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Prezzo giornaliero

del petrolio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carbonio:

 

Prezzo carbonio (EU):

16,00 €/tCO2

(11/7/2018)

 

 

 

 

 

 

 

 


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Previsione a 1 anno (da fine 2017)

del prezzo del petrolio:

64 $/bbl

 

 

 

 

 

 

Rinnovabili in Italia: contatori GSE

 

gse.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Eolico in Italia

 

Potenza installata: 9.300 MW

per circa 17,5 TWh

(dati Gse)

 

 

 

 

 

 

 

 

Solare termico in Italia

 

3,6 milioni m2 di pannelli

circa 3,5 GW termici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agenda

 

Martedì 12 dicembre, alle ore 20.30, presso il Circolo PD Passepartout, a Bologna, incontro pubblico "Smog, polveri fini, mobilità e consumi energetici nel nostro territorio". Partecipano: Giovanni Fini, Luciano Forlani, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Roberto Giorgi Ronchi, Lina de Troia.

 

Domenica 15 ottobre, alle ore 16.00, presso il Centro "Ex-moduli", a Monte San Pietro (BO), incontro pubblico "Acqua fonte di vita", disponibilità, uso responsabile, cambiamenti climatici. Partecipano Monica Cinti, Barbara Fabbri, Rosario Lembo, Claudia Castaldini, saluti del sindaco Stefano Rizzoli. Con il contributo della comunità francescana "Frate Iacopa".

 

Giovedì 14 settembre, alle ore 17.30, presso il Circolo culturale Cartoleria, Via Cartoleria 18, Bologna, Casadeipensieri presenta: "Clima, dire il problema, affrontare il pericolo". Dialogo di Bruno Carli con Furio Cerutti, conduce Claudia Castaldini, introduce l'incontro Carla Muzzioli Cocchi. (B. Carli, "L'uomo e il clima", ed. Il Mulino).

 

Mercoledì 13 settembre, alle ore 21.00, "Cambiamento climatico e riscaldamento globale: riflessioni politiche e scientifiche". Partecipano, Giovanni Fini, Claudia Castaldini, Michele Giovannini, Stefano Mazzetti. Presso la Festa dell'Unità al Parco Nord, Bologna.

 

Martedì 16 maggio 2017, alle ore 21.00, presentazione del libro "Regole, Stato, Uguaglianza" di Salvatore Biasco. Dialogano con l'autore Francesco Massarenti, Filippo Taddei. Introduce e modera Claudia Castaldini. Presso il Circolo PD Passepartout, Bologna.

 

Giovedì 14 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso lo Spazio 143, organizzato dal PD di Argelato-Funo. Partecipano: Manuela Bulla, Claudia Castaldini, Elena Gaggioli, Giordano Giovannini, Raffaele Pignone.

 

Lunedì 11 aprile 2016, alle ore 21.00, incontro pubblico "Trivelle: facciamo chiarezza", presso la Sala Aldo Moro di via Rivani 35, Bologna. Partecipano: Elena Gaggioli, Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini, Ezio Mesini, Davide Tabarelli.

 

Giovedì 7 aprile 2016, alle ore 20.45, incontro pubblico "Trivellazioni in mare. Verso il referendum", presso la Casetta Rossa, in via Bastia, a Bologna. Partecipano: Stefano Mazzetti, Claudia Castaldini.

 

 

 

 

 

 

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A proposito di me:

Le mie più grandi passioni: le scienze della Natura e la Natura stessa.

Ho due Lauree, in Fisica (precisamente in Fisica Teorica) e in Astronomia, conseguite all'Università di Bologna, una specializzazione, ed alcune pubblicazioni scientifiche frutto del lavoro svolto in Università. I miei interessi hanno riguardato principalmente aspetti della Teoria dei Campi, e le radiogalassie FR I.

Seguo da sempre le tematiche connesse alla questione ambientale, forse la più importante del nostro tempo per le implicazioni che ha, dall'uso delle risorse ai legami con la povertà e i Paesi in via di sviluppo, dal sistema economico al semplice godimento dell'ambiente naturale.
Nello specifico, mi occupo da anni di politica energetica. Ho pubblicato sul tema alcuni libri, scritto vari articoli su riviste specializzate, oltre a dossier, studi e collaborazioni.
Sono socia della Legambiente, con cui ho collaborato e sono stata membro della Direzione regionale dell'Emilia-Romagna per anni in qualità di Responsabile Energia, occupandomi in particolare di energia e ambiente, di nucleare civile (pubblicando anche un libro sul tema), di questioni legate al disarmo nucleare, degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici. Sono membro del Consiglio di Redazione della rivista Qualenergia.

Faccio attività politica nel Partito Democratico dalla sua nascita.  Sono stata Responsabile Energia e Ambiente dell'Esecutivo del PD di Bologna.  Sono socia e membro del Direttivo regionale dell'Associazione Ecologisti Democratici.

Sono bolognese, ma amo viaggiare, fatto che mi ha portato nel corso del tempo a conoscere bene l'Italia e l'Europa intera.

 

 

 

 

 

 

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Se domani il mondo verrà' distrutto, io oggi pianterò' un albero di mele

 

- Ma. L. King -

 

 

 

 

 

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Scrivere...

 ... di energia, riportare notizie sullo stretto legame energia-ambiente, per favorire la diffusione di una informazione oggi poco estesa, vaga e spesso imprecisa.  La scarsa conoscenza scientifica tipica dell'Italia (che ha ragioni storiche) apre le porte all'incertezza nell'affrontare il tema, ma soprattutto, alla possibilità da parte di chiunque di sostenere le tesi più diverse con scarsa possibilità di essere contraddetto.   La questione energetico-ambientale è forse la principale del nostro tempo e, come tale, deve essere accessibile e pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Stili di vita

per ridurre il proprio impatto sull'ambiente

 

Acquistare:

prodotti locali, a km zero;
alimenti biologici;
apparecchi ed elettrodomestici a basso consumo;
gli stessi... a batterie solari;
automobili efficienti, a gas, ibride, o elettriche;
appartamenti e case con certificazione energetica

Ridurre:

il consumo di carne, e preferire quella biologica;

l'acquisto di prodotti dall'altro capo del mondo;

il ricorso all'auto privata, preferendo i mezzi pubblici o le nuove forme di mobilità

Non acquistare:

uova di galline da allevamenti in gabbie;
late o carne da allevamenti intensivi
;

i SUV! (fortemente inquinanti)

Non accendere:

numerosi elettrodomestici in contemporanea;

Installare:

termostati;
sistemi di coibentazione efficaci;

Spegnere:

le luci quando non servono;
le lucine rosse (stand-by);
il calorifero quando si superano i 20°
... e staccare le spine alla sera!

Dopo tutto ciò...

richiedere alla propria amministrazione comunale, provinciale e regionale adeguate politiche
di risparmio, efficientamento, e promozione delle tecnologie per le fonti rinnovabili,
mezzi di trasporto collettivo comodi ed efficienti, illuminazione pubblica efficiente e una programmazione energetica che porti a fondare il sistema energetico sulle rinnovabili e sulla piccola generazione distribuita a cogenerazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro

(attribuita a vari esponenti degli Indiani d'America del XIX secolo)

(molto citata, ma sempre notevole...)

 

 

 

 

 

 

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C'è un ambiente antichissimo, un tempo molto noto almeno nella sua apparenza, che oggi abbiamo perduto:  il cielo notturno. 

 

 

Astronomia

di luglio:

 

In questo mese ben 5 pianeti in cielo, e l'eclisse di Luna il 27 luglio, con Marte in opposizione. Davvero da non perdere, quando il tepore delle brevi notti estive aiuta la permanenza all'aperto.

 

Pianeti visibili

(ad occhio nudo):

 

Mercurio

Mercurio è osservabile nella prima parte del mese, ad occidente dopo il tramonto del Sole.

 

Venere

Come Mercurio, la stella più brillante del cielo è ben visibile ad occidente, la sera dopo il tramonto.

 

Marte

Il pianeta rosso è osservabile a Sud-Est la sera intorno a mezzanotte e per tutta la notte, nella costellazione del Capricorno. Bellissimo, si avvicina all'opposizione del giorno 27.
 

Giove

Giove è ancora visibile a Sud-Ovest, ma la durata dell'osservabilita si va accorciando progressivamente.

 

Saturno

 

Splendido e facile da osservare, il pianeta con gli anelli, la sera guardando alto nel cielo in direzione Sud-Est.

 

 

 

 

 * 

 

 

 

 

No all'inquinamento luminoso!

Si tratta del fenomeno per il quale è diventato quasi impossibile osservare il cielo stellato a causa dell'illuminazione esterna.

Da sempre, dalla nascita dell'uomo e delle prime civiltà, uno dei contatti con il mondo naturale era proprio quello con il cielo notturno. I moti dei pianeti, di Sole e Luna, l'alternarsi delle stagioni erano in stretto legame con lo svolgersi delle attività umane, e facevano parte anche della vita delle persone comuni, degli agricoltori. Anche gli abitanti delle città erano abituati alla volta celeste stellata, basti pensare che l'Osservatorio Astronomico di una città come Bologna è stato per secoli quello della Specola, presso la sede dell'Università, in pieno centro cittadino.

Ora stiamo perdendo una parte affascinante ed importante del mondo naturale, il cielo notturno appunto, a causa dell'illuminazione esterna che, diffondendo le luci, crea un uniforme bagliore che consente di vedere con difficoltà soltanto le stelle più brillanti. Per vedere una volta celeste naturale occorre ormai andare lontano, in luoghi di montagna (alta, lontano dai paesi di villeggiatura) o di mare aperto.

Questa carenza ha anche un'altra conseguenza: un consumo inutile di elettricità. Infatti, adottando opportune lampade con configurazioni direzionali è possibile ridurre l'elettricità consumata per l'illuminazione dirigendo il flusso luminoso soltanto dove serve, ossia verso il basso. In tal modo si risparmia in bolletta e in consumi di energia elettrica.

Il problema viene affrontato anche da associazioni sorte per "tutelare" il cielo notturno, come Cielobuio.

 

 

 

 

 

 

In Italia si destina alla ricerca scientifica meno dell'1% del Prodotto Interno Lordo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA
Su TAV e su TAP - e sulla politica
6 agosto 2018
In questo periodo sono tornati all'attenzione dei media due temi centrali da molto tempo, associati per la qualifica comune di "grandi opere": il TAV, il treno ad alta velocità Torino-Lione, e il TAP, il gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, di cui abbiamo già parlato in questo blog.
Vorrei affrontare il primo, riportando invece quanto già scritto nell'aprile dello scorso anno sul secondo.

