche per Nicola Zingaretti che si trova ad affrontare da Segretario questi difficili passaggi.

politica interna
Gestione dei rifiuti ed economia circolare: dati positivi in Emilia Romagna
26 giugno 2019
Procede bene in Emilia Romagna l'attuazione delle nuove linee di pianificazione del ciclo dei rifiuti e dell'economia circolare messe in campo da alcuni anni dal governo della Regione. I dati più recenti sono molto positivi, e mostrano una tendenza che con grande probabilità porterà al rispetto degli obiettivi fissati. Uno su tutti, in Emilia-Romagna la raccolta differenziata dei rifiuti urbani arriva ormai al 68% rendendo accessibile l'obiettivo del 73% al 2020, che sembrava irraggiungibile a molti quando venne fissato nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti (PRGR). Segno che le intenzioni ambiziose pagano, se poi vengono perseguite con coerenza. 

In sintesi, 128 Comuni (su 329 totali) hanno già raggiunto il target del 73% di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, in 93 Comuni tale soglia è stata raggiunta o superata, mentre in 14 Comuni è stato superato il 90%. La raccolta differenziata dei rifiuti urbani è arrivata in media in regione al 68%, con un notevole incremento di +3,7%  rispetto all'anno precedente, incremento registrato con valori diversi in tutte le province della regione. Purtroppo, la produzione totale dei rifiuti urbani non è diminuita, restando intorno a 3 milioni di tonnellate, con un leggero aumento rispetto al 2017. I rifiuti indifferenziati sono comunque in calo di un buon 6,8% rispetto al 2017.
Molto positivi anche i dati negli 81 Comuni che hanno applicato la tariffazione puntuale, prevista nel PRGR. La notizia completa si può leggere sul sito della Regione all'indirizzo in calce. Ricordiamo che ai rifiuti urbani si aggiungono i rifiuti speciali, oggetto di procedure specifiche.

La fase di raccolta è indispensabile per avviare a riciclo il materiale selezionato, che da rifiuto diventa risorsa in un processo che deve diventare quanto più possibile, circolare. Il Piano Regionale insieme alla legge sull'Economia Circolare creano un contesto favorevole ad un cambio di prospettiva nella direzione lineare univoca in cui l'Economia classica ci ha sprofondati. Da rette a cerchi, geometricamente infiniti le prime e i secondi, ma i secondi senza spostarsi da dove ci si trova. Se non vogliamo spostarci dalla Terra dobbiamo prediligere i secondi. 

Dunque, una buona normativa regionale, in cui concretamente si intende produrre meno rifiuti, differenziare e riciclare di più, prevenire, preparare per il riutilizzo, il riciclaggio, il recupero di energia e, infine, lo smaltimento. Un sistema tariffario adeguato prevede la tariffa puntuale in cui paghi in relazione a quanta immondizia produci, e premia i comportamenti virtuosi. In buona sostanza, differenziare premia, e non soltanto perché migliora lo stato dell'ambiente.

La norma regionale pone al 2020 il raggiungimento di obiettivi ambiziosi: riduzione del 20-25% della produzione pro-capite di rifiuti urbani, raccolta differenziata al 73%, riciclaggio di materia al 70%. Si tratta di target più performanti rispetto alle stesse richieste dell'Unione Europea, che ha costruito un contesto normativo comunque orientato alla circolarità e alla sostenibilità, a partire dalla ben nota "gerarchia dei rifiuti": nell'ordine, prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero per altri scopi, come l’energia e lo smaltimento. La riduzione degli impatti ambientali e la costruzione di economie sempre più a ciclo chiuso sono gli scopi fondanti.
Il quadro delle normative UE si compone essenzialmente di soglie percentuali e linee di indirizzo strategiche. La direttiva del 2008, che rappresento' una vera e propria svolta, e' stata rafforzata. Con le nuove direttive, per il riciclo dei rifiuti urbani si hanno il  55% nel 2025, il 60% nel 2030 e il 65% nel 2035. Per raggiungerli  sarà necessario che la raccolta differenziata arrivi a livelli alti, almeno del 75%. La responsabilità riguarda anche il produttore che dovrà assicurare la possibilità del rispetto dei target di riciclo dei propri prodotti, la copertura dei costi di gestione, e dell’informazione. Lo smaltimento in discarica non dovrà superare il 10% dei rifiuti urbani prodotti. Contro gli sprechi alimentari vengono introdotti obiettivi di riduzione del 30% al 2025 e del 50% al 2030.

Di recente, il Parlamento europeo ha votato contro la plastica monouso, vietandone l'utilizzo dal 2021. Per i prodotti in plastica per i quali non esistono alternative gli Stati membri dovranno preparare piani nazionali per ridurre significativamente il loro utilizzo, da tramettere alla Commissione entro due anni dall’entrata in vigore della Direttiva. 
Siamo in estate, ed il periodo e' favorevole a viaggi e vacanze. Al di la' delle regole e delle norme, ciascuno di noi può dare il proprio contributo, innanzitutto evitando di lasciare rifiuti nell'ambiente, in secondo luogo cercando di utilizzare meno plastica possibile. Con le sue mille funzioni, a volte compare anche dove non sospettiamo: una ricerca recente ha mostrato che la maggior quantità delle famigerate microplastiche che finisce nell'ambiente proviene dal lavaggio di indumenti con fibre sintetiche. In altre parole, usiamo meno poliestere e più tessuti naturali, un consiglio che darebbe anche qualsiasi dermatologo. La plastica nell'ambiente non soltanto resta lì per secoli, ma frammentandosi finisce nella catena alimentare, inquinando pesci e causando danni alla salute degli esseri umani. Il percorso verso stili di vita più naturali e' anche un percorso verso stili di vita più sani, e questo dovrebbe invogliarci facilmente a seguirlo.

I siti dove reperire le notizie sui rifiuti in Emilia Romagna sono ai seguenti indirizzi:

https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/notizie/primo-piano/rifiuti-in-emilia-romagna-la-raccolta-differenziata-arriva-al-68-crescita-record-3-7-nel-2018-aumenti-in-tutti-i-territori


https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/rifiuti/temi/piano-rifiuti/piano-rifiuti-approvato



SOCIETA'
Un progetto per Venezia
4 giugno 2019
A VENEZIA - ovvero nella città più bella del mondo - si potrebbe fare ancorare le navi da crociera direttamente in Pazza San Marco, e consentire di percorrere almeno un tratto del Canal Grande, facendo del Ponte dell'Accademia un moderno ponte levatoio. Del resto, che farsene di quel vecchio ponte? Vuoi mettere gli introiti delle centinaia di città galleggianti che potrebbero arrivare direttamente a destinazione? 
E poi, che dire di un aeroporto in laguna? Si potrebbe asfaltare una parte della laguna per farne una efficiente pista di atterraggio per aerei da tutto il mondo, che potrebbero così evitare di posare lo sguardo sulle ciminiere e sui tubi del petrolchimico di Mestre a ricordo della grande bruttezza che siamo stati in grado di costruire in un secolo, forse stanchi di tutta quella bellezza costruita nei millenni precedenti.
Ninnoli di vetro cinese a portata di mano, vuoi mettere. Possono essere scaricati in un lampo. Tanto, nessuno se ne accorgerà, fra i mille impegni di una enorme crociera di mille navi, incagliate nello "sviluppo" insostenibile, e quasi insopportabile.

POLITICA
Domenica 26, un voto per l'Europa (matematicamente progressista)
26 maggio 2019
Un voto per l'Europa unita, per un parlamento di rappresentanza nell'unico caso al mondo in cui Stati di storia lunga, antica, consolidata, si sono uniti volontariamente per costituire un'entità sovranazionale a cui cedere parte della propria sovranità, nella prospettiva di politiche comuni, di futuro comune. 

Unire invece di dividere, sommare invece di sottrarre. Sarà un caso, o forse no, che le operazioni tipiche della destra politica siano la divisione e la sottrazione. Matematicamente riducenti. A volte semplificanti, ma sempre orientate al passato. Addizionare e moltiplicare, operazioni progressiste (nonché evangeliche), portano a maggior complessità ma guardano avanti. Nel futuro. Se riuscissimo a fare un elevamento a potenza l'Europa sarebbe ottima in breve tempo. 
L'Unione Europea ha infatti estremo bisogno di guardare avanti, di fare progetti grandiosi per portata e respiro come quelli che si facevano venti, trent'anni fa, di impegnarsi a trovare strade comuni sui temi che contano, dall'ambiente con l'enorme tema del clima, al fisco, dalla democrazia all'istruzione, dalla ricerca scientifica alla difesa, dal fenomeno migratorio al proprio ruolo nel mondo. La necessità è forte perché deriva da un periodo di stasi, durante il quale l'aspirazione ideale all'Unione è retrocessa e i muri sono avanzati (si diceva, appunto, della divisione), steccati reali o immaginari a difesa di un passato che non tornerà e non sarebbe nemmeno auspicabile che tornasse. Ambizione ad un futuro comune resa fossile dalle difficoltà (grandi) attuali a cui spesso non si riesce a trovare risposte, scavalcata dalla pretesa di pietrificare l'Unione Europea in una linea di frazione fra localismi fuori dal tempo, o palesemente reazionari. Destre che avanzano sui vuoti lasciati dalle sinistre. 
L'Europa che vogliono i "sovranisti" è esattamente quella che c'è e che vorremmo cambiare, migliorandola. L'Europa delle Nazioni è passato che più passato non si può, ostaggio di un presente che sembra non finire mai. Ritroviamo il bandolo e sbrogliamo la matassa.
 
