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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

5,93 €/tCO2

(27/10/2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

"Previsone a 1 anno

del prezzo del petrolio:

92 $/bbl"

La precedente è la previsione di un anno fa (ad inizio 2015)


*

 

Previsione a 1 anno (da inizio 2016)

del prezzo del petrolio:

34 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 8.600 MW

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3 milioni m2 di pannelli

circa 2,1 GW termici

 

(dati Assolterm)

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

_____________________

 

 

 

A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV! (fortemente inquinanti)

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

*

 

 

 

C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di marzo:

 

La primavera consente buone osservazioni, le notti sono ancora lunghe, e la temperatura è migliore. L'Equinozio, il 20 marzo, segna l'inizio della Primavera astronomica.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

All'inizio del mese, Mercurio è inosservabile, ma poi arriva il periodo di migliore osservabilità del 2017. Bisogna guardare verso Ovest, in basso sull'orizzonte.

 

Venere

La stella più brillante del cielo è osservabile sull'orizzonte occidentale, luminosissima, all'inizio del mese tramonta quasi due ore dopo il Sole, poi scende velocemente. Bellissimo osservare le sue fasi al telescopio.

 

Marte

Il pianeta rosso è visibile nelle prime ore della sera basso sull'orizzonte occidentale.
 

Giove

Giove ritorna ad essere visibile intorno a mezzanotte sull'orizzonte orientale, grande e brillante. Sarà il protagonista delle serate nei prossimi mesi.

 

Saturno

 

Il pianeta degli anelli è osservabile nelle ultime ore della notte, basso in cielo a Sud-Est.

 

 

 

 * 

 

 

 

No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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SCIENZA
Gli ultimi dati sulla superficie ghiacciata artica mostrano una tendenza consolidata
27 settembre 2017
Nell'estate 2017 l’area coperta dai ghiacci nell'Artico si è ridotta fino a 4,64 milioni di kilometri quadrati, secondo i dati del National Snow and Ice Data Center (NSIDC, USA). Si tratta del quarto record negativo e dell'ottavo minimo da 38 anni, da quando cioè vengono rilevati i dati da satellite. Osservando il dato in prospettiva siamo quasi 1,6 milioni di kmq al di sotto della media degli ultimi 20 anni.
I dati dei rilevamenti scientifici e alcune immagini grafiche molto eloquenti si trovano nel bel sito dedicato all'Artico "The Arctic", con l'articolo "NASA: Arctic sea ice sinks to record lows for summer", e nel sito dell'NSIDC, agli indirizzi in calce.

Il clima artico è molto variabile e fortemente influenzato dall'oceano polare e dalle masse continentali. La regione nel suo complesso è, ovviamente, influenzata dalla presenza del Polo Nord. Le basse temperature sono la principale caratteristica climatica nella zona, ma ora il clima sta cambiando, e tutta l'area risente del riscaldamento globale. La quantità di ghiaccio che resta alla fine dell'estate, si legge sul sito, dipende dalle condizioni iniziali e dallo stato del clima successivamente. Degno di nota è il fatto che quest'anno i parametri climatici non hanno mostrato valori particolari, per cui la notevole riduzione della copertura ghiacciata dipende da un percorso modificato che oramai può considerarsi strutturale. In altre parole, questo stato di cose sta diventando la norma. All'estensione occorre poi aggiungere lo spessore del ghiaccio, che continua a diminuire.
Gli scienziati inoltre sottolineano che questa è una nota preliminare e nulla può escludere condizioni adatte ad un'ulteriore riduzione nei prossimi mesi.

La linea gialla nella figura è la media degli ultimi vent'anni, la superficie bianca rappresenta i rilevamenti di quest'anno.







L'immagine e la notizia sono tratte dai siti:

http://arctic.ru/environmental/20170920/678351.html

https://nsidc.org/arcticseaicenews/2017/09/arctic-sea-ice-at-minimum-extent-2/

SCIENZA
Buone notizie: l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C è realistico
20 settembre 2017
E' bello leggere buone notizie, e a volte se ne sente davvero il bisogno. Questa è una di quelle che ti cambiano la giornata.
Secondo un articolo uscito da poco sulla rivista Nature Geoscience, il mondo - vale a dire noi tutti - può ancora decidere di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C  rispetto alla media della temperatura nella metà del secolo scorso. L'obiettivo, incluso nell'Accordo di Parigi come aspirazione al miglior risultato raggiungibile, sarebbe realmente ancora possibile. Questa valutazione di grandissima importanza emergerebbe da una ricerca condotta dall'Università di Exeter, in collaborazione con l’Universal College London, l’Environmental Change Institute di Oxford e la Oxford Martin School.

L'Abstract dell'articolo scientifico ci ricorda che l'Accordo di Parigi ha aperto un dibattito sulla reale possibilità di raggiungere e non superare 1,5°C di incremento della temperatura globale media, compatibilmente con le emissioni correnti e con l'aumento già avvenuto di circa  0,9°C  rispetto alla media calcolata sui decenni intorno alla metà del novecento. Restare entro quella cifra appare difficilissimo, e sono in molti a ritenerla troppo vicina ai valori già raggiunti per rappresentare un obiettivo realistico. Per contro, la speranza di riuscirvi è forte, per limitare i danni di un cambiamento al sistema climatico che già oggi - a più 0,9°C - provoca danni evidenti e alterazioni preoccupanti a parametri fondamentali. Se l'Accordo stabilisce la volontà collettiva di limitare l'incremento di temperatura ai 2°C, indica l'obiettivo desiderabile di 1,5°C per contenere ancor di più l'aumento e limitare il più possibile il cambiamento climatico di origine antropica.
Lo studio britannico mostrerebbe che contenere le emissioni climalteranti cumulative dopo il 2015 a circa 200 GtC limiterebbe il riscaldamento globale  a meno di 0,6°C nel 66% dei modelli del sistema Terra senza intervenire sugli altri parametri climatici, quota che crescerebbe fino a 240 GtC  a condizione che oltre alla CO2 siano controllati anche altri gas serra. Assumendo un picco delle emissioni e un successivo calo al di sotto dei livelli correnti per il 2030, e continuando poi con un calo più rilevante ma consistente con uno scenario realistico di forte mitigazione si ottiene un picco nella temperatura compreso entro un range fra 1,2°C e 2,0°C. Continuando nel corso del tempo con scenari opportuni di aggiustamento si riuscirebbe a limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C  entro questo secolo. Lo studio, che si differenzia da molti altri più pessimisti sui risultati, ricorre a dati più aggiornati.
Emerge dalla ricerca che si tratterebbe di un notevole, virtuoso e continuo impegno, ma il risultato potrebbe in tal modo essere alla portata della nostra società, senza implicazioni così gravose da mettere in pericolo il nostro sviluppo e la nostra coesistenza civile. Una possibilità concreta.
Viene da pensare che probabilmente la nostra società verrebbe esposta a gravissimi rischi per la sua sussistenza se non lo facciamo.

La responsabilità che grava su di noi che viviamo questa epoca è enorme: il futuro della civiltà umana così come l'abbiamo conosciuta spetta in gran parte alle decisioni che sapremo prendere ora. Questo è un momento cruciale della Storia, e siamo noi che lo viviamo coloro che hanno la possibilità di effettuare scelte capaci di orientare il cammino futuro verso una sconfitta con conseguenze potenzialmente gravissime o verso un miglioramento capace di conservare tutti gli elementi fondamentali e indispensabili costituenti del mondo che conosciamo.