In breve, il progetto di alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione nasce nei primi anni '90, con un primo studio di fattibilità e con il successivo inserimento della nuova linea fra i progetti europei prioritari nel settore dei trasporti. L'accordo fra Francia e Italia per la realizzazione dell'infrastruttura venne siglato una decina d'anni dopo, nel 2001. In seguito, fra progetti preliminari, osservatori tecnici, modifiche al progetto, e proteste degli abitanti delle località attraversate dalla linea, i lavori non partiranno mai, eccettuate alcune opere preparatorie. Attualmente è stato scavato poco più di un decimo di tutte le gallerie previste in totale per l'opera fra tunnel principale e gallerie accessorie. Nel complesso, il progetto definitivo approvato mostra un'opera rilevante: la tratta è lunga 65 chilometri, oltre 57 chilometri entro un tunnel da scavare nelle montagne, un costo totale stimato in 8,6 miliardi di euro, cofinanziati per il 40% dall'UE, il 35% dall'Italia, il 25% dalla Francia. La nuova linea connetterebbe Torino a Lione per 235 km affiancandosi alla linea storica.
Come si legge sul Sole24ore "il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti."  E' possibile trovare in rete molti dettagli dell'opera e dei lavori che essa comporta, stime dei costi della sua realizzazione e stime dei costi di un'eventuale rinuncia, quanti posti di lavoro sarebbero creati e quanti sono già attivi. 

Si tratta, come è noto, di una delle opere più contestate in assoluto, e le ragioni per realizzarla, o meno, non possono trovarsi nel prezzo che sarà necessario pagare - a questo punto, qualunque scelta si faccia - per portare avanti la stessa scelta. Certo sono valutazioni importanti ma non decisive: l'argomentazione più diffusa fra i fautori, quella dei due miliardi persi, è un argomento debole se paragonato alla reale utilità dell'opera, al tassello di una strategia, alla visione di futuro, anche industriale, che l'accompagna.
Originariamente, l'alta velocità Torino-Lione è stata concepita come parte integrante delle reti di trasporto europee, dovrebbe contribuire al trasporto di una quota maggiore di merci su ferro e fare parte in generale di una strategia di sviluppo economico che coinvolgerebbe il nostro Paese invece di lasciarlo fuori. Il progetto si basa su stime di flussi di traffico sulla direttrice in forte aumento nel corso dl tempo: si trova facilmente in rete un grafico molto esplicito, per esempio all'indirizzo in calce, che mostra una previsione fuori misura rispetto alla realtà. Far passare decenni per realizzare un progetto consente di osservare le previsioni su cui si fondava nella realtà, e in questo caso erano evidentemente gonfiate. Questa stima palesemente errata costituisce la principale contestazione da parte di coloro che sono contrari alla realizzazione dell'opera. Di recente, nel febbraio 2018, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri in un documento che si può scaricare all'indirizzo indicato sotto, ha riconosciuto che erano previsioni sbagliate e "smentite dai fatti". Può darsi che realizzando il TAV, come sostengono alcuni, poi il traffico aumenterebbe, ma se si intende convogliarlo su ferro invece che su gomma non si vede perchè contemporaneamente si realizzi anche il raddoppio dell'asse autostradale al Frejus, con seconda galleria.

Sul piano ambientale, va ricordato che le gallerie attraverso le montagne sono un danno enorme. Se ne parla poco, di ciò che accade quando si fa un traforo. Si tratta innanzitutto di lavorare in territori che, per fortuna, non sono ancora antropizzati, cementificati, industrializzati come le aree di pianura, territori dove ancora vivono gli animali selvatici, dove l'acqua compie il suo ciclo proprio attraverso i monti generando le sorgenti. La perforazione comporta la costruzione di cantieri, l'uso di macchinari adeguati, la produzione di rumore, l'estrazione di enormi quantità di terra e rocce, la costruzione di un qualsiasi tunnel causa un impatto rilevante sul percorso delle acque attraverso i monti. L'acqua piovana percola attraverso le strutture delle rocce, segue i suoi percorsi fino a "rinascere" nelle sorgenti, e dare luogo ai torrenti, ai fiumi, ai laghi. Una galleria comporta sempre l'interruzione del percorso dell'acqua e la contaminazione con i materiali utilizzati per la struttura. Spesso spariscono le sorgenti o i torrenti. Spesso vengo alterate, inquinate, rese instabili. Nessun progetto di traforo al mondo, per quanto studiato sul piano ambientale, potrà evitare queste conseguenze. 
Nel caso della Valle di Susa si parla di rocce con elevata presenza di amianto, su cui dover lavorare. C'è un sito del Politecnico di Torino che riporta una serie di studi che esaminano la questione in profondità con una visione completa, anche sul piano ambientale, lo indico fra gli indirizzi in calce. La lettura degli studi proposti porta una serie di problemi e aumenta i dubbi riguardo la realizzazione dell'opera.

E poi, c'è il piano politico. Credo che la fermezza e la durata negli anni delle proteste in Val di Susa  certifichino il fallimento della politica in questo frangente. Non si può realizzare una grande opera con la forza, contro gli abitanti delle zone interessate, fossero pure una minoranza ma non certo risicata, come sappiamo. Le frasi "slogan" dette anche in questi giorni, da destra e da sinistra, non fanno che aumentare il divario invece di cercare il confronto. Come si possa poi cercare il confronto ora, dopo decenni di scontro, è difficile a dirsi. Ma una cosa è certa: il metodo è stato sbagliato, fino dal principio. In un caso come questo, dove ci sono ragioni valide a favore, e ragioni altrettanto valide contro la realizzazione dell'opera TAV, arroccarsi su posizioni che sanno di imposizione è il peggior errore che si possa fare. La verità non si trova in tasca a nessuno, si tratta piuttosto di confrontarsi sul tipo di sviluppo con cui si intende governare il Paese.
Il 23 febbraio 2018 un gruppo di personalità ha sottoscritto un appello che mi sento di condividere e a cui aderisco: "La nuova linea ferroviaria Torino-Lione: riaprire il confronto", lo si può leggere al link in calce. Nell'appello si chiede di aprire una nuova fase. Non sarà facile, ma è la strada migliore da seguire.

Riguardo il Tap, riporto di seguito quanto ho scritto qualche tempo fa.
Sul nostro territorio si fanno i contestati lavori per il TAP, un gasdotto che attraverso la rete italiana porterà al nostro Paese ed in Europa il gas estratto in Azerbaigian, diversificando i Paesi di approvvigionamento del continente, che attualmente dipende in buona parte dalla Russia.
Per fare una valutazione sul tema, sono necessarie alcune informazioni. TAP trasporterà circa 9-10 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale. L’opera è stata finanziata con l’aiuto della Banca Europea per gli Investimenti, anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha riconosciuto al TAP lo status di “Progetto di Interesse Comune”, perché funzionale all'apertura del Corridoio Meridionale del Gas, uno dei corridoi energetici considerati prioritari dall'Unione per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica. Il progetto, perciò, non è soltanto italiano, ma si inserisce in un quadro comunitario di progressiva integrazione delle politiche energetiche. 
Per quanto riguarda il nostro Paese, attualmente l’Italia ha un fabbisogno di circa 65-70 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per la maggior parte importati, in particolare da Algeria, e per quasi la metà, dalla Russia. La capacità massima di importazione delle attuali linee di rifornimento supera i 130 miliardi di metri cubi, praticamente il doppio del fabbisogno. Tutti i gasdotti in esercizio, quelli in via di realizzazione e quelli previsti sono elencati, con le rispettive capacità ricettive, sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, all'indirizzo riportato in calce. 
Il Tap aumenterà di circa 9-10 miliardi la capacità complessiva, una quota quindi piuttosto limitata. Il consumo di gas nel nostro Paese è inoltre in calo da anni, sia per la crisi economica sia per la concorrenza delle fonti energetiche rinnovabili. Perciò, non viene realizzato per aumentare le nostre disponibilità di gas.
La ragione per la sua realizzazione si trova in un altro aspetto della questione energetica: l'eccessiva dipendenza da un piccolo gruppo di Paesi da cui importiamo il gas naturale, ed in particolare dalla Russia, da cui il nostro Paese riceve quasi la metà del gas che consuma. La scelta di allargare il novero dei Paesi da cui importare il gas è perciò una scelta di politica energetica, con vari aspetti in gioco, dal ruolo politico che si intende svolgere nel mondo, alla propria sicurezza energetica. Ad essa, si aggiunge la volontà di fare del nostro Paese un hub europeo del gas.
Tutto ciò non significa che non si debba seguire anche altre strade per ridurre gli impatti e aumentare la sicurezza energetica con fonti interne, come per esempio il biogas. Il biogas è una miscela di gas in cui prevale il metano, come nel gas naturale, ed è generato dalla digestione di biomassa da parte di microrganismi, e può collocarsi opportunamente in associazione all'attività agricola. Gli impianti a biogas sono una risorsa, se ben costruiti e dimensionati in relazione al territorio. Oltretutto si tratta di una risorsa rinnovabile, se la biomassa utilizzata è la stessa che in un secondo tempo cresce assorbendo CO2 nella stessa quantità emessa con la combustione, e se la stessa proviene dal territorio limitrofo all'impianto, in modo da ridurne al minimo il trasporto. 
La soluzione ideale per l'energia non esiste, ma si può affermare che il gas è assai meglio del carbone, e che il biogas è assai meglio del gas. Il tutto, se vengono seguiti opportuni criteri nella realizzazione degli impianti. Si può anche considerare il fatto che una dipendenza eccessiva dall'estero è condizionante sul piano politico e fonte di incertezza sugli approvvigionamenti. 
A questo punto, se si condividono queste tesi, si tratta di scegliere il modo migliore per contenere gli impatti sui territori, che si tratti del TAP o di un impianto a biogas, fermo restando che anche l'impatto zero non esiste. Ed essendo consapevoli che la ricerca di uno sviluppo realmente sostenibile è una delle maggiori sfide che l'umanità si sia mai trovata ad affrontare.