In un tale contesto, la scelta si fa innanzitutto stretta, a due voci, UE sì, UE no, poi si passa all'analisi un po' più profonda. Il sì all'Unione Europea passa immediatamente oltre le formazioni politiche della divisione e della sottrazione. Quale sì all'Unione viene dopo, e richiede un po' di attenzione in più. Voterò per il Partito Democratico, nonostante (anche qui) la frequente incapacità di trovare risposte ai grandi temi - globalizzazione, clima, sviluppo economico, diseguaglianze radici di migrazioni bibliche - nonostante la scarsa inclinazione ambientalista, nonostante gli immarcescibili gruppi di potere che scavalcano i temi impunemente. Nonostante tutto, resta l'unico baluardo alle destre, alle reazioni, alle divisioni. Dubito che sarà in grado di attuare l'elevamento a potenza, ma all'addizione e alla moltiplicazione ci arriviamo. Ed anche all'Azione, contraria, per Principio, alla Reazione. 

Un'Europa grande, deve diventare, capace di rispondere alle crisi interne ed internazionali, capace di stare sul piano delle grandi potenze dell'oggi e dei prossimi anni, Cina, India, Brasile, Stati Uniti,  capace di migliorare la vita dei suoi cittadini, continuando innanzitutto a garantire un bene incommensurabile come ha fatto finora: la pace. Una pace frutto di un'unione volontaria, come non si era mai visto nella Storia. Ereditiamo un passato comune con tutti gli altri Paesi e popoli europei, che va dall'Impero Romano alla comunanza culturale e valoriale costruita nel corso dei secoli, ma questo non ci ha impedito di diventare vittime di guerre fratricide. Perché lì, portano le divisioni.

Gli studenti hanno organizzato un sit-in davanti alle sedi comunitarie a Bruxelles, per ricordare che le politiche per salvare il sistema climatico terrestre sono imprescindibili. Il nuovo Parlamento è l'ultimo che avrà la possibilità di fare scelte politiche che portino verso il rispetto del limite di 1,5 gradi di incremento della temperatura globale media. Questa è la posta in gioco, legata a tutte le altre, numericamente semplice, economicamente complessa, simbolo di noi e del nostro presente.
Solo l'Unione può portare la speranza che ci si riesca, non certo i singoli Stati, non certo regole individuali incapaci di visione sistemica globale. Poi, succede che arriva un Trump del Vecchio Continente che dice che il problema non esiste, e finisce lì. 

Si vota dalle 7 alle 23. Per mandare in Europa rappresentanti di un popolo che in Europa c'è già, da sempre, cioè noi. I nostri rappresentanti nelle istituzioni europee. Basta la carta d'identità e la tessera elettorale. Buon voto. 

POLITICA
Una domanda per Nicola Zingaretti
15 maggio 2019
Coloro che seguono questo blog sanno che non ho mai risparmiato critiche al PD - partito a cui sono iscritta - all'occasione, come pure gli apprezzamenti,  e che considero prioritario affrontare la concretezza dei temi rispetto alla costruzione dialettica, pure importante, ma non decisiva. Su queste basi vorrei fare una domanda a Nicola Zingaretti, da qualche tempo segretario nazionale del Partito Democratico. 
La seguente: 
stante l'importanza, stante l'urgenza, viste le mobilitazioni giovanili degli ultimi tempi, e dati i fatti che definiscono una realtà ancora lontana sulla via che porta all'obiettivo dello Sviluppo Sostenibile (con le maiuscole si recepisce meglio) dal punto di vista ambientale, economico, sociale, pensa lei di cambiare in modo radicale la proposta politica del Partito Democratico per indirizzarla alla sostenibilità, e se sì, come?

Chiarisco che il concetto di "radicale" non è sinonimo di "estremo", al contrario fa riferimento alla necessaria profondità ed estensione del cambiamento necessario, e che il cambio di rotta è parte delle manovre utili a fare uscire il PD dalle nebbie in cui sfuma la carente identità, non si intravvede  la strategia sulla (enorme) questione ambientale, non si capisce se alle parole si  intenda far seguire i fatti. Tutti intendono occuparsi di ambiente, come pure di economia o dei temi sociali, quasi nessuno ha strategie energetiche, industriali, urbanistiche, territoriali coerenti da mettere in campo. Nell'insieme si tratta di elementi che sono in grado di qualificare una proposta politica, di portarla fuori dal recinto, di superare le parole che troppo spesso vanno a formare gli slogan di cui è piena la politica italiana. Questo potrebbe fare la differenza. Finora il PD non è stato in grado di farlo, almeno non nei termini necessari, ma in futuro, lo sarà?


ECONOMIA
Emissioni in crescita nel mondo (ma con alcune eccezioni)
28 marzo 2019
Altro che riduzione delle emissioni climalteranti a salvaguardia del sistema climatico, le emissioni crescono eccome, stando agli ultimi dati dell'IEA (International Energy Agency), pubblicati nel Rapporto "Global Energy & CO2 Status Report. The latest trends in energy and emissions in 2018". 
Risulta infatti che le emissioni globali di CO2 sono cresciute dell'1,7%  nell'anno appena trascorso, raggiungendo il picco storico di 33,1 Gt, vale a dire oltre 33 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immesse nell'atmosfera. Tutti i combustibili fossili hanno contribuito a questa crescita, attribuibile per i due terzi al settore della produzione di energia. Tale crescita è dovuta per l'85% a tre Paesi, la Cina, l'India, e gli Stati Uniti, ed è stata generata da un aumento della domanda di energia. Al contrario, in Paesi come la Germania, il Giappone, il  Messico, la Francia e il Regno Unito le emissioni sono diminuite.

Alla base della crescita delle emissioni inquinanti nel mondo c'è stato un forte aumento del consumo di energia, del 2,3%, quasi il doppio dell'incremento medio dal 2010, generato a sua volta dal buono stato dell'economia globale e dal diffondersi localmente di mezzi per il riscaldamento e il raffreddamento. La domanda è cresciuta per tutte le fonti, soprattutto per il gas naturale con il 45%, mentre il vettore principe è ovviamente l'elettricità. La famosa efficienza energetica resta nell'ombra.  Le centrali di produzione di energia alimentate a carbone continuano ad essere le maggiori sorgenti di emissioni climalteranti.

Si è detto della buona performance dell'economia globale - fatto che dal nostro Paese non appare evidente - con una crescita del 3,7%  dovuta prevalentemente ai 3 Paesi menzionati sopra che hanno inquinato di più: Cina, India, Stati Uniti. Questo fatto testimonia che, nonostante se ne parli da anni, il disaccoppiamento fra la crescita economica e la produzione di sostanze inquinanti derivanti dalla combustione non è ancora avvenuto. Qualcuno ricorderà che se ne era parlato in tempi recenti, nel 2015 per l'esattezza, con dati proprio dell'IEA che avevamo commentato in un post datato 18 marzo 2015.  All'epoca le emissioni erano rimaste invariate a 32,3 miliardi di tonnellate rispetto all'anno precedente (il 2014) nonostante la crescita economica. A livello italiano il mese scorso ne ha parlato anche l'Ispra, presentando dati abbastanza positivi. Ma se a livello mondiale siamo passati in pochi anni da 32,3 a 33,1 Gt è chiaro che qualcosa non ha funzionato nel tentativo di portare la crescita economica sulla strada delle rinnovabili e dell'efficienza, sganciandola dai combustibili fossili. Hanno matematicamente ragione i giovani e Greta Thunberg a protestare. Cifre alla mano. La strada per la decarbonizzazione dell'economia è un percorso difficile in sé, non è accettabile che non venga rispettato. Se le cifre sono queste, servirà ben altro che l'Accordo di Parigi per tracciare il solco di un percorso virtuoso. 
Il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò ha la sua peculiare importanza: infatti si tratta dell'unico grande Paese sviluppato e dotato di tutte le possibilità, tecnologiche e finanziarie, per cambiare le basi su cui si fonda lo sviluppo che continua, salvo ancora limitate eccezioni locali, ad inseguire la via più tradizionale allo sviluppo, incuranti dell'inquinamento che causano a livello mondiale, tendenza ancora più marcata sotto la Presidenza Trump. La responsabilità che hanno in questa fase non è certo marginale.

La più virtuosa resta, ancora una volta, l'Europa. Nonostante una crescita economica dell'1,8% - dato che non riguarda l'Italia, evidentemente - la domanda di energia è aumentata soltanto dello 0,2%. Che stia avvenendo qui il disaccoppiamento? Può darsi, visto che, nonostante mille difficoltà e ritardi, l'UE resta il luogo dove si fanno davvero politiche per ridurre gli impatti ambientali del consumo energetico, e si ottengono risultati concreti. La crescita della domanda in Europa in termini di energia primaria ha riguardato per la maggior parte le fonti rinnovabili, mentre il ricorso al carbone continua a diminuire. Le disomogeneità al suo interno non impediscono di raggiungere risultati nel complesso interessanti, e di porsi obiettivi performanti. Il futuro non può che costruirsi su un modello fatto di minori consumi, minori emissioni, maggiore efficienza  e rinnovabili.
Le tendenze antieuropeiste che serpeggiano nella politica rischiano di invalidare anche questi benemeriti risultati. Aggiungiamoli alla lista, lunga, dei benefici dell'Unione quando andremo a votare il 26 maggio prossimo, magari insieme alle significative immagini delle proteste e dell'impasse in cui si sono infilati gli inglesi nel tentativo incredibile nella sua assurdità di uscire dall'Unione Europea.