La ricerca in oggetto è la seguente:

"Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5°C"

Richard J. Millar, Jan S. Fuglestvedt, Pierre Friedlingstein, Joeri Rogelj, Michael J. Grubb, H. Damon Matthews, Ragnhild B. Skeie, Piers M. Forster, David J. Frame, Myles R. Allen, Nature Geoscience 2017. Published online 18 September 2017

http://www.nature.com/ngeo/journal/vaop/ncurrent/full/ngeo3031.html?foxtrotcallback=true

SCIENZA
L'importanza della deforestazione
11 settembre 2017
Quando si affronta il tema del cambiamento climatico, usualmente si punta l'attenzione sulla necessità di ridurre l'uso di combustibili fossili e promuovere fonti di energia rinnovabile, mentre sarebbe bene pensare anche all'uso del suolo e alla deforestazione. Secondo uno studio della Cornell University, di recente pubblicato, la deforestazione ed il conseguente uso del suolo per agricoltura e pastorizia, in particolare nelle zone tropicali, contribuiscono al cambiamento climatico più di quanto in precedenza si ritenesse.
L'articolo dal titolo “Are the Impacts of Land Use on Warming Underestimated in Climate Policy?” è stato pubblicato lo scorso 2 agosto in Environmental Research Letters (indirizzo web in calce).

In particolare, lo studio evidenzia che prevale attualmente una forte sottostima del fenomeno. Addirittura, anche nell'ipotesi di eliminare tutte le emissioni da fonti fossili, se la velocità attuale a cui vengono abbattute le foreste tropicali persistesse per un secolo si verificherebbe ugualmente un aumento di 1,5 gradi della temperatura globale media. Un dato estremamente significativo. Il meccanismo coinvolge sia il biossido di carbonio (CO2) contenuto nelle piante e rilasciato durante il taglio o l'incendio, sia altri gas serra, come gli ossidi di azoto e il metano, emessi nel cambio di uso dello stesso territorio destinandolo all'agricoltura o all'allevamento. Si tratta di composti con forte capacità di trattenere energia all'interno dell'atmosfera: si pensi che il metano ha un GWP (Global Warming Potential, una misura della capacità di trattenere il calore) 28 volte quello del CO2, e che l'ossido di diazoto ha un GWP 265 volte il CO2. 
Nell'articolo si specifica che le cause e gli effetti del fenomeno vanno esaminati su un periodo di tempo sufficientemente lungo, tenendo conto che tutti gli aspetti sono distribuiti su un arco di tempo superiore al secolo, e che con il cambiamento climatico l'ambiente terrestre avrà a che fare per i prossimi secoli.

Research: Climate impacts of land use are underestimate. By David Nutt, August 30, 2017.

http://news.cornell.edu/stories/2017/07/research-climate-impacts-land-use-are-underestimated

POLITICA
L'adattamento al cambiamento climatico
25 agosto 2017
Di primaria importanza nei prossimi anni sarà il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, con il quale si cercherà di avviare il nostro Paese su un percorso di resilienza rispetto alle modifiche al sistema climatico in atto a livello globale. Un percorso del genere non soltanto è utile alla tutela della salute e del territorio, ma riveste un ruolo fondamentale nella competitività di un Paese avanzato. 

L'Italia è colpita dai cambiamenti in atto nel sistema climatico ed il fenomeno è ormai sotto gli occhi di tutti, con un aumento dei picchi di calore estivo, la diminuzione delle precipitazioni diffuse e il concomitante incremento delle precipitazioni brevi e intense, l'accorciamento del periodo freddo invernale e le diminuzione delle precipitazioni nevose. Le conseguenze riguardano principalmente la riduzione delle riserve d'acqua nei ghiacciai montani, il cambio nel regime idrico in agricoltura, l'arrivo di specie estranee ai nostri habitat, con conseguenze anche sulla salute umana, i picchi di calore e la formazione del fenomeno "isola di calore" nelle città, l'aumento del livello del mare con fenomeni intensi di intrusione dell'acqua salina nei corsi d'acqua in entroterra, l'aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi, come alluvioni. L'estate in corso inanella una serie di ondate di caldo "africano" mai vista: siamo ormai (a fine agosto) alla settima. 
L'adattamento è tema centrale, e le politiche adottate saranno di grande rilevanza in futuro. Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici è ora in consultazione pubblica, e lo sarà fino al prossimo 15 ottobre 2017. Secondo quanto si legge sul sito del Ministero dell'Ambiente (all'indirizzo in calce) "Il ministero dell'Ambiente  e della Tutela del Territorio e del Mare, in linea con i principi di trasparenza e partecipazione, ha avviato una consultazione pubblica rivolta a cittadini, istituzioni, mondo associativo e portatori di interesse, per la presentazione della prima stesura del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici elaborata dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, finalizzata ad acquisire osservazioni utili alla elaborazione della versione finale del documento". Dunque, il Ministero propone a cittadini e istituzioni, mondo della ricerca, associazioni e a in generale tutti i portatori d’interesse a confrontarsi sul testo del Piano, in vista dell’elaborazione della versione finale del documento. 

Il Piano proposto, che è stato elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (indirizzo in calce), costituisce il quadro aggiornato delle tendenze climatiche in atto a livello nazionale e determina in base alle attuali conoscenze i probabili scenari climatici futuri.  Esso individua poi possibili azioni di adattamento, con i mezzi per valutarne l’efficacia. Vengono analizzati gli aspetti locali, evidenziando aree e settori maggiormente a rischio. Attraverso un insieme di indicatori, vengono definite le macro-regioni climatiche e le cosiddette “aree climatiche omogenee”, in base a condizioni climatiche attuali e passate simili, o a uguale condizione climatica attuale e stessa proiezione climatica futura.
Il CMCC utilizza un modello climatico regionale ad alta risoluzione ottimizzato per l’Italia. Secondo quanto si legge sul sito, COSMO-CLM è un modello climatico regionale realizzato a partire dal modello operativo meteorologico COSMO LM, sviluppato inizialmente dal servizio meteorologico tedesco DWD e, in seguito dal consorzio europeo COSMO. Esso è attualmente sviluppato all’interno della CLM-Community, cui il CMCC partecipa  dal 2008.
Il modello può essere utilizzato per effettuare simulazioni climatiche con risoluzioni spaziali comprese nell’intervallo tra 1 e 50 km. Per fare un esempio, il cambiamento è descritto dai dati che riguardano le temperature sul numero di giorni in cui le massime supereranno i 29 gradi centigradi. Nelle estati dei tre decenni che termineranno nel 2050, questo succederà, in media ogni anno, per ben nove volte di più di quanto non sia accaduto nei tre decenni che hanno preceduto il 2010. A questo dato si associa una riduzione delle precipitazioni che nelle stagioni calde diminuiranno del 22% e in primavera la diminuzione risulta al 13%. Le precipitazioni in autunno, invece, faranno registrare un lieve aumento, del 5% al Nord e del 10% al Sud. Evidentemente, si tratta di dati particolarmente rilevanti in vista di una pianificazione degli usi della risorsa idrica, uno degli aspetti che preoccupano di più, e della risposta, anche edilizia e urbanistica, che occorre dare all'aumento delle temperature.

Insomma, non si tratterà della catastrofe prossima ventura se sapremo trovare risposte adeguate, ma il cambiamento climatico è una sfida formidabile - forse la maggiore - alla razionalità, alla capacità organizzativa, alla qualità della gestione della cosa pubblica (in questo caso, la primaria, ovvero l'ambiente).