Dunque, sono favorevole al TAP nelle condizioni dette, mentre ho numerosi e profondi dubbi su TAV. Ma di una cosa sono certa: le scelte politiche vanno condivise con la popolazione, non è più tempo di grandi opere a caso, di cattedrali nel deserto, di concezioni dello sviluppo date per scontate come un percorso obbligato. D'altronde, a memoria ricordiamo facilmente le oltre venti centrali nucleari che a metà degli anni '80 avremmo dovuto realizzare pena la mancanza di elettricità ed il ritorno alla candela, le stesse riproposte dopo il black out del 2003 tanto le rinnovabili forniscono lo zerovirgola, o le decine di centrali turbogas autorizzate ben oltre le necessità, etc. Si potrebbe continuare a lungo. Ci fa piacere invece oggi avere un terzo dell'elettricità che consumiamo verde, nonostante i mille ostacoli...

Il grafico con le stime dei flussi di traffico:

http://www.today.it/cronaca/tav-documento-osservatorio-2017.html

Il documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

http://presidenza.governo.it/osservatorio_torino_lione/PDF/20180122_DOC_ME_FINALE_INTEGR_CIPE.pdf

Il sito del Politecnico di Torino:

https://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute

L'Appello citato:

http://controsservatoriovalsusa.org/159-riaprire-il-confronto


SOCIETA'
L'ecoturismo e' una realtà in espansione (mentre lo storico disinteresse per la cultura scientifica in Italia dà i suoi frutti)
4 agosto 2018
Pensare agli effetti sull'ambiente locale della propria presenza in un luogo di villeggiatura può essere un buon modo per iniziare una vacanza. 
In questo periodo in cui milioni di italiani si spostano dalla propria località di vita a quella scelta per la vacanza estiva si genera un analogo spostamento dei carichi ambientali, di solito alleggerendo le città e gravando su piccoli paesi, su località costiere, sulle piccole isole, sulle Alpi, sugli Appennini. Per fare un esempio, si legge che Cortina d'Ampezzo conta meno di 6.000 abitanti ma le presenze turistiche possono raggiungere quota 50.000: si può immaginare quanto pesi sulla zona il moltiplicarsi per 9 del numero di coloro che la abitano. Necessità di energia, di gas e di luce, di alimenti, raccolta dei rifiuti, depurazione delle acque, inquinamento dovuto al traffico veicolare, condizionatori che raffrescando gli interni riscaldano l'aria esterna, comportamenti scorretti dei turisti che costringono ad un surplus di lavoro rispetto al necessario. Una serie di problemi che spesso non vengono affrontati nel modo corretto minimizzando l'impatto ambientale dalle comunità locali, dalle strutture ricettive, dai turisti stessi.

In realtà, c'è un modo di interessarsi e responsabilizzarsi nei confronti della propria villeggiatura, con conseguenze anche positive per la salute: avvicinarsi al turismo sostenibile. Marchi di sostenibilità, come l'europeo Ecolabel, certificano la qualità ambientale di alberghi, campeggi, rifugi, agriturismi, appartamenti, residences, pensioni, tenendo conto di una serie di parametri come i consumi di energia, il riciclo dei rifiuti, lo spreco di acqua, l'utilizzo di prodotti locali, meglio se biologici, la disponibilità di mezzi di locomozione a basso impatto, come le biciclette. 

Si legge sul sito di Legambiente Turismo (all'indirizzo in calce) "turismo come vetrina del territorio, esperienza di condivisione di bellezza e valori, simbiosi tra chi visita e chi ospita", vale a dire un modo leggero di visitare luoghi e trattenervisi per un periodo, assorbendo la cultura locale senza invaderla, adeguando le proprie aspettative al luogo e vivendo un'esperienza sicuramente più salutare di quella che consente un approccio da legioni in conquista. Sul sito sono scaricabili i "Decaloghi" da rispettare, e numerose informazioni per un turismo sostenibile e di qualità.

Nel nostro Paese le strutture ricettive con marchio di qualità ambientale sono ormai centinaia. Secondo quanto si legge sul sito di Avvenia (indirizzo in calce) "l’Italia si conferma Paese con una forte vocazione al turismo sostenibile, il podio è per Trentino Alto Adige, Sicilia e Toscana: lo dimostra il numero crescente di strutture ricettive con licenza Ecolabel". Preferire queste realtà può fare la differenza sulla qualità della propria vacanza e sull'impatto ambientale che si va a generare.
La Commissione Europea inoltre ha stabilito nuovi criteri presumibilmente più stringenti dei precedenti, creando in tal modo un percorso in continua evoluzione.

Per approfondire il tema, i siti citati sono i seguenti:

https://www.avvenia.com/turismo-sostenibile-trentino-medaglia-oro-alberghi-green-ecolabel/

http://legambienteturismo.it

NB: Politica

L'attuale formazione di governo è sostenuta anche dagli antivaccinisti. Non ci si meravigli se il governo risponde ai medesimi e agisce di conseguenza. Ci si meravigli piuttosto dell'assenza di cultura scientifica, anche elementare, in Italia. Cominciando dalla scuola e finendo con i profili professionali che godono della maggior considerazione dalla pubblica opinione. E dire che se ci mettiamo d'impegno otteniamo risultati eccellenti, come la recente medaglia Fields o la scoperta di un lago d'acqua sotterraneo su Marte hanno dimostrato - magari con la partecipazione di ricercatori precari.

POLITICA
Il cambiamento climatico non si trova solo negli studi scientifici, ma nei barconi che attraversano il Mediterraneo
24 luglio 2018
Invece di limitarsi a discutere se i migranti sono "economici" o sono profughi di guerra sarebbe bene allargare lo sguardo al presente - e orami al recente passato - per includere la qualifica di rifugiato ambientale fra le principali cause del fenomeno migratorio.

I cambiamenti in atto del sistema climatico si collocano all'origine di modifiche all'ambiente che localmente sono in grado di alterare equilibri delicati che sono stati per secoli alla base di economie nelle comunità. Il cambiamento del clima è oltretutto un fenomeno diseguale, per il quale le aree tropicali della Terra sono destinatarie delle maggiori conseguenze rispetto alle altre zone climatiche; le stesse zone sono per lo più abitate da popolazioni che vivono in difficoltà in Paesi poveri. Innalzamento del livello del mare, alluvioni, nubifragi e uragani, siccità e aumento delle aree desertiche, sono già oggi realtà nel Sud-Est asiatico, o in Africa. Lo sono anche in zone meno povere ma molto esposte come tutta l'area del Golfo del Messico, fra Messico appunto e Stati Uniti.

Per guardare al di là del Mediterraneo con un po' più di attenzione, occorre almeno includere la qualità dell'ambiente nell'area intorno al deserto del Sahara. Si tratta di una zona enorme, che va in latitudine dal Mediterraneo ai Paesi del centro dell'Africa, in longitudine dal Marocco all'Egitto. Da quest'area circostante il Sahara partono molti dei migranti che arrivano con mezzi di fortuna alle nostre coste, attraversando il Mediterraneo. Il cambiamento climatico incide già moltissimo sulle condizioni ambientali locali, dove siccità e desertificazione rendono impossibile l'agricoltura, difficoltoso l'allevamento del bestiame, e causano a lungo andare la frantumazione delle comunità locali, la perdita delle culture tradizionali, lo smembramento della società, con la fuga di coloro che possono alla ricerca di un mondo migliore nei Paesi più ricchi e più vicini, i Paesi europei. Non sono viaggi di piacere, quelli verso l'Europa, sono spostamenti con ragioni serissime, in un mondo diseguale dove la povertà e il disgregamento della propria società convivono con Paesi ricchi separati da un braccio di mare. Non che i secondi non soffrano diseguaglianze al loro interno, anzi, ma proprio l'immigrazione viene utilizzata da coloro che intendono conservarle per portare l'attenzione altrove.
Spesso, basterebbe ricostruire un ambiente con le qualità adatte alla vita per risolvere molti problemi, come ad esempio tenta di fare il Green Belt Movement ideato da Wangari Maathai in Kenya (indirizzo web in calce), arginando così il fenomeno della desertificazione e ricreando condizioni ospitali. Sull'efficacia delle barriere di vegetazioni ai margini dei deserti non mancano le perplessità, ma il coinvolgimento delle comunità locali per ripristinare la qualità di un territorio può fare la differenza grazie alla conoscenza del luogo che possiedono.

Due ricerche recenti, dell'FMI (Fondo Monetario Internazionale) dell'Università di Otago in Nuova Zelanda hanno mostrato che le tempeste, le alluvioni, le ondate di caldo e la siccità influenzano pesantemente le migrazioni. I ricercatori del FMI hanno esaminato i legami tra eventi atmosferici estremi e migrazioni in più di 100 Paesi per oltre tre decenni, scoprendo che "un aumento della temperatura e una maggiore incidenza di disastri meteorologici aumentano le percentuali di emigrazione". Per non parlare dell'innalzamento del livello dl mare, in grado di mobilitare milioni di persone e che colpirebbe direttamente anche il nostro Paese, con allagamento di vaste zone costiere, come uno studio recente dell'Enea ha dimostrato.

Se ne parla da anni, ma non si è ancora arrivati a riconoscere giuridicamente lo status di "rifugiato climatico". Al momento non esiste una definizione universalmente accettata per coloro che si spostano a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Spesso si utilizza il termine "rifugiati climatici", ma le Nazioni Unite non ne hanno mai approvato formalmente l’adozione. La Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 non considera i disastri causati dalle condizioni ambientali o climatiche come ragione per il riconoscimento del diritto d’asilo. All'Art. 1 della Convenzione, si chiarisce che la richiesta di protezione può essere fatta da “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti". In sostanza, i rifugiati climatici sono senza protezione giuridica internazionale.
I numeri però sono molto concreti: si parla di decine di milioni di persone, con previsioni in aumento. Lo United Nation High Commissioner for Refugee (UNHCR, Alto Commissariato ONU per i rifugiati, indirizzo in calce) stima che dal 2009 ad oggi una persona al secondo abbia perso la propria casa a causa di disastri naturali, per un totale di oltre 22 milioni di persone all'anno. Si tratta di stime davvero impressionanti nella loro portata, soprattutto se si tiene conto dell'andamento, che viene determinato in forte crescita.

Siamo di fronte ad un mondo che cambia, che lo fa velocemente, ma la direzione del cambiamento può essere almeno in parte determinata da noi, dalle nostre scelte, da quello che la comunità internazionale farà per limitare quanto possibile un cambiamento del sistema climatico che assume contorni sempre più preoccupanti e per ridurre le diseguaglianze.  Sono queste le vere cause di fenomeni migratori di dimensioni epocali e su di esse occorrerebbe agire per ottenere qualche risultato. Oltre, ovviamente, alla gestione del fenomeno a livello nazionale ed europeo, in cui si può fare molto senza chiudere i porti, ma da cui è necessario alzare lo sguardo per vedere il problema nel suo insieme.