L'intero Rapporto dell'IEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.iea.org/geco/

POLITICA
Uno spiraglio da cui filtra la speranza
18 marzo 2019
Si può affermare che la partecipazione sia stata ampia, che l'entusiasmo delle migliaia di giovani presenti fosse tangibile, che i numeri descrivano la più grande manifestazione a livello mondiale; per contro si può sottolineare che la medesima verteva su un tema complesso forse non sempre analizzato nei termini dovuti, o prevedere che a fronte di tale complessità la volontà si spegnerà presto, o anche, come molti hanno fatto, che le richieste dei giovani in piazza sono già esaudite dal lavoro che la politica porta avanti, e cosa manifestate a fare.
Le considerazioni possono vertere su un aspetto o un altro, ma è un fatto che venerdì scorso, 15 marzo, si è svolta una manifestazione degna di nota: migliaia di giovani in tutto il mondo hanno chiesto azioni concrete a difesa del loro futuro (perché il futuro è loro) non sul piano dei diritti, delle retribuzioni, o di qualsiasi altra rivendicazione sacrosanta riguardante la propria condizione sociale, ma sul piano della conservazione di un ambiente naturale sulla Terra adatto al persistere della vita della nostra specie così come l'abbiamo conosciuto nelle ultime migliaia di anni, almeno dal Neolitico in poi. 
Un'iniziativa ben riuscita, partecipata, eta' media giovanissima, che ha avuto vasta eco, che può rappresentare un elemento cardine di un cambiamento, in un ambito comunque complesso e dalle conseguenze spesso indirette. Non è certo la prima manifestazione ambientalista, ma è la prima con tali caratteristiche.

Piaccia o no -  e le critiche anche aspre non sono mancate, soprattutto all'ideatrice della mobilitazione Greta Thunberg - si tratta di un evento di enorme rilevanza. Perché questo è il momento storico di una scelta radicale fra due possibilità: se continuare a portare avanti un modello di sviluppo che altera gli equilibri naturali fino a stravolgerli, o modificarlo alla radice aprendo la strada ad un paradigma diverso che non pregiudichi la nostra stessa esistenza. Il momento è questo non perché sta per cadere un asteroide, ma perché non siamo intervenuti adeguatamente nei decenni trascorsi ed ora il tempo stringe, fra gli eccessi dell'inquinamento, delle emissioni climalteranti, della temperatura che continua a salire ed il sistema climatico che continua a cambiare in modi sempre più estremi. Dai primi articoli sul riscaldamento globale generato dalle emissioni dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas sono passati oltre quarant'anni, dall'inclusione della variabile entropia nelle tesi sullo sviluppo altrettanto, dai primi studi di Svante Arrhenius sul riscaldamento globale generato da un aumento dell'anidride carbonica in atmosfera è trascorso oltre un secolo.  Decenni durante i quali è stata costruita una crescita economica totalmente svincolata dagli effetti sull'ambiente, fino a tempi recentissimi che hanno visto l'introduzione di deboli normative non sempre rispettate, lunghi periodi durante i quali la stessa cultura prevalente ha faticato, quando non ha omesso, a trovare vie di confronto con la emergente cultura ambientalista. Tempo perso che ci avvicina sempre più al momento cruciale della scelta.

Qualcosa si sta già muovendo da tempo, e sarebbe ingiusto oltre che sbagliato non ricordare la quota di energie rinnovabili che oggi copre una parte significativa dell'energia che consumiamo in Italia, la legge contro i reati ambientali, la raccolta differenziata dei rifiuti che nel nostro Paese è in aumento ed ha complessivamente superato la metà, fino ai comportamenti individuali sicuramente più attenti che nel passato come nel caso della continua crescita del settore del cibo biologico o a km zero. Va detto che si tratta di percorsi che in un modo o nell'altro traggono la loro origine nell'area ambientalista e nell'influenza che è riuscita ad avere in politica o nelle sensibilità diffuse, ma resta un fatto che qualcosa è cambiato rispetto ad un passato anche recente. L'Unione Europea ha da sempre operato per promuovere politiche energetiche di riduzione delle emissioni climalteranti. I trattati internazionali cercano di fare lo stesso, fra mille difficoltà e Paesi fortemente inquinanti come gli USA che non aderiscono (o che aderiscono a seconda della presidenza di turno). I Paesi in via di sviluppo faticano a tenere il passo per ragioni economiche che possono essere per loro molto gravose. 

Il punto centrale del problema, in estrema sintesi, è che secondo i rilevamenti e gli studi scientifici, tutto ciò non basterà. L'atmosfera è già oggi talmente alterata dalle emissioni che se anche ci fermassimo ora dovremmo subire le conseguenze del cambiamento climatico. Occorre intervenire alla radice, orientando alla sostenibilità l'intero sistema produttivo, dei trasporti, dei servizi. Si tratta di una prospettiva di vasta portata, forse non semplice da affrontare, ma in grado di generare posti di lavoro, sviluppo inclusivo, impatti minori, un rapporto diverso con l'ambiente naturale.  Occorre interagire con i Paesi in via di sviluppo allo scopo di aiutare l'uscita delle popolazioni dalla miseria senza ripetere ciò che nel mondo occidentale abbiamo già fatto, e cioè inquinare oltre misura. 
Agire e agire per tempo, perché la posta in gioco è altissima, la stessa sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Perché il punto è questo: difendendo l'ambiente difendiamo noi stessi. Pur avendo un profondo significato preservare l'ambiente naturale in sé - e si apre qui un tema che richiederebbe vasta analisi - è fuori da ogni dubbio il fatto che stiamo mettendo in gioco le caratteristiche naturali che ci hanno consentito di vivere, di sviluppare civiltà, cultura, società, di diventare ciò che siamo. 

La più grande sfida che l'umanità abbia mai affrontato nella storia capita ora, a fronte dei rischi enormi che essa stessa ha creato. I rischi stanno superando i benefici, i costi dei danni stanno superando gli introiti. 
Se saremo in grado di capirlo e muoverci di conseguenza saremo la generazione che ha salvato il mondo. Altrimenti non lo saremo. Tertium non datur. 



POLITICA
Il Partito Democratico può ripartire - e tutti noi possiamo, venerdì 15 marzo
10 marzo 2019
C'è una prima considerazione evidente. Ora il Partito Democratico può ripartire. L'affluenza alle primarie è stata alta, superiore alle aspettative in questa fase difficile per il partito - possiamo dire di averlo felicemente previsto qui - ed il risultato è stato nettamente in favore di Nicola Zingaretti. Se questo è il momento, come lo sono tutti i momenti di crisi, di partire con un progetto nuovo Zingaretti ha una responsabilità molto grande, parzialmente alleggerita dal nostro aiuto che inizia sinceramente con l'augurio di buon lavoro. 
Per parte mia, spero davvero che si inizi un percorso per costruire un partito di sinistra moderna, capace di accogliere le istanze di oggi, di elaborarle per cercare risposte, capace di apertura e confronto, centro del ricamo sulla tela ormai strappata e logora della cultura progressista e di sinistra. Le questioni in campo sono enormi, diseguaglianze vecchie e nuove, diritti, la gigantesca questione ambientale che ancora troppo frequentemente cozza contro i canoni dell'economia tradizionale, l'automazione nel lavoro, la digitalizzazione, la globalizzazione, la finanza, la giustizia, un mondo che cambia più velocemente di quanto la politica (e il legislatore, l'amministratore) riesca a fare. Veloce più dei tempi dei congressi del PD, va detto. 
Zingaretti dovrà saper trovare strade per fare tutto questo. Strade che siano "nuove" perché, va detto anche questo, il timore che aleggia è quello di un ritorno al passato, che sarebbe la via più sicura per finire tutto quanto e andarcene a casa. Spero di no, pensando con un certo grado di fiducia che sappia distaccarsi quanto basta dal proprio passato per interpretare modi e sentire dell'oggi senza perdere le indispensabili radici.

L'attuale governo, che non sa decidersi se essere di destra o indefinibile, è lo specchio efficace del vuoto lasciato dai partiti tradizionali - e si sa che se si lascia un vuoto in politica poi arriva qualcuno a riempirlo. Il conflitto in Emilia Romagna fra governo locale e nazionale sta coinvolgendo principalmente il piano di infrastrutture localmente disegnato, a cui risponde il governo nazionale con modi e contenuti fumosi e incoerenti. La manifestazione in favore delle nuove strade previste dal progetto si è poi trasformata in un convegno, assai più appropriato, tenuto sabato 9 marzo al Palazzo dei Congressi di Bologna, con grande partecipazione. Vedremo gli sviluppi di una contesa che assume sempre più i toni di un contrasto politico invece che di un confronto nel merito delle questioni. 

Un momento particolarmente importante capiterà il prossimo venerdì 15 marzo, giorno in cui si terrà uno sciopero con manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l'attenzione sul tema del cambiamento climatico che rischia di stravolgere i cicli naturali della Terra, e di tutti quanti noi che ci viviamo sopra. E scusate se è poco. Possiamo definirlo un evento epocale. Speriamo che la partecipazione sia adeguata - quando si tratta di temi ambientali è difficile far previsioni - superiore agli studenti che l'hanno indetto meritoriamente, estesa al punto da portare un cambiamento. Un cambiamento necessario, si può dire indispensabile, del modello di sviluppo. Che non significhi tornare indietro, e nemmeno continuare ad andare avanti verso il baratro. E' necessaria un'elaborazione alternativa, e se non è un tema politico questo non so cosa lo sia. Appuntamento dunque da non mancare venerdì 15 marzo. Possiamo ripartire tutti da lì, per far sentire la propria voce a salvaguardia di quanto abbiamo di più prezioso, la Natura terrestre e la sua ricchezza.

POLITICA
La politica finisce nel tunnel (del TAV)
13 febbraio 2019
Siamo ben oltre il segno, se mai ve ne è stato uno, e lo abbiamo passato da un pezzo nella deriva che porta la politica al di là del bene e del male, nel territorio dell'incomprensibile indistinto generico che fluisce di moto vario. Servirebbe la Teoria del Caos. Da parte di tutti, beninteso. Chi più, chi meno. 