Per saperne di più sul Piano di cui si è detto, i link del Ministero dell'Ambiente e del CMCC sono i seguenti:
http://www.minambiente.it/pagina/consultazione-su-piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici

http://www.cmcc.it

ECONOMIA
Energie pulite in grande ascesa, nonostante tutto (anche in America)
12 agosto 2017
In un'analisi di Bloomberg descritta in un articolo pubblicato in rete ("The Cheap Energy Revolution Is Here, and Coal Won’t Cut It", a firma di Tom Randall, il link si trova in calce) lo stato delle cose in materia di energia nel mondo appare molto diverso da quello che vorrebbe costruire il Presidente Donald Trump, anche negli stessi Stati Uniti, dove il declino del carbone - molti ricorderanno le immagini del Presidente USA che per descrivere le sue intenzioni in campo energetico mima il gesto del minatore al lavoro - è sempre più evidente. Lo scenario energetico mondiale sta cambiando sotto l'influsso di forze potenti: le nuove tecnologie, i vincoli derivanti dai cambiamenti climatici, un mercato che ormai si è aperto alle fonti rinnovabili. Non sembra che qualcuno possa davvero resistervi, nemmeno nel Paese che per anni ha dato il contributo più intenso alle emissioni inquinanti che causano variazioni al sistema climatico ormai ben più che ipotetiche o opinabili.
Con 15 grafici viene descritta la situazione, che nel complesso appare come un'istantanea di un ambito in sempre più rapida evoluzione. Su tutte, la notizia che l'energia solare per la prima volta diventa la nuova forma di elettricità più a buon mercato nel mondo.

1. Gli investimenti in potenza rinnovabile sono oggi il doppio di quelli in fonti fossili. I sussidi hanno aiutato solare ed eolico, ma ora sono le economie di scala a guidare la caduta dei prezzi;
2. Nel mondo la generazione non è mai stata così pulita (ed escludendo il grande idroelettrico);
3. Anche in America le cose si muovono, e in alcuni Stati degli Stati Uniti le percentuali di rinnovabili sono elevate quanto quelle dei migliori Stati Europei;
4. A fronte di una domanda di elettricità calante, la potenza eolica e solare in US è in forte aumento;
5. La generazione a carbone registra un forte calo negli ultimi dieci anni;
6. La capacità utilizzata in USA è in calo. Anche l'occupazione risente del cambiamento: lo Stato della California da solo impiega più persone nell'industria solare che l'intero Paese nel carbone;
7. Gli impieghi legati al carbone vengono progressivamente rimpiazzati dalle macchine;
8. Con meno energia si produce più ricchezza (ma questo è dovuto anche alle tecniche invasive di estrazione dello shale gas in America);
9. La produzione di petrolio e gas cresce;
10. Ma l'efficienza dei veicoli aumenta notevolmente;
11. Si prevede una forte penetrazione nel mercato delle auto elettriche;
12. Mentre le batterie stanno migliorando prestazioni e prezzi;
13. Anche negli USA le emissioni stanno calando notevolmente, e l'obiettivo dell'accordo di Parigi nel complesso non appare fuori portata;
14. La spesa degli americani in energia è in forte calo;
15. Infine, il mondo ottiene più energia spendendo meno.

Sarebbero necessari maggiori dettagli, ma come veduta d'insieme si tratta di una situazione che lascia la porta aperta alla speranza. Nonostante il rifiuto che l'Amministrazione Trump ha posto all'Accordo di Parigi (raggiunto a dicembre 2015, quando il Presidente era Obama, che aderì) questi dati oggettivi mostrano un percorso ormai avviato. Il ruolo degli USA è fondamentale, visto che si tratta tuttora del Paese con le più elevate emissioni pro-capite, secondo come emissioni totali dopo il sorpasso della Cina, ed ovviamente estremamente influente sul piano politico. E' particolarmente importante sostenerlo e perseguire a livello mondiale questa direzione, tenuto conto anche del fatto che gli obiettivi di Parigi potrebbero non bastare e che, prima o poi, la decarbonizzazione dell'economia dovrà diventare realtà concreta.

L'articolo con i grafici citati si trova al seguente indirizzo:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-04-26/the-cheap-energy-revolution-is-here-and-coal-won-t-cut-it

ECONOMIA
Energia: la lunga strada dei Trasporti
3 agosto 2017
Il settore dei trasporti si presenta come uno dei più energivori e insieme uno dei più complessi da rendere ambientalmente sostenibile. Proprio per questo settore specifico la UE ha posto l'obiettivo di sviluppo delle fonti rinnovabili del 10% al 2020 (fissato dalla Direttiva 2009/28/CE), mentre nuovi obiettivi di riduzione dei consumi sono gia` oggetto di discussione per il 2030. Non manca molto tempo a queste date, e la diffusione di fonti rinnovabili nei trasporti non è cosa semplice e stenta a decollare. Per contro, essa avrebbe conseguenze importanti in vari aspetti, da quelli sociali a quelli ambientali più evidenti, a quelli economici e geopolitici.
Per questo il GSE propone, in una nota uscita lo scorso mese di luglio, un quadro completo dei consumi energetici nel settore trasporti ed il percorso per il raggiungimento degli obiettivi UE al 2020 con dati aggiornati a fine 2015 (GSE "Consumi di energia nel settore Trasporti", luglio 2017).

Il settore, che incide sui consumi energetici nazionali complessivi per il 34%, usa 36,3 Mtep di prodotti petroliferi, 1 Mtep di gas naturale, 1,2 Mtep di biocarburanti, 0,3 Mtep di elettricità da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda la recente variazione, i consumi complessivi sono diminuiti nel 2015 di circa 550 ktep rispetto all'anno precedente, valore che corrisponde a - 1,4% in termini percentuali, ed in generale è fra i più bassi dell'ultimo decennio. Risulta evidente la predominanza dei prodotti petroliferi, anche se in diminuzione quasi costante nel corso degli ultimi dieci anni. Anche l'andamento tendenziale dei consumi energetici complessivi del settore registra un calo (-12% rispetto al 2005), ma rimane inferiore a quello rilevato dai consumi finali dell’intera economia (-15%), a prova del fatto i trasporti resistono anche alla crisi economica.

Ricordiamo che la Direttiva 2009/28 del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell’uso delle fonti rinnovabili assegna all’Italia due obiettivi vincolanti:
raggiungere entro il 2020 una quota dei consumi finali lordi complessivi di energia coperta da FER almeno pari al 17%;
raggiungere entro il 2020 una quota dei consumi finali lordi di energia nel settore Trasporti coperta da FER almeno pari al 10%.
Mentre il primo obiettivo è già stato raggiunto, il secondo no, ed essendo stato distinto da quello complessivo occorre verificare la situazione in vista del suo raggiungimento.

Secondo quanto riporta il GSE, nel 2015 la quota dei consumi finali lordi complessivi di energia nel settore trasporti coperta da FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) risulta pari al 6,4%, in aumento rispetto all’anno precedente di circa +1,4% in termini assoluti. La distanza assoluta dal target 2020 da coprire nel quinquennio 2016-2020 e` perciò pari a 3,6%. Questo significa che non siamo a zero,  ma che c'è ancora molto lavoro da fare. 
Le tabelle con i dati presentate nello studio GSE inoltre, non distinguono il biogas dagli altri biocarburanti o dal gas naturale di origine fossile; il biogas è gas ottenuto da appositi impianti che operano con scarti vegetali, zootecnici, o da culture dedicate, che dopo un processo di upgrading è del tutto simile al metano e può essere immesso nella rete del gas o utilizzato come combustibile alternativo per i trasporti.