Il sito del Green Belt Movement:

 http://www.greenbeltmovement.org

Il sito dell'Alto Commissariato ONU per i rifugiati:

http://www.unhcr.it

SOCIETA'
Fresco estivo, salubre e a basso impatto ambientale
16 luglio 2018
L'estate, con il turismo, è occasione da sempre dimostrare il proprio "grado di civiltà" in diretta all'aria aperta, evitando di lasciare rifiuti nell'ambiente, o al chiuso della propria abitazione, gestendo il raffrescamento in modo consapevole. 
Ormai da anni, uno dei picchi nei consumi energetici nel nostro Paese si verifica d'estate, quando i condizionatori lavorano al massimo. Ebbene, sono stati pubblicati studi in proposito non certo incoraggianti sui benefici dell'aria condizionata.

L’aria condizionata utilizzata per raffrescare appartamenti e uffici causa un incremento di malattie e addirittura decessi nel corso del tempo, secondo una nuova ricerca che conferma i dubbi che molti hanno da sempre, condensati nella frase "l'aria condizionata fa male".
La ricerca è stata condotta dall’Università del Wisconsin-Madison, e pubblicata dalla rivista Public Library of Science Medicine all’interno di uno speciale dedicato ai cambiamenti climatici. L'aria fredda generata dal condizionatore non porta benefici alla salute, tutt'altro, diventando un problema speculare a quello causato dalle ondate di calore, sempre in aumento come conseguenza del cambiamento climatico.

Il tema diviene dunque come fare a difendersi dal caldo nei luoghi chiusi. I metodi ci sono, e coinvolgono la semplice esperienza domestica o metodi costruttivi innovativi che spesso affondano le radici nelle antiche conoscenze sviluppate nei luoghi caldi.
In una pagina web dedicata al tema l'Enea suggerisce alcune pratiche utili (all'indirizzo in calce).
Innanzitutto, i climatizzatori, consumando energia, sono da preferirsi nei modelli ad alta efficienza energetica. Per utilizzarli il minor tempo possibile, o addirittura evitarne l'acquisto, è opportuno ricorrere ad una serie di accorgimenti: avere un buon isolamento termico delle pareti e del sottotetto, favorire il  raffrescamento naturale, generare ventilazione fra gli ambienti, avere vegetazione intorno alla casa per fare ombra e regolare la temperatura, con alberi, pergolati, piante rampicanti sulle pareti esposte al sole, tetti verdi, se non si può evitare l'accensione dei fornelli ridurre al minimo quella delle luci. Sembrano dettagli, ma insieme sono in grado di ridurre di qualche grado la temperatura interna degli ambienti. 
Molto dipende da come è stata costruita la città, o il centro abitato in cui si vive. L'urbanizzazione selvaggia che ha caratterizzato molte zone del nostro Paese soprattutto nei decenni del dopoguerra ha dimenticato gli alberi, spesso anche in zone deputate alla villeggiatura. Teniamo conto che, come si legge sul sito dell'Enea, oltre i due terzi del patrimonio edilizio risale a prima degli anni ottanta, quando ancora non esistevano normative specifiche sul tema dell’efficienza energetica e molte tecnologie non erano ancora mature.

Esistono poi metodi innovativi come il raffrescamento passivo che vorrebbe ispirarsi alla Natura realizzando edifici capaci di gestire al meglio le risorse naturali, inserirsi nel contesto ambientale culturale e storico locale, alleggerire il proprio peso sul sistema ecologico. Il modo migliore consiste nel progettare ogni ambiente insieme al paesaggio circostante, includendo i parametri ambientali che determinano la zona climatica, la storia del territorio, le risorse pulite disponibili. L'energia può provenire solo da fonti pulite e rinnovabili, e viene addirittura tenuto conto l’LCA (Life Cycle Analysis) dei materiali. La bioarchitettura si pone l'obiettivo generale di aderire a criteri di sostenibilità, inserendo il costruito in equilibrio con l'ambiente e l'ecosistema. La qualità della vita, il benessere psicologico e fisico dei residenti, insieme ad elevata qualità dell'ambiente in cui l'edificio viene inserito sono obiettivi molto alti, sicuramente degni di attenzione particolare. Simili criteri potrebbero configurarsi come nuovi indirizzi per l'edilizia, un settore che nella sua veste tradizionale soffre di una crisi che dura da anni. La bioarchitettura è già una disciplina articolata, visto che nasce negli ormai lontani anni '70 in Germania, e può offrire prospettive interessanti.

Il sito dell'Agenzia Nazionale per l'Efficienza Energetica dell'Enea dedicato ai problemi che riguardano da vicino i cittadini si trova al seguente indirizzo:

 http://www.efficienzaenergetica.enea.it/Cittadino

POLITICA
A volte ritornano (le notizie energetiche, poi di solito cadono nel vuoto del dibattito italiano)
2 luglio 2018
Dal prossimo 1° luglio, la bolletta elettrica per una famiglia media italiana in tutela aumenterà del 6,5%  mentre quella del gas crescerà dell’8,2%, secondo quanto riporta l'ARERA (Autorità di regolazione energia reti e ambiente). Le principali cause sono da ricercare nella situazione politica internazionale che ha determinato un aumento del prezzo del petrolio.
Secondo quanto si legge nel comunicato del 28 giugno scorso (scaricabile dal sito all'indirizzo in calce), "Le tensioni internazionali e la conseguente forte accelerazione delle quotazioni del petrolio, cresciute del 57% in un anno e del 9% solo nell’ultimo mese di maggio, hanno pesantemente influenzato anche i prezzi nei mercati all’ingrosso dell’energia, con ripercussioni sui prezzi per i clienti finali sia del mercato libero che del mercato tutelato. Andamenti che si riflettono sull’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori in tutela per il terzo trimestre 2018. Per il settore elettrico, allo scopo di mitigare l’impatto dell’attuale congiuntura, l’Autorita` e` intervenuta con una modulazione degli oneri generali di sistema, in modo da ridurre l’aumento di spesa per i clienti domestici e non domestici, con pari effetti sia sul mercato tutelato che su quello libero. Di conseguenza, dal prossimo 1° luglio la spesa per l’energia per la famiglia tipo in tutela registrera` un incremento del 6,5% per l’energia elettrica e dell’8,2% per il gas naturale, in controtendenza rispetto ai forti ribassi (-8% per l’elettricita` e -5,7% per il gas) del secondo trimestre 2018. Per il gas l’impatto sulla spesa per i clienti domestici risulta meno significativo in considerazione dei bassissimi consumi del periodo estivo."
Il comunicato contiene anche il dettaglio della bolletta, con le ripartizioni delle spese in riferimento alle varie voci.
Inoltre - spiega la nota - "il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (il PUN – Prezzo unico nazionale) a maggio ha segnato decisi incrementi rispetto allo stesso mese del 2017 e il pre-consuntivo di giugno risulta in ulteriore aumento; nello stesso periodo, aumenti significativi si registrano anche in numerose borse europee".

Può darsi, come sostiene qualcuno, che non siano argomenti che portano voti alle elezioni, ma riguardano direttamente la vita delle persone, e infatti finiscono sulle prime pagine dei giornali quando c'è un aumento in atto che comporterà un incremento di spesa per le famiglie e i cittadini in genere. Dunque dovrebbero interessare la politica. In questo caso, per l'appunto, la notizia è arrivata sulle prime pagine e nell'apertura dei telegiornali. Poi, finisce lì, di solito. 
Dunque, dove nasce la contraddizione per cui un argomento non porta voti nonostante coinvolga direttamente la vita delle persone?  Nella grande maggioranza dei casi, gli eventuali interventi sul tema si limitano all'affermazione che gli aumenti sono indesiderabili ed è sicuramente colpa di coloro che li hanno decisi o permessi; non capita mai che qualcuno avverta la necessità di ragionare su un tema importante, di cercare e descrivere le cause di ciò che accade in campo energetico. Anche perché, trattandosi di un tema complesso, pochi sono in grado di analizzarlo, soprattutto se seguono i dettami di una modalità di comunicazione spicciola, dove il non sapere fa tanto "comunicazione diretta", e in fondo, simpatia (il caso vaccini docet). Sarebbe opportuno riprendere l'abitudine all'approfondimento, rinunciare allo slogan facile, insistere a voler entrare nel merito. Anche andando controcorrente, anzi soprattutto andando controcorrente.

Siamo riusciti nella prodezza, tutta italiana, di fornire un forte sostegno alle fonti rinnovabili per un certo periodo e poi improvvisamente interromperlo, con la conseguenza di far quasi sparire il mercato. Ai quasi 9.500 MW di fotovoltaico connessi nel 2011 rispondono i circa 300 MW del 2015, dopo lo stop verticale degli incentivi, mentre le imprese del settore hanno chiuso e i fondi sono passati ad altri mercati, perdendo qualcosa come 10.000 posti di lavoro. Gli ultimi vent'anni sono stati caratterizzati da continui cambi di direzione, normative scollegate dai decreti attuativi, informazioni al cittadino altalenanti e spesso oscure, nell'incapacità assoluta di mantenere una rotta - cuore del problema, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog. E' interessante osservare che l'assenza di una linea condivisa non ha riguardato le fasi di alternanza politica fra destra e sinistra (e già sarebbe deprecabile, in questo ambito) ma anche governi diversi sostenuti da maggioranze analoghe, a conferma della prima conseguenza dell'opinione diffusa fra i candidati che "questi argomenti non portano voti" quindi chi se ne importa. Al contrario, gli stessi costituirebbero un'occasione ampia, articolata e soprattutto molto concreta di arricchimento del dibattito politico.   
Certo, è stata fatta la SEN (Strategia energetica nazionale). Gli obiettivi, ora, della medesima richiedono un impegno a largo raggio, una road map coerente e quantificata, definita nel tempo, per essere raggiunti. Esiste già una bozza di Decreto per le rinnovabili che prevede nuovi incentivi, e si spera, nuovi sistemi di consumo, vedremo. 
E' tuttavia indispensabile una pianificazione che consenta di evitare di guidare a vista, come si è fatto finora. Serve nuovamente un percorso per le fonti rinnovabili elettriche, termiche, per i trasporti, che includa ed integri energia e clima - come previsto dal Piano Integrato che entro fine anno dovremo preparare e presentare nelle sedi dell'Unione Europea - e venga associato ad una adeguata politica industriale. Insomma si tratta dello sviluppo - vorremmo dire sostenibile - dell'Italia. E le cifre in bolletta che tutti noi paghiamo dipendono da questo, dal sistema cioè, da come è strutturato, dalla quota di petrolio e suoi derivati, da quella di gas, dalle rinnovabili e dai vari tipi di rinnovabili, dalle tecnologie utilizzate, dall'efficienza del sistema, dal mercato dell'energia.