Il Treno ad Alta Velocità, quello della linea Torino-Lione nella fattispecie, rappresenta un notevole esempio di come la politica possa allontanarsi dalla sua funzione, quella di fornire un servizio ai cittadini, ed orientarsi verso una forma di abdicazione al proprio ruolo, cedendo gli strumenti del mestiere direttamente ai cittadini nella piazza dove si manifesta, pro o contro. La partigianeria pura, degli uni e degli altri, dei favorevoli e dei contrari, lo schierarsi a favore o contro fino ad organizzare manifestazioni di piazza di segno opposto, a cui hanno partecipato anche numerosi esponenti politici, è la dimostrazione plastica dello scardinarsi dei sostegni e dei passaggi di un edificio sempre più pericolante. Quasi trent'anni di analisi ed iniziative mancate per un progetto che non è mai realmente partito che sfociano in manifestazioni di piazza, come se non fossero la politica ed i suoi organi competenti nelle istituzioni a dover trovare risposte ed effettuare scelte, presentare analisi, anche tecniche, e soprattutto cercare un dialogo con i cittadini se si intende davvero realizzare l'opera in questione.  La piazza a favore e la piazza contraria hanno certificato il fallimento della politica in questo, lunghissimo,  frangente.  La partecipazione di esponenti politici è la firma apposta in calce.

Il Partito Democratico, per parte sua, non esce dalla logica e si inoltra nel territorio nebuloso con frasi di circostanza, sviluppi sostenibili, riduzioni presunte di inquinanti, di Tir, benefici occupazionali, etc. Armamentario già visto da vecchia politica che chi ha fatto l'ambientalista conosce bene e prevede che non servirà nemmeno ad un grammo di massa in più nella fiducia (perduta a chilogrammi) dei cittadini. Ho ascoltato con attenzione l'ex-ministro Graziano Del Rio a Bologna alcuni giorni fa (enorme sala piena) su questo e su altri temi riguardanti infrastrutture e trasporti. Ha sviluppato considerazioni interessanti.  
Ma come si fa a ripetere ancora una volta che la realizzazione della tratta ferroviaria per il TAV Torino-Lione porterebbe una grande riduzione del traffico dei Tir nelle autostrade del Nord Italia e della Pianura Padana quando l'obiezione principale riguarda proprio le stime in eccesso dei flussi di traffico su quella direttrice? 
Ne abbiamo già parlato qui con un riassunto dei temi principali toccati dall'opera in un post del 6 agosto 2018. Alle obiezioni è necessario rispondere in modo circostanziato, può darsi che si trovino vie adeguate per risolvere il problema, oppure no. Non mi sembra che, ad oggi, in questo caso siano stati dissipati tutti i dubbi in proposito, forse sarebbe opportuno addentrarsi nel merito e nel metodo.  Invece di chiedersi come mai i cittadini, gli ambientalisti, che protestano per TAV  non lo facciano per il raddoppio del tunnel del Frejus sarebbe bene spiegare loro perché oltre al  TAV sulla stessa linea si scelga di raddoppiare anche il tunnel dell'autostrada, che evidentemente servirà per i Tir e per ogni tipo di trasporto su gomma. Non dovrebbero diminuire i camion trasportando le merci sul TAV?  La logica langue insieme alla politica.  
Dunque, si manifesta, e ci si esprime per ogni dove a favore o contro una grande opera come fra le tifoserie di una partita di calcio. Nel PD lo hanno fatto tutti i tre candidati alle primarie del 3 marzo prossimo, a favore naturalmente; ci si divide su tutto ma non sulle famose grandi opere. Mentre l'Italia attende una miriade di piccole opere, magari da farsi, perché no, per una volta nel Mezzogiorno, dove con binari dell'Ottocento ci si sposta in treno impiegando lo stesso tempo con cui si va in America. Scuole, ospedali, edifici pubblici, recupero del calore, sistemazione antisismica, dissesto idrogeologico. Nomi che ricorrono nell'immaginario collettivo come i miraggi nel deserto, su cui invece i governi precedenti guidati dal PD avevano iniziato a lavorare.   
Ho aderito al PD alla sua nascita ma non ricordo che fra i documenti fondativi ci fosse il sostegno incondizionato alle grandi opere in genere. Trattandosi di scelte tecnico-politiche bisognerà vedere quali. E dimostrarne la reale utilità su basi tecniche, politiche, sociali, ambientali.

A Bologna abbiamo un esempio in proposito molto significativo: il Passante Nord.  Si trattava di un tratto autostradale circostante l'agglomerato urbano cittadino e della periferia di quasi 42 chilometri, un'opera faraonica incombente su paesi ed aree agricole. Per anni l'opera è stata presentata come indispensabile, salvo rinunciare ad essa nello spazio di un mattino, capovolgendo la strategia alla base della mobilità nell'intera area. Dunque, se le parole hanno un senso, non era indispensabile. O non lo era più. 

Speriamo ora di uscire dal tunnel. Alle formazioni politiche che sostengono l'attuale governo sono stati lasciati temi importantissimi. Sarebbe ora di riprenderceli.

POLITICA
Inquinamento e reddito: facce di una stessa medaglia, lo sviluppo iniquo
5 febbraio 2019
Una relazione interessante dell'AEA (Agenzia Europea per l'Ambiente, o EEA European Environment Agency) dal titolo «Unequal exposure and unequal impacts: social vulnerability to air pollution, noise and extreme temperatures in Europeen» (Disparità di esposizione e di effetti: vulnerabilità sociale all’inquinamento atmosferico, al rumore e alle temperature estreme in Europa, l'indirizzo è riportato in calce) appensa uscita, punta il dito sugli stretti legami tra problemi sociali e problemi ambientali in Europa.

L'Agenzia dell'Unione Europea afferma che "è necessaria un’azione mirata per proteggere maggiormente i poveri, gli anziani e i bambini dai rischi ambientali quali l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali dell’Europa". Un tema di notevole importanza, soprattutto se paragonato alla sua sottovalutazione. Si tratta di prendere atto che il problema dell'inquinamento dell'ambiente è anche un tema sociale in cui le fasce più deboli della popolazione sono le più colpite, sia all'interno delle società sviluppate sia nel contesto delle diseguaglianze mondiali. Differenze di reddito, di istruzione, di occupazione si traducono in modi diversi di esposizione agli agenti inquinanti, di capacità di rispondere al problema, di consapevolezza dello stesso, esattamente come differenze geografiche, economiche e politiche sul piano internazionale corrispondono a diversi impatti degli inquinamenti locali o del cambiamento climatico. Insomma, la questione sociale si intreccia alla questione ambientale ed il legame è stretto e fatto di maglie intrecciate in modo complesso. Sul piano politico, abbiamo già scritto qui più volte di come la sinistra - che dovrebbe cogliere questi aspetti, almeno nel loro risvolto sociale - non lo abbia mai fatto, in particolare in Italia, commettendo un errore storico che ancora oggi, con i tempi tipicamente dilatati della cultura politica, diffonde le sue ombre. Per troppo tempo si è pensato che bastassero i documenti, gli accordi, i rapporti tecnici per affrontare una materia che invece è pienamente politica, rinunciando ad essa come se un trattato filosofico sul tempo fosse sostituibile con un orologio, o un minimo di conoscenza scientifica fosse rimpiazzabile con la lettura dell'indice dell'ultimo rapporto pubblicato.

Lo studio dell'AEA presenta delle carte geografiche tematiche che con l'uso di diversi colori forniscono informazioni che hanno il dono dell'immediatezza. L'Italia emerge per quantità e qualità dei problemi.  La Pianura Padana e le aree di Roma e di Napoli sono fra le zone più inquinate d'Europa per particolato fine (PM2,5). Il nostro Paese spicca anche per l'alto numero di disoccupati e di anziani (ovviamente, quest'ultimo dato è positivo e riguarda l'elevata vita media della popolazione italiana).
A livello europeo, scrive il Rapporto che "L’area dell’Europa orientale (tra cui Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) e dell’Europa meridionale (tra cui Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dove i redditi e l’istruzione sono inferiori e i tassi di disoccupazione superiori alla media europea, sono state maggiormente esposte agli inquinanti atmosferici, tra cui il particolato (PM) e l’ozono troposferico (O3)". Le differenze di reddito si fanno sentire anche all'interno delle zone maggiormente benestanti: secondo lo studio "Le regioni più ricche, comprese le grandi città, tendono ad avere in media livelli più elevati di biossido di azoto (NO2), soprattutto a causa dell’elevata concentrazione del traffico stradale e delle attività economiche. Tuttavia, all’interno di queste stesse aree, sono ancora le comunità più povere che tendono a essere esposte a livelli localmente più elevati di NO2". L'inquinamento  acustico poi si differenzia notevolmente fra zone di diverso reddito, risultando che "L’esposizione al rumore è molto più localizzata rispetto all’esposizione all’inquinamento atmosferico e i livelli ambientali variano notevolmente sulle brevi distanze. L’analisi ha riscontrato che esiste un possibile nesso tra i livelli di rumore nelle città e redditi familiari più bassi: tale dato suggerisce che le città con una popolazione più povera hanno livelli di rumore più elevati".
Infine, le aree del Sud dell'Europa, dove si colloca anche l'Italia, "sono caratterizzate da redditi e istruzione più bassi, livelli più elevati di disoccupazione e una popolazione anziana più numerosa. Questi fattori socio-demografici possono ridurre la capacità delle persone di prendere misure per affrontare il caldo e di evitarlo, con conseguenti effetti negativi sulla salute".

Si legge nello studio che è necessario un contesto di politiche attive per favorire azioni mirate e considerare le conseguenze dei rischi sanitari causati dai danni ambientali soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. Non si può dire che manchino del tutto le politiche adeguate, ma quelle che ci sono non sono sufficienti e soprattutto non formano ancora un insieme capace di trovare risposte e cambiare una tendenza. Questi aspetti sono sotto gli occhi di tutti: una periferia senza verde, attraversata da strade trafficate, vicina ad insediamenti produttivi magari pesantemente inquinanti è luogo di vita di coloro che non possono permettersi niente di meglio. Abbiamo esempi persino più gravi, nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania, dove la maggior incidenza di malattie gravi e' probabilmente legata agli smaltimenti illeciti dei rifiuti, inclusi i rifiuti tossici. Questioni sociali ed ambientali che si intrecciano, lasciando scie di degrado a volte inestricabili. 