La nota del GSE si trova al seguente indirizzo:

http://www.gse.it/it/salastampa/news/Pages/Consumi-di-energia-nel-settore-Trasporti-pubblicate-le-analisi-GSE-.aspx


PS.
Il cambiamento climatico quest'anno e in particolare questa estate si palesa a chiunque, e la tendenza in atto ormai risulta evidente a memoria, se non si vogliono scorrere i dati scientifici. Quasi ogni anno e' più caldo del precedente, o di uno dei precedenti più prossimi, e la crescita delle temperature medie sembra un fatto accertabile a casa propria. I grandi ghiacciai alpini, Monte Bianco, Adamello, Marmolada, non si vedono quasi più, la montagna e' grigia, i trenta gradi arrivano a superare quota mille. Sono già alcuni anni che non nevica a quote di pianura, le piogge diffuse si sono fortemente ridotte, quelle violente sono sempre più concentrate e brevi. Le coltivazioni, gli allevamenti, gli ecosistemi, la salute umana ne risentono in misura grave. Questo per dire che la necessità di agire con determinazione su più fronti, adattandosi e contestualmente riducendo le cause di origine antropica del fenomeno, non è un optional, e' vita vera.

SOCIETA'
Manca l'acqua (per una gestione corretta di una risorsa preziosa)
27 luglio 2017
Fra incendi, siccità, e temperature sopra la media non si sa quale argomento affrontare in questi giorni occupandosi di ambiente. Manca l'acqua? In realtà no; il problema è che l'acqua si trovi dove serve. E certamente in questo periodo non si trova per l'agricoltura, per l'industria, per la produzione di energia termoelettrica, e per gli usi domestici quanta ne servirebbe. Dopo mesi di scarse piogge, persino in primavera, ora il terreno è arido, gli invasi in calo, i fiumi a secco. 

In realtà, l'acqua che utilizziamo è solo una minima parte del totale: sulla Terra, l'acqua si trova al 97,3% negli oceani, al 2,1% nei ghiacci, per lo 0,6% nelle acque sotterranee e per lo 0,01% in laghi e fiumi. A queste percentuali si aggiunge il vapore acqueo in atmosfera. Il ciclo dell'acqua porta le piogge, non secondo schemi definiti, ma secondo cicli climatici locali variabili entro limiti noti dai dati scientifici, o dall'esperienza umana, da molto tempo. Ora le condizioni di tale variabilità sono profondamente alterate dai cambiamenti climatici generati dal surriscaldamento globale che interessa l'intero pianeta: se prima potevamo aspettarci condizioni meteorologiche diverse ma abbastanza prevedibili, salvo eventi eccezionali, ora stiamo andando incontro ad una nuova forma di variabilità fuori dai parametri tradizionali. Come dire che l'eccezionalità diventa la normalità, in un sistema climatico influenzato da una diversa composizione atmosferica - alla quale abbiamo contribuito con emissioni continue di composti vari. 

Secondo l'ISTAT, che ha pubblicato alcuni dati interessanti lo scorso mese di marzo, a partire dagli anni ’80 i ghiacciai alpini sono gradualmente regrediti, in un processo nemmeno troppo lento culminato nel 2007 con il 99% dei ghiacciai monitorati in ritiro, cifra che è poi ridiscesa nel 2014 alla comunque notevole percentuale dell'88%. Dei circa 250 kilometri cubi di ghiaccio presenti sulle Alpi a metà dell'800 ne restavano circa 150 kilometri cubi negli anni ‘70, e soltanto 80 kilometri cubi nel 2011. Nel recente periodo, il processo di scioglimento dei ghiacciai montani ha accelerato: soltanto il ghiaccio perso sull’arco alpino dagli anni ’80 a oggi corrisponde, in termini di volume d’acqua, a circa quattro volte la capacità del Lago Maggiore. Sono dati impressionanti che testimoniano la velocità e l'intensità dell'aumento della temperatura globale media attraverso uno dei suoi effetti diretti. 
Sempre secondo l'ISTAT, in Italia nel 2015 non ha raggiunto gli utenti il 38,2% dell’acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione dei comuni capoluogo di provincia. La quota dispersa è andata aumentando nel corso degli anni. dato che era il 35,6% nel 2012. La dispersione dell'acqua non è identica in tutto il territorio nazionale: si va dal 17% nella Lombardia al 69% nella Basilicata, passando per tutte le cifre intermedie (in Emilia-Romagna il 28%, a Roma il 44%). Oltre la metà dell'acqua utilizzata (il 51%) serve per l'irrigazione, il 20% per gli usi civili.

Il problema però dello spreco di acqua potabile è reale, ma non è l'unico aspetto della questione. Certamente dove le perdite sono maggiori, e la disponibilità è minore, come al Sud, è giusto intervenire sulle infrastrutture. Ma il problema non si risolve soltanto costruendo nuovi invasi o acquedotti, è necessaria piuttosto una gestione corretta della risorsa acqua. La conservazione dell'acqua piovana, per fare un esempio, può essere fatta localmente per destinarla a tutti gli usi che non richiedono acqua potabile. Su un piano più vasto, è necessario ricostruire l'ecosistema idrico, non soltanto il sistema idrico, proteggendo le falde, ripristinando le funzioni ecologiche delle zone umide, recuperando i reflui nelle zone urbane per depurarli e riutilizzarli. E' necessario un nuovo sistema costruito in un'ottica di interscambio fra fornitori e cittadini, che non saranno più soggetti passivi di una fruizione dall'alto verso il basso, ma attori capaci di intervenire allo scopo di rendere più efficiente l'insieme e se occorre di conservare una risorsa preziosa, che lo sarà sempre di più in futuro. 
Adattarsi fin da ora ai cambiamenti climatici sarebbe opportuno, visto che in una certa misura - speriamo la minore possibile - saranno inevitabili. Lo si può certamente fare. 

POLITICA
Si fa presto a dire progressista (per un centrosinistra unito che guardi avanti)
12 luglio 2017
Il periodo storico che stiamo vivendo è inevitabilmente caratterizzato da cambiamento. Alcuni sintomi portano a tale conclusione: la crisi economica che perdura da anni e colpisce in misura diversa ma con eguale diffusione i Paesi europei ed il mondo occidentale, e che sembra sempre più una crisi di sistema, le grandi migrazioni di persone da Paesi poveri o sedi di conflitti armati verso Paesi più ricchi, la crescita delle diseguaglianze e la polarizzazione dei redditi,  la crisi ambientale che dopo due secoli di prelievo di risorse in quantità ben superiori a quanto mai fatto prima e rilascio di rifiuti riguarda l'intero pianeta ed i suoi equilibri ecologici, l'evidente difficoltà nel gestire fenomeni come la digitalizzazione con conseguente riduzione della necessità di lavoro o la globalizzazione, segnalano la presenza di una fase evolutiva che richiede attenzione e analisi. Se il cambiamento avverrà per il meglio, o per il peggio, saremo noi, l'attuale generazione, in larga misura a deciderlo, visto che il processo evolutivo in questione non è esclusivamente determinato da condizioni di partenza ma è largamente influenzato da decisioni politiche.
La capacità di vedere le cose con lungimiranza ha perciò un'importanza speciale, e riguarda tutte le formazioni politiche, ed in particolare il centrosinistra, per sua natura "progressista". Per fare questo è necessario almeno impostare un'analisi dei fenomeni in corso, per partire, e farla seguire da un'elaborazione fondata sull'oggi, non sul passato, con tutto il rispetto per il passato medesimo, per poi giungere alla costruzione di una proposta politica. Questo compito spetta, nel nostro Paese, ad un centrosinistra largo, inclusivo, che sappia anteporre gli interessi comuni ai particolarismi di varia natura che hanno sempre bloccato i processi di questo tipo sul nascere. La necessità di un'operazione di questo genere è avvalorata dalla crisi identitaria di cui la sinistra soffre, dall'offuscamento dei suoi contorni, dal conseguente allontanamento di moltissime persone che non si sentono più rappresentate e spesso fanno persino fatica a capire quale tipo di rappresentanza si offre loro.