Troppo poco per attrarre voti? 
Meglio un paio di slogan sull'immigrazione, magari, nel vuoto cosmico che caratterizza l'espressione politica italiana (fatte alcune, rare, eccezioni), guardandosi bene, anche in questo caso, dall'analizzare cause e cercare rimedi di portata adeguata, oppure un intervento sui vitalizi, orientando l'attenzione di tutti lontano dai fenomeni che stanno plasmando il mondo e verso un dettaglio che, come dice il nome, risulta da un taglio minuto dunque non serve ad inquadrare l'insieme.

Il comunicato dell'ARERA sugli aumenti in bolletta si trova ai seguenti indirizzi:

https://www.arera.it/it/index.htm#

https://www.arera.it/it/com_stampa/18/180628.htm




SOCIETA'
Mare illegale
26 giugno 2018
Sono cifre impressionanti quelle che riguardano le illegalità commesse nei nostri mari, un'enorme mole di reati che ogni anno si ripete, secondo quanto riporta il dossier Mare Monstrum di Legambiente, edizione 2018, realizzato grazie al lavoro delle Forze dell'ordine e delle Capitanerie di porto, e presentato in occasione della partenza di Goletta Verde.
L'imbarcazione dell'associazione percorrerà il litorale italiano per monitorare la qualità delle acque marine, denunciare le illegalità ambientali, la presenza di rifiuti. Le tappe previste sono 22, da Chiavari a Trieste, in un lungo periodo di tempo che terminerà il 12 agosto.

I reati contestati dalle forze dell’ordine sono addirittura in aumento: nel 2017  si contano ben 17.000 infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all’anno precedente dell’8,5%.
Crescono dell'8% rispetto allo scorso anno le persone denunciate e arrestate, per un totale di 19.564. Crescono anche i sequestri per una percentuale del 25,4%, mentre la cifra totale ammonta a 4.776. 
Territorialmente, si rileva che quasi la metà dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), a cui si unisce il Lazio a coprire le prime posizioni di questa poco invidiabile classifica nazionale. 

Quanto al tipo di reato, risulta che quelli legati all'inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori malfunzionanti o assenti, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo sono i più diffusi: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Si legge nel dossier che a seguire con il 27,7% si ha la pesca illegale, poi il cemento abusivo per il 19,5%, e infine le infrazioni al codice della navigazione della nautica da diporto per il 17,1%.

Cattiva depurazione delle acque, cementificazione e rifiuti: questi sono i modi con cui deturpiamo le coste e i mari di uno dei Paesi più belli del mondo - nonché il nostro Paese - a testimonianza di quanto lavoro ci sia ancora da fare per promuovere un'autentica civiltà del territorio e del suo ambiente. Decenni di incuria non si cancellano in un giorno, ma un aiuto da coloro che governano la cosa pubblica - e non so cosa ci sia di più "pubblico" di questo - sarebbe il benvenuto, in sostituzione dell'ignavia italica sull'argomento.
Il dossier sottolinea inoltre che i diritti dei cittadini continuano a non essere garantiti sul fronte dell’informazione e su quello dell’accesso ai tratti di spiaggia liberi. E' un diritto usufruire anche del paesaggio, tutelato dall'articolo 9 della Costituzione, indispensabile ovunque ed in particolar modo in un Paese come il nostro dove la bellezza dei luoghi e la mitezza del clima coprono parte delle mancanze economiche e sociali che lo caratterizzano.

Il Dossier Mare Monstrum di Legambiente si scarica qui:

https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/mare-monstrum-2018

Novità in campo energetico dall'UE: rinnovabili al 32% (e dobbiamo rivedere la SEN)
16 giugno 2018
Ci sono novità dall'UE in campo energetico. E' stato raggiunto un accordo fra le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo, in cui sono state approvate due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti, che era stato adottato dalla Commissione europea nel novembre 2016. Un mese fa era stata adottata la prima, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia. La decisione aggiorna il quadro normativo Ue in materia.

In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.

Ancora non sono noti i dettagli, il testo deve essere approvato dal parlamento e dal consiglio europei, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo. 
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori.  Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023. 

Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno. 
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.


ECONOMIA
La transizione energetica è in atto, e non si fermerà. Ma occorre puntare sulle rinnovabili con decisione.
6 giugno 2018
L'Italia si trova al quinto posto nel mondo per potenza solare installata e al quarto posto per capacità fotovoltaica pro-capite. Questi sono i principali dati riguardanti il nostro Paese che emergono dal nuovo Rapporto sulle fonti energetiche rinnovabili "Renewables 2018 Global Status Report" di REN 21 (Renewable Energy Policy Network for 21st Century). Guardando bene, però, la buona posizione è stata ottenuta negli anni passati, mentre ora risulta evidente il notevole rallentamento delle nuove installazioni.

REN 21 è una rete internazionale di portatori di interesse nel campo dell'energia ed in particolare delle fonti rinnovabili, costituita da organizzazioni governative, non governative, scientifiche, industriali.  Ogni anno, dal 2005, propone il rapporto Renewables Global Status Report, a cui collaborano oltre 900 esperti, sulle politiche sull'industria e sul mercato delle energie rinnovabili.  Il sito è ben costruito e propone l'intero Rapporto, oppure gli highlights, infographics, dati e tabelle distintamente (l'indirizzo è in calce). I dati proposti sono estremamente interessanti, ed offrono una visione complessiva dello stato e delle tendenze nell'ambito delle energie pulite a livello mondiale. Molti ambiti richiedono una lettura diretta, ma possiamo riassumere qui alcuni dati degni di nota.

L'anno trascorso 2017 ha ruperato vari record per le energie rinnovabili, innanzitutto segnando la maggior crescita delle potenza installata e la maggior decrescita dei costi delle stesse, accompagnate ad una diffusione sempre più capillare nel mondo di normative e provvedimenti tesi a favorirle. Nel complesso i valori appaiono positivi.

Le fonti rinnovabili hanno costituito il 70% di tutta la nuova capacità di produzione elettrica globale, segnando il più grande aumento mai registrato.
La performance migliore è del fotovoltaico. La nuova capacità FV è aumentata del 29% rispetto al 2016, raggiungendo i 98 GW e superando la quota di nuovi impianti a fonti fossili (carbone, gas e
energia nucleare) insieme. A livello mondiale l’elettricità solare ha rappresentato il 55% della nuova potenza rinnovabile installata, seguita da eolico e idroelettrico con contributi che superano il 29% e
l’11%, rispettivamente. A fine 2017 sono stati raggiunti 2.195 GW di potenza, in grado di fornire il 26,5% dell’elettricità mondiale.

I dati non sono altrettanto buoni nei settori del riscaldamento e dei trasporti, che insieme rappresentano la maggior parte della domanda globale di energia. Si tratta degli ambiti dove è più difficile ridurre il ricorso ai combustibili fossili. Per quanto riguarda il riscaldamento, la maggior quota rinnovabile proviene dalle biomasse tradizionali, che rappresentano circa il 16,4% della domanda globale di calore. Nel settore dei trasporti, addirittura il 92% della domanda è soddisfatto da derivati del petrolio, mentre sono solo 42 le nazioni che hanno fissato obiettivi di sostenibilità ambientale.

Nel complesso, l'analisi mostra che le rinnovabili possono avere un ruolo centrale nel sistema energetico mondiale, sia nei Paesi di più antica industrializzazione, sia nei Paesi in via di sviluppo.  Il settore delle rinnovabili è un settore dinamico, capace di innovare i modelli di business e di indurre rapidi cambiamenti. Il punto centrale ora, come viene sottolineato nello studio, consiste nel passare da una transizione elettrica, già in corso, ad una transizione energetica, che sia capace cioè di includere tutti gli ambiti a cui si devono gli elevati consumi di energia mondiali.

In questo contesto, il nostro Paese non sfigura, soprattutto per la forte crescita del solare fotovoltaico indotta dagli incentivi in conto energia degli anni scorsi. L’Italia riesce a mantenere una posizione ottima piazzandosi fra i primi cinque Paesi al mondo per la capacità cumulata, dopo Cina, Stati Uniti, Giappone e Germania, ed al quarto posto per capacità pro-capite. A livello nazionale il fotovoltaico da solo nel 2017 ha contribuito a quasi il 9% della produzione elettrica nazionale, coprendo quasi l'8% della domanda. Forse qualcuno ricorda, senza polemica ma a beneficio della sostenibilità energetica, la crisi del 2003 con black out nazionale e l'opinione diffusa allora che con il solare avremmo raggiunto solo cifre decimali.

Purtroppo, non figuriamo ai primi posti per nuova capacità installata, un tema che va affrontato per non perdere quanto di buono si è fatto finora.
Nell'analisi specifica per fonte siamo in buona posizione anche riguardo la geotermia, siamo presenti nell'eolico, siamo troppo indietro nel solare termico. Ancora peggio nei trasporti, dove mancano decisioni forti in favore di un diverso modello di mobilità. Per contro, non figuriamo nell'idroelettrico pur avendone una buona quota perchè siamo superati da grandi Paesi, mentre l'efficienza energetica, anch'essa piuttosto buona nel nostro Paese, viene esaminata solo su scala globale.

Il Rapporto sostiene in buona sintesi che la transzione verso un nuovo modello energetico è da tempo iniziata e non si fermerà. Aggiunge però che non è detto che basti ad evitare un riscaldamento della temperatura media globale di 2°C, e ancor meno di 1,5°C (secondo l'Accordo di Parigi). Anzi, è molto probabile che non basti, perchè siamo costantemente in carenza di tempo: siamo più lenti dei processi naturali, mentre dovremmo accelerare la transizione per evitare le conseguenze peggiori.

Il sito dove si può scaricare il Rapporto di REN21:

http://www.ren21.net/gsr-2018/

POLITICA
Il Partito Democratico al sole
3 giugno 2018
Si può dire che venerdì 1 giugno in Piazza Santi Apostoli a Roma si è costituita l'opposizione, fra migliaia di persone che hanno partecipato all'iniziativa del Partito Democratico.
Sono del parere di non enfatizzare i toni, non ha vinto il fascismo, si è formato un governo frutto dell'accordo fra M5S e Lega, che vedremo all'opera, e di cui il Partito Democratico costituisce la principale formazione politica di opposizione. L'Italia è una Repubblica democratica, e questo corrisponde al risultato delle elezioni, che non sono state vinte da nessuno, ma al cui esito risponde l'accordo fra M5S e Lega, che consente la maggioranza parlamentare. Il Presidente della Repubblica ha svolto in questi giorni un'azione di livello eccellente, va ringraziato ancora una volta per questo.