Lo studio dell'AEA può essere scaricato al seguente indirizzo:

https://www.eea.europa.eu/it/highlights/inquinamento-atmosferico-rumore-e-temperature


ECONOMIA
Calo degli investimenti nel solare nel mondo, ma la capacità raggiunge i 109 GW
21 gennaio 2019
Rilevare le tendenze in atto sui mercati dell'energia aiuta a visualizzare un futuro prossimo a cui dare il nostro contributo. Le notizie più recenti riguardano gli andamenti degli investimenti in fonti rinnovabili, e costruiscono un quadro composito, di grande interesse. Bloomberg NEF ci fornisce i dati, il grafico, e le informazioni che analizziamo qui (i dettagli sono reperibili all'indirizzo in calce).

Nell'anno appena trascorso, gli investimenti globali in energie pulite hanno superato in totale 332 miliardi di dollari, un valore alto ma più basso dell'8% rispetto al 2017.  In ogni caso, il 2018 è stato il quinto anno consecutivo in cui gli investimenti hanno superato i trecento miliardi di dollari. 
Sono presenti rimarchevoli differenze nei vari settori, con una crescita del 3% nell'eolico, e punte nell'off-shore, un'analoga crescita nel settore dei veicoli elettrici, dei contatori intelligenti, ma un forte calo del solare. In questo settore si registrano infatti le principali novità. Gli investimenti complessivi sono diminuiti del 24%, pur restando al livello elevato di quasi 131 miliardi. Senza dubbio una forte riduzione, dovuta a vari fattori, fra cui un calo dei costi dovuti a tagli nei prezzi di vendita a fronte di un mercato mondiale saturo di moduli fotovoltaici; un surplus favorito anche da una svolta nelle politiche cinesi che hanno ristretto l'accesso agli incentivi contenendo l'esplosione della domanda solare nel Paese asiatico. Gli investimenti cinesi nel solare sono diminuiti del 53%, e questo non poteva non avere conseguenze. Tuttavia, le stime di Bloomberg indicano comunque una crescita della capacità installata, che raggiunge i 109 GW,  dovuta al fatto che altri Paesi si sono avvantaggiati della nuova competitività delle installazioni solari.
Gli investimenti sono in crescita anche nel settore delle biomasse e dei rifiuti (del 18%), dei biocarburanti, della geotermia, a fronte di un prevedibile calo della fonte idraulica. 
Considerando i singoli Paesi, la Cina guida la transizione energetica stando alle cifre e nonostante l'affondo del solare, seguita dagli USA con una crescita degli investimenti del 12% - ed è una buona notizia, stante come noto gli alti livelli di consumi pro-capite di quel Paese - e l'Europa che ha visto un balzo in avanti del 27%. 
Fra gli altri Paesi, e scorporando l'Unione Europea, il nostro si trova al 18° posto, registrando comunque una crescita complessiva dell'11% a 2 miliardi e 800 milioni di dollari.

Le previsioni al 2050 sono positive: si stima una crescita di eolico e solare fino al 50% della generazione elettrica mondiale, grazie alla riduzione dei costi e al miglioramento tecnologico delle batterie. Il carbone subirà una contrazione fino a coprire soltanto l'11% delle generazione di elettricità globale. Sarà indispensabile mantenere la strada intrapresa per attuare davvero una svolta energetica in grado di garantire sicurezza, accesso per tutti, minori impatti ambientali. 

Il grafico che segue mostra l'andamento nel corso del tempo degli investimenti a livello globale nelle fonti energetiche rinnovabili, in miliardi di dollari. Nonostante il calo dell'ultimo anno, determinato da quanto si è detto sopra, emerge con evidenza l'evoluzione nel corso di soli 14 anni, una crescita notevolissima delle energie pulite, che si ritiene ormai inarrestabile.

Si fa riferimento alla seguente pubblicazione:

https://about.bnef.com/blog/clean-energy-investment-exceeded-300-billion-2018/



ECONOMIA
Bioplastiche in grande crescita
14 dicembre 2018
Tra il 2012 e il 2017, vale a dire in soli cinque anni, il settore delle bioplastiche ha registrato un fatturato in aumento del 49%, arrivando a 545 milioni, e un incremento della produzione pari all'86%, a 73 mila tonnellate. Questi sono i dati contenuti nel rapporto annuale di Assobioplastiche, l'associazione della filiera delle bioplastiche compostabili in Italia, presentato a Roma. Il contenuto del rapporto è descritto in breve all'indirizzo in calce.

Il settore offre anche buone prospettive di occupazione: gli addetti che operano nel settore sono 2.450, con una crescita del 92% nello stesso periodo, mentre il numero delle aziende è salito del 69%, raggiungendo le 240 unità. Per il 2018 il settore prevede un'ulteriore crescita dei volumi pari al 15%.
Per quanto riguarda le destinazioni, le 73.000 tonnellate di polimeri lavorati sono diventate shopper monouso per la spesa per il il 68%, sacchi per la raccolta della frazione organica per il 13%, mentre il restante 19% si trova ripartito tra agricoltura, ristorazione, packaging alimentare e igiene della persona.

Nel 2017, e per la prima volta dall’introduzione della legge 28 del 2012, i volumi degli shopper compostabili monouso immessi sul mercato hanno superato quelli dei sacchetti illegali in plastica tradizionale, con 49.500 rispetto a 42.500 tonnellate.

La bioplastica è un tipo di plastica biodegradabile derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La biodegradabilità è la capacità di un materiale di essere degradato in sostanze più semplici mediante l’attività di microorganismi; al termine del processo le sostanze organiche di partenza vengono trasformate in molecole semplici. Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio, contro le migliaia di anni richieste dalle materie plastiche sintetiche, che si ottengono dal petrolio.
La compostabilità è la capacità di un materiale organico di essere riciclato organicamente assieme all’umido. Essi si trasformano in compost mediante il compostaggio, un processo di decomposizione della sostanza organica che possiamo attuare in condizioni controllate. 
La possibilità di ricorrere a processi naturali per esigenze che sono sempre state soddisfatte con materiali derivati dal petrolio, generando rifiuti inquinanti ed emissioni di composti climalteranti e dannosi, è un'opportunità eccezionale nella ricerca di vie diverse allo sviluppo che consentano di non rinunciare ai servizi utili mentre si difende la qualità dell'ambiente. La chimica verde è un settore molto promettente, in forte sviluppo, innovativo, capace di aprire strade nuove allo sviluppo sostenibile. Le applicazioni, molto concrete, che realizza consentono il risparmio di migliaia di tonnellate di Co2 che altrimenti sarebbero immesse nell'ambiente. Sono indispensabili strade nuove che ci consentano di lasciare sotto terra quanto resta di petrolio, carbone e metano, che abbiamo utilizzato in moltissimi ambiti, e rispondere adeguatamente alla minaccia di un cambiamento del sistema climatico sempre più pressante.

Vedremo gli esiti della riunione internazionale COP 24, che si sta svolgendo in queste ore in Polonia, a Katowice, per decidere com tradurre nella pratica l'Accordo di Parigi (del dicembre 2015; notare che siamo già nel dicembre 2018). 
Il luogo scelto non potrebbe essere più adatto: la Polonia fa un massiccio uso di carbone per soddisfare le sue esigenze energetiche. Anni fa ho visitato proprio la zona di Cracovia e dintorni, inclusa Katowice, in un periodo primaverile che da quelle parti significava ancora inverno. Non occorrevano i dati tecnici per capire come viene prodotta l'energia per qualsiasi uso: la neve era ovunque, anche nei piccoli paesi e accanto al bosco, ricoperta di una fuliggine nera, una polvere di origine inequivocabile, la combustione di carbone. Molti Paesi nel mondo, come la Polonia, non hanno ancora acquisito la capacità e lo sviluppo necessari a passare alle fonti rinnovabili abbandonando le fonti fossili, un problema che si può risolvere soltanto con un sistema di aiuti, sostegni, programmi comuni. Speriamo che la COP 24, indispensabile per attuare l'Accordo di Parigi, trovi risposte adeguate alla complessità ed urgenza del tema e condivise da tutti. Soltanto un'azione comune può essere incisiva. 
Anche perché il tempo stringe: qualche giorno fa Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change a Roma, ha avvertito che "tra due generazioni sarà troppo tardi. Effetti devastanti sulla salute. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento» (si veda la pagina del Corriere all'indirizzo in calce). E non è uno scherzo.

Gli indirizzi citati sono i seguenti:

https://www.lanuovaecologia.it/bioplastiche-report-assobioplastiche/

https://www.corriere.it/salute/18_dicembre_03/clima-rimangono-solo-20-anni-salvare-pianeta-bc73cfce-f6e1-11e8-bd62-81aafd946bf7.shtml

POLITICA
Ennesimo allarme sul clima (che dovrebbe sortire qualche effetto)
23 novembre 2018
E' uscito il nuovo rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ed è un nuovo allarme: stiamo distruggendo l'ambiente dell'intero pianeta e alterando il clima in modo e con velocità tali che rischia di diventare un processo irreversibile. 

Il tema è gravissimo, ma sembra fuori dal dibattito politico italiano, come al solito. Sui siti dei principali quotidiani si fa fatica a trovare la notizia, su Televideo si trova nella pagina delle "culture", ma soprattutto, nessuna intervista politica inizia con questo enorme, gravissimo, problema. Come se non ci riguardasse. Si tratta di un tema nel tema, ovvero, come fare comunicazione ambientale e comunicazione politica ambientale in modo tale da incidere sugli schemi prevalenti, modificando gli stili più diffusi. 