Qualcosa si muove, nell'area di centrosinistra del nostro Paese, con tentativi di costruire unità a partire da divisioni. Si tratta di operazioni meritorie. Ma va detto subito che se si arriverà ad una forma di unione di svariate sigle, ciascuna impegnata a piantare i propri paletti per costruire il proprio (piccolo) recinto, verrà meno il senso principale dell'operazione, quello appunto di costruire una vasta area capace dell'analisi, dell'elaborazione, e dell'offerta di possibili risposte ai problemi di cui sopra. I temi vengono prima dei propri interessi di bottega, e vengono prima anche delle ideologie, che spostano l'asse verso la purezza d'intenti allontanandolo dall'arte di governare.

Un altro punto mi sembra essenziale: che si usi la veduta lunga anche nel merito dei temi, come dicevo sopra, che si punti l'attenzione sull'oggi. Non si può più parlare di economia soltanto sulla base dei contenuti tradizionali, e lo stesso vale per il lavoro, per l'ambiente, per le cause delle (nuove, appunto) povertà. I temi principali sono interdipendenti.  Nella visione tradizionale, troviamo una formula economica di successo, che consenta la crescita, distribuiamo in modo tendenzialmente equo (o più equo di quanto fa la destra) i profitti della crescita, costruiamo un sistema di welfare che incrementi la distribuzione del benessere sociale, cerchiamo di contenere gli impatti ambientali, e creiamo posti di lavoro. Questa visione è, per esempio, alla base dell'ultimo libro di Romano Prodi (dal bel titolo galileiano "Il piano inclinato", Il Mulino). Il suo contenuto è, ben inteso, come sempre di grande interesse e ricco di spunti. Contiene una serie di indicazioni che se attuate porterebbero il nostro Paese ad un livello ben diverso dall'attuale, perché consentirebbero al nostro Paese di avanzare, invece di rimanere fermo (o quasi, senza sottovalutare le cose buone che sono state fatte) o avviato in un declino che sicuramente può essere invertito - tenendo presente che un piano inclinato se invertito diventa una salita.
Fatte quelle cose, però, si tratta ancora di guardare avanti. Per impostare economia e società italiane con lo sguardo al futuro e' indispensabile analizzare l'interdipendenza dei vari temi, accanto ai nuovi aspetti che gli stessi hanno assunto nel corso del tempo. L'economia deve (e dovrà sempre più) parlare il linguaggio dell'economia verde, delle innovazioni di processo e di prodotto per il contenimento degli impatti ambientali, dell'efficienza energetica e delle fonti di energia rinnovabile, dell'economia circolare, dell'economia sociale che sta nascendo, da sola, dal basso, dei numerosi fattori comuni allo stato dell'ambiente, a partire dell'uso che si fa delle risorse. Bisogna occuparsi della riduzione del lavoro nelle società avanzate, conseguenza della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, ragionando su come distribuire quello che può essere un beneficio e non soltanto un problema, ed è necessario affrontare il tema di come fenomeni in forte accelerazione come quello migratorio siano influenzati da desertificazione in conseguenza del cambiamento climatico, e non soltanto da guerre e conflitti locali. Il mondo sta cambiando, ed è soggetto ad evoluzioni che non erano - e spesso non sono - incluse nei modelli dell'economia classica, la società è in evoluzione secondo direttrici che esperti del settore tentano ora di interpretare, l'ambiente sotto la spinta antropica sta modificando i propri equilibri ed i propri sistemi secondo percorsi anch'essi allo studio ma assolutamente non trascurabili. Queste sono le condizioni di partenza di un futuro che dipenderà in grande misura dalle scelte che faremo noi oggi.

Sono in corso di elaborazione la Strategia Energetica Nazionale e la Strategia Energia e clima in ottemperanza dell'impegno preso con l'Accordo di Parigi stipulato alla COP21; la prima dal Ministero dello Sviluppo Economico, la seconda dal Ministero dell'Ambiente. Sicuramente c'è un raccordo fra i due Ministeri, ma questo è un esempio di separazione di tematiche che invece andrebbero insieme poiché sono strettamente interdipendenti. Forse, sarebbe stato meglio elaborare un unico piano per l'energia e per il clima portatore di una visione più ampia. Della SEN abbiamo già parlato in altri post, e ne parleremo ancora, ma mi limito ad osservare che le strategie energetiche e ambientali riguardano da vicino anche le politiche industriali che si intende portare avanti, grandi assenti da molto tempo che invece avrebbero bisogno di maggior attenzione.
ECONOMIA
Fonti rinnovabili crescono
9 luglio 2017
Nel caldo di queste giornate quasi non servono più i dati scientifici: possiamo ormai farci le statistiche autonomamente sull'andamento del cambiamento climatico. Ogni anno segue il precedente con i record raggiunti in qualche aspetto del clima stesso, il mese più caldo, l'anno più caldo, il periodo meno piovoso, etc. Ormai lo si può percepire senza bisogno di strumenti: il clima sta cambiando ad una velocità senza precedenti. La primavera appena trascorsa è stata caratterizzata da poche precipitazioni, è stata preceduta da un inverno mite, ed è stata seguita da un anticipo d'estate iniziato in maggio con temperature altissime ovunque in Italia che ancora persistono (in luglio). I dati informano che il mese di giugno appena trascorso è stato uno dei più caldi, in stretta competizione con il giugno 2003, l'anno della grande afa sahariana di oltre tre mesi di durata.

Dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici gli USA, come è noto, si sono sfilati, ma di certo non si sfileranno dai cambiamenti climatici stessi che insistono anche sul loro territorio. Secondo la NOAA, gli US hanno visto il secondo anno più caldo mai registrato, e hanno speso 9 miliardi di dollari in disastri ambientali inclusi 3 tornado devastanti.

La buona notizia è che anche in America il mercato delle rinnovabili si espande e la produzione cresce.  Le fonti rinnovabili non sono certamente l'unica soluzione al problema del cambiamento climatico, ma sono uno dei principali tasselli di una composizione molteplice finalizzata a ridurre e contenere le emissioni di gas climalteranti che modificano la composizione dell'atmosfera fino a causare un surriscaldamento che interessa tutto il pianeta.
Per la prima volta in oltre trent'anni negli Stati Uniti a marzo e ad aprile le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità degli impianti nucleari, secondo i dati forniti dall'EIA, l'Energy Information Administration, l'agenzia statistica indipendente del Dipartimento Usa dell'energia.
L'evento dipenderebbe da due fattori di carattere opposto:  la crescita delle rinnovabili e i programmi di manutenzione a cui vengono sottoposti gli impianti nucleari in primavera e autunno, quando la domanda elettrica complessiva è più bassa rispetto all'estate e all'inverno.
Comunque, un aumento della produzione dell'eolico che del fotovoltaico, unitamente all'aumento registrato nell'idroelettrico grazie a piogge e nevicate più intense negli Stati occidentali degli Usa durante l'inverno scorso, hanno comportato una crescita della generazione elettrica rinnovabile in primavera. Nello stesso periodo, la produzione di elettricità da centrali nucleari in aprile è stata la più bassa dal 2014, determinando così il primato delle rinnovabili.