L'iniziativa è stata bella, migliaia di persone hanno riempito e colorato la piazza, i contenuti espressi dal palco allestito al centro del lungo rettangolo di Santi Apostoli sono stati profondi.  Sole e cielo azzurro. I media hanno coperto l'insieme al minimo indispensabile; se ne parla sul sito del PD al seguente indirizzo:

https://www.partitodemocratico.it/news/martina-piazza-santi-apostoli/

POLITICA
1. Basta con la plastica usa e getta 2. 1 giugno con la Costituzione
30 maggio 2018
1.

Basta con i cotton fioc, con le cannucce, i piatti e le posate di plastica usa e getta, che prima o poi finiscono nei mari, nei fiumi, nell'ambiente in genere, spezzettandosi in frammenti sempre più piccoli e sempre più invasivi, onnipresenti, inquinanti.

La Commissione europea ha presentato infatti un provvedimento per limitare l’uso della plastica monouso, con il quale vengono banditi alcuni oggetti comuni in plastica come le cannucce, i piatti e le posate, i bastoncini per palloncini. Tali oggetti dovranno essere realizzati con materiali ecosostenibili.
I contenitori di bevande saranno invece consentiti solo se i tappi rimarranno attaccati al contenitore. L'iniziativa della Commissione europea si inserisce nel quadro della European Plastics Strategy per combattere l’inquinamento causato dalla plastica, a dire il vero per ora alquanto blanda.

Si stima che in Europa oggetti vari di plastica costituiscano il 70% dei rifiuti marini. L'intervento prevede un trattamento differenziato dei prodotti inquinanti individuati, che va dalla riduzione di consumi, a specifiche etichettature, fino agli obblighi nella gestione dei rifiuti. Queste regole dovrebbero evitare l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti e portare un risparmio complessivo di 22 miliardi di euro entro il 2030 a seguito della riduzione dei danni ambientali, ed un risparmio per i consumatori di 6,5 miliardi di euro.

Gli Stati membri dell’Unione dovranno poi fissare obiettivi di riduzione dei contenitori in plastica per cibo e bevande, sostituendoli con prodotti alternativi, e dovranno provvedere a raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica per bevande entro il 2025. I produttori di plastica dal canto loro dovranno contribuire alle spese per la gestione e il recupero dei rifiuti, e trovare modalità di sensibilizzazione rivolte agli aquirenti, grazie anche all'aiuto di incentivi per studiare e sviluppare alternative meno inquinanti.

E' un provvedimento interessante che si spera sia in grado di avviare un diverso modo di gestire gli oggetti di plastica. Un contributo potrà venire naturalmente anche dai consumatori e cittadini che dovrebbero evitare di lasciare rifiuti inquinanti nell'ambiente a prescindere da qualsiasi normativa che ne disponga l'obbligo.


2.

Sul piano politico viene da chiedersi se il provvedimento descritto sopra rientri fra le imposizioni degli euroburocrati in oppressione alla libertà o non sia invece uno dei numerosi interventi comunitari degni di approvazione. Se Lega e Movimento 5 stelle puntano il dito verso l'Unione Europea va rimarcato che a fronte di ciò che va cambiato c'è, e resiste, ciò che va conservato. Inclusa la moneta unica denominata Euro, se non vogliamo precipitare l'Italia nell'arretratezza, rinunciando ad uno dei più interessanti esperimenti unitari che si siano mai visti.

Le vicende politiche degli ultimi giorni, tanto sguaiate quanto inconsistenti, sono preoccupanti. Sono tre mesi che le forze politiche che hanno prevalso alle elezioni (che non sono state "vinte" da nessuno, contrariamente a quanto viene detto e ripetuto) non riescono a dare un governo al Paese, e questo è un fatto. Attaccare il Presidente della Repubblica per questo è la rappresentazione plastica della situazione e del suo contenuto.

Di seguito, il comunicato del PD in proposito:

"Venerdì 1 giugno il Partito Democratico manifesterà per difendere le istituzioni nazionali e la Costituzione italiana.
Il Partito Democratico si mobilita a difesa della Costituzione, del Presidente della Repubblica e delle Istituzioni e lo fa promuovendo in tante piazze italiane iniziative aperte a tutte le realtà democratiche, presidi e manifestazioni.
 
Venerdì 1 Giugno 2018, alle ore 17:00, sarà la volta di due grandi manifestazioni a Roma in Piazza Santo Apostoli e a Milano in Piazza della Scala. Già in queste ore in diversi centri, tra cui Torino, tanti cittadini stanno manifestando la loro indignazione per ciò che Lega e M5S hanno fatto e stanno facendo.
Per la loro pericolosa propaganda ai danni degli italiani. Per avere mentito sui reali obiettivi della loro iniziativa in questi ultimi 84 giorni.
Solidarietà al Presidente Mattarella. 
"Il Partito Democratico ha già espresso ieri tutta la solidarietà al Presidente Sergio Mattarella. Per avere messo a rischio un Paese intero. Perché cittadini, famiglie, imprese e lavoratori non si difendono scassando la democrazia italiana. 
Andremo in piazza con la Costituzione in mano. Perché nessuno può pensare che ci sia futuro senza il rispetto della nostra Carta fondamentale”.
Così il segretario reggente del Pd Maurizio Martina annuncia la mobilitazione nazionale del Partito Democratico di venerdì 1 giugno 2018."

www.partitodemocratico.it

 
POLITICA
Dati che ci dicono molte cose - fra cui, come avere un "governo di cambiamento"
20 maggio 2018
Se le parole sono indispensabili per costruire e comunicare tesi e argomenti, anche i numeri possono fare molto. L'apparenza "fredda" delle quantità non deve portare a sottovalutare la forza della chiarezza, della definizione, dei rapporti (quantitativi, appunto).
Le cifre, poi, non si prestano ad interpretazioni di comodo - come accade troppo spesso con le parole -  e possono delineare i tratti di un disegno complessivo che alla fine non si discosti più di tanto dalla realtà. 

"Il mondo in cifre 2018", dell'Economist, ed. Internazionale, un piccolo libro fatto solo di dati, contiene informazioni interessanti. Innanzitutto, i dati sono interessanti in sè stessi, in secondo luogo, lo sono per confronto fra Paesi diversi, operazione con la quale vengono più volte sfatati miti a cui crediamo spesso ciecamente da anni. 

Viviamo in un Paese che è ancora oggi fra le economie più forti del mondo: ci posizionano all'ottavo posto, con oltre 1.800 miliardi di dollari americani di Pil, superati, fatti salvi i grandi Paesi come USA, Cina e recentemente India, soltanto da Giappone, Germania, Regno Unito e Francia. Partecipiamo attivamente al commercio mondiale, siamo al settimo posto come industria manifatturiera, in Unione Europea superati soltanto dalla Germania, siamo al quinto posto per il turismo, abbiamo un buon livello di efficienza energetica, emettiamo meno CO2 di Germania e Regno Unito, abbiamo un elevato indice di biodiversità, ed una delle migliori speranze di vita al mondo.

Stiamo portando avanti queste posizioni fra le mille difficoltà di una crisi che perdura da troppo tempo. La domanda viene spontanea: riusciremo a crescere e migliorare, ad uscirne fuori mantenendo ciò che già abbiamo e costruendo ciò che ci manca?

Già, perché altri numeri ci parlano dei problemi che abbiamo e che dovremmo risolvere. Se dal Pil passiamo al Pil pro-capite precipitiamo nella classifica al trentatreesimo posto, con l'indice di sviluppo umano al ventiseiesimo, con la crescita economica sappiamo di muoverci intorno allo zero, con lievi cambiamenti fra un anno e l'altro, e sappiamo anche di avere un forte debito. Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile altissimo, che supera il 35%; in Europa presentano dati peggiori soltanto la Grecia e la Spagna.

Alcuni dati appaiono non conformi alle opinioni più diffuse. La spesa pubblica sarà pure alta, ma siamo abbondantemente superati da Finlandia, Francia, Danimarca, Belgio, Svezia, Grecia, Austria, Norvegia e Ungheria, cioè da mezz'Europa (dati in % del Pil). Per la "costosissima" sanità (in realtà, e nonostante i disservizi, uno dei nostri fiori all'occhiello) spendiamo il 9,2% del Pil, superati anche in questo caso da mezz'Europa, con Svezia, Svizzera, Francia, Germania, Austria che vanno oltre l'11% del Pil. 

E arriviamo al punto: possiamo migliorare?
Risposta: e come, se le note dolenti arrivano proprio dagli strumenti che servirebbero per tale scopo?

Partiamo dalla spesa per l'istruzione: 4,2% del Pil. Fra le più basse al mondo. In Danimarca e Svezia è il doppio. In Italia ci si sofferma a discutere se l'orario di lavoro degli insegnanti sia privilegiato o meno a fronte di uno stipendio basso, e non dell'importanza del ruolo che ricoprono che dovrebbe essere riconosciuta e trovare adeguati riscontri, come del resto dell'importanza nel complesso della scuola. 
Passiamo alla spesa per la ricerca, che si trova da decenni intorno all'1% del Pil, una miseria, che ha conseguenze enormi visto che ci porta ad uno dei più bassi numeri di brevetti al mondo, e visto che priva il nostro Paese di una quota rilevante di diplomati e laureati che scelgono di andare a mettere in opera le proprie conoscenze altrove e produrre ricchezza là. 

La spesa per la ricerca nella maggior parte dei Paesi occidentali supera il 2%, il 3%, e in alcuni casi il 4% del Pil. Noi siamo fuori classifica, oltre il 20° posto. 
La ricerca scientifica viene considerata nel nostro Paese roba per chi può permetterselo, roba da ricchi, mentre al contrario, con adeguate politiche, è la condizione per crearla, la ricchezza, e costruire le basi per un Paese avanzato. 
Ovviamente, e come conseguenza, la nuova imprenditoria scarseggia: siamo addirittura fra gli ultimi nel mondo, quart'ultimi per l'esattezza, peggio di noi soltanto Suriname, Bulgaria e Giappone. Quanto ancora durerà la "seconda realtà manifatturiera europea"?