Il WMO Greenhouse Gas Bulletin ci informa sostanzialmente che i gas serra in atmosfera continuano a crescere, ed anche le ultime misure hanno raggiunto un nuovo record. La concentrazione globale media di biossido di carbonio ha raggiunto 405,5 parti per milione (ppm, unità di misura della concentrazione di un gas in atmosfera; per farsi un'idea, in epoca preindustriale era di circa 280 ppm), in continua crescita negli ultimi anni nonostante le regole introdotte nel corso del tempo e gli accordi a protezione del sistema climatico. Il metano e gli ossidi di azoto fanno lo stesso. I livelli di calore - si legge sul sito all'indirizzo in calce - intrappolati nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e la tendenza non mostra segni di inversione. Questo comporterà un cambiamento climatico a lungo termine, con innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani, fenomeni atmosferici estremi. Il potenziale di riscaldamento sul clima (total radiative forcing) è aumentato del 41% rispetto al 1990. I grafici che il Bulletin riporta sono estremamente eloquenti.

Si tratta di quote elevatissime, su cui occorre intervenire tempestivamente. Un altro parametro fondamentale infatti è il tempo: la riduzione delle emissioni inquinanti deve avvenire nel giro di pochi anni, se vogliamo evitare di oltrepassare il punto di irreversibilità. 
Le emissioni di CO2 devono raggiungere il livello zero al 2050 se intendiamo rispettare l'Accordo di Parigi e restare sotto 1,5 gradi di incremento della temperatura, secondo il rapporto WMO. Zero sul piano mondiale è una quota che richiede un impegno grandissimo. Probabilmente, sarà necessario intervenire con operazioni di rimozione del biossido di carbonio dall'atmosfera come molti studi suggeriscono. 
Dunque, non si tratta più di scegliere se fare lo sviluppo sostenibile, ma di come fare lo sviluppo sostenibile. Il tema è così pregnante che richiede uno sforzo comune, per il benessere umano, per lo stato degli ecosistemi, per l'agricoltura, per il futuro stesso dell'umanità.

Per avere maggiori informazioni, ci si può collegare al sito WMO al seguente indirizzo.

https://public.wmo.int/en

POLITICA
Un obbrobrio di ponte
24 agosto 2018
Il ponte Morandi è (era) situato fra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano a cavallo del letto del torrente Polcevera e di buona parte della città di Genova. Venne costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua SpA su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi. Lungo 1.182 metri con una campata massima di 210 metri, un’altezza media del piano stradale intorno ai 45 metri, e i tre piloni alti circa 90 metri. Venne inaugurato il 4 settembre 1967 alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Fin dall'inizio presentò problemi strutturali, nel corso degli anni fu oggetto di diversi interventi di manutenzione e di rinforzo.

In questi giorni si possono trovare molte informazioni al suo riguardo in rete, sui quotidiani, altre se ne possono ascoltare in televisione o in radio. Dettagli riguardanti la struttura, la storia della sua progettazione e costruzione, tutti gli interventi effettuati nel corso del tempo. 
Perché quel ponte è crollato. 
Il viadotto che attraversa e sovrasta la città di Genova si è letteralmente smembrato, è crollato su ciò che c'era sotto, trascinando nel baratro - perché tale è un'altezza di circa cinquanta metri - coloro che stavano sopra, che lo stavano percorrendo in auto, in camion, ignari del pericolo. Un volo improvviso di chi non riesce a fermare in tempo il proprio veicolo vedendo mancare la struttura, un salto nel vuoto fisico, e nel vuoto di valori, di coesione, di sicurezza che questo Paese sta presentando in misura sempre più drammatica. Per anni ci hanno riempito le orecchie - da destra - della necessità di sicurezza contro qualche forma di delinquenza, magari dal volto straniero, mentre - da sinistra - ci si accodava senza uno straccio di analisi alternativa; ora possiamo tristemente osservare da dove arriva l'insicurezza, precisamente dall'interno del nostro Paese, con modalità che nessuna "ronda" di notte potrà mai evitare. 

Quel crollo ha causato, ad oggi, 43 morti, e un buon numero di feriti. Ci siamo stretti attorno alle famiglie delle vittime, abbiamo sofferto con loro, ci auguriamo tutti che non vengano lasciate sole. 
Ma ogni tempo ha il suo momento di riflessione, la necessità del cordoglio, e quella del pensiero, dell'analisi. 
Le persone che si trovavano sopra il ponte e quelle che si trovavano sotto, la città di Genova e tutta l'Italia dovevano avere la certezza che il viadotto fosse sicuro. La magistratura accerterà se ci sono colpevoli o meno. Ma è un fatto che la collettività ha il diritto della sicurezza delle infrastrutture dedicate al trasporto. Questa è venuta a mancare, nel modo più tragico. Si legge sui giornali delle polemiche che da sempre hanno caratterizzato la vita del viadotto, a dimostrazione che si sapeva del pericolo, ed il pericolo ha potuto tranquillamente procedere fino a diventare realtà, a trasformare in tragedia la torre di Babele che ci siamo costruiti. Sempre più alta: che meraviglia, quasi due chilometri sopraelevati su un'intera città, sostegni da novanta metri, campate da duecento, che sviluppo, che futuro. Mancano solo il ponte sullo Stretto, i trafori, le funivie che hanno trasformato le Alpi in un Luna Park, e magari una rampa di lancio per lo Space Shuttle. Come ricordavo nel post precedente, avremmo dovuto inoltre costruire oltre venti centrali nucleari, pena il ritorno alla candela, negli spazi rimasti del Bel Paese, sperando che non fossero sismici.

Ma c'è ancora qualcuno che, a tragedia avvenuta, ci descrive in tv la bellezza del ponte Morandi di Genova. Ingegneri che ne magnificano le sorti, se non fosse crollato naturalmente. Un ponte "ardito", da fare visitare agli studenti, un simbolo dello sviluppo dell'Italia nel dopoguerra. Non fa male ricordare che all'epoca si trattava di un Paese dove i laureati in materie scientifiche e tecniche era una sparuta minoranza, dunque priva di confronto con linee di pensiero diverse, magari capaci di mettere in discussione la linea prevalente portando avanti un dialogo che sempre in questi casi si rivela costruttivo. Questo è accaduto in tempi recenti, sicuramente dopo il '67, nonostante anche oggi le conoscenze tecniche in Italia siano poco diffuse in generale. 

Ma è proprio sulla presunta bellezza del ponte Morandi che vorrei porre l'attenzione. Cominciando dal fatto che sin da quando visitai Genova la prima volta lo trovai orribile, un vero obbrobrio, un elemento fortemente deturpante l'armonia della città. Penso ancora esattamente questo: che quel viadotto fosse un obbrobrio. Non soltanto insicuro - e basterebbe già questo - ma brutto. Così brutto da influire pesantemente sulla percezione della bellezza della città. Siamo i pronipoti di coloro che hanno inventato e fatto il Rinascimento: sicuramente pronipoti degeneri.
Che dire poi del fatto che tutti tacessero? Dove sono quelli che si scagliano contro gli impianti eolici? Se deturpano il paesaggio, i viadotti come questo invece no?
Chiarisco subito che non tutti gli impianti eolici vanno bene, così come non tutti i viadotti sono da cancellare. Occorrerebbe una diffusa competenza tecnica, a partire dagli uffici comunali, e una diffusa competenza paesaggistica, capaci di contaminare anche la politica.
Ma ci accontenteremmo anche di una sana manutenzione di ciò che abbiamo già costruito, e del bene più prezioso che abbiamo, il nostro territorio. La più grande opera pubblica da fare in Italia riguarda la manutenzione dell'esistente, da farsi nei modi corretti secondo le tecniche migliori sul piano strutturale e ambientale. Per non correre il rischio di ritrovarci con un paio di linee ferroviarie Alta Velocità mentre tutto il Paese procede a manovella, con le lavagne multimediali dentro scuole che cadono a pezzi, o con "arditi" viadotti per aiutare lo spostamento dei giovani che scelgono di andare all'estero a vivere la propria vita.

Aggiungo soltanto che, sul piano politico, credo che la sinistra in generale, e il PD in particolare debba decidere da che parte stare: se continuare a sostenere un modello di sviluppo invasivo, affiancati in questo alla destra, o promuovere un tipo di sviluppo diverso, che oggi esiste ed è noto da tempo grazie soprattutto ad una parte della cultura ambientalista. In questi giorni, ed ancora una volta, non è emersa alcuna distinzione, alcuna analisi nel merito che ponesse le basi per una proposta politica autonoma e identificabile, diversa dalla destra. Speriamo nei tempi futuri, come sempre.

POLITICA
Su TAV e su TAP - e sulla politica
6 agosto 2018
In questo periodo sono tornati all'attenzione dei media due temi centrali da molto tempo, associati per la qualifica comune di "grandi opere": il TAV, il treno ad alta velocità Torino-Lione, e il TAP, il gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, di cui abbiamo già parlato in questo blog.
Vorrei affrontare il primo, riportando invece quanto già scritto nell'aprile dello scorso anno sul secondo.