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel mondo, è uscito il rapporto “Renewable Energy Statistics 2017 Yearbook” di IRENA, secondo il quale in 10 anni sarebbe raddoppiata la potenza. Dalle statistiche che riguardano circa 100 Paesi e le singole tecnologie utilizzate, emerge che nel
2016 sono stati superati i 2.000 GW installati. In 10 anni la potenza cumulativa delle rinnovabili è raddoppiata fino ad arrivare complessivamente a 2.008 GW, con un incremento di 161 GW. La generazione elettrica da rinnovabili nel 2015 ha raggiunto la cifra di 5.512 TWh. L'aumento risulta essere del 3,4% rispetto al 2014. Si procede verso i 6.000 TWh, una buona prospettiva.
In 9 anni si è registrato un incremento di quasi 2.000 TWh per quanto riguarda la produzione elettrica da rinnovabili, mentre la fonte verde maggiormente utilizzata è stata l’idroelettrico, per circa il 70%. Il 15% proviene invece dall’eolico.
Soltanto nell'anno 2015 si è avuto un relativo rallentamento dell’incremento annuale nella produzione idroelettrica a livello mondiale. In compenso si è registrata una crescita del solare del 13%, e dell’eolico, con il 15%.
POLITICA
Concluso il G7 di Bologna con un documento comune (con postilla USA)
9 luglio 2017
E' terminato con un documento votato all'unanimità il G7 sull'Ambiente tenuto a Bologna domenica 11 e lunedì 12 giugno, dopo un'intensa settimana "verde" ricca di incontri e dibattiti tenutisi in città. Gli USA, come era annunciato e persino prevedibile, hanno però indicato la loro diversa posizione con una postilla, una nota, in cui affermano di non aderire alla sezione del comunicato relativo al cambiamento climatico e alle banche multilaterali di sviluppo. 
Nella postilla, annotata nella sezione 2 del documento dedicata al cambiamento climatico, si legge: "Noi gli Stati Uniti d'America continuiamo a dimostrare attraverso l'azione, avendo ridotto la nostra impronta di CO2, come dimostrato dal raggiungimento a livello nazionale dei livelli di CO2 pre-1994. Gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi con i partner internazionali chiave in un modo che sia coerente con le nostre priorità nazionali, preservando sia una forte economia che un ambiente salubre. Di conseguenza, noi gli Stati Uniti non aderiamo a queste sezioni del comunicato sul clima e le MDB (banche multilaterali di sviluppo, n.d.r.), agendo così rispetto al nostro recente annuncio di ritirarci e cessare immediatamente l'attuazione dell'accordo di Parigi e gli impegni finanziari associati". La sezione 2 del documento comune è firmata soltanto dai ministri degli altri sei paesi del G7, e dall'Unione Europea. 

Il documento finale è notevole nei suoi contenuti, considerando tutte le difficoltà relative alla ricerca di un accordo e di un impegno fattivo comune alle economie più sviluppate del pianeta su temi ambientali. Lo si può scaricare all'indirizzo in basso. Credo che si possa affermare che il Governo guidato da Gentiloni, ed il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, abbiano fatto un buon lavoro nell'appuntamento G7 in generale, ed in quello ambientale in particolare. Bologna è stata vetrina nazionale ed internazionale per una settimana sui temi "verdi" e su tutti gli argomenti legati ai temi ambientali a largo raggio, dall'economia ai rifiuti, dall'energia ai mari e agli oceani, fino al cambiamento climatico, vero clou della manifestazione e tema evidentemente piuttosto ostico per i Paesi coinvolti per le implicazioni di carattere economico e industriale.
Un annesso al comunicato finale adotta la "Road map di Bologna", un'intesa della durata di cinque anni, sottoposta a revisione, atta a compiere "passi ulteriori per far aumentare l'efficienza nell'uso delle risorse". Una road map che vuol essere "un documento 'vivente' che dia priorità alle azioni che facciano avanzare la gestione dei materiali basata sul loro ciclo vitale" e "le 3R", cioè riduzione, riuso e riciclo.

Politicamente, è evidente che gli Usa sono isolati e che gli altri Sei andranno avanti tenendo fede agli impegni sul clima assunti con l'Accordo di Parigi. Gli stessi non sono rinegoziabili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno saputo superare un atteggiamento che li contraddistingue da sempre, e che li vede garanti di una forma di libertà presunta che non può sottostare alle regole della comunità internazionale. L'amministrazione precedente aveva fatto una scelta diversa, condivisa da molti anche negli US, ma non da tutti e non soltanto per il merito della questione ma anche per la difficoltà insita nel riconoscere un ruolo regolatorio necessariamente autorevole alla comunità internazionale.
I ponti comunque non sono stati tagliati. L'impegno per la tutela del sistema climatico è troppo importante sia per il mantenimento dell'ambiente in cui viviamo, sia al fine di programmare un futuro desiderabile, in cui economia, tecnologia, società, sviluppo siano propriamente colti nel loro effettivo legame e affrontati con coscienza della grandissima sfida che pongono all'umanità.

Il documento finale si può scaricare ai seguenti indirizzi:

http://www.minambiente.it/comunicati/il-comunicato-finale-del-g7


http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio_immagini/Galletti/G7/communique_g7_environment_-_bologna.pdf
SOCIETA'
Ma ogni sforzo sarà inutile se non si interverrà sul cambiamento climatico
3 aprile 2017
(ANSA) Anche la stampa 3D come possibilestrumento di salvezza per la Grande barriera corallinaaustraliana. L'ecosistema, come evidenziato da un recente studiosu Nature firmato da decine di scienziati, è nuovamenteinteressato da un maxi fenomeno di sbiancamento dei coralli dopoquelli devastanti del '98, del 2002 e del 2016 e ora alcuniricercatori puntano a creare con la stampa 3D delle protesi dicorallo che possano aiutare i "reef" a riprendersi. Il progetto è dell'Università di Sydney ed è partito con unamappa tridimensionale della barriera per capire doveintervenire. La tecnologia è nuova, spiega al Guardian laricercatrice Renata Ferrari Legorreta, e l'obiettivo è quello dicreare protesi ottenute da stampa in 3D dei coralli che faccianoda habitat per i pesci e da struttura di base su cui i corallipossano crescere. "Finora non abbiamo mai creato una barrieraartificiale che assomigli alla struttura di un reef naturale",spiega Ferrari. E con la stampa 3D "questo è il vantaggioprincipale": "forniamo ai coralli la stessa esatta struttura delloro reef perché ne abbiamo ottenuto i modelli prima chesbiancassero. Li abbiamo replicati".
Dopo aver testato la resilienza dei coralli ottenuti dastampa 3D in acqua, i ricercatori auspicano di "piantarne"alcuni sulla Grande barriera corallina già quest'anno. Tuttavia,sottolinea Ferrari, qualsiasi sforzo mirato sarà inutile se nonsi agirà globalmente sui cambiamenti climatici: è questa,spiega, la minaccia numero uno per le barriere coralline ditutto il mondo.  (ANSA).
POLITICA
Le scelte in materia di energia, fra gas e carbone (e il TAP)
31 marzo 2017
In questo periodo, alcuni fatti riguardanti l'energia e l'ambiente si offrono alla nostra riflessione. I dati sulla riduzione della superficie ghiacciata del Mare Artico confermano l'andamento degli anni scorsi, ad una velocità preoccupante a causa del riscaldamento globale causato a sua volta dalle emissioni da fonte energetica fossile, gli scienziati che studiano la Grande Barriera Corallina australiana, sede di un'enorme quota di biodiversità, ci informano che è da ritenersi praticamente morta, sempre a causa del riscaldamento globale, avendo superato il limite a cui si ritiene che possa rigenerarsi, il Presidente degli USA Donald Trump prevede di ritornare al carbone, creando nuovi posti di lavoro nelle miniere, e cancella le norme che Obama aveva voluto per contenere le emissioni nocive e climalteranti dell'industria e della trasformazione di energia statunitense (peraltro mai entrate in vigore), in Puglia si verificano manifestazioni e scontri a seguito dei lavori per realizzare la tratta italiana del TAP, il gasdotto Trans Adriatic Pipeline.