L'Italia è un Paese che ha la necessità di combattere le forti diseguaglianze al suo interno, ed ha in pari misura la necessità di uscire dalla crisi, creare sviluppo, scegliere quali strade percorrere e farlo al meglio. Ampliare le proprie possibilità. Questo lo si può fare soltanto con interventi decisi che cambino radicalmente mentalità e risorse con cui ci rivolgiamo all'istruzione, alla ricerca e allo sviluppo. 
Stiamo abbondantemente vivendo di rendita dal passato. Non durerà per sempre, se non riusciremo a sciogliere i nodi che legano il nostro Paese da troppo tempo. Il rivolgere l'attenzione ai privilegi della "casta" politica, un'inezia rispetto alle cristallizzazioni della nostra società, fa ridere se non si alza lo sguardo per vedere il panorama nel suo insieme. Anzi, appare come un diversivo utile a mantenere tutto come prima. 

Vogliamo il governo "del cambiamento"? Bene, non cambierà nulla se non ci saranno interventi decisi e razionali volti a portare il nostro Paese sulla strada di uno sviluppo avanzato, sostenibile, inclusivo. 
I passi da fare sono tanti, ma il primo e necessario è raddoppiare le risorse per l'istruzione e la ricerca, senza il quale non ci sarà nessuna via nuova. Nessuna, e da parte di alcun governo di qualsiasi colore, stellato, legato, movimentista, o partitico. 

SCIENZA
Minimo record dei ghiacci nel mare di Bering
7 maggio 2018
Il riscaldamento globale non procede in modo uniforme su tutte el aree geografiche del pianeta, e non riguarda ogni ecosistema nella stessa misura. Quando da noi sembra che le cose procedano in modo quasi normale -  ma la siccità dello scorso anno è stata anomala e preoccupante - altrove sono presenti condizioni del tutto eccezionali. Spesso, l'eccezionalità finisce per diventare tendenza, quando traccia una strada che viene ripercorsa in modo simile in tempi successivi.

Una zona della Terra che presenta fenomeni molto intensi legati al cambiamento climatico è l'Artico. Ogni anno gli scienziati forniscono misure di forte riscaldamento, scioglimento dei ghiacci, riduzione del permafrost e delle loro conseguenze per gli abitanti di quelle zone e per l'intero ecosistema artico. Gli orsi bianchi sono ormai simbolo del climate change.

Gli ultimi dati ci informano che nel 2018 la copertura invernale di ghiaccio marino nel mare di Bering è stata appena la metà di quella del minimo invernale mai registrato prima (nel 2001), segnando un minimo record.

Lo studio è dell'International Arctic Research Center, dell'Università dell'Alaska a Fairbanks. Secondo colui che ha guidato la ricerca, John Walsh, ed il climatologo del NOAA Rick Thoman, negli ultimi 160 anni "non c'è mai stato nulla di neppur lontanamente simile per il ghiaccio marino" nel Mare di Bering. La notizia è riportata da Le Scienze (all'indirizzo in calce).

Una concorrenza di condizioni, si legge, - tra cui le alte temperature dell'aria e degli oceani, insieme alle persistenti tempeste - ha posto le basi per questa drammatica flessione in una regione che finora non era stata una delle principali cause della riduzione complessiva dei ghiacci marini dell'Artico.
Alla fine di aprile il mare di Bering era quasi libero dal ghiaccio, con quattro settimane di anticipo sui tempi previsti. Con il Sole splendente, l'oceano aperto sta assorbendo una quantità di calore che potrebbe creare un altro ritardo nel congelamento il prossimo autunno.

La figura mostra l'estensione dei ghiacci marini nel Mare di Bering in miglia quadrate negli ultimi 168 anni. La posizione dei rilevamenti del 2018 parla da sè.






L'articolo si trova al seguente link:

http://www.lescienze.it/news/2018/05/04/news/riduzione_record_ghiaccio_marino_alaska-3964960/
POLITICA
Partito Democratico: la strada da fare è ancora lunga
5 maggio 2018

Le recenti vicende che hanno preceduto e portato alla riunione della Direzione PD del 3 maggio scorso sono un bell’esempio del grado di democrazia interna al partito. In poche parole, chi ritiene di avere sufficiente potere tenta di influenzare gli esiti delle riunioni degli organismi dirigenti, cerca di farlo prima, ricorrendo ai metodi ritenuti opportuni. Questi includono interventi pubblici o lettere scritte in cui si deve firmare se si aderisce a questo o a quell’altro leader o corrente – leader o corrente, ripeto,  e non al contenuto del testo. Preciso che i metodi non appartengono soltanto ad un’area politica o ad un leader, ma a tanti e sono diffusi anche a livello locale. Va ricordato comunque che in questi giorni i protagonisti sono stati Renzi e i suoi sostenitori, che abbiamo visto intervenire pubblicamente e con documenti stilati e proposti all'attenzione dei membri della Direzione.

Questo è il PD, che conosco molto bene poiché a tale partito sono iscritta da dieci anni; posso soltanto immaginare che altri partiti funzionino in moto simile, non posso certo certificarlo.

In altre parole il grado di democrazia interna al PD è carente, e non viene certo migliorato dalle dichiarazioni mille volte spese a ricordare che altri funzionano in modo presumibilmente peggiore.  Ha fatto bene Gianni Cuperlo a ricordare che il testo di Guerini - che andava firmato in via preventiva e che molti hanno immediatamente sottoscritto - è stato una sfida alla logica: una conta prima della conta, finalizzata a certificare in anticipo i rapporti di forza.  

Quale logica stia alla base di quanto abbiamo visto in questi giorni è presto detto:  chi ha più potere se lo tiene, la democrazia può attendere. Un capovolgimento delle regole scritte,  in funzione del mantenimento di quelle non scritte.

Al fine, di questo si tratta: di rapporti di forza, altro che di democrazia. Il partito aperto e democratico è ancora lontano. Aggiungerei solo che anche i partiti che hanno formato il PD procedevano sulla base dei rapporti di forza ed erano sostanzialmente carenti sul piano della democrazia interna. Come è impossibile che da alcune formazioni deboli nasca una formazione forte, è altrettanto impossibile che da alcune formazioni chiuse, rigide, e a volte settarie, nasca un partito democratico. La democrazia richiede anni di pratica, sempre che nessuno si opponga.

Dunque, buona direzione a tutti coloro che sono felici degli esiti. Il dato positivo è che Martina ha ricevuto mandato pieno, c’è l’unità, bene. Ma c’è ancora molta strada da fare.

 

POLITICA
La linea politica viene scelta dagli organismi dirigenti
30 aprile 2018
Sembra una frase scontata, ma leggendo i commenti politici all'intervista di Matteo Renzi da Fazio ieri sera, domenica 29 aprile, non lo è più. 
Forse non è inutile ricordare le regole del Partito Democratico, e far si' che la riunione della Direzione del prossimo 3 maggio non diventi un'inutile passerella.
Mi spiego meglio: rischia di diventarlo se l'intervento di Renzi fosse interpretato come linea politica per il partito. Questo sarebbe un limite notevole al grado di democrazia interna che va scongiurato. 
Le opinioni di Renzi sono importanti in se', si tratta del nostro ex-segretario, tutti noi iscritti e militanti le teniamo in giusta considerazione, ma il valore del dibattito democratico interno al PD non può essere limitato. 
Dunque, il 3 maggio prossimo ci sarà, per quanto mi riguarda, una riunione che seguirò con attenzione.

SOCIETA'
Una Giornata di successo (a cui sarebbe bene prestare attenzione)
27 aprile 2018
Un mese e un giorno dopo l'equinozio di Primavera si celebra in tutto il mondo la Giornata della Terra, o Earth Day, nella lingua più internazionale. 
Il 22 aprile è stato l'Earth Day 2018, una giornata speciale con migliaia di iniziative in tutto il mondo, dai convegni alle attività dirette di ripulitura dell'ambiente. Nel nostro Paese l'evento centrale è stato il Villaggio della Terra a Roma, visitato da oltre centocinquantamila persone, un record che mostra tutto l'interesse che il tema suscita.  A 48 anni dalla prima edizione, l'iniziativa voluta dall'ONU è un evento internazionale capace di coinvolgere moltissimi Paesi del mondo e milioni di persone. La questione ambientale è forse oggi l'unico tema capace di superare barriere e unire popoli di diverse culture, o persone di diversa estrazione, mostrando che la salvaguardia dell'ambiente è un obiettivo comune a tutti con la forza adeguata per unire e mobilitare, far riflettere e costruire letteralmente nuovi ambiti culturali.

Un tema enorme che i partiti politici tradizionali, ed evidentemente coloro che ne dirigono le sorti, si ostinano a trascurare da tempo immemore, senza dubbi e nemmeno incertezze di sorta. Dato che in questo blog campeggia sulla colonna a sinistra il simbolo del PD, a cui sono iscritta, mi sento di segnalare il silenzio quest'anno del Partito Democratico su un tema così importante come l'Earth Day (fatta eccezione per dichiarazioni di Martina e Gentiloni riportate dalle agenzie), silenzio peraltro in linea con il progressivo affievolimento dell'argomento nel quadro politico interno. Nessuno ha avuto niente da dire in proposito, mentre il movimento politico ambientalista sta sparendo dal PD.  Spesso, pare che siano altri i temi da affrontare, nella debolezza culturale che ha caratterizzato la sinistra per decenni - mentre la destra perorava i propri. Questo è il quadro attuale.

Tornando all'ambiente, l'edizione di quest'anno della Giornata della Terra è stata dedicata al problema della plastica. Si stima che 8 milioni di tonnellate di plastica ogni anno finiscano nei nostri mari e oceani, e che il numero dei pesci nel 2050 sarà superato da detriti di plastica e delle famigerate micro-plastiche, che le barriere coralline spariranno o saranno fortemente deteriorate, e che enormi isole di rifiuti sintetici galleggeranno ovunque nei mari. Plastica ovunque. Intera o frammentata, o microplastica dall'origine. Quest'ultima, la si usa infatti per creme cosmetiche esfolianti o altri tipi di cosmetici e sanitari, nelle fibre tessili sintetiche, nell'edilizia, nelle sostanze per lavare e togliere residui dalle imbarcazioni, e finisce in mare, e nella catena alimentare, dai pesci fino a noi. Un problema enorme su cui è necessario intervenire con normative opportune. Nell'ultima legge di bilancio, prima della fine della legislatura, sono state introdotte norme contro i cotton-fioc non biodegradabili e contro le microplastiche nei cosmetici: un passo avanti importante. 