In breve, il progetto di alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione nasce nei primi anni '90, con un primo studio di fattibilità e con il successivo inserimento della nuova linea fra i progetti europei prioritari nel settore dei trasporti. L'accordo fra Francia e Italia per la realizzazione dell'infrastruttura venne siglato una decina d'anni dopo, nel 2001. In seguito, fra progetti preliminari, osservatori tecnici, modifiche al progetto, e proteste degli abitanti delle località attraversate dalla linea, i lavori non partiranno mai, eccettuate alcune opere preparatorie. Attualmente è stato scavato poco più di un decimo di tutte le gallerie previste in totale per l'opera fra tunnel principale e gallerie accessorie. Nel complesso, il progetto definitivo approvato mostra un'opera rilevante: la tratta è lunga 65 chilometri, oltre 57 chilometri entro un tunnel da scavare nelle montagne, un costo totale stimato in 8,6 miliardi di euro, cofinanziati per il 40% dall'UE, il 35% dall'Italia, il 25% dalla Francia. La nuova linea connetterebbe Torino a Lione per 235 km affiancandosi alla linea storica.
Come si legge sul Sole24ore "il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti."  E' possibile trovare in rete molti dettagli dell'opera e dei lavori che essa comporta, stime dei costi della sua realizzazione e stime dei costi di un'eventuale rinuncia, quanti posti di lavoro sarebbero creati e quanti sono già attivi. 

Si tratta, come è noto, di una delle opere più contestate in assoluto, e le ragioni per realizzarla, o meno, non possono trovarsi nel prezzo che sarà necessario pagare - a questo punto, qualunque scelta si faccia - per portare avanti la stessa scelta. Certo sono valutazioni importanti ma non decisive: l'argomentazione più diffusa fra i fautori, quella dei due miliardi persi, è un argomento debole se paragonato alla reale utilità dell'opera, al tassello di una strategia, alla visione di futuro, anche industriale, che l'accompagna.
Originariamente, l'alta velocità Torino-Lione è stata concepita come parte integrante delle reti di trasporto europee, dovrebbe contribuire al trasporto di una quota maggiore di merci su ferro e fare parte in generale di una strategia di sviluppo economico che coinvolgerebbe il nostro Paese invece di lasciarlo fuori. Il progetto si basa su stime di flussi di traffico sulla direttrice in forte aumento nel corso dl tempo: si trova facilmente in rete un grafico molto esplicito, per esempio all'indirizzo in calce, che mostra una previsione fuori misura rispetto alla realtà. Far passare decenni per realizzare un progetto consente di osservare le previsioni su cui si fondava nella realtà, e in questo caso erano evidentemente gonfiate. Questa stima palesemente errata costituisce la principale contestazione da parte di coloro che sono contrari alla realizzazione dell'opera. Di recente, nel febbraio 2018, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri in un documento che si può scaricare all'indirizzo indicato sotto, ha riconosciuto che erano previsioni sbagliate e "smentite dai fatti". Può darsi che realizzando il TAV, come sostengono alcuni, poi il traffico aumenterebbe, ma se si intende convogliarlo su ferro invece che su gomma non si vede perchè contemporaneamente si realizzi anche il raddoppio dell'asse autostradale al Frejus, con seconda galleria.

Sul piano ambientale, va ricordato che le gallerie attraverso le montagne sono un danno enorme. Se ne parla poco, di ciò che accade quando si fa un traforo. Si tratta innanzitutto di lavorare in territori che, per fortuna, non sono ancora antropizzati, cementificati, industrializzati come le aree di pianura, territori dove ancora vivono gli animali selvatici, dove l'acqua compie il suo ciclo proprio attraverso i monti generando le sorgenti. La perforazione comporta la costruzione di cantieri, l'uso di macchinari adeguati, la produzione di rumore, l'estrazione di enormi quantità di terra e rocce, la costruzione di un qualsiasi tunnel causa un impatto rilevante sul percorso delle acque attraverso i monti. L'acqua piovana percola attraverso le strutture delle rocce, segue i suoi percorsi fino a "rinascere" nelle sorgenti, e dare luogo ai torrenti, ai fiumi, ai laghi. Una galleria comporta sempre l'interruzione del percorso dell'acqua e la contaminazione con i materiali utilizzati per la struttura. Spesso spariscono le sorgenti o i torrenti. Spesso vengo alterate, inquinate, rese instabili. Nessun progetto di traforo al mondo, per quanto studiato sul piano ambientale, potrà evitare queste conseguenze. 
Nel caso della Valle di Susa si parla di rocce con elevata presenza di amianto, su cui dover lavorare. C'è un sito del Politecnico di Torino che riporta una serie di studi che esaminano la questione in profondità con una visione completa, anche sul piano ambientale, lo indico fra gli indirizzi in calce. La lettura degli studi proposti porta una serie di problemi e aumenta i dubbi riguardo la realizzazione dell'opera.

E poi, c'è il piano politico. Credo che la fermezza e la durata negli anni delle proteste in Val di Susa  certifichino il fallimento della politica in questo frangente. Non si può realizzare una grande opera con la forza, contro gli abitanti delle zone interessate, fossero pure una minoranza ma non certo risicata, come sappiamo. Le frasi "slogan" dette anche in questi giorni, da destra e da sinistra, non fanno che aumentare il divario invece di cercare il confronto. Come si possa poi cercare il confronto ora, dopo decenni di scontro, è difficile a dirsi. Ma una cosa è certa: il metodo è stato sbagliato, fino dal principio. In un caso come questo, dove ci sono ragioni valide a favore, e ragioni altrettanto valide contro la realizzazione dell'opera TAV, arroccarsi su posizioni che sanno di imposizione è il peggior errore che si possa fare. La verità non si trova in tasca a nessuno, si tratta piuttosto di confrontarsi sul tipo di sviluppo con cui si intende governare il Paese.
Il 23 febbraio 2018 un gruppo di personalità ha sottoscritto un appello che mi sento di condividere e a cui aderisco: "La nuova linea ferroviaria Torino-Lione: riaprire il confronto", lo si può leggere al link in calce. Nell'appello si chiede di aprire una nuova fase. Non sarà facile, ma è la strada migliore da seguire.

Riguardo il Tap, riporto di seguito quanto ho scritto qualche tempo fa.
Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.
Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 
La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.

Dunque, sono favorevole al TAP nelle condizioni dette, mentre ho numerosi e profondi dubbi su TAV. Ma di una cosa sono certa: le scelte politiche vanno condivise con la popolazione, non è più tempo di grandi opere a caso, di cattedrali nel deserto, di concezioni dello sviluppo date per scontate come un percorso obbligato. D'altronde, a memoria ricordiamo facilmente le oltre venti centrali nucleari che a metà degli anni '80 avremmo dovuto realizzare pena la mancanza di elettricità ed il ritorno alla candela, le stesse riproposte dopo il black out del 2003 tanto le rinnovabili forniscono lo zerovirgola, o le decine di centrali turbogas autorizzate ben oltre le necessità, etc. Si potrebbe continuare a lungo. Ci fa piacere invece oggi avere un terzo dell'elettricità che consumiamo verde, nonostante i mille ostacoli...

Il grafico con le stime dei flussi di traffico:

http://www.today.it/cronaca/tav-documento-osservatorio-2017.html

Il documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/PDF/20180122_DOC_ME_FINALE_INTEGR_CIPE.pdf

Il sito del Politecnico di Torino:

https://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute

L'Appello citato:

http://controsservatoriovalsusa.org/159-riaprire-il-confronto


POLITICA
A volte ritornano (le notizie energetiche, poi di solito cadono nel vuoto del dibattito italiano)
2 luglio 2018
Dal prossimo 1° luglio, la bolletta elettrica per una famiglia media italiana in tutela aumenterà del 6,5%  mentre quella del gas crescerà dell’8,2%, secondo quanto riporta l'ARERA (Autorità di regolazione energia reti e ambiente). Le principali cause sono da ricercare nella situazione politica internazionale che ha determinato un aumento del prezzo del petrolio.
Secondo quanto si legge nel comunicato del 28 giugno scorso (scaricabile dal sito all'indirizzo in calce), "Le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio, cresciute del 57% in un anno e del 9% solo nell’ultimo mese di maggio, hanno pesantemente influenzato anche i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che del mercato tutelato. Andamenti che si riflettono sull’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela per il terzo trimestre 2018. Per il settore elettrico, allo scopo di mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura, l’Autorita` e` intervenuta con una modulazione degli oneri generali di sistema, in modo da ridurre l’aumento di spesa per i clienti domestici e non domestici, con pari effetti sia sul mercato tutelato che su quello libero. Di conseguenza, dal prossimo 1° luglio la spesa per l’energia per la famiglia tipo in tutela registrera` un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale, in controtendenza rispetto ai forti ribassi (-8% per l’elettricita` e -5,7% per il gas) del secondo trimestre 2018. Per il gas l’impatto sulla spesa per i clienti domestici risulta meno significativo in considerazione dei bassissimi consumi del periodo estivo."
Il comunicato contiene anche il dettaglio della bolletta, con le ripartizioni delle spese in riferimento alle varie voci.
Inoltre - spiega la nota - "il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il PUN – Prezzo unico nazionale) a maggio ha segnato decisi incrementi rispetto allo stesso mese del 2017 e il pre-consuntivo di giugno risulta in ulteriore aumento; nello stesso periodo, aumenti significativi si registrano anche in numerose borse europee".

Può darsi, come sostiene qualcuno, che non siano argomenti che portano voti alle elezioni, ma riguardano direttamente la vita delle persone, e infatti finiscono sulle prime pagine dei giornali quando c'è un aumento in atto che comporterà un incremento di spesa per le famiglie e i cittadini in genere. Dunque dovrebbero interessare la politica. In questo caso, per l'appunto, la notizia è arrivata sulle prime pagine e nell'apertura dei telegiornali. Poi, finisce lì, di solito. 
Dunque, dove nasce la contraddizione per cui un argomento non porta voti nonostante coinvolga direttamente la vita delle persone?  Nella grande maggioranza dei casi, gli eventuali interventi sul tema si limitano all'affermazione che gli aumenti sono indesiderabili ed è sicuramente colpa di coloro che li hanno decisi o permessi; non capita mai che qualcuno avverta la necessità di ragionare su un tema importante, di cercare e descrivere le cause di ciò che accade in campo energetico. Anche perché, trattandosi di un tema complesso, pochi sono in grado di analizzarlo, soprattutto se seguono i dettami di una modalità di comunicazione spicciola, dove il non sapere fa tanto "comunicazione diretta", e in fondo, simpatia (il caso vaccini docet). Sarebbe opportuno riprendere l'abitudine all'approfondimento, rinunciare allo slogan facile, insistere a voler entrare nel merito. Anche andando controcorrente, anzi soprattutto andando controcorrente.