Alcuni leaders dell'Unione Europea hanno praticamente detto a Trump che se il mondo finirà sarà causa sua (nientemeno), e ancora una volta l'UE mostra di essere l'avanguardia mondiale delle politiche ambientali - in un contesto, ovviamente, industrializzato e di elevati consumi.
L'idea di tornare al carbone è la peggiore che potesse venire in mente ad un Presidente di un Paese altamente inquinante come gli Stati Uniti, un ritorno al passato del diciottesimo e diciannovesimo secolo con i minatori, il grisù, e le polveri di carbone, e al suo cospetto brilla di luce propria l'importanza delle scelte dell'UE, che dovrebbe trovare il modo di tirare fuori un po' di orgoglio per sè stessa, come sicuramente merita.

Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato principalmente per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.

Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 

La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.


il sito del Ministero dello Sviluppo Economico con le infrastrutture di importazione del gas naturale:

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/energia/gas-naturale-e-petrolio/gas-naturale/importazione


SCIENZA
Gli ultimi rilevamenti confermano il fenomeno della riduzione della superficie ghiacciata nel Mare Artico
14 marzo 2017

Nel grafico che segue, gli ultimi dati sull’estensione dei ghiacci artici.

Come mostra il grafico, con la superficie espressa in milioni di chilometri quadrati, l’estensione delll'area del Mare attorno al Polo Nord gelata è in costante diminuzione rispetto alla media degli ultimi trent’anni. I rilevamenti mostrano un andamento molto veloce di riduzione, che fa ipotizzare la prossima sparizione del ghiaccio artico, se non interverranno cambiamenti drastici nei livelli di emissioni inquinanti e climalteranti mondiali. Con conseguenze ancora soltanto ipotizzabili.



http://nsidc.org

POLITICA
Le politiche ambientali contano (anche in economia e finanza)
7 febbraio 2017
1. Le politiche ambientali
E' uscito il 6 febbraio il rapporto sull'attuazione delle politiche ambientali nell'UE redatto dalla Commissione Europea "Improving the implementation of European environmental policy" (indirizzo del sito della Commissione Europea in calce). Lo scopo del rapporto, dichiarato sul sito della Commissione, è trovare nuove modalità per aiutare gli Stati membri ad applicare le regole dell'Unione, che vanno a beneficio dei cittadini, delle amministrazioni, dell'economia. Il rapporto mostra, per esempio, che la prevenzione della produzione di rifiuti resta una sfida importante per tutti gli Stati membri, o che il problema della qualità dell'aria affligge 23 Stati su 28, mentre una serie di cause all'origine delle problematiche rilevate accomunano tutti: scarso coordinamento fra i diversi livelli amministrativi, insufficienza di dati, di conoscenze, di capacità.
Risulta dal Rapporto che il nostro Paese presenta tre principali questioni da risolvere per allinearsi agli standard richiesti in sede comunitaria:  gestione delle acque reflue, soprattutto al Sud, inquinamento atmosferico, in questo caso al Nord, e lacune nel processo di designazione dei siti 'Natura 2000'. Si tratta, sottolinea l'esecutivo UE, di problemi la cui soluzione è resa più difficile da "conflitti di sovrapposizione" tra amministrazioni locali e quella centrale.
Nel documento si segnalano anche alcuni punti di eccellenza italiani, come gli approcci innovativi nei progetti Life e gli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes) sviluppati da Istat e Cnel. I problemi però restano e riguardano temi importanti, come rifiuti, acque reflue, smog nei centri urbani e designazione delle Zone Speciali di Conservazione previste dalla Direttiva Habitat, su cui Bruxelles ha aperto diverse procedure di infrazione.
Il rapporto sottolinea anche il significato per l'economia di corrette politiche ambientali: l'attuazione della legislazione comunitaria in materia potrebbe far risparmiare ben 50 miliardi di euro ogni anno, in costi diretti, e indiretti come le spese sanitarie dovute a danni di origine ambientale.

Un riconoscimento delle conseguenze economiche e finanziarie di rilevanti tematiche ambientali come il cambiamento climatico viene anche dalla Banca d'Italia. Si legge su Wall Street Italia che i rischi legati al cambiamento climatico possono avere conseguenze di una certa portata anche sull’economia e i mercati finanziari non ne tengono conto, e a dirlo è il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, aprendo i lavori di un convegno sulla finanza sostenibile. 
“I mercati probabilmente stanno sottoprezzando i rischi legati al clima perché pensano che gli effetti si materializzeranno soltanto nel lungo termine. La crisi finanziaria del 2007 ci ricorda i costi sociali ed economici del sottovalutare e sottoprezzare il rischio”. Signorini ha sottolineato che il mondo si sta riscaldando ed è onere delle autorità di vigilanza finanziaria prendersi cura di tali problemi. “Questo perché gli effetti degli eventi naturali collegati al clima hanno potenzialmente conseguenze di vasta portata per l’economia e il sistema finanziario”.
Si tratta di un tema di vasta portata in cui la questione del rischio, reale e percepito, lega l'andamento dei mercati alle conoscenze scientifiche sui cambiamenti che interessano - e interesseranno in futuro - il sistema climatico. 
Tali cambiamenti influenzano sicuramente l'economia, su scala globale e su scala locale, come da anni ha mostrato il noto Rapporto Stern (Stern Rewiew Report, 2006). In uno dei suoi libri, "Un piano per salvare il pianeta" del 2009, Nicholas Stern (Professore di Economia alla London School of Economics, ed ex vicepresidente della Banca Mondiale - non precisamente un organismo di estremisti ambientalisti) scrive: "Qualcuno penserà che le turbolenze nei mercati finanziari del 2007 e del 2008 e il probabile rallentamento dell'economia mondiale dovrebbero consentire di rimandare l'azione per contenere i cambiamenti climatici, ma si tratta di un errore madornale. La lezione da trarre dall'attuale disastro finanziario dovrebbe essere che il pericolo sta nell'ignorare o nel non riuscire a cogliere l'accumularsi dei fattori di rischio. La crisi economica di oggi si andava preparando da quindici o venti anni. Se rimandassimo ulteriormente l'azione contro i cambiamenti climatici per altri quindici o venti anni, ci troveremmo poi a un punto di partenza molto più difficile e rischioso." 
Tutto ciò è ancora valido. In questi anni, sono stati fatti alcuni passi in avanti, ma non bastano certo. E' indispensabile proseguire nella strada scelta consolidandone le caratteristiche già presenti e sperimentandone di nuove, senza dimenticare che il rischio di un'involuzione è sempre presente.

I siti citati sono:
la Commissione Europea www.ec.europa.eu
Wall Street It. wallstreetitalia.com


2. Il Piano Lupo
Le Regioni, in sede di Conferenza Stato Regioni, hanno chiesto e ottenuto dal Governo il rinvio dell'esame del Piano per la tutela e la gestione del lupo, allo scopo di correggere la parte contestata che prevede la possibilità di avviare piani di abbattimento selettivo. Si tratta di un passo in avanti molto importante, per evitare una linea sbagliata nella gestione, e nella convivenza, con il grande predatore nel nostro Paese. Attendiamo gli sviluppi. Speriamo bene. 