L'Earth Day, la Giornata della Terra, ci ricorda che abbiamo una responsabilità nei confronti della Natura, che si fonda sull'enorme potere che ha acquisito la nostra specie di intervenire sui processi naturali, sulla necessità e sul beneficio di conservare i sistemi naturali e la loro vitalità, sul legame con le nostre future generazioni. Ciascuno di noi può fare moltissimo, adottando progressivamente stili di vita meno impattanti, controllando la qualità ambientale dei prodotti acquistati, scegliendo abiti in fibre naturali, rendendo più salubre il proprio ambiente domestico, sostenendo politiche adeguate delle amministrazioni pubbliche. Non è la Luna, si tratta di qualcosa che ciascuno può fare, a proprio beneficio ed a quello di tutti. 

Il link al sito Earth Day:

wwww.earthday.org


SCIENZA
Il mare da vicino (a volte buono, più spesso appena sufficiente)
17 aprile 2018
E´ uscito il Rapporto sulla qualità ambientale delle acque marino-costiere dell´Emilia-Romagna dell'Arpae, riferito all'anno 2016. Il Rapporto si può scaricare all'indirizzo in calce. 

La fascia costiera dell'Emilia-Romagna presenta diversi elementi di rilevanza, che riguardano soprattutto le zone ad elevata antropizzazione, con attività turistiche e di pesca, vicine e spesso intersecanti le aree di rilievo naturalistico. Tutti gli aspetti sono presenti sulla costa emiliano-romagnola, dalla pesca alle discoteche, dalle città d'arte alla foce del più grande fiume d'Italia, il Po con le sue diramazioni, dai grandi alberghi agli aironi e ai fenicotteri del Parco del Delta del Po. Una caratteristica degna di nota per l'intera area riguarda il fattore temporale: in un lasso di tempo abbastanza breve, alcune decine di anni dal dopoguerra sostanzialmente, l'assetto della costa è cambiato profondamente, passando da un territorio scarsamente popolato ed edificato dove la pesca era l'attività principale ad un'area fortemente alterata dalle costruzioni ricettive per un turismo che moltiplica gli abitanti locali nei mesi estivi principalmente. A questo aspetto si aggiunge l'estrazione di idrocarburi e l'estrazione di acqua dalle falde, all'origine di fenomeni di subsidenza rilevanti. Le principali aree interessate sono quella ravennate, sia per l'utilizzo di acque sotterranee sia all'estrazione di idrocarburi, e quella bolognese, dove il fenomeno è dovuto prevalentemente all'estrazione di acqua per usi civili, industriali, irrigui e zootecnici.
Il fenomeno è praticamente irreversibile e si manifesta con maggiore evidenza dove si hanno i maggiori abbassamenti piezometrici e maggiori strati di sedimenti compressibili, arrivando ad alterare la linea di costa, cambiare la pendenza delle reti idrauliche artificiali (fognature, bonifiche), riduzione gli argini con conseguenti pericoli di inondazioni.
Nel suo insieme non si tratta di un contesto facile: l'intera area orientale della regione era un tempo zona di paludi ed acquitrini, di valli - come, fra le poche rimaste, le Valli di Comacchio - e di corsi d'acqua. Il fiume Reno, che scende dall'Appennino e passa dalla città di Bologna, si perdeva in quelle aree umide, diventando oggetto di intervento sul territorio già al tempo degli antichi Romani. 

La situazione del mare è particolarmente importante non soltanto su piano locale, ma nazionale.
Da tempo è noto il problema dell'eutrofizzazione. Si legge sul Rapporto: "i processi di eutrofizzazione che da diversi anni affliggono la fascia costiera dell’Emilia-Romagna provocano impatti negativi oltre che sugli equilibri ambientali dell’ecosistema bentico anche su due importanti settori dell’economia regionale e nazionale quali turismo e pesca e rappresentano il problema principale dell’alterazione dello stato ambientale.
Le zone prospicienti al delta del Po e la costa emiliano romagnola, essendo investite direttamente dagli apporti del bacino idrografico padano nonche´ dagli apporti dei bacini costieri, sono maggiormente interessate da fenomeni di eutrofizzazione. L’influenza e l’effetto dell’apporto veicolato dal fiume Po sull’area costiera, si evidenziano considerando anche il valore di salinita` che si abbassa notevolmente lungo la fascia costiera rispetto al mare aperto; inoltre la grande massa diacqua dolce immessa dal fiume Po (1500 m /sec come media annuale nel lungo periodo: 1917-2016), rappresenta il motore e l’elemento caratterizzante del bacino dell’Adriatico nord-occidentale, in grado di determinare e condizionare gran parte dei processi trofici e distrofici nell’ecosistema costiero."
Nel mare non mancano elementi vari e metalli: azoto, fosforo, piombo, cromo, nichel, arsenico, spesso con concentrazioni superiori al limite di quantificazione (LOQ), e composti chimici, idrocarburi, pesticidi, diossine, furani. 
Nel complesso i dati presentati nel Rapporto ci parlano di una situazione classificata più spesso come "sufficiente", a volte come "buona", riguardo lo stato ecologico e lo stato chimico, confluenti nella commistione fra i due che ci parla dello stato ambientale. Insomma, un contesto non male ma nemmeno bene, ossia che si può definire intermedio, in cui evidentemente sarebbe bene un ulteriore passo che porti dallo stato "sufficiente" allo stato "buono" ovunque possibile. 

Per approfondire il tema e studiare il Rapporto ci si può collegare al seguente link:

https://www.arpae.it/dettaglio_notizia.asp?id=9465&idlivello=1504


P.S.: si leggono articoli su quotidiani autorevoli in cui il numero dei camion e dei Tir in coda sulle strade viene considerato indice dello sviluppo industriale locale. In realtà e' soltanto caratteristica di un sistema, come quello italiano, in cui le merci si muovono su strada e pochissimo su rotaia, causando elevati livelli di polveri fini con composti nocivi di vario tipo, indice soltanto di inquinamento capace di causare danni gravissimi alla salute umana. Speriamo che prima o poi qualcuno intervenga davvero, dopo decenni di inutili discorsi in merito, ma speriamo anche che prima o poi gli articoli sullo sviluppo si intersechino con gli articoli sull'ambiente, superando una dicotomia sbagliata che non porta da nessuna parte (letteralmente, in questo caso).

POLITICA
L'agroecologia per migliorare e diffondere localmente la produzione di cibo
4 aprile 2018
L'agroecologia può migliorare la produzione di cibo mondiale, rendendola più salubre e più vicina a criteri di sosteniblità. Questa introduzione pregnante proviene dal Secondo Simposio Internazionale sull'Agroecologia della FAO (l'organizzazione sull'agricoltura e il cibo dell'ONU) in corso a Roma, nei giorni dal 3 al 5 aprile, da parte del Direttore José Graziano da Silva. Associandola, aggiungerei, alla riduzione delle diseguaglianze si può cambiare il mondo, in meglio naturalmente.

In sostanza, dal convegno emerge che sarebbe bene cambiare il sistema attuale prevalente, in cui la maggior parte della produzione di cibo è basata su consumi intensivi di risorse ed elevati costi ambientali, con degrado continuo del suolo, dell'acqua, della vegetazione, dell'aria. Lo schema delineato dall'incremento produttivo ad ogni costo non è inoltre sufficiente ad eradicare la fame nel mondo, anzi segue e produce esso stesso squilibri fra coloro che possono permettersi ogni sorta di cibo e coloro che non possono permettersi nemmeno l'indispensabile.
Si tratta di un tema noto da tempo: la fame nel mondo non è dovuta nel complesso a carenza di cibo (che può certamente essere un problema a livello locale), ma a condizioni che non consentono l'accesso al cibo. Povertà estrema, esclusione sociale, mancanza di denaro insieme a degrado ambientale locale, portano a condizioni di disagio a volte estremo, ma ci parlano di diseguaglianze più che di carenze produttive globali di alimenti. A questi aspetti si aggiunge il cambiamento climatico globale che investe soprattutto i luoghi che si trovano già in difficoltà - che per paradosso non hanno prodotto le cause del cambiamento climatico stesso - come le aree limitrofe ai deserti, le zone aride, le zone costiere più povere, le piccole isole. Si tratta di aree enormi in alcuni casi, come l'area sahariana e le sue zone limitrofe in Africa.

L'agroecologia applica criteri ecologici e sociali, unendo tradizioni e conoscenze scientifiche, e può diventare l'approccio del futuro. Sistemi di produzione circolari, capaci di salvaguardare risorse naturali e biodiversità, e di promuovere l'inevitabile adattamento e la mitigazione al cambiamento climatico, magari adattati a fattorie familiari in cui si possano integrare con i sistemi tradizionali. Queste potenzialità vanno sostenute organizzativamente ed economicamente in vista dei benefici che possono portare.

La politica italiana parla spesso del fenomeno dell'immigrazione, soprattutto dall'Africa. Gli sbarchi di migranti in condizioni disumane dopo aver attraversato il Mediterraneo su gommoni e barche pericolose, i morti in mare, i salvataggi, colpisono la coscienza di tutti. Ma il fenomeno non può essere limitato al problema dell'arrivo: ci sono ragioni per cui persone in condizioni di estrema difficoltà lasciano il proprio paese. Le ragioni si trovano nelle guerre, che sono più facili da identificare, nell'estrema povertà, nel tracollo dell'economia tradizionale in molte zone dell'Africa, soprattutto subsahariana, meno facilmente delineabili. Spesso il degrado ambientale locale non consente più di coltivare ciò che un tempo era possibile, le condizioni climatiche sono estreme, la miseria e la fame sono il quotidiano, la società tradizionale si frantuma, chi può se ne va incontrando mille ostacoli. Un'umanità che tenta di salvarsi, ma che prende le mosse da un contesto fortemente compromesso da iniquità colossali ed in aumento costante. Le migrazioni sono destinate ad aumentare, e non basta certo affermare, come è giusto, che i popoli si sono sempre spostati, sarebbe bene guardare alle ragioni del fenomeno, che possono parlarci di ciò che sta accadendo. Diseguaglianze e degrado ambientale in proporzioni enormi e destinate ad incrementare. Questo è il mondo che si sta formando se non interverremo per tempo, alla radice, invertendo la rotta.

Parlare di rimandare a casa centinaia di migliaia di persone è irresponsabilità pura, nonchè mancanza di senso di realtà. Limitarsi a tentare di ridurre gli sbarchi senza guardare il fenomeno nel suo complesso è miopia, al minimo.


Il sito della Fao che segue il simposio di Roma si trova al seguente indirizzo:

http://www.fao.org/news/story/en/item/1113475/icode/

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