Siamo riusciti nella prodezza, tutta italiana, di fornire un forte sostegno alle fonti rinnovabili per un certo periodo e poi improvvisamente interromperlo, con la conseguenza di far quasi sparire il mercato. Ai quasi 9.500 MW di fotovoltaico connessi nel 2011 rispondono i circa 300 MW del 2015, dopo lo stop verticale degli incentivi, mentre le imprese del settore hanno chiuso e i fondi sono passati ad altri mercati, perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro. Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati da continui cambi di direzione, normative scollegate dai decreti attuativi, informazioni al cittadino altalenanti e spesso oscure, nell'incapacità assoluta di mantenere una rotta - cuore del problema, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog. E' interessante osservare che l'assenza di una linea condivisa non ha riguardato le fasi di alternanza politica fra destra e sinistra (e già sarebbe deprecabile, in questo ambito) ma anche governi diversi sostenuti da maggioranze analoghe, a conferma della prima conseguenza dell'opinione diffusa fra i candidati che "questi argomenti non portano voti" quindi chi se ne importa. Al contrario, gli stessi costituirebbero un'occasione ampia, articolata e soprattutto molto concreta di arricchimento del dibattito politico.   
Certo, è stata fatta la SEN (Strategia energetica nazionale). Gli obiettivi, ora, della medesima richiedono un impegno a largo raggio, una road map coerente e quantificata, definita nel tempo, per essere raggiunti. Esiste già una bozza di Decreto per le rinnovabili che prevede nuovi incentivi, e si spera, nuovi sistemi di consumo, vedremo. 
E' tuttavia indispensabile una pianificazione che consenta di evitare di guidare a vista, come si è fatto finora. Serve nuovamente un percorso per le fonti rinnovabili elettriche, termiche, per i trasporti, che includa ed integri energia e clima - come previsto dal Piano Integrato che entro fine anno dovremo preparare e presentare nelle sedi dell'Unione Europea - e venga associato ad una adeguata politica industriale. Insomma si tratta dello sviluppo - vorremmo dire sostenibile - dell'Italia. E le cifre in bolletta che tutti noi paghiamo dipendono da questo, dal sistema cioè, da come è strutturato, dalla quota di petrolio e suoi derivati, da quella di gas, dalle rinnovabili e dai vari tipi di rinnovabili, dalle tecnologie utilizzate, dall'efficienza del sistema, dal mercato dell'energia.

Troppo poco per attrarre voti? 
Meglio un paio di slogan sull'immigrazione, magari, nel vuoto cosmico che caratterizza l'espressione politica italiana (fatte alcune, rare, eccezioni), guardandosi bene, anche in questo caso, dall'analizzare cause e cercare rimedi di portata adeguata, oppure un intervento sui vitalizi, orientando l'attenzione di tutti lontano dai fenomeni che stanno plasmando il mondo e verso un dettaglio che, come dice il nome, risulta da un taglio minuto dunque non serve ad inquadrare l'insieme.

Il comunicato dell'ARERA sugli aumenti in bolletta si trova ai seguenti indirizzi:

https://www.arera.it/it/index.htm#

https://www.arera.it/it/com_stampa/18/180628.htm




Novità in campo energetico dall'UE: rinnovabili al 32% (e dobbiamo rivedere la SEN)
16 giugno 2018
Ci sono novità dall'UE in campo energetico. E' stato raggiunto un accordo fra le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo, in cui sono state approvate due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti, che era stato adottato dalla Commissione europea nel novembre 2016. Un mese fa era stata adottata la prima, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia. La decisione aggiorna il quadro normativo Ue in materia.

In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.

Ancora non sono noti i dettagli, il testo deve essere approvato dal parlamento e dal consiglio europei, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo. 
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori.  Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023. 

Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno. 
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.


ECONOMIA
La transizione energetica è in atto, e non si fermerà. Ma occorre puntare sulle rinnovabili con decisione.
6 giugno 2018
L'Italia si trova al quinto posto nel mondo per potenza solare installata e al quarto posto per capacità fotovoltaica pro-capite. Questi sono i principali dati riguardanti il nostro Paese che emergono dal nuovo Rapporto sulle fonti energetiche rinnovabili "Renewables 2018 Global Status Report" di REN 21 (Renewable Energy Policy Network for 21st Century). Guardando bene, però, la buona posizione è stata ottenuta negli anni passati, mentre ora risulta evidente il notevole rallentamento delle nuove installazioni.

REN 21 è una rete internazionale di portatori di interesse nel campo dell'energia ed in particolare delle fonti rinnovabili, costituita da organizzazioni governative, non governative, scientifiche, industriali.  Ogni anno, dal 2005, propone il rapporto Renewables Global Status Report, a cui collaborano oltre 900 esperti, sulle politiche sull'industria e sul mercato delle energie rinnovabili.  Il sito è ben costruito e propone l'intero Rapporto, oppure gli highlights, infographics, dati e tabelle distintamente (l'indirizzo è in calce). I dati proposti sono estremamente interessanti, ed offrono una visione complessiva dello stato e delle tendenze nell'ambito delle energie pulite a livello mondiale. Molti ambiti richiedono una lettura diretta, ma possiamo riassumere qui alcuni dati degni di nota.

L'anno trascorso 2017 ha ruperato vari record per le energie rinnovabili, innanzitutto segnando la maggior crescita delle potenza installata e la maggior decrescita dei costi delle stesse, accompagnate ad una diffusione sempre più capillare nel mondo di normative e provvedimenti tesi a favorirle. Nel complesso i valori appaiono positivi.

Le fonti rinnovabili hanno costituito il 70% di tutta la nuova capacità di produzione elettrica globale, segnando il più grande aumento mai registrato.
La performance migliore è del fotovoltaico. La nuova capacità FV è aumentata del 29% rispetto al 2016, raggiungendo i 98 GW e superando la quota di nuovi impianti a fonti fossili (carbone, gas e
energia nucleare) insieme. A livello mondiale l’elettricità solare ha rappresentato il 55% della nuova potenza rinnovabile installata, seguita da eolico e idroelettrico con contributi che superano il 29% e
l’11%, rispettivamente. A fine 2017 sono stati raggiunti 2.195 GW di potenza, in grado di fornire il 26,5% dell’elettricità mondiale.

I dati non sono altrettanto buoni nei settori del riscaldamento e dei trasporti, che insieme rappresentano la maggior parte della domanda globale di energia. Si tratta degli ambiti dove è più difficile ridurre il ricorso ai combustibili fossili. Per quanto riguarda il riscaldamento, la maggior quota rinnovabile proviene dalle biomasse tradizionali, che rappresentano circa il 16,4% della domanda globale di calore. Nel settore dei trasporti, addirittura il 92% della domanda è soddisfatto da derivati del petrolio, mentre sono solo 42 le nazioni che hanno fissato obiettivi di sostenibilità ambientale.

Nel complesso, l'analisi mostra che le rinnovabili possono avere un ruolo centrale nel sistema energetico mondiale, sia nei Paesi di più antica industrializzazione, sia nei Paesi in via di sviluppo.  Il settore delle rinnovabili è un settore dinamico, capace di innovare i modelli di business e di indurre rapidi cambiamenti. Il punto centrale ora, come viene sottolineato nello studio, consiste nel passare da una transizione elettrica, già in corso, ad una transizione energetica, che sia capace cioè di includere tutti gli ambiti a cui si devono gli elevati consumi di energia mondiali.

In questo contesto, il nostro Paese non sfigura, soprattutto per la forte crescita del solare fotovoltaico indotta dagli incentivi in conto energia degli anni scorsi. L’Italia riesce a mantenere una posizione ottima piazzandosi fra i primi cinque Paesi al mondo per la capacità cumulata, dopo Cina, Stati Uniti, Giappone e Germania, ed al quarto posto per capacità pro-capite. A livello nazionale il fotovoltaico da solo nel 2017 ha contribuito a quasi il 9% della produzione elettrica nazionale, coprendo quasi l'8% della domanda. Forse qualcuno ricorda, senza polemica ma a beneficio della sostenibilità energetica, la crisi del 2003 con black out nazionale e l'opinione diffusa allora che con il solare avremmo raggiunto solo cifre decimali.

Purtroppo, non figuriamo ai primi posti per nuova capacità installata, un tema che va affrontato per non perdere quanto di buono si è fatto finora.
Nell'analisi specifica per fonte siamo in buona posizione anche riguardo la geotermia, siamo presenti nell'eolico, siamo troppo indietro nel solare termico. Ancora peggio nei trasporti, dove mancano decisioni forti in favore di un diverso modello di mobilità. Per contro, non figuriamo nell'idroelettrico pur avendone una buona quota perchè siamo superati da grandi Paesi, mentre l'efficienza energetica, anch'essa piuttosto buona nel nostro Paese, viene esaminata solo su scala globale.

Il Rapporto sostiene in buona sintesi che la transzione verso un nuovo modello energetico è da tempo iniziata e non si fermerà. Aggiunge però che non è detto che basti ad evitare un riscaldamento della temperatura media globale di 2°C, e ancor meno di 1,5°C (secondo l'Accordo di Parigi). Anzi, è molto probabile che non basti, perchè siamo costantemente in carenza di tempo: siamo più lenti dei processi naturali, mentre dovremmo accelerare la transizione per evitare le conseguenze peggiori.

Il sito dove si può scaricare il Rapporto di REN21:

http://www.ren21.net/gsr-2018/

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