SCIENZA
Siamo nell'era di una nuova realtà climatica globale
25 ottobre 2016
L'Organizzazione Meteorologica mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ha pubblicato il nuovo Bollettino dei gas ad effetto serra, secondo il quale nel 2015 abbiamo superato in modo stabile la concentrazione media di anidride carbonica di 400 ppm nell'atmosfera del nostro pianeta. L'anidride carbonica viene presa come composto di riferimento, anche in rapporto agli atri gas climalteranti, e ne viene misurata la concentrazione in parti per milione in volume.
 Il superamento del valore soglia era già successo, ma limitatamente ad alcuni periodi di tempo, ed in alcuni luoghi. Ora invece si parla di concentrazione media, vale a dire della normale composizione dell'atmosfera come misurata nei laboratori idonei, tutti situati in luoghi lontani dai centri di emissione.
Si tratta di un allarme, ammoniscono i cronisti, ma in realtà si tratta del continuo estendersi (si potrebbe parlare di estrapolazione che trova sempre corrispondenza con i dati reali) di un fenomeno che sembra non trovare un punto di stabilità, o di ritorno. Un flesso, o un massimo. Niente: la concentrazione di CO2 in atmosfera ha un andamento crescente (a parte le variazioni stagionali).
Secondo il comunicato WMO, tra il 1990 e il 2015 c'è stato un aumento del 37% del forcing radiativo a causa dei gas ad effetto serra a lunga persistenza, come anidride carbonica, metano e protossido di azoto, dovuto ad attività industriali, agricole e domestiche. Si sottolinea anche che la crescita di anidride carbonica è stata alimentata dall'evento El Niño, ma mentre «l'evento di El Niño è scomparso, i cambiamenti climatici restano», ha affermato il segretario generale, Petteri Taalas. Secondo Taalas, il 2015 resterà nella storia in cui le concentrazioni di gas a effetto serra "annunciano una nuova realtà climatica".

Siamo in una nuova era. Qualcuno l'ha chiamata "antropocene" a sottolineare la profonda influenza dell'uomo sui sistemi naturali. L'unica consolazione è che la velocità della crescita non si trova ora ai massimi livelli, come mostra il grafico sottostante - nonostante i massimi e i minimi oscillino fra estremi abbastanza stabili ed elevati intorno a 2 ppm/yr, dunque non certo rassicuranti.
Sta a noi determinare e realizzare le condizioni per limitare tale crescita, in modo tale da contenere le alterazioni all'atmosfera e al clima che ormai interessano l'intero pianeta Terra. Questa sarà la più grande sfida del futuro, non soltanto in quanto estesa e profonda, ma perchè capace di contenere in sè i conflitti, i limiti, le iniquità, gli sprechi, gli abusi, che non siamo ancora stati in grado di superare.





Il Bollettino del WMO si scarica al seguente indirizzo:


https://www.wmo.int/pages/prog/arep/gaw/ghg/GHGbulletin.html

ECONOMIA
L'Accordo di Parigi entrerà in vigore il prossimo 4 novembre. E anche il trasporto aereo si accorge di inquinare.
10 ottobre 2016
Dopo il voto favorevole del Parlamento europeo anche il Consiglio ha dato via libera all’approvazione dell’Accordo di Parigi. L'Unione Europea assume perciò formalmente l'impegno di rispettare le richieste dell'Accordo della ventunesima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico che, ricordiamo, mira a contenere il riscaldamento globale entro due gradi, e possibilmente entro un grado e mezzo, allo scopo di limitare le alterazioni che già oggi influiscono sul sistema climatico mondiale. L'Accordo ora, avendo raggiunto l'adesione di almeno 55 Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni mondiali, è pienamente operativo ed entrerà in vigore il prossimo 4 novembre.
Nel nostro Paese si attende l'approvazione del Parlamento del decreto di ratifica licenziato dal Consiglio dei Ministri. Il Ministro dell'Ambiente Gianluca Galletti, come si legge sul sito del Ministero, afferma che "Con l’approvazione del decreto di ratifica dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici da parte del consiglio dei ministri, l’Italia ha fatto un altro importante passo avanti sul percorso della lotta al surriscaldamento globale. Con il provvedimento di oggi rimettiamo la ratifica dell’intesa a livello nazionale al parlamento confidando in una approvazione in tempi brevissimi. (...) Stiamo cambiando il mondo, anche quello delle relazioni internazionali. Basti pensare che per fra la firma e l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto passarono 8 anni, dalla firma all’entrata in vigore dell’accordo di Parigi passeranno solo 10 mesi". Speriamo davvero, di cambiare il mondo in meglio, soprattutto mettendo in atto azioni concrete che consentano di modificare una linea di tendenza che, purtroppo, è quantomai consolidata.

In questi giorni si aggiunge un'altra buona notizia: è stato raggiunto un accordo mondiale riguardante le emissioni del settore aereo. Dopo ben sei anni di negoziati, alla trentanovesima assemblea dell'’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) riunita a Montreal sono stati concordati alcuni punti per contenere e ridurre le emissioni inquinanti. Nello specifico, si prevede una fase, che va dal 2021 al 2026, in cui gli impegni saranno volontari, seguita da una seconda fase, a partire dal 2027, in cui saranno obbligatori. Si tratta in sostanza della possibilità di acquisto di crediti di carbonio per compensare le emissioni, che dovrebbe iniziare soltanto fra una decina d'anni. L'accordo viene da tutti definito "storico". In realtà, considerando che il trasporto aereo è fra le dieci maggiori cause di emissioni climalteranti ed inquinanti del mondo, e che è in continua crescita, misure come queste sono assolutamente insufficienti.
Nel mondo, soltanto l'Unione Europea ha preso un impegno serio sulle emissioni del comparto dell'aviazione. Come si legge sul sito "Eur-Lex", "Prendendo in considerazione le dimensioni e la natura globale dell’industria del trasporto aereo e il suo impatto sull’ambiente, l’Unione europea (UE) agisce per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra provocate dal trasporto aereo in Europa e, allo stesso tempo, lavora con la comunità internazionale attraverso l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) per istituire misure di portata globale."  Con la Direttiva 2008/101/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di includere le attività di trasporto aereo nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissioni dei gas a effetto serra, il settore rientra dal 1 gennaio 2012 nel sistema di emission trading europeo EU-Ets. Devono ottemperare al provvedimento tutte le compagnie internazionali. Ricordiamo che le compagnie aeree avevano provato ad opporsi, ricorrendo anche alla Corte suprema, ma alla fine hanno perso la partita. Dal 1 gennaio 2012 tutte le compagnie aeree, che siano europee o extracomunitarie, sono tenute dotarsi dei permessi di emissioni nell'ambito Ets, per i voli da e per l'Europa.

Mentre gli accordi, e soprattutto gli atti concreti, procedono con la velocità che osserviamo, numerosi studi ne mettono in dubbio la reale efficacia per contenere l'incremento della temperatura entro i due gradi (per non parlare di 1,5°C). Innanzitutto, risulta difficile calcolare le emissioni e correlarle con la dovuta precisione all'incremento di temperatura, per ragioni tecniche e per ragioni scientifiche. In secondo luogo, appare evidente come le velocità dei due processi, naturale e antropico, siano molto diverse: riduzione delle emissioni lenta o quasi assente, aumento del riscaldamento globale e delle conseguenze sul sistema climatico veloce. O per lo meno, assai più veloce. Occorre un impegno collettivo che vada più a fondo.


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